Ricordi ed auguri

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 01/03/1922

Ricordi ed auguri

«Corriere della Sera», 1 marzo 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 583-585

 

 

 

È necessario non intralciare la via agli uomini di buona volontà, i quali sono riusciti a diventare ministri, quando gli altri rifuggivano dall’impresa o si osteggiavano a vicenda in maniera severamente giudicata dall’opinione pubblica. Non gioverebbe tuttavia neppure tacere le preoccupazioni da cui si presi vedendo salire al potere uomini il cui passato potrebbe far nascere ragionevoli dubbi intorno all’opera che essi potrebbero svolgere in avvenire. Prendiamo, ad esempio, il caso dei due ministri finanziari. L’uno, l’on. Peano, quando fu al ministero dei lavori pubblici, stipulò quegli accordi coi ferrovieri, che furono causa di tante sperequazioni con gli altri impiegati dello stato e cagionarono una irrequietudine la quale non è spenta tuttora, che invano si tentò di calmare con la legge sulla burocrazia ed impedisce purtroppo una sistemazione definitiva del bilancio statale. Non si vuole, con questo ricordo, affermare che un altro ministro avrebbe avuto il coraggio di resistere di più di quel che non abbia fatto l’on. Peano. Fermiamo soltanto il ricordo, per concluderne che egli deve, come ministro del tesoro, svolgere un’azione energica che smentisca la tradizione delle sue condiscendenze nel passato. Egli ha svolto, come ministro dei lavori pubblici, una teoria pericolosa dinanzi al parlamento: che i ferrovieri avessero diritto ad una retribuzione specialmente elevata, se non assolutamente, nei confronti con gli altri impiegati dello stato, a causa dei pericoli e dell’onerosità del tipo del loro lavoro. Non avesse egli mai pronunciato quella parola, ché, a gara, gli altri impiegati dimostrarono, con abbondanza di prove, come il loro lavoro implicasse, per lo più, fatiche non minori e responsabilità maggiori; sicché ad essi competeva compenso ancor più cospicuo. Il ministro del tesoro deve aborrire dai confronti odiosi, i quali costano sempre milioni e miliardi all’erario; ed il presente ministro del tesoro avrà non poco da fare per far dimenticare l’azione sua passata. Oggi è ufficio del ministro del tesoro, come ricordava testé il sen. Wollemborg, dire di no a tutto ed a tutti. Imposte nuove non si possono più mettere; e bisogna, se non si vuole rovinare il paese, cominciare a rendere meno micidiali quelle esistenti. L’unica via di salvezza è la resistenza a nuove spese; sono le economie nelle spese già deliberate. Saprà il ministro del tesoro diventare il simbolo vivente della negazione?

 

 

L’accenno ora fatto alla impossibilità di stabilire imposte nuove ed alla necessità di ridurre le vecchie, risuscita, a proposito del nuovo ministro delle finanze, on. Bertone, qualche ricordo che anche egli farà bene a cancellare. Quando fu sottosegretario alle finanze, l’on. Bertone parve infatti difensore fin troppo caloroso della politica demagogica inaugurata in materia di finanza dall’on. Giolitti. Gli inasprimenti della tassa di successione ad altezze che superano talvolta l’importo ereditario e che distruggono per lo più i patrimoni familiari, con danno finale gravissimo della finanza; le modalità draconiane le quali resero assolutamente inapplicabili in pratica le tasse sulle automobili e l’avocazione dei profitti di guerra; la furia con cui, senza preparare nulla, senza saper neppure in che cosa consistesse il provvedimento proposto e quali delicati problemi facesse sorgere, fu fatto approvare il nome vuoto della nominatività dei titoli; tutti questi provvedimenti voluti dall’on. Giolitti per sbalordire la piazza, ebbero nell’on. Bertone un difensore caloroso; e quel che più monta, un difensore il quale anche dopo ebbe parole aspre contro quei suoi successori nel ministero, i quali cercavano di cavare un costrutto qualsiasi da provvedimenti che, per essere demagogici, non potevano recare altro che perdite al tesoro dello stato. Anche per lui, giova augurare che l’esperienza successiva lo abbia ammaestrato; e che, se anche non è disposto a riconoscere la giustezza delle critiche mosse in tempo contro la politica finanziaria della distruzione, si adatti ad ammettere che i «principii» – veri o falsi che siano – vanno applicati tenendo conto della mutazione dei tempi. Oggi, i tempi mutati non tollerano più le frenesie pazzesche del cento per cento e della distruzione delle basi imponibili, per cui andava orgoglioso l’estate giolittiano del 1920; e quindi è sperabile che anche l’on. Bertone siasi persuaso che alla finanza fruttano di più le aliquote miti di quelle freneticamente volte verso l’alto.

 

 

Noi non abbiamo uomini e partiti da esaltare e da combattere; né abbiamo voluto risuscitare questi non lieti ricordi per muoverne rimprovero attuale ai due ministri finanziari. Speriamo anzi che l’esperienza non lodevole del passato giovi a rendere l’opera futura vantaggiosa e sanamente ricostruttiva. E l’opera buona, se verrà, loderemo senza riserve e con calore.

 

 

Torna su