Ricordo di Benvenuto Griziotti

Tratto da:

Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Ricordo di Benvenuto Griziotti

«Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze», 1956, pp. 339-340

 

 

 

Conobbi Benvenuto Griziotti ad occasione della lezione di libera docenza che egli tenne a Torino. Fin d’allora aveva quel breve intoppo nella voce, che gli vidi sino alla fine e derivava dalla consuetudine di pensare mentre discorreva. Pareva che ad ogni volta volesse confermare a se stesso che la opinione da lui esposta, sempre lungamente meditata, era la buona e meritava di essere accettata dagli uditori. L’ultima volta che lo vidi ad una seduta dei Lincei, il viso pallido e quasi bianco mi fece impressione; ma anche allora, come durante tutta la sua operosissima vita scientifica, la presentazione di un libro era per lui soltanto l’occasione colta per sostenere una tesi a lui cara. Non il libro, o il saggio, non l’allievo erano oggetto del suo interessamento o del suo patrocinio; ma l’idea contenuta nel libro o discussa dall’allievo.

 

 

Creò un Istituto di finanza nella sua università di Pavia e fondò una rivista per aver modo di applicare un metodo di ricerca, di addestrare giovani e collaboratori a studiare ed a scrivere in un certo modo e secondo un certo indirizzo. Quale sia l’indirizzo e quale il metodo sarà detto, appropriatamente e degnamente, da coloro, i quali presero parte alla sua fatica e contribuirono alla nascita ed all’incremento della sua scuola. Qui dico soltanto che egli riuscì in un’impresa che nessun altro tra cultori della scienza finanziaria aveva tentato. Gli altri, a cominciare dal De Viti, dal Mazzola, dal Pantaleoni, dal Graziani, dal Ricca Salerno, da me, dal Borgatta, dal Fasiani, non amavano il lavoro di gruppo, non distribuivano gli argomenti di ricerca in modo che la trattazione compiuta da parecchi ricercatori conducesse, usando i medesimi metodi rigorosi di vicendevole critica, ad un comune risultato. Gli economisti ed i teorici della finanza erano e forse sono ancora studiosi isolati. Si affaticano attorno ad un problema, se e finché li interessa; finito l’interesse, se ne dimenticano e passano ad altro.

 

 

La diversità della formazione mentale e del modo di pensare, fa dire, ad apertura di pagina, che la tal pagina sulla traslazione delle imposte è scritta dal De Viti, o dal Pantaleoni o dal Barone o dal Fasiani; mancando però il temperamento apostolico, non si osserva continuità nei problemi, nel modo di trattarli, nei punti di vista. Griziotti partiva da un’idea, che io non mi attenterò ad esporre perché dovrei rifarmi ad un processo di pensiero durato decenni, rivedere attentamente testi del maestro e dei discepoli. Dirò soltanto che la situazione nella quale si trovava la scienza delle finanze negli anni nei quali egli cominciò il suo apostolato – ma era un mirabile apostolato scientifico – non lo soddisfaceva. Gli economisti prevalevano di gran lunga; e le loro indagini erano prevalentemente economiche e non di rado di economia pura.

 

 

Griziotti ritenne che l’indirizzo fosse errato; e che le norme teoriche dovevano essere tratte dalla loro materia che sono le leggi finanziarie, la volontà del legislatore, l’opinione ritenuta equa dalle correnti di pensiero politico, giuridico, economico, sociale prevalenti, ad esempio, nell’assetto sociale odierno e tale da segnare l’ideale, verso il quale tendono i sistemi tributari. Il ragionamento economico, che egli sapeva condurre, quando vi intendeva, dirittamente, non era quindi il solo ad informare le sue costruzioni e le sue conclusioni. Era uno dei tanti; e doveva cedere il passo ad altri tipi di considerazioni politiche o morali o storiche che a lui sembrassero più rilevanti. Dallo studio della materia medesima delle leggi tributarie egli trasse teoremi e corollari, che non tutti reputarono accettabili. Forse anche qualcuno dei suoi allievi gli dovette dare qualche segreta inquietudine, allontanandosi in questo o in quel punto o nel metodo della discussione da qualche suo prediletto teorema o corollario. Ma ciò dimostra la fecondità del suo insegnamento.

 

 

Il Griziotti educò scolari al rigore nella ricerca condotta indipendentemente. Se teoremi e corollari degli scolari non sono perciò sempre collegati con quelli del maestro; se non sempre i lavoratori della scuola danno ai varii fattori economici, politici, amministrativi del problema studiato un peso identico a quello che sarebbe stato preferito da lui, non è questa la prova più alta del valore del suo insegnamento? Quale più sapido frutto dell’opera sua poteva desiderare chi la vita consacrò alla scuola ed alla ricerca della verità?

Torna su