Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Riduzione temporanea o permanente del dazio sul frumento?

«La Stampa», 7 novembre 1898

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 98-101

 

Quattro mesi fa su queste stesse colonne noi deploravamo l’inconsulta deliberazione del governo e del potere legislativo di ritornare all’antico dazio sul frumento di lire 7,50 al quintale. I fatti ci hanno dato ragione, e forse mentre scriviamo sarà già stato approvato il decreto che riduce il dazio a lire 5 al quintale. Noi non sappiamo però se la riduzione sarà definitiva o temporanea, e nell’incertezza crediamo opportuno esprimere al riguardo con franchezza il nostro parere. La riduzione temporanea del dazio da lire 7,50 a lire 5 non può apportare alcun beneficio. In sostanza l’espediente si riduce ad una imitazione di cattivo genere dell’antica scala mobile, con questa sola differenza che mentre sotto il regime della scala mobile il dazio variava automaticamente per legge a norma delle variazioni nel prezzo del grano, sotto il regime delle riduzioni temporanee il dazio varia a seconda dei mutabili criteri degli uomini di governo, o meglio secondoché i governanti ritengono più o meno opportuno calmare le agitazioni della piazza o le proteste irate della gente che ha fame. Amendue i sistemi sono perniciosi perché non raggiungono e non possono raggiungere il loro scopo.

 

 

La scala mobile cadde mezzo secolo fa sotto la riprovazione generale di tutti gli uomini di stato e di scienza; i quali si persuasero che essa era un’arma potentissima nelle mani della speculazione, per guadagnare somme ingenti a danno dello stato che non incassava i dazi sperati, e dei consumatori, che pagavano il pane a caro prezzo. La speculazione comprava all’estero quando il prezzo era basso ed i dazi alti; poi, con abili manovre con compre allo scoperto, faceva aumentare i corsi all’interno e diminuire i dazi, introducendo il grano in franchigia e vendendolo ai prezzi alti da essa creati od aspettando che i corsi fossero naturalmente aumentati, per disfarsene a buone condizioni.

 

 

Le manovre che una volta si facevano su piccola scala si effettuerebbero ora su un campo vastissimo, e contro la potenza internazionale dei finanzieri si spunterebbero le armi del governo e sarebbero vane le grida dei consumatori.

 

 

Le riduzioni temporanee dei dazi peggiorano le cattive conseguenze della scala mobile. La speculazione sa che la riduzione non durerà oltre ad un certo limite, e si affretta ad introdurre rilevanti quantità di frumento a dazio ridotto od in franchigia. È quanto avvenne nella primavera e nell’estate scorsi. Ma il grano così introdotto non viene consumato. Gli speculatori lo detengono (ed in questo non fanno se non seguire il loro interesse individuale e compiono opera lecita e per nulla biasimevole) nella speranza che il prezzo aumenterà quando i dazi saranno ripristinati al loro antico livello. I magazzini del porto di Genova rigurgitavano di grano introdotto per usufruire dei prezzi alti che si speravano nell’entrante campagna. La conseguenza si è che i prezzi non scendono in proporzione della riduzione del dazio, e che stato e consumatori rimangono entrambi danneggiati.

 

 

Si aggiunga che in pochi mesi (quanti dura la riduzione temporanea) non si crea una completa organizzazione del traffico di importazione del frumento; occorrono capitali, navi, ecc., e per quanto sia grande la mobilità del capitale oggigiorno, pure non è inesatto affermare che le compagnie di trasporto e gli importatori antichi non veggono subito sorgere nuovi concorrenti e godono di un vero monopolio.

 

 

È naturale che essi si servano del monopolio per aumentare i proprii guadagni. Quando, infatti, al principio dell’anno giunse a Buenos Aires la notizia che il nostro governo aveva ridotto il dazio di lire 2,50, subito i noli aumentarono di lire 1,50 al quintale, ed il prezzo chiesto dai proprietari del grano crebbe di una lira; dimodoché la rinuncia di una cospicua entrata da parte del governo non giovò ai consumatori italiani, ma valse ad accrescere i profitti delle compagnie di navigazione e delle grandi case esportatrici dell’Argentina.

 

 

Se la riduzione invece fosse stata definitiva, nuove imprese si sarebbero trovate incoraggiate ad intraprendere il trasporto ed il traffico del frumento in vista delle accresciute correnti di traffico e dei guadagni ottenuti dalle case esistenti, e la concorrenza avrebbe, dopo un periodo intermedio più o meno lungo, condotto al livello antico dei noli e dei profitti intermediari.

 

 

Dunque, se si ha in animo di operare una riduzione del dazio del frumento, la riduzione deve essere definitiva e non temporanea. Nulla, del resto, di più dannoso dell’incertezza continua sull’ammontare e sulla stabilità del dazio. Le industrie (e l’agricoltura se vuol vivere deve diventare una industria come tutte le altre), devono poter fare i loro conti anticipatamente; all’industriale preme conoscere la cifra precisa del dazio per potere adattare su questa i coefficienti della fabbricazione.

 

 

L’agricoltore deve anzi poter calcolare almeno per quattro o cinque anni gli elementi del suo costo, perché le rotazioni moderne agrarie tendono a diventare sempre più complesse e lunghe. E l’unica prospettiva che onestamente si possa mettere oggi dinanzi alla mente dell’agricoltore italiano si è la riduzione del dazio certa, definitiva e progressivamente intesa all’abolizione completa del dazio sul frumento.

 

 

Quando gli agricoltori sapranno, ad esempio, che il 15 novembre 1898 il dazio verrà ridotto a lire 5, che a novembre del 1899 sarà portato a lire 3 e definitivamente abolito nel novembre 1900 o 1901, essi cercheranno di fare ciò che non hanno mai fatto, salvo poche onorevoli eccezioni nell’Emilia, nella Lombardia e nel Friuli, durante i lunghi anni di protezione doganale: ridurre il costo di produzione intensificando la produzione, adoperando macchine perfezionate, concimi chimici, sementi selezionate, ecc. L’esperienza di alcune regioni d’Italia dimostra che è possibile elevare la produzione del grano a 20, 25 ed anche 30 ettolitri per ettaro nei terreni favorevoli, a prezzo di concorrenza coll’estero. Se anche alcuni terreni dovranno essere sottratti alla cultura del grano, non sarà giunta l’ora della rovina per la nostra agricoltura; gli italiani sono troppo intelligenti per non scoprire altre culture più rimuneratrici di quella del frumento.

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