Riduzione temporanea o permanente del dazio sul grano? La tendenza permanente dei mercati granari

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 30/03/1909

Riduzione temporanea o permanente del dazio sul grano? La tendenza permanente dei mercati granari

«Corriere della sera», 30 marzo 1909

 

 

 

L’aumento nel prezzo del grano, di cui si esposero già su queste colonne le ultime vicende, non e` un fenomeno nuovissimo, dovuto a circostanze passeggere, mutabili da un anno all’altro. Chi lo considerasse da questo punto di vista e supponesse perciò bastevoli provvedimenti temporanei, dimostrerebbe di non tenere conto dell’andamento normale dei prezzi e di quelle che sono veramente le tendenze fondamentali dei mercati granari. Ho voluto compilare, per chiarire il problema, un breve specchietto in cui fossero indicati i prezzi del grano nell’ultimo terzo di secolo su un grande mercato di esportazione e sul nostro mercato interno di consumo. Il mercato di esportazione scelto fu quello degli Stati Uniti, il quale, benché non provveda in modo preponderante ai nostri bisogni, ha esercitato finora, dal 1870 in poi, una marcatissima influenza nella determinazione dei prezzi mondiali del grano. Si può dire che gli Stati Uniti siano i grandi regolatori del prezzo; e di là vennero le ondate del rialzo o del ribasso che a volta a volta rallegrarono, intimorirono, a seconda dei propri interessi, i produttori ed i consumatori della vecchia Europa. I prezzi sono desunti dall’Annuario del Ministero americano dell’agricoltura e sono i prezzi medi ottenuti dagli agricoltori durante l’anno sul luogo di produzione. Per comodità di raffronto furono tradotti da cents per bushels in lire italiane per quintale. I prezzi italiani sono pure ricavati da fonti ufficiali, ossia dall’Annuario statistico ultimo, il quale dà fino al 1906 i prezzi medi sui principali mercati del regno, non tenuto conto del dazio consumo, che è variabile da città a città, ma compresi naturalmente l’effetto del dazio doganale pagabile alla frontiera, il quale fa rialzare i prezzi interni tanto del grano estero come di quello nazionale.

 

 

Per far spiccare l’andamento generale dei prezzi ho riassunto le medie per quinquenni, indicando a parte il prezzo del 1894, che fu l’anno di prezzo minimo sui mercati internazionali, ed aggiungendo i prezzi medi del 1906 e 1906-907, ricavati dalle medesime statistiche ed i prezzi a fine 1908, desunti dalle mercuriali dei giornali per Chicago e le principali città italiane.

 

 

 

Prezzo medio nelle fattorie americane

Prezzo medio sui mercati italiani

Differenza

1871-75

19.16

33.38

14.22

1876-80

18.22

32.21

13.99

1881-85

16.59

24.30

7.71

1886-90

14.42

22.64

8.22

1891-95

11.30

22.32

11.02

[1894]

[9.24]

[19.22]

[9.98]

1896-900

12.50

25.35

12.85

1901-905

13.64

25.12

11.48

1906

-.-

25.15

-.-

1907

14.50

-.-

-.-

fine 1908

19.58

30.25

10.67

 

 

La differenza tra i prezzi italiani e quelli nord-americani era nei primi anni del periodo considerato assai elevata per l’alto costo del trasporti, i rischi del commercio e della navigazione, i guadagni più forti del commercio e per tutte quelle altre circostanze che un tempo ostacolavano, assai più d’ora, le comunicazioni tra paese e paese ed impedivano ai prezzi di diventare uguali sui diversi mercati. Ma già verso il 1880 questi elementi tendevano ad attenuarsi col progredire della tecnica dei trasporti e dell’organizzazione commerciale, sicché in media nel 1881-85 la differenza erasi ridotta a L. 7.71 per quintale, da cui dovevasi dedurre solo L. 1.40 di dazio doganale sul grano. Negli anni successivi la differenza torna a crescere; ma cresce sovratutto perché il dazio sul grano viene aumentato il 21 aprile 1887 a L. 3, il 10 febbraio 1888 a L. 5, il 21 febbraio 1891 a L. 7, ed il 10 dicembre 1894 a L. 7.50, cifra a cui rimase fermo, salvo la breve sospensione del 1898. Se facciamo astrazione dall’influenza del dazio si può dire che la differenza fra il prezzo realizzato dagli agricoltori degli Stati Uniti ed il prezzo italiano sia ridotta a 3-4 lire per quintale. Mirabili effetti delle ferrovie, della navigazione a vapore, dell’organizzazione commerciale e delle Borse dei prodotti!

 

 

* * *

 

 

L’andamento dei prezzi meglio si vede se noi traduciamo i prezzi in lire per quintale in numeri indici. Se noi supponiamo che il prezzo medio del quinquennio 1891-1895, che fu il quinquennio di prezzi minimi, sia uguale a 100, allora i prezzi medi degli altri quinquenni, espressi pure in centesimi, saranno i seguenti:

 

 

 

Numero nelle fattorie americane

indice del prezzo sui mercati italiani

1871-75

169

149

1876-80

161

144

1881-85

146

108

1886-90

127

101

1891-95

100

100

[1894]

[81]

[86]

1896-900

110

113

1901-905

120

112

[fine dicembre 1908]

173

135

 

 

L’andamento, grosso modo, è l’identico nei due paesi, esportatore ed importatore. Gli anni dopo il 1871 si scindono in due periodi nettamente distinti: l’uno di ribasso, dal 1874 al 1895, in cui i prezzi medi per quinquennio ribassano all’origine da 169 a 100 ed all’arrivo da 149 a 100, con due minimi assoluti nell’anno 1894 di 81 ed 86; e l’altro dal 1896 ad oggi, che è di rialzo lento, ma continuo, da 100 a 120 all’origine e da 100 a 112 all’arrivo, se ci fermiamo al quinquennio 1901-1905, e sino a 173 e 135 se giungiamo sino alla fine del 1908. Il contrasto non potrebbe essere più spiccato, per cui pare giustificata la conclusione che il mercato tenda a ritornare e in modo stabile ai prezzi di un trentennio fa, che parevano ed erano elevatissimi. Tanto elevati che, secondo si legge in un dotto e poderoso recentissimo libro dell’avv. Salvatore Pugliese (Due secoli di vita agricola – Torino, Bocca, 1908), i prezzi del grano del periodo 1871-1880 non furono in Piemonte uguagliati, dal 1700 in qua, salvo che nel 1811-20 e superati unicamente nel 1794-802, anni questi ultimi di carestia, guerre, carta deprezzatissima ed altri gravi malanni, tali quindi da non poter permettere raffronti corretti.

 

 

* * *

 

 

La diversa orientazione del mercato granario nei due periodi indicati ha avuto effetti spiccatissimi sulle previsioni e sugli ammonimenti dei libri d’allora e d’adesso. Io ho sott’occhio un libro che Egisto Rossi aveva scritto nel 1884 col titolo Gli Stati Uniti e la concorrenza americana dopo compiuta una diligente indagine nel Nord-America per incarico del compianto senatore Alessandro Rossi. Erano tempi in cui gli agricoltori italiani assistevano, stupefatti e tremebondi, alla crescente importazione di grani stranieri, e vedevano cominciare e vieppiù accentuarsi il declinar rovinoso dei prezzi. Il senatore Alessandro Rossi s’era fatto paladino dei dazi protettori della cerealicultura ed aveva inviato Egisto Rossi agli Stati Uniti. A leggere il libro che era venuto fuori dall’inchiesta amplissima e diligentissima, gli agricoltori italiani erano rimasti trasecolati.

 

 

Amplissime distese di terreno su cui si distendevano a perdita d’occhio le bowenza farms, dove il grano si produceva a costi bassissimi, perfino di lire 4.25 il quintale, in quantità crescenti con rapidità spaventosa: nei dieci Stati del wheat-belt l’aumento era stato del 40.69 per cento dal 1860 al 1870, del 134.78 per cento dal 1870 al 1880. Il Minnesota, il Kansas ed il Nebraska avevano aumentato il proprio raccolto nel primo di questi decenni del 368, 265 e 393%, e nel secondo del 114, 460 e 924% rispettivamente. Malgrado tali favolosi aumenti, l’avvenire riserbava sorprese ancor più grandi: nel Minnesota erano appena coltivati 3.044.670 acri su 53.353.000, nel Kansas 1.861.402 su 52.531.200 acri e nel Nebraska 1.469.865 su 49.187.200. «Ben lungi dall’avere raggiunto il suo apogeo, la produzione degli Stati Uniti – affermava il Rossi – è appena entrata nel suo primo stadio e nessuno può prevedere quale immensa parabola ascendente è destinata ancora a percorrere. Verrà pure il giorno in cui anche la zona frumentaria degli americani sarà stanca di produrre naturalmente, ma quel giorno è così lontano che non mette conto di parlarne adesso».

 

 

Come oggi quelle sicure affermazioni ci paiono lontane del vero! Dieci anni fa, quando il prezzo del grano aveva già fatto una punta ammonitrice all’insù, uno scienziato inglese di gran fama, Sir William Crookes, predisse che verso il 1930 il mondo avrebbe di nuovo saputo gli orrori delle carestie. Era una profezia eccessiva, perché ingigantiva il fatto dell’aumento dei popoli e non teneva sufficiente conto dei progressi agricoli e dell’estensione delle culture. Ma era un profezia errata solo perché esagerava le conseguenze di una tendenza vera. Alla distanza di 25 anni dal libro di Egisto Rossi, un americano il signor. P. T. Dondlinger, in un libro tutto dedicato al grano (The Book of Wheat, New York, 1908), così riassume le sue indagini sul mercato granario del suo paese: «Coll’aumento della popolazione e del consumo locale, l’esportazione all’estero del grano diminuirà grandemente ed il grano americano sarà un fattore di importanza vieppiù decrescente sul mercato internazionale granario».

 

 

* * *

 

 

L’affermazione del Dondlinger non potrebbe essere più esatta. Sui dati offerti dai due ultimi annuari del Ministero dell’agricoltura degli Stati Uniti, che vanno dal 1900 al 1906, ho voluto calcolare come fosse mutata la posizione rispettiva dei paesi esportatori nel quadriennio 1903-906 in confronto al triennio precedente 1900-902. Ecco i risultati del calcolo in quantità assolute esportate in media ogni anno ed in cifre relative:

 

 

 

Medie del triennio

1900-902

Milioni di bushels %

Medie del quadriennio 1903-906

Milioni di bushels %

Stati Uniti

217.9

41.7

102.3

16.6

Canada

28.5

5.4

34.1

5.5

Russia

91.9

17.5

162.8

26.5

Rumenia

28.2

5.3

47.3

7.7

Argentina

45.3

8.6

89.3

14.5

Australia

16.8

3.2

27.9

4.5

India britannica

12.7

2.4

50.9

8.2

Paesi diversi

81.3

15.5

98.5

16.5

Totale esportaz.

522.6

100

613.1

100

 

 

Gli Stati Uniti che vendevano ancora nei primi anni del secolo ventesimo il 41.7% della quantità esportata in tutto il mondo dai paesi che producevano al di là del proprio consumo verso i paesi la cui produzione non bastava invece al consumo interno, ora caduti al secondo posto e tutto lascia credere che ben presto saranno sopravanzati non solo dalla Russia, ma anche dall’Argentina e che fra non molto non si sentirà più parlare degli Stati Uniti come di un paese esportatore di grano. I consumatori dell’Europa, – poiché sono essi che consumano il 95% del grano sovrabbondante ai paesi esportatori – hanno dovuto rivolgersi alla Russia, alla Rumenia, all’Argentina, al Canadà, all’India, all’Australia per soddisfare ai propri bisogni crescenti di grano. I territori da colonizzare e da coltivare a grano sono in verità sterminati; sicché non vi è motivo affatto di essere preoccupati per una ipotetica futura carestia. Ma – e qui sta tutto il problema – questi territori immensi sono bensì coltivabili a grano, ma a costi crescenti. Sono terreni via via più freddi, meno fertili, più lontani dai centri di consumo che occorre coltivare. Non vi è dappertutto in essi quella popolazione energica, attiva, pronta ad applicare i più moderni congegni meccanici che aveva rese possibili le meraviglie del Far-West americano, col grano prodotto al costo di lire 4.25 per quintale. Ed è noto che, per una legge economica sicura, non sono i costi di produzione dei terreni più fertili del mondo che determinano i prezzi. Se adesso occorrono a soddisfare il consumo di grano nel mondo 900 milioni di quintali all’anno, non importa che i primi 100 milioni si possano ottenere al costo di 5 lire per quintale sui terreni più fertili ed il secondo centinaio al costo di 7 lire. Questi costi così bassi non hanno influenza sui prezzi.

 

 

Sono gli ultimi 100 quintali i quali si producono ad un costo più elevato, per esempio di 25 lire per quintale, portati sui mercati di consumo, che determinano il prezzo. Se al prezzo di 25 lire il consumo è pronto ad assorbire tutti i 900 milioni di quintali di grano, questi si venderanno a non meno di 25 lire per quintale. Disgraziatamente o fortunatamente il numero dei consumatori di grano va crescendo di continuo e non solo per il sovrappiù dei nati sui morti. Le grandi masse umane dell’Asia non mangiano grano; in Russia ed in Germania l’uso della segale è ancor predominante.

 

 

Ma il progresso della civiltà e della ricchezza è accompagnato sempre da un aumento nel consumo del grano. Cosicché, sebbene cresca la produzione granaria, aumenta di pari passo il consumo; e poiché la produzione del grano non aumenta, malgrado i concimi chimici, malgrado le macchine, le ferrovie, le linee di navigazione, se non estendendo la coltivazione a terreni più costosi a lavorare, così si spiega come i prezzi abbiano, dopo la temporanea crisi culminata nel 1894, ripreso la via dell’aumento. Il che non vuol dire che l’aumento debba essere eterno ed indefinito. Sarebbe assurdo voler segnare dei confini all’attività inventiva dell’uomo, il quale potrà trovare in futuro nuovi mezzi di produrre cereali od alimenti a costi bassissimi. Ma, ora e finché le condizioni attuali non mutino, la tendenza dei prezzi del grano è nelle grandi linee al sostegno ed all’aumento. E si comprende perciò come quegli stessi agricoltori, che verso il 1880 fieramente si agitavano contro la minacciosa concorrenza transatlantica e invocavano ed ottenevano il rialzo del dazio sul grano da L. 1.40 a L. 7.50 al quintale, oggi riconoscano la necessità di una riduzione e magari la invochino. Senonché essi, ritenendo trattarsi di un fenomeno passeggero come quello del 1898, vogliono una riduzione soltanto temporanea del dazio. È un errore di prospettiva. I prezzi della primavera del 1898 e del 1909 sono, è vero, eccezionali; ma al di là di questi due massimi, di queste vette altissime nella curva dei prezzi, è d’uopo vedere l’andamento continuo della curva. E poiché l’andamento generale è verso il rialzo, è doveroso affrontare il problema in tutta la sua interezza e volere una riduzione graduale e permanente del dazio sul grano.

 

 

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