Riforme giudiziarie

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 02/10/1901

Riforme giudiziarie

«La Stampa», 2 ottobre 1901

 

 

 

I telegrammi romani confermarono ieri una notizia che il nostro S già da un mese ci aveva comunicata: essere, cioè, il ministro della grazia e giustizia, on. Cocco-Ortu, venuto nella determinazione di proporre al Parlamento una riforma giudiziaria informata al concetto di sostituire alla Magistratura collegiale un giudice unico.

 

 

La riforma sarebbe ristretta ai giudizi di prima istanza, ossia ai Tribunali civili e penali.

 

 

Non è chi non veda come l’ideata sostituzione del giudice unico alla Magistratura collegiale corrisponda ad un concetto che da tempo noi andiamo difendendo, perché rispondente a ragioni di economia, di opportunità e di retto funzionamento della giustizia.

 

 

Corrisponde a ragioni di economia, non nel senso che l’Erario possa puramente e semplicemente risparmiare le somme che ora paga ai magistrati multipli dei Tribunali attuali, ma nel senso che lo Stato potrà molto più economicamente spendere il presente assegno in stipendi cresciuti ai magistrati. Ora è certo che il lavoro che adesso viene compiuto dai tre giudici del Tribunale può essere agevolmente sbrigato da un numero minore di giudici unici; impiegando così il risparmio ottenuto ad aumentare l’onorario dei magistrati tutti.

 

 

E si sa che chi dice magistrati ben pagati, dice altresì magistrati più solleciti dell’adempimento del proprio  dovere,  più  operosi,  più indipendenti di fronte al Governo, confortati da maggiore dignità di vita e circondati da più riverente ossequio del pubblico.

 

 

N’è basta. La riforma non corrisponde soltanto al concetto di elevare in dignità ed in benessere i magistrati: essa intende altresì a renderli più responsabili.  La collegiabilità così larga come quella che esiste attualmente giova unicamente ad offuscare in tutti il sentimento della responsabilità: perché, se è vero che la sentenza è spesse volte l’opera di un solo, la responsabilità giuridica e morale è di tutti, perché la sentenza è una emanazione del Tribunale, della Corte e non del giudice o del consigliere relatore.

 

 

L’ordinamento collegiale non corrisponde ad un retto criterio di giustizia appunto perché, accrescendo il numero dei responsabili delle sentenze date, ne sminuisce la vera responsabilità.

 

 

L’osservazione quotidiana di quanti hanno qualche pratica delle aule giudiziarie conferma la verità del nostro asserto. Nessuno di coloro che quelle aule frequentano ha mai capito il motivo per cui si credono necessari tre giudici a giudicare le cause di competenza dei Tribunali e per cui il presidente della Corte d’Assise deve avere alla sua destra ed alla sua sinistra due giudici che non hanno altro compito che quello di annoiarsi spesso e di ritirarsi ogni tanto in Camera di Consiglio per sentir leggere dal presidente l’ordinanza che egli reputa opportuno emanare.

 

 

Così si otterrà anche l’altro intento che si migliori il modo con cui la Magistratura viene reclutata. Oggi, da taluno, si lamenta che fra i magistrati si annoverino persone di mediocre levatura e che molti giovani d’ingegno promettente rifuggano dall’entrare nella carriera giudiziaria. E si invocano rigori negli esami ed una selezione più accurata fra i concorrenti. Il che è facile pretendere, ma è difficilissimo ottenere quando i giovani più vigorosi per intelligenza sono attratti verso altre carriere o più onorifiche o meglio rimunerate; e quando le Commissioni esaminatrici dei concorsi debbono per forza essere larghe nei criteri di ammissione per riempire i numerosi posti vacanti.

 

 

Diminuito il numero dei magistrati ed accresciutane, insieme con lo stipendio, la dignità della vita, da una parte le Commissioni esaminatrici potranno essere più severe nell’esame dei concorrenti e dall’altra potranno scegliere in mezzo ad un elemento più elevato per intelligenza e per attitudini all’esercizio della Magistratura.

 

 

Perciò noi auguriamo che l’on. Cocco-Ortu sappia attuare la divisata riforma ed estendere il principio altresì alle Corti di seconda istanza. Sarebbe davvero questo l’inizio del rinnovamento della Magistratura.

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