Ridurre gli attriti

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 30/12/1944

Ridurre gli attriti

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 30 dicembre 1944

 

 

 

Se si vuole che le leggi d’imposta siano rigorosamente osservate, bisogna ridurre al minimo la superficie d’attrito fra contribuenti e finanza. Al luogo del terrore, del carcere, che si devono applicare solo quando il reato è certo, far agire l’interesse a creare il reddito in più, il reddito che non c’era e che per qualche anno sarà esente dall’imposta e far agire altresì l’interesse a pagare di meno.

 

 

Vedo che in Svizzera si sta applicando l’imposta anticipata, che in Italia era stata proposta fin dal 1917 nel progetto di riforma tributaria intitolata all’on. Meda. Anche questa è idea semplice e feconda. Esiste in un paese l’imposta progressiva sul reddito che per i redditi massimi giunge al 25 od al 50 per cento? Il pericolo evidente è che i contribuenti non dichiarino i redditi provenienti da titoli al portatore, di stato e privati, da conti correnti e depositi in banca ed in casse di risparmio protette dal segreto bancario. Gli altri redditi visibili non possono essere nascosti, questi si.

 

 

Gli agitati ed i demagoghi hanno il rimedio: i titoli al portatore siano aboliti. Ma poi arretrano dinnanzi al danno per lo Stato di rendere obbligatoria la nominatività dei titoli di debito pubblico e così esentano i due terzi almeno dei titoli esistenti dall’obbligo della iscrizione al nome e privano la riforma di ogni efficacia pratica. La nominatività delle azioni delle società anonime è cosa degna di discussione; ma per motivi che non hanno niente a che fare con la ragion fiscale.

 

 

Rispetto all’imposta, il metodo di indurre i contribuenti a denunciare tutto il loro reddito esiste ed è semplicissimo: il reddito dei titoli al portatore, e per semplicità direi di tutti i titoli, pubblici e privati, dei conti correnti in banca, dei depositi a risparmio e simili siano tassati coll’aliquota massima, 25 ovvero 50 ed, eventualmente, 70 o più per cento, presso chi paga il reddito.

 

 

Lo Stato, i comuni, gli enti, le banche, le società all’atto di pagare od accreditare l’interesse o dividendo, trattengano, come qui in Svizzera, il 25 per cento, ossia il massimo che il contribuente dovrebbe pagare se fosse colui che sta sulla cima della scala dei redditi esistenti in paese. Chi è multimilionario starà zitto, ché altrimenti egli dovrebbe pur pagare il 25 per cento. Chi sta al disotto, si farà vivo.

 

 

Dimostrerà di avere denunciato i titoli o si affretterà a denunciarli, perché il suo reddito complessivo è minore del massimo, ed egli deve pagare solo il 20 od il 10 od il 5 o l’1 per cento o fors’anco, per essere il suo reddito inferiore al minimo tassato, egli è esente dall’imposta.

 

 

Riempiendo qualche modulo, egli otterrà il rimborso della differenza fra il 25 per cento che gli è stato trattenuto e la cifra minore o nulla che deve secondo legge, pagare.

 

 

Non vale cento volte meglio fare agire la molla dell’interesse ad essere rimborsato, piuttosto che quella della paura di essere scoperto e punito in caso di mancata denunzia?

 

 

Il contravventore spera sempre di non essere scoperto; ma ha sempre interesse a farsi rimborsare l’indebito pagato in più. Se poi qualcuno, non multimilionario né figlio di multimilionario (in franchi svizzeri), sta zitto e non chiede il rimborso, vorrà dire che egli ha qualche buona ragione personale per non denunciare. Si può avere timore ragionevole di fare sapere i fatti propri anche alla finanza, non perché si tratti della finanza, ma perché di bocca in bocca, di carta in carta, le cose possono venire all’orecchio di parenti, di amici, di rivali, a cui si desiderano tenere nascoste.

 

 

Che cosa vi è da obbiettare a colui il quale si rassegna a pagare il 25 invece del 3 per cento allo Stato pur di non far sapere i fatti proprii? Nulla fuorché augurargli amici, parenti e rivali meno preoccupanti.

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