Riflessioni in disordine sulle crisi

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/01/1931

Riflessioni in disordine sulle crisi

«La Riforma Sociale», gennaio-febbraio 1931, pp. 20-45

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 219-246

 

 

 

1. – Ho l’impressione che gli economisti attraversino un momento buono. Da quando siamo in crisi, essi si sentono rivolgere la domanda: quando finirà? e si vorrebbero prognostici, assicurazioni, rimedi. Vi sono taluni, sovrattutto oltre mare, che hanno profittato del momento ed hanno impiantato o meglio lanciato bottega di profezie; e vendono con successo barometri economico statistici, strumenti di misurazione dell’avvicinarsi od allontanarsi del bel tempo. Tra costoro, vi sono uomini insigni forniti di onestà scientifica ed aiutati da calcolatori esperti; ma le loro previsioni, che sono le sole serie, sono straordinariamente caute e fanno dire al pubblico che la scienza economica ha fatto fallimento e non serve a nulla. Gli ascoltatori, avidi di certezza, si attaccano ai mestieranti.

 

 

Non ho bottega di barometri; ed, essendo solo, non ho mezzi ed aiuti per far calcoli e fabbricare indici e curve. Leggo ed ammiro i prodotti, talvolta elaboratissimi, della fatica altrui. Vorrei soltanto, in questi pochi appunti, comunicare – non agli economisti professionali, i quali sanno ricorrere alle fonti prime, ben più ricche ed informative e profonde – ma al pubblico dei non tecnici, di coloro che vivono in quella che si chiama la vita pratica, alcune riflessioni randagie sulla crisi. Semplici punti d’orientamento; quasi un dizionario ragionato dei significati od aspetti principali che può prendere la crisi.

 

 

2. – A differenza del vocabolarista, non disporrò però i significati od aspetti della crisi in ordine alfabetico. Ciò equivarrebbe a dire che non esista un ordine nel mondo economico od, almeno, un ordine nella testa di chi lo contempla e vorrebbe analizzarlo. Un ordine qualunque fa d’uopo, necessariamente, metterlo nelle proprie idee: non si vuole con ciò dire che le idee esposte prima siano più importanti di quelle esposte dopo. Basti constatare che esse certamente differiscono le una dalle altre.

 

 

3. – Poiché solitamente, narrando la storia, si comincia dalle classificazioni per epoche, dai grandi avvenimenti secolari per procedere poi alla cronaca minuta quotidiana, comincierò anch’io col dire che la crisi economica presente ha qualche aspetto che la farebbe entrare nel quadro di quelli che sono chiamati «cicli secolari».

 

 

4. – Come impedire alla mente di riandare alle note curve classiche dei prezzi di Jevons e di Sauerbeck che, principiando dal 1780 ci portano sino ai giorni nostri? Dall’indice generale 125 nel 1780 saliamo a circa 200 verso il 1808 per calare di nuovo ad 80 verso il 1850, toccare il 110 verso il 1873, ridiscendere quasi a 60 nel 1896, ed arrampicarsi, attraverso ad un 85 nel 1914, ad oltre 250 nel 1920, per scendere giù giù verso il 100 nel momento presente. Tre punte massime: 200 nel 1808, 110 nel 1873 e 250 nel 1920; quattro minimi: 125 nel 1780, 80 nel 1850, 60 nel 1896 e 100 (minimo?) oggi. Due tra le punte massime, quella del 1808 e l’altra del 1920, poste in mezzo o subito dopo una grande guerra, a tipo davvero secolare; ma la seconda certamente e probabilmente anche la prima esacerbatrici di un’altra punta di minore altezza che si sarebbe verificata ugualmente. Dal 1896 al 1914 i prezzi tendevano a salire, così come erano discesi dal 1873 al 1896; la guerra prolungò e rese ripidissima quella tendenza preesistente. Ambe le grandi guerre secolari acutizzarono un processo preesistente attraverso un noto meccanismo: incremento dei mezzi monetari di pagamento (assegnati e biglietti a corso forzoso) e probabile diminuzione dei beni e servigi da scambiare. Se noi facciamo astrazione da questi fattori spettacolosi di variazione, se per così dire togliamo dalle punte di 200 nel 1808 e di 250 nel 1920 la parte dovuta all’influenza monetaria della guerra (dicasi x ed y), noi probabilmente troviamo ancora un residuo, il quale ci fa dividere il secolo XIX ed il primo trentennio del secolo XX in questi periodi:

 

 

I. periodo: di discesa dei prezzi: da 200 – x nel 1808 a 80 nel 1050;

II. periodo: di ascesa dei prezzi: da 80 nel 1850 a 110 nel 1873;

III. periodo: di discesa dei prezzi: da 110 nel 1873 a 60 nel 1896;

IV. periodo: di ascesa dei prezzi: da 60 nel 1896 a 250 – y nel 1920;

V. periodo: di discesa dei prezzi: da 250 – y nel 1920 a 100 (minimo?) oggi.

 

 

5. – Sui primi tre periodi c’è tutta una letteratura. A tanta distanza di tempo e fuori delle polemiche talvolta astiose del tempo, è difficile sottrarsi all’impressione che il mondo sia stato allora condotto alla prosperità nei tempi di ascesa e sia stato travagliato dalla depressione nei tempi di discesa dei prezzi da forze cieche ed arcane, su cui l’uomo non ha avuto, non ha potuto o non ha saputo aver presa. Non fu forse caso o fatalità che nella prima metà del secolo XIX non si scoprissero miniere importanti d’oro o d’argento o nuovi metodi economici di estrarre e lavorare minerali preziosi e che perciò la velocità di incremento della massa monetaria esistente nel mondo – e tengasi pure conto della soprastruttura cartacea retta successivamente dalla moneta metallica – seguisse a stento la velocità d’incremento della massa dei beni e servigi da scambiare? E non fu perciò casuale e fatale che, attraverso ad oscillazioni e riprese e ricadute dovute alla interferenza di tanti altri fattori, i prezzi cadessero ai minimi verso la metà del secolo XIX? Fu forse qualcosa di diverso dal caso o dal fato a fare scoprire nello stesso anno 1848 le miniere d’oro dell’Australia e della California; gran fatto che parve miracoloso agli uomini del tempo, che popolò il continente nuovissimo e raddoppiò gli Stati Uniti e fu l’inizio di un flusso crescente di oro il quale crebbe via via la massa monetaria e specie dopo il 1860 spinse i prezzi all’insù, fino ai massimi del 1873? Poi le miniere d’oro si esauriscono. Ad una ad una le nazioni occidentali abbandonano o accantonano a compiti minori l’argento. La massa monetaria ricomincia a crescere con ritmo lento, più lento del ritmo d’ascesa della produzione. Ricomincierà la discesa dei prezzi. Gli uomini della mia età, nati intorno agli anni di punta massima dei prezzi, ricordano di aver cominciato a studiare cose economiche quando tra il 1890 e il 1900 dappertutto si parlava di depressione. Tutto calava: i prezzi di merci, di derrate, di terreni, di case. Calava anche il saggio di interesse, sicché un economista di grido aveva profetizzato la soluzione automatica della questione sociale per il giorno in cui il saggio d’interesse fosse disceso a zero ed i capitalisti fossero per forza divenuti dei filantropi. Anche allora, sovrattutto verso il 1894-1896, quando sulle banchine del porto di Genova il frumento, schiavo di dazio, si vendeva a 12 lire il quintale, si faceva un gran discorrere delle cause della crisi, e questa si chiamava depressione, perché pareva non dovesse aver fine. In Inghilterra si conducevano inchieste, divenute classiche tra gli economisti.

 

 

Ad un tratto, la tendenza si rivolta. In un paese deserto dell’Africa meridionale, nel Witwatersland transvaaliano, un pastore trova una pepita d’oro. La voce si diffonde. Turbe di cercatori si precipitano nel novello Eldorado e sorge una grande industria mineraria, la quale ricomincia a inondare il mondo d’oro. Come sottrarsi all’impressione che il rivoltamento della tendenza dei prezzi dopo il 1896, che la salvezza dalla lunga depressione ventennale sia dovuta a S.M. il Caso o Fato, largitore al mondo del più esteso, duraturo e fecondo territorio aurifero mai scoperto?

 

 

Da qualche tempo anche il Transvaal dà segni manifesti di stasi, se non di esaurimento. Le aggiunte che le miniere d’oro forniscono allo stock monetario del mondo non tengono testa all’incremento della produzione. I prezzi dal 1920 in poi, attraverso a momentanee punte, hanno una manifesta tendenza a diminuire. Di nuovo si parla di depressione. La curva della depressione non sarà volta costantemente all’ingiù. Cominciata nel 1920, ebbe già una interruzione fra il 1924 e il 1929, sicché per il momento si ebbe l’illusione di avere superato il capo delle tempeste. La nuova caduta del 1929 ci ha già portati a livelli di prezzi vicinissimi a quelli dell’anteguerra. È possibile, anzi probabile che si abbia più o meno presto una seconda ripresa. Se tuttavia nulla di nuovo interviene, dopo una sosta la caduta ricomincierà.

 

 

Dove ci arresteremo? Nel 1848 fummo salvati dalle scoperte aurifere della California, dell’Australia, nel 1896 da quella del Transvaal, ossia dal Caso. Siamo noi stavolta sicuri dell’avvento del Salvatore? Quando verrà ? Dopo 23 anni dalla punta dei prezzi (1920), ossia nel 1943? Sarebbe la ripetizione del Transvaal. O dopo 40 anni (1808-1848), come fu all’epoca dell’Australia o della California? Chiaramente questi prognostici non hanno nessun valore. Può darsi che il Caso venga in nostro aiuto domani stesso o fra un secolo o mai.

 

 

6. – Posto il problema in tal modo, è evidente che oggi gli uomini si debbano sentire e si siano sentiti impazienti di essere così abbandonati in balia di una forza misteriosa, intorno a cui nulla si può prevedere, la quale ci trascina in sua balia, ora dandoci l’illusione euforistica di un universale arricchimento ora accasciandoci in un pessimismo sconsolato, purtroppo germogliante dalle rovine spesso immeritate dei tempi di prezzi calanti. L’ideale di alcuni teorici solitari, la moneta stabile, la moneta a potenza d’acquisto costante, ha l’onore di essere discusso nei consessi dove si radunano i consiglieri ascoltati degli uomini di governo. Fa rabbia sapere che gli uomini sono menati pel naso dalla Dea Fortuna, la quale, facendo scoprire miniere d’oro, ne eccita lo spirito di intrapresa per la speranza di godere dei profitti derivanti dal rialzo dei prezzi o, rendendo vane le ricerche dei minatori, ne attutisce la volontà di lavoro per lo scoraggiamento del vedere i costi di produzione ognora superiori ai prezzi calanti; ed è naturale si aspiri alla eliminazione di quell’inutile fattore di rischio che è la variazione della potenza di acquisto della moneta.

 

 

7. – È vero che taluni economisti osservano non essere quel rischio infecondo; poiché il verificarsi periodico di periodi di depressione dei prezzi è salutare per la eliminazione delle imprese malsane o imperfette, per la spinta alla riduzione dei costi, per l’impulso alle nuove invenzioni risparmiatrici. Ma è agevole rispondere che non si vogliono eliminare tutte le oscillazioni cicliche dei prezzi; ma solo quelle che derivano dal fattore incontrollabile e cieco delle casuali abbondanze o scarsità auree. Sempre vi saranno alternanze di crisi e di prosperità dovute ad altre ragioni e sempre avranno modo di agire le benefiche forze che portano alla eliminazione dei disadatti. Non si vede motivo di continuare a lasciare sussistere, accanto ai cicli brevi, di cui si dirà poi, anche questi prolungati, persistenti, lunghi cicli dovuti a cause monetarie, da cui gli uomini da sé non possono uscire, qualunque sia la buona volontà che essi mettono a perfezionarsi ed a ridurre i costi. Anzi quanto più essi fanno sforzi verso la riduzione dei costi, tanto più la loro situazione peggiora: poiché la velocità di incremento della produzione vieppiù cresce di fronte ad una massa di stazionaria o lentamente crescente di medio monetario.

 

 

8. – È vero anche che taluni sociologhi vedono negli alternanti deprezzamenti e negli apprezzamenti monetari il mezzo provvidenziale per eliminare le classi vecchie, viventi di redditi fissi, incapaci di apportare sangue vivo alla società e per esaltare ceti giovani, nuovi, tratti dagli strati rozzi della popolazione. Anche qui la risposta pare evidente. Supposto che la circolazione delle classi dirigenti sia utile o necessaria, vi sono tante altre maniere per cui le classi nuove possono prendere il posto delle classi vecchie e decadenti, che davvero non si vede la necessità di ricorrere allo stregone aureo, la cui azione è cieca, colpisce a caso, nei momenti che possono essere sfavorevolissimi al raggiungimento di quegli scopi che la circolazione delle classi dirigenti si dice raggiunga.

 

 

9. – Tutto sommato, la somma dei danni derivanti dalla instabilità, monetaria pare superiore alla somma dei vantaggi.

 

 

Il punto difficile sta nel tradurre in realtà il postulato della moneta stabile. La difficoltà maggiore non è quella di trovare la soluzione tecnica. Ci sono al mondo tanti valorosi economisti, tanti uomini peritissimi di moneta e di banca che non si può immaginare essi non siano capaci di trovare una soluzione atta ad essere scritta in una convenzione internazionale e ad essere ratificata in testi legislativi dei paesi aderenti. Non pare impossibile, a cagion d’esempio, di cominciare a mutare, ribassandola, quella proporzione del 40% o del terzo adottata in molti paesi come minima riserva metallica contro i biglietti, la quale fa oggi dire a tanti che d’oro ce n’è fin troppo e che esso è scarso solo perché lo si sterilizza nelle sacristie delle banche di emissione. Costoro, che pur combattono la teoria della connessione fra quantità d’oro e prezzi, in realtà ne sono aperti fautori, poiché sostengono che i prezzi non ribasserebbero o non aumenterebbero se le banche sapessero fare uso più sapiente delle riserve auree, diminuendo, nei tempi di ribasso, la proporzione delle riserve ai biglietti od aumentandola nei tempi di rialzo. Trovare una soluzione tecnica per far variare elasticamente la quantità di biglietti e di moneta bancaria (assegni e giro conti) così da rendere la velocità di incremento o di decremento dei mezzi di pagamento suppergiù uguale, a parità di altre condizioni, alla velocità di incremento o di decremento dei beni e servigi scambiabili non è problema apertamente insolubile.

 

 

10. È invece difficilissimo:

 

 

  • trovare gli uomini atti ad applicare quella soluzione. I governatori degli istituti di emissione sono uomini come gli altri. Soggetti alle medesime passioni ed agli stessi sentimenti. L’abbondanza del metallo giallo ha una virtù esilarante sugli uomini in genere e perciò anche sui governatori delle banche. Perché immaginare che essi mettano su mutria lunga e sterilizzino l’oro, quando l’oro sta mettendo gli uomini in allegria? Perché supporre che, essendo gli uomini inclinati al pessimismo per la scarsità dell’oro, essi diventino ilari ed allarghino i rubinetti della carta fiduciaria e del credito? Si dice: i governatori metteranno le mani sull’oro all’origine prima che esso abbia agito sull’animo degli altri uomini. Decideranno anche quant’oro debbano acquistare quelle donne indiane che hanno la mala abitudine di mettersi addosso tanta parte dell’oro nuovo, quanto gli orefici, quanto i doratori e così via? Governatori fabbricati in questo modo per ora non li vedo. Speriamo nascano;

 

  • trovare governatori sordi alle lusinghe ed agli ordini dei loro governi. Principio essenziale del sistema della moneta stabile è che essa sia fatta variare in quantità al solo scopo di renderne costante la potenza d’acquisto. Ma poiché a tale scopo bisogna farla «variare» in quantità, è aperta la porta alle variazioni determinate da altre cause, per es., dai bisogni del tesoro di tale o tale altro Stato. Ed allora addio costanza, stabilità e tutto il resto. Meglio l’oro, con tutte le sue stravaganze;

 

  • persuadere i popoli a mettersi d’accordo per una concordata politica monetaria. La fondazione della banca per i regolamenti internazionali è stato un gran passo su questa via. Grande e nel tempo stesso di portata per ora indefinita. Appena si comincia a discorrerne sul serio, tutti mettono bastoni nelle ruote. L’oro, che è una gran stupida cosa, improvvisamente diventa segnacolo e vessillo di una lotta furibonda tra le nazioni esasperate dalla paura di perderlo. Cominciò la Francia a guatare in cagnesco gli Stati Uniti che, si diceva, avevano troppo oro. Ed ora tutti gridano: ohibò, come mai la Francia ha riserve auree così grosse! La parola d’ordine è la cattiva distribuzione dell’oro, quasicché l’oro non avesse l’abitudine di andarsene per conto suo, verso direzioni a cui lo spingono forze economiche incoercibili, che Ricardo chiarì a suo tempo e la cui forza non è venuta meno dopo un secolo. Se a regolare la distribuzione «equa» dell’oro nel mondo ci si mettono le conferenze internazionali, ne avremo per un pezzo rintronate le orecchie e miracolo sarà che non si arrivi ad un parapiglia universale. Scendere in guerra per rendere la moneta stabile sarebbe davvero un colmo e Dio ce ne scampi e liberi.

 

 

11. – Tuttavia, pessimista del tutto non sono. Qualcosa si farà nel senso di rimediare alle sorprese più grosse dell’oro. Si riuscirà a renderlo sempre meno padrone del mondo. Un po’ a caso, alla maniera sua medesima; a pezzi e bocconi, per iniziativa di governatori di banche di emissione più lungimiranti, per accordi personali e non scritti tra i tre o quattro governatori dotati di capacità più larga di visione degli interessi economici mondiali, forsanco per prepotenza di qualcuno più forte degli altri e capace di imporsi a tutti. I popoli lasceranno fare chi vorrà fare; poiché essi si sono oramai disabituati dal vedere e toccare le monete d’oro. Queste stanno diventando un mito. Presto non avrà più importanza sapere se la riserva aurea è del 50 o dell’80 o del 30% dei biglietti. Ovvero, se la proporzione dell’oro ai biglietti, che sola ha una certa risonanza nel pubblico, rimarrà alta o varierà poco, si farà invece variare la proporzione degli assegni o moneta bancaria ai biglietti, che è proporzione ognora più importante e di cui nessuno nel grosso pubblico si interessa.

 

 

12. – Le osservazioni sin qui fatte, occorre dirlo, non sono però quelle che più interessano il medio uomo economico vivente nel momento presente. L’industriale, il commerciante, l’agricoltore, il consumatore non usa guardare a tanta distanza di tempo, come richiedono i cicli lunghi monetari. Un periodo di ribasso di prezzi che comincia nel 1873 finisce nel 1896 od un altro che cominciò nel 1920 e finirà chissà quando è troppo lungo per interessare la gente che vive e fa calcoli di giorno in giorno. Probabilmente, a sentirmi parlare di crisi «cominciata nel 1920», i più meraviglieranno, essendo opinione comune che dal 1920 in qua, di crisi ce ne siano state due; dal 1920 al 1923 e dal 1929 (autunno) al…; separate da un periodo di grande prosperità. I più non vedono i cicli lunghi e si preoccupano esclusivamente dei cicli brevi. I cicli lunghi creano semplicemente un’atmosfera misteriosa di sentimenti pessimisti od ottimisti; sono o dovrebbero essere oggetto di considerazione per studiosi, per dirigenti di istituti centrali e per uomini di governo. L’uomo economico concreto si interessa di cicli più brevi.

 

 

13. – Di cicli più brevi che si sovrappongono a quelli lunghi, che convertono la linea retta discendente fra il 1920 e il 1930 in una linea ondulata, discendente in generale, ma cosparsa di picchi e di avvallamenti minori, ce ne sono di varia specie.

 

 

14. – Una specie è ancora monetaria e si riferisce alle variazioni particolari della moneta cartacea nazionale innestata sulle variazioni generali dell’oro. Così, ad esempio, il ribasso dei prezzi che si sarebbe manifestato in una certa misura a causa del rincaro dell’oro, fu accentuato dopo il 1920 in Inghilterra dalla particolare rivalutazione sino alla pari antica della lira sterlina in confronto all’oro. Due rincari che si sommarono. Del pari, si sommarono in Italia il rincaro generale dell’oro e il rincaro particolare della lira rispetto all’oro in conseguenza della preparazione e dell’attuazione della stabilizzazione al tipo 3,66. Invece in Francia e nel Belgio il rincaro generale dell’oro fu in parte eliso dalla svalutazione particolare del franco. Giova osservare però che i cicli monetari di questa specie non sono a ripetizione. Quando la moneta nazionale è stata attaccata all’oro ad un certo rapporto, essa non varia più. Ci sono soltanto da superare gli attriti di adattamento al tipo scelto. Superati questi, le sole variazioni cicliche possibili restano quelle dell’oro.

 

 

15. – Altre specie di cicli sono dovuti a cause non monetarie. Guerre, pestilenze, carestie, siccità ed altri fatti di questo genere producono variazioni senza fine nell’assetto economico. Pare difficile ricondurre, sebbene taluno l’abbia tentato, queste cause a uniformità periodiche. Sta di fatto però che nei cicli una certa periodicità esiste. Da Juglar che ne scrisse verso la metà del secolo scorso ad oggi c’è tutta una letteratura. Il professor Persons, dell’Università di Harvard, ha pubblicato[1] una tra le più recenti curve delle oscillazioni cicliche brevi:

 

 

Punte di prosperità

Minimi di crisi

1873

1879

1882

1885

1891

1894

1896

1897

1900

1901

1904

1905

1907

1908

1910

1915

1917

1921

1923

1924

1927

1930

 

 

Sono evidenziati gli anni di punte e di crisi più accentuate. Di questi cicli brevi e non dei cicli semi secolari si preoccupano gli uomini. Industriali, agricoltori, commercianti, finanzieri accomodano le loro cose nei cicli brevi; approfittano della prima ripresa che loro capita sotto mano per realizzare, per disincagliarsi, per riprendere fiato e non aspettano lo svolgersi dei lunghi cicli, la scoperta di miniere d’oro o la prossima grande guerra secolare per mettersi le ossa a posto.

 

 

16. – Tra i cicli lunghi e i cicli brevi, c’è, parmi, una differenza essenziale. I primi, come ho detto, sono a soluzione imprevedibile o molto complicata. I secondi sono a soluzione certa e automatica. I primi sono dominati dagli sbagli di madonna natura che non ha fabbricato i transvaals a serie e non li fa scoprire a tempo opportuno; e gli uomini, i quali hanno imparato a correggere tanti altri spropositi della natura, a correggere questo non sono ancora arrivati. I secondi sono dominati dagli errori degli uomini; e sono più facili da correggere, non perché gli uomini non siano ostinatissimi nel commettere di nuovo sempre gli stessi sbagli, ma perché, vista la mala parata, non ci si ostinano. Se dovessi esporre paradossalmente il contenuto dei cicli brevi, direi che essi derivano dalla mancanza di memoria degli uomini. Se gli uomini si ricordassero sempre degli errori commessi in passato e delle loro conseguenze, le crisi scomparirebbero o si attenuerebbero assai. Nessuna speranza più mal riposta di questa: che gli uomini si ricordino del fortunale in tempo di bonaccia. Fanno voto, come i marinai, di non ricaderci quando temono di andare a fondo; ma son propositi da marinaio.

 

 

17. – In questo momento, in tutto il mondo gli uomini di affari hanno il muso lungo, l’umor nero e tutto va loro di traverso. Se in Borsa si andasse ad offrire un marengo per 10 lire, nessuno lo comprerebbe. Si avrebbe un bel dire che quello è un pezzo d’argento sonante, sano e sincero, su cui c’è il conio delle 20 lire. Niente. Nessuno lo vorrebbe. I titoli van giù, tutti; non si sa perché. C’è il contagio a toccarli. Tutti ricordano soltanto che la società X è andata a rotoli perché dentro ci si era ficcato il filibustiere Tizio, che ha mangiato persino i terreni; che la società Y è rovinata perché un celebre finanziere l’aveva invescata in dieci, venti, trenta società a catena e attraverso a quelle società a catena il patrimonio sociale si era volatilizzato; che la banchetta Z ha perso capitale e depositi perché l’amministratore delegato aveva comprato con i denari dei depositanti azioni svariatissime od assunto partecipazioni diverse, tenendo poi per sé i titoli buoni e le interessenze solide e abbandonando alla banca la roba di scarto, ecc., ecc. Si ha un bel dire che non tutte le società sono governate da filibustieri, finanzieri celebri e banchieri troppo accorti; che a capo delle più c’è fior di galantuomini. L’altro risponde che saran galantuomini, sì; ma anche asini ed imbecilli: figli di papà, gran signori, uomini decorativi, gente invecchiata insieme colle macchine, non uscita mai dal proprio guscio, la quale ha lasciato correre avanti i rivali, sinché un bel giorno s’è accorta che i conti non andavano bene, che il macchinario era un mucchio di ferravecchi, il personale un ospizio di vecchi ed il capitale non c’era più, senza colpa di nessuno. Non vale replicare che in molte società, gli amministratori non sono né ladri né imbecilli; ma galantuomini volenterosi, forniti di abilità, energia, intraprendenza in misura talvolta notevole, spesso bastevole; che i dirigenti di moltissime grandi banche sono uomini avveduti e prudenti, scrupolosi amministratori del denaro altrui. Non potersi supporre che, improvvisamente, tutto lo stato maggiore della banca, dell’industria e del commercio sia, in tutto il mondo, diventato incapace a fare i mestieri per cui solo due anni fa riscuoteva ammirazione e fiducia. Niente. Non c’è conforto che serva. C’è nell’aria la iettatura e tutti fuggono facendo gli scongiuri.

 

 

18. – La iettatura, sono i prezzi i quali vanno per sghimbescio, come piace ad essi e non agli uomini. Il prezzo è nel mondo economico moderno il vero ministro della produzione. Ci fu un tempo in cui gli economisti si divertivano a descrivere il modo di comportarsi di un ipotetico ministro della produzione in una ipotetica società collettivistica. Ricordo le analisi fini di Schaffle e del nostro Barone. Era un gran bel divertimento, simile al piano russo dei cinque anni; bello per gli economisti che lo studiano, ma guai ai contadini ed agli operai russi che ci capitano sotto e devono, collo stringersi le cintole, far largo alle percentuali altissime di risparmio che il piano richiede! In quella gran parte del mondo che non è collettivista e non conosce le bellezze dei piani sapienti, architettati dai tecnici dei consigli superiori della produzione, accade che si commettano sbagli. Oggi, ad esempio, si vede che si sono commessi sbagli un po’ da per tutto e si è investito troppo capitale nelle piantagioni di caffè e di gomma elastica; si è seminato troppo terreno a frumento nel Canadà, e negli Stati Uniti; si è troppo estesa la coltivazione delle miniere di rame, di piombo, di zinco. Le miniere di carbone dell’Inghilterra sono coltivate con metodi antiquati o si è andato troppo fondo coi pozzi; cosicché il carbone costa caro in confronto al petrolio. Ed anche troppo capitale è stato speso nel far buchi e cavarne petrolio ed ora di petrolio ce n’è troppo. Se gli errori li avessero commessi i sapientoni del piano russo dei cinque anni, essi, che sono sapienti, troverebbero il rimedio e lo farebbero adottare, a suon di Siberia, ai recalcitranti. Nel resto del mondo, il rimedio lo trova il signor «prezzo». I prezzi delle merci, nella cui produzione si è investito troppo capitale, ribassano e non c’è come, una volta che i prezzi si sono decisi a ribassare, di non poterli più trattenere. Frumento, lana, gomma elastica, caffè, metalli, che prima andavano su, di cui il commercio faceva magazzino, persuaso di poterli rivendere dopo a prezzo più alto, nessuno più li vuole. Tutti aspettano l’indomani a comperare. I fabbricanti sono stati talmente scottati le ultime volte che si provvidero di materie prime, che non vogliono più saperne, di scorte. Comprano giorno per giorno, appena quel tanto che basti alle necessità quotidiane di lavorazione. I commessi viaggiatori ritornano dal loro giro settimanale, coi taccuini vuoti. Nessuno compra. Tutti aspettano. Il consumatore fa gli acquisti ad etti invece che a chilogrammi. Il vestito che ieri voleva cambiare, adesso, spolverato e stirato e rinfrescato, può durare ancora benissimo per la stagione. Il fabbricante che non riceve ordini, non fa lavorare più tutta la settimana. Riduce il lavoro a cinque, a quattro, a tre giorni. Poi licenzia. I disoccupati crescono. Sono centomila, poi mezzo milione, poi due milioni. Nel mondo se ne contano otto, dieci, quindici milioni. Costoro consumano assai meno di prima, perché, salvo in qualche paese dove si è commesso quest’altro errore, i sussidi di disoccupazione sono inferiori alle paghe. Il ribasso dei prezzi si estende ad altre merci, anche a quelle per cui non si sono commessi errori. L’errore non c’era prima, perché si era provveduto ad una produzione uguale, ai prezzi correnti, al consumo esistente; ma ora che per il rotolio dei mattoni, il consumo è scemato, i prezzi non si possono più sostenere.

 

 

19. – Il campanello d’allarme dei prezzi in discesa ha la maligna abitudine di essere accompagnato da altri suoni diversi: fallimenti, cambiali in protesto, riduzioni di capitali di società anonime, dividendi saltati. Non tutti i prezzi ribassano contemporaneamente nella stessa proporzione; attorno ad alcuni prezzi gli interessati costruiscono dei campi trincerati detti sindacati, consorzi, cartelli, trusts che hanno per iscopo di resistere, colla riduzione della produzione o coll’immagazzinamento delle scorte, alle ondate del ribasso. Il ciclo produttivo richiede un intervallo di tempo, all’inizio del quale bisogna coprirsi, a certi prezzi, delle materie prime e i prezzi dei prodotti finiti sono calati quando si arriva al termine; né sempre è possibile coprirsi contro il rischio del ribasso con opportuni contratti a termine.

 

 

20. – Il guaio più grosso sono gli elementi fissi del costo: interessi e quote di ammortamento dei debiti, imposte e salari. I salari, compresi gli stipendi, non sono rigorosamente fissi, ma a muoverli all’ingiù sono dolori. È facile tirare sul prezzo del caffè, o del frumento, o del rame, perché la merce non si lamenta, non parla. Non ci sono scrupoli o rispetti umani che vietino di fare il miglior contratto possibile. Dietro all’operaio, all’impiegato di cui bisognerebbe ridurre il salario, per farlo corrispondere al ribassato prezzo di vendita, si vedono invece la moglie, i bambini; si vede il fitto e i prezzi al minuto, che stentano a muoversi; si ergono in difesa le leghe, i sindacati, gli uomini di governo, tutori delle moltitudini. In fondo, dietro al frumento, al rame, al caffè ci sono anche i lavoratori, i contadini che li hanno prodotti. Ma non si vedono, o son lontani, appartengono ad altra gente straniera.

 

 

Tuttavia, qualche ribasso alla lunga si opera sui salari. Invece è quasi impossibile toccare le imposte. O non ha in Italia il capo del governo osservato nell’ultimo discorso al senato che le imposte erano otto volte l’ante guerra, ossia ad un livello doppio del livello generale quattro di incremento dei prezzi o di coefficiente arrotondato di variazione della lira? Ed il ministro delle finanze non ha dichiarato essere per ora impossibile pensare alla riduzione del carico tributario? Suppergiù, osservazioni analoghe, in maggiore o minor misura, potrebbero farsi per altri paesi. La guerra e le convulsioni sociali e politiche del dopoguerra hanno lasciato al mondo una eredità di debiti pubblici, di spese fisse statali e di oneri sociali, la quale grava come una spesa fissa generale sul reddito nazionale. Se le imposte assorbivano ad un certo livello dei prezzi, per es. 100, il 25% del reddito nazionale, supposto in valor monetario pure 100; e se i prezzi ribassando ad 80 fanno ribassare, per definizione, il valore monetario del reddito nazionale ad 80, le imposte, rimaste invariate a 25, ne assorbono il 31,25 per cento. Prima, i contribuenti rimanevano con un reddito libero di 100-25=75; adesso restano con 80-31,25=58,75; e quel che resta può non bastare a pagare le altre spese. Tanto meno basta, se fra queste vi sono interessi di debiti. Chi fra gli imprenditori è senza debiti? Il credito non è l’anima del commercio? Come si può immaginare la società economica moderna, senza risparmiatori che accumulano ed imprenditori che impiegano? Il malanno è che i prestiti si fanno in termini di moneta; né si possono contrarre diversamente. Or quando la moneta deprezza, guadagnano gli imprenditori, ma in tempo di crisi quando i prezzi calano guadagnano i risparmiatori. Se, in una data impresa, gli interessi dei debiti a livello di prezzi 100, assorbivano 10, essi assorbono ugualmente 10 a livello dei prezzi 80. La crisi è fatta di squilibri siffatti:

 

 

Massa fisica della produzione

100

100 –

Livello dei prezzi

100

80 –

Materie prime

25

22,5

Salari

25

22,5

Spese generali

10

8 –

Imposte

25

25 –

Interessi di debiti

10

10 –

Profitto o perdita

+ 5

– 8 –

Valore lordo della produzione

100

80 –

 

 

Se le materie prime sono ribassate del 10% perché acquistate nel momento «a», laddove la merce prodotta è ribassata del 20%, perché venduta nel momento successivo «b»; se si poterono ridurre i salari solo del 10%; se, pure avendo contratto, cosa non facile, le spese generali del 20%, imposta ed interessi dei debiti rimasero fissi, giocoforza è perdere dove prima si guadagnava. E questa si chiama crisi.

 

 

21. – Un po’ per volta se ne uscirà. Con vari procedimenti, i quali richiedono tutti tempo: molto o poco tempo. Riducendo allo stretto necessario la provvista delle materie prime, se ne forza il ribasso, finché si raggiunge un punto minimo al di sotto di cui non si va più; ed a cui si possono di nuovo fare i conti. Il costo del lavoro non si può sempre ridurre ribassando i salari giornalieri; ci si rimedia risparmiando lavoro, introducendo macchine, organizzando meglio la produzione. Gran creatrici di progresso tecnico le crisi. Le imposte neppure si riducono; ma se soltanto potessero per qualche anno rimanere fisse, si distribuirebbero su una massa cresciuta di produzione e peserebbero meno unitariamente. Lo stesso dicasi degli interessi dei debiti.

 

 

22. – Il saggio di interesse sui capitali presi a prestito e più il modo del loro impiego hanno parte sicura nella risoluzione delle crisi. Durante le quali si continua a risparmiare. Taluni, anzi, possono risparmiare di più. Tutti i percettori di redditi fissi: creditori dello Stato, portatori di obbligazioni di credito fondiario, di obbligazioni industriali, di libretti di risparmio, creditori ipotecari, coloro che hanno redditi da fitti a lunga scadenza, stanno meglio di prima. Si calcola che i creditori dello stato britannico percepiscano oggi un buon terzo di più di interessi «reali» (in merci) di quanto percepivano dieci anni fa. È bastato che gli interessi rimanessero fissi in moneta, perché essi si arricchissero. Anche in Italia, i quattro miliardi e mezzo di lire pagati ogni anno ai portatori di titoli di debito pubblico valgono assai più della stessa somma pagata nel 1926. Costoro risparmiano più di prima. Non pochi altri risparmiano di più. Il risparmio è una virtù individuale, favorita dai tempi di prezzi calanti. Quando i prezzi salgono, molti si arricchiscono in valori capitali e non pensano a risparmiare troppa parte dei guadagni annui. Chi vede la sua azione salire da 100 a 200, pensa di essersi arricchito abbastanza ed è a posto colla coscienza se consuma tutto il dividendo di 10, cresciuto in confronto a quel di 6 di prima. Consumava 6 quando possedeva 100; può ben consumare 10 ora che possiede 200; ed ha, dice lui, messo da parte 100. In verità, egli non risparmia nulla; perché l’aumento da 100 a 200 è un gonfiamento di valor capitale. Quando sopravviene la crisi ed il dividendo ritorna da 10 a 6, ed il capitale si sgonfia da 200 a 100, egli è persuaso di essere il più infelice degli uomini: dimezzato il patrimonio, ridotti i redditi! Se appena non tema di far troppo brutta figura dinanzi al mondo – ma presto si avvede che tutti i suoi amici fanno lo stesso ragionamento – egli smetterà l’automobile, inneggerà alla virtù delle passeggiate a piedi, proclamerà che le seggiole a teatro sono assai più comode del palco, dimostrerà che la vecchia pelliccia gli aveva procurato ogni sorta di malanni e che l’attuale soprabito lo ha ringiovanito di 10 anni; e riuscirà, non si sa come, a risparmiare 1 lira sulle 6 del dividendo ridotto. Il contadino che, negli anni delle vacche grasse, aveva fatto rifare la stalla e il portico, aveva comperato terre per allargarsi, adesso che vende il vino a 50 lire invece che a 150, grida che la va male, non degna neppure più di uno sguardo quel campo che due anni fa avrebbe coperto di biglietti da mille e porta alla cassa di risparmio o ficca nel materasso (il che fa lo stesso, colla sola differenza che, tesaurizzando, mutua allo stesso stato gratuitamente quelle somme per cui avrebbe riscosso il 3%) i soldi del vino rimastegli dopo pagate le spese vive di conduzione e di famiglia ridotte al minimo indispensabile. Chi più, chi meno, tutti, come l’azionista e il contadino, fanno sforzi eroici per mettere da parte qualche fondo per i giorni futuri che si annunciano scuri.

 

 

23. – Al risparmio nuovo si aggiungono i disinvestimenti. Il commerciante, che non si rifornisce più salvo per quanto vende di giorno in giorno, realizza le scorte. Con perdita; ma realizza. E questi denari, salvati dal naufragio, egli li va accarezzando e riponendo al sicuro, come fossero gioielli. Dieci anni fa, quando la moneta si svalutava, gioielli erano le merci e tutti buttavano via il denaro. Oggi, che i prezzi vanno giù e la moneta rivaluta, le merci sono robaccia, e i denari son tenuti preziosi. Realizza l’industriale, che lascia andar giù le scorte al fabbisogno di una settimana; e tiene in serbo la differenza o paga debiti. Nel qual caso, i creditori hanno i denari.

 

 

24. – A poco a poco, il risparmio disponibile cresce. Risparmio tesaurizzato in biglietti, in conti correnti a vista, in riporti di titoli a fine mese. Risparmio disponibile, non capitale investito. Risparmio che si offre a breve scadenza a saggi vieppiù bassi, incredibilmente bassi. Le banche di emissione riducono il saggio dello sconto al 3, al 2 e 1/2, al 2 per cento. Qualcuna potrà ridurlo ancora sotto. Il saggio libero è già sotto il 2 per cento. Rigurgitano di depositi i conti correnti dei grandi istituti centrali e delle grandi banche all’1, allo 0,50%, allo zero per cento.

 

 

Frattanto, il saggio di interesse per impieghi a lunga scadenza rimane alto. Sulle stesse piazze dove il denaro breve si trova all’1%, le obbligazioni lunghe si vendono al 5, al 6 e più per cento. Poche se ne offrono, perché gli imprenditori vedono buio e non si azzardano ad investire; ma quelle poche stentano a trovare prenditori, perché i risparmiatori si rassegnano ancor meno ad affidare altrui i loro risparmi.

 

 

25. – Le situazioni tipiche economiche si potrebbero raffigurare così[2]:

 

 

Equilibrio

A

Prosperità

B

Crisi

C

Valore dei beni prodotti strumentali di consumo

20

25

15

80

75

85

100

100

100

Redditi nazionali destinati risparmio

20

20

25

consumo

80

80

75

100

100

100

 

 

La teoria svolta con la consueta eleganza dal Keynes, non pare discostarsi gran fatto dalle raffigurazioni note delle vicende dei cicli economici. Essa dà però convenientemente rilievo ad un loro aspetto essenziale. Naturalmente, lo schema ignora tante ragioni di variazione, che a primo tratto appare imperfettissimo. Ma a scriverlo così dà una prima idea grossolana del fenomeno.

 

 

26. – Che il totale valore dei beni prodotti in un paese in un dato lasso di tempo sia uguale al totale reddito nazionale nello stesso tempo è assiomatico. Il reddito di tutti i componenti una collettività da che cosa è composto se non dai beni da essi prodotti? Se quella collettività fosse composta di un solo individuo, un Robinson Crusoè, crisi, nel significato che noi diamo a questa parola, non ce ne potrebbero essere mai. Robinson Crusoè, se ha destinato parte del suo tempo a produrre 20 di dissodamento terreno, costruzione steccato, derivazione acqua ed 80 a produrre cacciagione, frutta selvatiche seccate al sole, consumerà 80 e attenderà che i 20 beni strumentali diano lor frutto l’anno seguente; se ha distribuito il tempo nelle proporzioni 25 e 75 si dovrà per forza contentare di consumare 75 ora, godendosi in immaginazione i frutti opimi futuri delle 25 risparmiate; se la distribuzione da lui fatta è 15 ed 85, consumerà di più ora, poco importandogli di un minore incremento futuro. Squilibrio fra distribuzione della produzione e distribuzione del reddito non può esistere per Robinon Crusoè, perché produzione e reddito per lui sono tutt’uno.

 

 

27. – Questa è la ragione per cui quei bei tipi di russi bolscevichi si vantano di essere i soli immuni dalle crisi mondiali. Entro i limiti in cui è vero che la loro economia è perfettamente collettivizzata, il vanto è fondato. I 150 milioni di russi costituiscono infatti, entro certi limiti, un individuo solo, con una sola testa pensante. Nel loro sistema c’è sempre equilibrio. Nel piano russo dei cinque anni, se fu deciso che il lavoro dei 150 milioni di abitanti fosse destinato a produrre:

 

 

beni strumentali

50

beni di consumo

50

Totale

100

 

 

crisi non può nascere. I dirigenti distribuiscono ai consumatori solo i 50 beni di consumo; ed i 50 beni strumentali prodotti sono il risparmio dell’anno, l’apporto annuo al compimento del piano.

 

 

Passati i cinque anni, essi sperano di produrre, grazie ai grandiosi impianti eseguiti:

 

 

beni strumentali

50

beni di consumo

150

Totale

200

 

 

Ed allora i Russi faranno gli sberleffi a noi poveri occidentali, perché, pure destinando ancora un quarto del loro lavoro a produrre altri beni strumentali (impianti, migliorie agricole, case, ferrovie, ecc.), essi nuoteranno nell’abbondanza dei beni di consumo. Né avranno timore di crisi, perché il solito dirigente distribuirà come reddito né più né meno dei 150 milioni di beni di consumo prodotti. Tutto ciò non è una novità e ne possono far gran meraviglie solo coloro che non hanno letto nessuno dei soliti quadri o descrizioni della società collettivistica.

 

 

Se il vanto diventerà realtà o rimarrà vanteria; se, pur diventando realtà, questa sarà economicamente migliore di quella che si poteva raggiungere con i metodi invalsi presso gli altri popoli – non dimentichiamo infatti che i progressi nella produzione e nel reddito sono stati miracolosi anche nel resto del mondo nell’ultimo secolo -; se la realtà economica non sarà stata acquistata a troppo caro prezzo colla rinuncia ad ogni libertà a favore di una infima minoranza teocratica – anche gli indiani del Paraguai non soffrivano crisi ed avevano guadagnato assai, dal punto di vista economico, a vivere nella società collettivistica condotta nel secolo XVIII dai padri gesuiti -; sarà chiarito dall’avvenire. Il fatto per ora certo e presente è che quei poveri diavoli di russi devono contentarsi di 50 beni di consumo, stringere a più giri la cintola e vivere sperando che i 50 beni strumentali siano tutti davvero utili e tecnicamente perfetti e capaci di produrre le mirabili cose future che i bolscevichi vanno loro raccontando. La crisi non c’è e non ci può essere; ma per ora i russi senza crisi ed occupati vivono peggio degli occidentali disoccupati. Vero è che non lo sanno; e ciò basta perché il meccanismo funzioni.

 

 

28. – Le società economiche nostre non essendo composte di uomini isolati o collettivizzati, la possibilità di uno squilibrio fra la distribuzione della produzione e quella del reddito è possibile. Anzi la situazione dell’equilibrio perfetto terrebbe tanto del miracoloso da dovere essere scartata dal novero dei casi reali. I consumatori sono decine e centinaia di milioni e ciascuno consuma a suo capriccio e risparmia più o meno, come può e vuole. I produttori indipendenti gli uni dagli altri, si noverano pure a milioni; e producono beni e servigi in quantità da essi decise o decise dalle vicende atmosferiche o da altri fattori, le quali possono non coincidere con quelle richieste dai consumatori. L’esperienza, le informazioni statistiche e sovrattutto la guida dei prezzi producono tuttavia risultati che, a ripensarci, sono davvero stupendi. A guardare i difetti, e son tanti, si perde troppo spesso di vista il fatto essenziale; ed è che, normalmente, gli uomini vivono, consumano, producono, scambiano, senza accordi preventivi; e si producono precisamente i beni che gli uomini intendono consumare e si risparmia precisamente quel tanto di capitale che gli imprenditori si decidono ad investire. I legami che tengono insieme questo mondo in apparenza caotico si chiamano prezzi, saggi di interesse, salari, profitti, rendite, ecc. ecc.

 

 

29. – Talvolta si commettono errori. Di tante specie. Può darsi, ad esempio, che ai prezzi correnti il valore dei beni di consumo prodotti sia 80 ed il valore del reddito destinato a consumo sia 80; vi sia cioè equilibrio nel totale. Ma, sempre ai prezzi correnti, non v’è equilibrio negli elementi singoli:

 

 

Beni di consumo A B C D Totale
Valore della produzione 20 10 15 35 = 80
Reddito destinato ai diversi beni 10 20 20 30 = 80

 

 

I produttori hanno prodotto, per errore di calcolo, troppo di A e di D; troppo poco di B e di C. Scema il prezzo di A e di D; cresce quello di B e di C. Sono in crisi le prime industrie; prosperano le seconde. Bisogna ridurre la produzione delle prime e crescere quella delle seconde, sinché si sia ritornati all’equilibrio. Oggi, per taluni beni, si devono essere commessi errori di questo tipo; e siccome gli errori sono numerosi, la crisi assume un aspetto di generalità, che non ha.

 

 

30. – È opinione corrente che oggi esista uno squilibrio tra i prezzi delle derrate agricole e delle materie prime e quelli dei prodotti industriali e sovrattutto dei beni diretti pronti al consumo. Ribassati enormemente i primi, assai meno i secondi e poco gli ultimi. Come possono gli agricoltori, i pastori, i minatori acquistare a 100 i prodotti industriali od a 120 i beni di consumo, se essi vendono a 70 i beni da essi prodotti? Constatazione vecchissima anche questa dell’essere i prezzi tanto più variabili quanto più ci allontaniamo dallo stadio del bene diretto pronto al consumo verso i precedenti stadi produttivi di beni strumentali terzi, secondi e primi. Sempre furono violentissime le variazioni dei prezzi del carbone, dei minerali, della lana, del cotone, del frumento, in confronto alle variazioni dei prezzi delle stufe, delle posaterie, dei vestiti fatti, delle lenzuola e del pane. Non pare che in ciò debba trovarsi una caratteristica della crisi presente; e questa passerà innanzi si sia trovato il rimedio al conclamato e lamentato scarto tra i prezzi all’ingrosso e quelli al minuto. Parlando il brutto linguaggio di moda, pare facile razionalizzare e standardizzare le produzioni di grosso, di materie prime e di beni agricoli e industriali prodotti in grandi masse; assai più difficile razionalizzare e standardizzare i beni finiti pronti al consumo. Bisognerebbe ridurre gli uomini al brodetto spartano, ai cibi in scatola, alle case fabbricate a serie, col bagno, il grammofono, la radio e la vettura automobile tutti uguali. Dicono che ciò accada agli Stati Uniti. Ma il fatto che la crisi cominciò per l’appunto in America, dimostra che anche laggiù gli uomini sono più matti, ossia più bizarri e volubili nei loro gusti di quanto non ci vadano raccontando i romanzieri alla Babbit e i giornalisti i quali dopo una settimana spacciano per americani marionette di loro invenzione fabbricate a serie a delizia del buon pubblico europeo, soddisfatto di sentirsi superiore agli arricchiti d’oltre oceano.

 

 

31. – Un altro tipo di errore è quello da cui si sono prese le mosse (cfr. situazione C del quadro nel par. 25): il rapporto fra il valore di beni strumentali e quello dei beni di consumo nella produzione è diverso dal rapporto fra risparmio e consumo nel reddito. Su 100 lire di reddito gli uomini consumano 75 e destinano a risparmio 25. Ma nel tempo stesso su una produzione del valore 100 i produttori mettono sul mercato 25 beni di consumo e solo 15 beni strumentali. È, intendiamoci, la fotografia istantanea di un momento della crisi; ché, prima e dopo, tutto cambia, prezzi, quantità prodotta, loro distribuzione per effetto dello squilibrio medesimo. Ma in quell’istante che potrebbe essere il presente, i consumatori, coloro che in qualsiasi qualità hanno un reddito, di lavoro o di salario, destinano 75 a consumo e a risparmio 25. Il 25 risparmiato non prende tuttavia forma concreta. Non acquista macchine, migliorie, beni strumentali. C’è una grande sfiducia nell’avvenire e non si investe risparmio. Il risparmio resta in aria, liquido, all’1%, allo 0,50%, come si disse sopra. D’altro canto, i produttori, in virtù degli investimenti passati, giunti ora alla fase del rendimento, producono 85 beni di consumo. I beni di consumo – 85 offerti e 75 richiesti – sviliscono. Bisogna trovare un nuovo equilibrio di prezzi ad un livello inferiore. Il rinvilio dei beni di consumo scema il reddito netto degli investimenti esistenti. Gli imprenditori esitano a fare nuovi impianti. I beni strumentali prodotti pel valore 15 stentano a trovare acquirenti, sebbene ci sia, contro di essi, un risparmio 25. Il risparmio si impiega in riporti, in sconti brevissimi. Bisogna che i beni strumentali rinviliscano ancora per creare, a un livello di prezzi minore, un nuovo equilibrio. Tutti soffrono: produttori di beni di consumo che devono cederli a prezzi ribassati, in perdita; produttori di beni strumentali che stentano a trovare imprenditori disposti a fare investimenti; risparmiatori che non si fidano a dar denaro per investimenti lunghi e si devono contentare di investimenti brevi irredditizi; consumatori che consumano poco e risparmiano assai finché essi hanno ancora un dato reddito; ma, poiché consumo e produzione sono le due faccie dello stesso fenomeno, presto produrranno a valori più bassi e dovranno contentarsi di redditi aventi valori minori.

 

 

32. – Come se ne esce? Per lo più in passato se ne uscì perché gli uomini sono uomini e non riescono a rimanere dello stesso umor nero per tutta la vita. Quando saranno falliti tutti quelli che dovevano fallire; quando saranno scoppiati tutti i bubboni che dovevano scoppiare; ed i chirurghi – leggi: giudici istruttori, ragionieri ed avvocati liquidatori di fallimenti – avranno estratto il pus e fatto i bendaggi; quando da mesi o da anni i risparmiatori terranno i biglietti da cento o da mille nel saccone od in conto corrente all’1%; quando gli imprenditori avranno le mascelle stanche dal ripetere sempre le stesse solfe: tutto va male, non c’è niente da fare; – qualcuno comincierà a cambiar linguaggio.

 

 

33. – Si stancherà prima il risparmiatore a tenere i denari all’1% o l’imprenditore a non prendere nessuna iniziativa? Forse tutt’e due insieme. Un bel mattino di primavera – o d’estate o d’autunno, fa lo stesso – il risparmiatore penserà alle belle gite che potrebbe fare od ai piaceri, morali ed intellettuali s’intende, che la vita gli potrebbe ancora riservare se invece di quel maledetto 1% sul conto corrente egli potesse fare un buon investimento sicuro al 4 per cento. Un anno prima, per garantirsi contro i rischi degli investimenti, egli avrebbe preteso il 7 per cento. Ora, a furia di aspettare, le aspettative si sono un po’ attenuate. Egli capisce bene che al 7% nessuno piglia i suoi denari. Come fa l’industria ad andar innanzi se deve pagare saggi così spropositati di interesse? Se ci fosse qualche impiego sicuro, anche al 5, forse anche al 4% ci si potrebbe contentare. D’altro canto, qualche imprenditore vi sarà il quale, tra tante chiacchiere che sente ogni giorno, fra tanti rapporti di commessi viaggiatori, tra le righe delle ordinazioni che riceve, sente spuntar fuori qualche cosa di nuovo. Eccolo lì, un grossista che proprio ha i magazzini vuoti e si ostina a non volersi provvedere. È mulo e sente tardi il voltarsi del vento. Non sarebbe bene tenere qualche partita di merce in pronto per dargliela quando costui la chiederà d’urgenza, ma fargliela pagar cara, appunto per l’urgenza. Là è un dettagliante che ordina ancora a grosse; ma un mese fa ordinava una grossa, adesso ne ordina tre. Segno che qualcosa cammina. L’umore non è ancora allegro; ma non è più tanto nero. Se, soltanto, ragiona l’industriale, invece di quel 7% usuraio, che con gli ammennicoli va al 10%, potessi pagare il 5, il 6% in tutto, ci si potrebbe azzardare a rimettere in moto la baracca! Se qualcuno inventasse un nuovo prodotto da lanciare!

 

 

34. – Fate che ragionino così dieci e che al ragionamento segua l’azione; e l’azione non finirà troppo male. Domani saranno cento e dopodomani mille. Nel lasso di sei mesi nessuno si ricorderà più della crisi. Troppo poco se ne ricorderanno; e di nuovo commetteranno spropositi. Non subito. L’ottimismo è una pianta lenta a crescere; ma quando è cresciuta ad un certo segno, d’un tratto diventa gigante. Se il consumo continua ad «andare», ossia a crescere per qualche anno, ci sono imprenditori i quali immaginano non debba mai finire di crescere. Dopo che il numero delle automobili è cresciuto da 1 a 50 abitanti, ad 1 ogni 25 e poi ad 1 ogni 10, tutti ragionano: crescerà ancora certamente ad 1 ogni 5, ogni 4; e poi occorreranno almeno 2 vetture per famiglia; e chi pone un limite alla fantasia di quelli che negli Stati Uniti si chiamano boosters, ottimisti, che vedono il mondo sotto la specie delle cose da fare, dei progetti da lanciare, per cui nessun progetto è sufficientemente grandioso, colossale, gigantesco e nessun progetto è destinato a fallire, anche quando furono visti fallire quasi tutti, uno dopo l’altro, specie i loro propri? Certamente i progressi li fanno gli ottimisti, i boosters. Ma a un certo punto essi esagerano. Al culmine della prosperità, essi creano una situazione (B) in cui le proporzioni sono scombinate in senso inverso a quello attuale (C). La persuasione che tutto vada bene, che la via della prosperità si dilunghi senza termine innanzi agli uomini, incita gli imprenditori a moltiplicare gli impianti. La proporzione dei beni strumentali prodotti in confronto ai beni finiti cresce al 25 per cento. Cresce il prezzo dei beni strumentali perché si spera nella loro capacità futura di reddito; e cresce il prezzo dei beni di consumo, perché, per quanto se ne produca sempre di più, la capacità di assorbimento è inferiore a quella del consumo. Gli uomini infatti, persuasi di essere o di diventare ricchi, destinano una quota cresciuta (l’80%) del loro reddito al consumo. Ad essi pare di risparmiare abbastanza, perché sommano, come già si disse sopra, due cose diverse: il risparmio sul flusso del reddito annuo, dei salari, stipendi, interessi, dividendi, che è solo, ad ipotesi, del 20% del reddito stesso e l’incremento di valore dei titoli di proprietà, incremento potenziale, se essi non vendono, o reale, se essi realizzano; ma in ogni caso incremento che dà luogo solo a mutamenti di proprietà e di valori capitali, non ad effettivo «nuovo» risparmio trasformabile in «nuovi» impianti. Una casa può essere venduta 200.000 lire invece delle 100.000 lire di costo; ma resta sempre «quella» casa; non diventa una casa con doppio numero di stanze. Tuttavia chi mette da parte le 100.000 così guadagnate, immagina di avere risparmiato nello stesso modo come se avesse accantonato 10.000 delle 50.000 lire del suo reddito annuo. Il risparmio, se vogliamo, largheggiando, così chiamarlo, c’è; ma gli effetti economici sono ben diversi da quelli dell’accantonamento di parte del flusso annuo di nuovi beni prodotti. Accade che, risparmiandosi, in senso proprio, percentualmente di meno di quanto si producano, pure percentualmente, beni strumentali, la domanda di risparmio da parte degli imprenditori faccia crescere a poco a poco il saggio dell’interesse. Questo è il primo campanello d’allarme della crisi che si avvicina. Campanello che produce scarso effetto. Nessuno vi pone mente; perché i possessori di titoli industriali e bancari sono persuasi che essi daranno redditi crescenti e li capitalizzano al 4, al 3, al 2% anche se i titoli a reddito fisso rendono il 6, il 7, l’8 per cento. Ci si porrà mente poi, quando si saranno commessi troppi errori; ed allora tutti butteranno via i titoli a reddito variabile, anche se renderanno il 10 per cento. Saremo, con l’eterno ritmo, ritornati alla crisi.

 

 

35. – Poiché il passaggio, ad un certo momento, dalla depressione alla calma, dalla calma alla ripresa, dalla ripresa allo slancio avviene per un attenuarsi di pessimismo e un rifiorire dell’ottimismo, molti si sono chiesti se non sia possibile fare oggi delle iniezioni di ottimismo negli uomini d’affari. Dall’ottobre 1929, ossia dai giorni neri della borsa di New York, Hoover ha seguitato a iniettare discorsi ottimistici nel corpo malato dell’economia americana. Ottenne l’effetto opposto. Quando la gente è di cattivo umore, si perde tempo a persuaderla a stare allegra. Fatti ci vogliono, e non parole: e, a sentir parole, i musi si allungano ancor di più. Sospettano che le chiacchiere vogliano nascondere chissà che marcio. Difatti, dopo i discorsi di Hoover, cominciarono a fallire a centinaia le banche, nazionali e di Stato. Non è il finimondo, in un paese dove le banche, dette, in ossequio alla terminologia legale, nazionali e di Stato, si noverano a buon numero di migliaia. Ma prova, ad ogni modo, che dovevano ancora scoppiare i peggiori bubboni; quelli derivanti da disonestà o da inosservanza delle ordinarie norme di condotta bancaria tanto note da essere assunte alla dignità di venerabili.

 

 

36. – Le iniezioni di ottimismo potrebbero, si dice, esser fatte per iniziativa concertata dei governatori delle banche di emissione, tendente a far offrire, a basso saggio di interesse, risparmio sul mercato degli impieghi a lunga scadenza. Keynes insiste su questo punto: che il denaro a breve scadenza costa troppo poco e quello a lunga scadenza troppo caro. Se solo si offrisse denaro in prestito a 10 ed a 20 anni al 4%! Sarebbe il mezzo di dare il via alla vettura economica la quale se ne sta ostinata a non muoversi, sprofondata nel pantano. Ho paura che il rimedio non servirebbe, oggi, a niente. Dar la merce a buon mercato non è un mezzo adatto a far rivivere la domanda. I compratori – nel caso nostro gli imprenditori acquirenti di capitale a lunga scadenza – si insospettiscono ancor di più; e mettono su mutria più scura. Il rivolgimento verrà non si sa come, non si sa quando, non si sa da quale punto del firmamento economico. Verrà, perché è sempre venuto. Ma, quando verrà, i più negheranno che sia venuto e si decideranno a comprar merci, titoli, case e terreni quando sarà troppo tardi e avranno perso il treno migliore. Forse ha ragione Keynes nel dire che i risparmiatori, a non comprare oggi titoli, perdono il treno migliore. Ma perché operassero diversamente, bisognerebbe cambiar la testa agli uomini. Più che la testa, il sistema nervoso, le palpitazioni del cuore, il meglio cioè di quel che li fa essere uomini e non meccanismi calcolatori.

 

 

37. – E per l’Italia, mi pare di sentir chiedere, non ci sono osservazioni particolari da fare, oltre quelle fatte sopra, le quali sono sub specie aeternitatis? Dirò che, come per il resto del mondo, sulle particolarità della crisi attuale italiana si potrà discorrere soltanto a cose finite. Le osservazioni precedenti in tanto possono avere un contenuto di verità, in quanto sono il frutto della osservazione dei fatti compiuti e finiti delle crisi precedenti. A parlare della crisi attuale, mondiale ed italiana, di cui si conosce solo una parte dello sviluppo, si rischia di far profezie – e non intendo coll’indulgervi uscire dal campo scientifico – o generalizzare accidenti privi di importanza sostanziale. Perciò, anche per l’Italia, mi limiterò a ricordare quello che a me pare essere stata la caratteristica italiana delle crisi precedenti. Non che essa sia «italiana» soltanto; ma certo è «anche» italiana. A quella che mi pare la caratteristica delle crisi italiane «per il passato» parmi potersi dare convenientemente il nome di «baliatico». Non salvataggio. Salvataggio è fatto ordinario, normale nella storia delle crisi. Sempre accadde e sempre accadrà dovunque, che nelle ore più scure della crisi, quando il panico si impadronisce delle folle, intervengano i forti e, nel proprio interesse e nell’interesse collettivo, salvino certe posizioni pericolanti poste in luoghi critici. Non c’è paese al mondo, in cui se i depositanti si precipitassero in massa agli sportelli delle banche e delle casse di risparmio, gli sportelli potrebbero rimanere aperti più di un giorno o due. Sarebbe un disastro senza precedenti; al quale si ovvia dappertutto intervenendo subito, con larghezza, a favorire, contro risconto della buona carta posseduta dalla banca pericolante, il denaro liquido atto a persuadere i depositanti che non c’è pericolo; ed i depositanti, persuasi, sempre furono visti riportare i denari alla stessa o ad altre banche. Se la banca minacciata non possiede buona carta riscontabile, le si fa il vuoto attorno e la si lascia fallire; ma si presidiano le altre, affinché siano pronte a dimostrare coi fatti che esse sono ben diverse da quella andata a male.

 

 

38. – Non voglio parlare di salvataggi. Il baliatico risponde ad un altro concetto. Alla fine della crisi, detta edilizia, perché distrusse risparmi sovrattutto torinesi per errori commessi nel costruire troppe case a Roma e a Napoli, i tre banchi di emissione si trovarono al 31 dicembre 1894 ad avere impiegati 639,5, sui 1126 milioni a cui allora ammontava la circolazione di biglietti, in «immobilizzazioni». Che cosa erano queste immobilizzazioni? Spropositi (case non finite, in cui si era allogata a ufo la poveraglia di Roma, difendendosi con asse e latta contro il vento e il freddo, case sfitte, crediti inesigibili verso industriali andati a male, cambiali in sofferenza verso uomini politici amici della Banca Romana e simili) dati a balia alla Banca d’Italia, al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia. Era una massa enorme di spropositi, che i banchi dovettero assumersi, tenendoli faticosamente, con mille cure, in vita grazie al latte degli utili ordinari sulle operazioni correnti, a cui per un gran prezzo gli azionisti della Banca d’Italia e gli enti pii ed educativi beneficati dai due banchi meridionali, dovettero rinunciare; ed anche grazie all’altro latte di qualche imposta a cui lo Stato rinunciò. Fu la grande opera di Stringher, alla cui memoria nell’ora della sua dipartita mando un saluto reverente, e di Miraglia, gagliardo vecchio scomparso anch’egli non è molto, di essere, attraverso lunghi anni di amministrazione oculata, di realizzazioni avvedute, di economia fino all’osso e di rinuncia ai redditi attuali, riusciti a tappare i buchi del passato. Alla fine del 1900 le immobilizzazioni dei tre istituti sono ridotte a 373,3 milioni di lire; alla fine del 1902 a 286 milioni; alla fine del 1908 sono intieramente eliminate. I tre banchi hanno ricostituito il loro patrimonio e le loro attività sono nuovamente liquide ed agili.

 

 

A distanza di quasi trent’anni la esperienza si ripete. La caduta della Banca italiana di Sconto alla fine del 1921, le difficoltà del Banco di Roma sono l’indizio che si sono commessi errori. Si sono fondate imprese colossali, sindacati verticali, che vogliono abbracciar tutto, dalle navi per il trasporto del carbone e dalle miniere di ferro in alta montagna ai cantieri che lanciano in mare navi potenti ed agli stabilimenti che producono carrozze ferroviarie potenti. Ma poiché l’edificio Ansaldo ed altri simili edifici erano fondati sulla carta, lo sgonfiamento dei valori li fece cadere a terra. Di nuovo, il peso della liquidazione va a finire a carico degli istituti di emissione, specie della Banca d’Italia. Sono ben 4082 milioni di lire che al 31 dicembre 1924 (ma il bubbone aveva origini anteriori e si manifestava in grosse cifre del portafoglio e delle anticipazioni fino dal 1920, quando da 3794,1 milioni di sconti e anticipazioni al 31 dicembre 1919 si era improvvisamente balzati a 7192 al 30 giugno 1920 e poi a 10.502,3 al 31 dicembre 1921) sono separati dalle operazioni liquide di sconti ed anticipazioni e accantonati sotto il nome di «credito verso la sezione speciale autonoma del consorzio valori industriali» e poi di «Istituto di liquidazioni». Erano, in buona sostanza, perdite ed errori che la Banca d’Italia doveva tenere a balia, liquidandoli a poco a poco.

 

 

Gli azionisti della Banca d’Italia contribuirono qualcosa al baliatico, con la rinuncia ad aumenti di dividendo; il più lo diede lo Stato, con la rinuncia alla maggior parte della tassa di circolazione sui biglietti; e il resto lo fornirono le realizzazioni di quel tanto che poté essere realizzato. Secondo gran merito di Stringher: di essere riuscito a tenere tanto bene a balia questo suo pupillo che oggi quasi non lo si vede più. L’ultima situazione, al 31 dicembre 1930, della banca d’Italia dà, se non faccio male i calcoli, il credito della banca verso il suo pargolo ridotto a 613 milioni tra capitale ed interessi. Poco più di un settimo della cifra originaria.

 

 

39. – Quale è il risultato più importante del sistema del baliatico? Non quello di tenere in vita una massa di biglietti eccessiva. Se nel 1894 erano in circolazione 1126 milioni di lire di biglietti, 1126 restavano, sia che fossero liquidati d’un colpo i 639,5 milioni di immobilizzazioni, sia che, invece di liquidarli, gli istituti se li fossero, come fecero, accollati. Con delle perdite non si ritirano ossia non si rimborsano biglietti. Avrebbero dovuto sempre intervenire, per il ritiro, i contribuenti. Se nel 1921 si fossero lasciate andare a fondo banche incagliate e imprese affette da elefantiasi, non si sarebbero perciò potuti ritirare i 4 miliardi di biglietti già prima emessi, per far fronte al giro di affari di quelle baracche mal montate.

 

 

40. – I risultati veri mi paiono due. L’uno è di rallentare il ritmo di liquidazione delle crisi. In certi paesi, come gli Stati Uniti, nessuno si occupa dei bubboni. Si lasciano scoppiare; si portano al cimitero i morti ed all’ospedale i feriti; e subito la piazza è pulita per una nuova ascesa, quando verrà. Il sistema del baliatico attenua la scossa del terremoto quando capita; ma lascia in piedi mura sconquassate, volte pericolanti, che occorre puntellare, rifare. Con quale sistema si perde di meno? Io sono per la pulizia immediata, ma è meglio lasciare il quesito senza risposta, perché i disputanti rimarrebbero ciascuno della propria opinione.

 

 

41. – Il secondo effetto mi pare certamente cattivo. L’esperienza dei baliatici passati induce l’animo a prevedere baliatici futuri. Il fatto che nel 1894 gli spropositi di banche e di società edilizie erano stati accollati agli istituti di emissione fece sì che si finisse per reputare un po’ come un dovere degli istituti di accollarsi gli spropositi altrui, sovrattutto quando erano grossi. Non che le banche e società edilizie non avessero perso assai nel 1894; ma le perdite dei loro creditori avrebbero potuto essere maggiori se non si fosse aperto provvidenzialmente ad essi il refugium peccatorum degli istituti di emissione. La ripetizione dopo il 1921 del medesimo rimedio alla crisi accentuò il senso di persuasione in certuni di poterne fare delle grosse, perché, quanto più il malanno era grosso, tanto maggiore era il dovere dell’istituto di emissione di venire in soccorso.

 

 

42. – Perciò io dico che il terzo gran merito di Stringher è di aver lasciato, morendo, la Banca d’Italia, in una situazione tale che nessun indizio si può, nei suoi bilanci, trovare di nuovi allevamenti di infanti. Sebbene in Italia la crisi imperversi come altrove, le situazioni della Banca sono leggere. Se immobilizzazioni esistessero, se ne dovrebbe vedere la traccia nel crescere delle cifre degli sconti, delle anticipazioni e dei prorogati pagamenti. Le altre partite – quella dell’istituto di liquidazioni le vedemmo scemare rapidamente – non hanno importanza all’uopo; e del resto la partita «titoli di stato e garantiti dallo stato di proprietà della banca» è immobile da tre anni sui 1.000-1.100 milioni di lire e quelle dei «debitori diversi» oscilla fra 384 e 1.411 milioni, senza una marcata tendenza al rialzo o al ribasso. Ed ecco il totale degli sconti, delle anticipazioni e dei prorogati pagamenti, in cui soltanto potrebbero aver trovato ospitalità gli infanti bisognosi del latte dei contribuenti. Le cifre hanno inizio dalla data della stabilizzazione, della lira, che segna una fase nuova nella vita e nella gestione della Banca d’Italia (in milioni di lire):

 

 

1927

1928

1929

1930

31 marzo

3911,7

5299,1

4489,5

30 giugno

4948,2

6132,5

4730,4

30 settembre

4509,4

5571,9

4247,6

31 dicembre

5520

5655,9

6233,9

5810,1

 

 

Le cifre gonfiarono nel 1929 in confronto al 1928; ma nel 1930 sono di nuovo ribassate, nei primi trimestri anche al di sotto di quelle del 1928. Non si può escludere che le cifre assolute decrescenti nascondano una proporzione crescente di risconti e di anticipazioni pesanti, che dovranno essere rinnovati. Non si può escludere questo ed altro, perché in materia di situazioni degli istituti di emissione è leggendaria la risposta di quel governatore della Banca d’Inghilterra a chi si lamentava di oscurità: gran mercé se anch’io intendo una sola cifra, quella dell’incasso metallico! Ed anche questa oggi è divenuta di ardua interpretazione, dopo che il metodo del cambio in divise auree ha generalizzato il sistema di tenere le riserve in divise, ossia in titoli di credito su oro esistente in qualche altro paese e figurante perciò due e forse tre volte nelle riserve degli istituti di emissione di paesi diversi.

 

 

Nonostante tutto, 5.800 milioni sono 5.800 milioni e non 10 e mezzo quanti erano gli sconti e le anticipazioni al 31 dicembre 1921 quando era già preparato il baliatico che la Banca dovette allora assumere. Eravamo allora, come oggi, nel bel mezzo della crisi economica – qui trattandosi pel 1921 di fatti passati e chiusi e pel 1930 di fatti in divenire, bisogna andar cauti nei paragoni – epperciò se nulla di nuovo accade, i cinque miliardi ed 800 milioni dovrebbero essere un massimo, come furono allora i dieci e mezzo. S’intende, sino a quando si rivolti la curva del ciclo e si inizi un nuovo periodo economico.

 

 

È vero che la lira d’oggi vale oggi, in confronto al dollaro, il 21% di più della lira della fine del 1921 e quindi occorrerebbe aumentare i 5.800 milioni d’oggi di un quinto circa, recandoli a 7.000 milioni. Anche così calcolando siamo solo ai due terzi delle cifre degli impieghi d’allora.

 

 

43. – Perciò si può chiudere la presente peregrinazione nei territori non fioriti delle crisi con la constatazione che, ferme rimanendo le cifre attuali della situazione della Banca d’Italia, non vi sono indizi di ripetizione degli avvenimenti del 1894 e del 1921. La mancanza di indizi attuali non ci garantisce «automaticamente» dal pericolo del loro ripetersi. Le vicende economiche non capitano da sé. Occorre la cooperazione vigile, attenta degli uomini, i quali governano il timone dell’economia del paese. Il mare è burrascoso; e la mano del timoniere deve essere fermissima. L’indulgenza verso chiunque, la condiscendenza verso interessi anche ragguardevoli potrebbero essere fatali. Perciò le situazioni della Banca d’Italia sono oggi il documento veramente significativo da scrutare con attenzione, direi quasi con ansia. Più significativo di qualunque altro; ed in esso la cifra essenziale non è quella a cui per lo più si guarda: la riserva metallica. Gran parte del pubblico corre coll’occhio, quando sui giornali compaiono i riassunti delle situazioni decadali della Banca d’Italia, al totale della riserva (oro e divise auree); si rallegra se il totale aumenta o rimane fermo, si inquieta se il totale diminuisce. Certamente la cifra della riserva è importante; ma, per ragioni che ho spiegato altra volta[3] non bisogna affatto inquietarsi se essa si contrae. Se si contrae contemporaneamente la circolazione di biglietti o se si contraggono le partite della circolazione bancaria o latente (debiti a vista per vaglia, conti correnti pubblici e privati), la diminuzione della riserva può avere un significato buono anziché cattivo, dando agli aggettivi buono o cattivo il valore di circostanza la quale avvicina od allontana da una situazione normale di equilibrio.

 

 

La cifra che veramente occorre tener d’occhio è quella degli impieghi: somma del portafoglio, delle anticipazioni e dei prorogati pagamenti alle stanze di compensazione. Alla quale farebbe d’uopo aggiungere, se subissero variazioni notevoli, quelle dei debitori diversi e dei titoli di proprietà . Se, finché dura la crisi, la cifra degli impieghi non subisce variazioni notevoli all’insù, direi che siamo a posto; e poiché la banca, non sconta se non entro i limiti della volontà del suo dirigente, direi che la carica di governatore della Banca d’Italia è la più importante, fra quante cariche economiche vi sono oggi in Italia, non esclusa quella di ministro dalle finanze. L’augurio migliore che si possa oggi fare, per quanto ha tratto all’economia italiana, è perciò questo: possa, al chiudersi della presente fase di depressione del ciclo economico, la situazione degli impieghi della Banca d’Italia aver conservato un valore, tenuto conto di tutte le circostanze, non maggiore di quello presente! Se l’augurio sarà tradotto in realtà, potremo dire essersi, con quello che si intitola, come alla sua prima originatrice, alla Banca italiana di Sconto, chiuso l’esperimento dei baliatici in Italia. Esperimento interessante per fermo, ma del quale è bene discorrano soltanto, a cosidetto ammaestramento dei posteri in altre crisi affaccendati, i libri di storia economica.



[1] In «Barron’s, The National Financial Weekly» del 24 novembre ed 8 dicembre 1930, Boston.

[2] È un modo schematico di riassumere quel che dice KEYNES in Die grosse Krise des Jahres 1930, «Wirtschaftsdienst», n. 51 del 19 dicembre 1930.

[3] In Il contenuto economico della lira dopo la riforma monetaria del 21 dicembre 1927 in «La Riforma Sociale» del novembre-dicembre 1929 e Dei metodi per arrivare alla stabilità monetaria e se si possa ancora parlare di crisi di stabilizzazione della lira, ivi maggio/giugno 1930.

 

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