Risparmio disponibile, crisi e lavori pubblici

Tratto da:

Nuovi saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 10/09/1933

Risparmio disponibile, crisi e lavori pubblici

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1933, pp. 542-553

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 249-260

 

 

 

1. – Un gruppo di scrittori di grande e meritata fama, particolarmente inglesi, sta da qualche tempo discutendo il problema dei rapporti fra risparmio ed investimento; e lo pone con tanto raffinata tecnica ed ancora più raffinata terminologia, da far rimanere i lettori, sbalorditi, nella impossibilità di ragionare e di decidersi. All’atteggiamento di consenso o di negazione, parziale o totale, consueto nel leggere cose serie, subentra il senso di stupefazione, quasi di ansia nel brancicare nel vuoto; il quale si accentua quando ci si imbatte in frasi recise, scritte con tono di assoluta sicurezza, senza riserva alcuna, come: «il risparmio compiuto da Tizio è la causa del danno di Caio»; ed è implicito nel discorso che Tizio non conosce e non ha alcun rapporto con Caio. Sono pugni nell’occhio, i quali fanno vedere molte stelle luminose, ma in orizzonte buio.

 

 

Il problema dei rapporti fra risparmio ed investimento è vario: a) si risparmia troppo in confronto al consumo? b) si risparmia più di quanto si investa? c) si investe più di quanto si risparmia? I misteri che si nascondono dietro queste domande sono molti. In un articolo (Fondo disponibile di risparmio e lavori pubblici in «La Riforma Sociale», fascicolo di maggio-giugno 1933, pag. 310-352) io ho studiato esclusivamente un punto del secondo quesito: supposto che un fondo disponibile di risparmio non investito esista, quale forma materiale esso assume? È chiaro che se noi riusciamo materialmente a “vedere” un tal fondo, con ciò stesso resta dimostrata la sua esistenza. Limitandoci dapprima a cercare il risparmio disponibile nella veste “monetaria”, sotto la quale nel mondo moderno si presentano a primo aspetto i fenomeni economici, il filo del ragionamento potrebbe, in modo più succinto di quello allora usato, essere riassunto così: un impiegato, un professionista, un proprietario di case, il quale ha ricevuto stipendi, onorari, pigioni, ecc., in biglietti di banca, ne mette da parte uno da 1.000 lire. Egli ne può fare usi differenti; alcuni insoliti tra uomini moderni normali, come il comprare e ficcare sotto il mattone oro in moneta o in verghe, od il riporlo tale quale nel materasso o nella cassetta di sicurezza; e uno ordinario, come il recarlo alla cassa di risparmio od alla banca. Se la banca o cassa investe le 1.000 lire, dandole a mutuo ad industriali, il risparmio è investito. Ma se la banca ordinaria lo deposita a sua volta presso la banca d’emissione, ecco che il risparmio ha compiuto, per ora almeno, il suo ciclo, inducendo la banca di emissione a ripigliarsi il biglietto da mille ed a ridurre d’altrettanto la circolazione cartacea. Il risparmio disponibile non investito pare dunque possa assumere tre forme: a) tesoreggiamento di oro; b) tesoreggiamento di biglietti di banca; c) diminuzione della circolazione cartacea. Non mi parve perciò dubitabile che il concetto del “risparmio disponibile” rispondesse ad un qualche cosa di reale; sebbene aggiungessi che l’importanza delle due prime forme – tesoreggiamento di oro e tesoreggiamento di biglietti – fosse evanescente nei paesi moderni. A che si riduceva la terza forma? Al diritto di certi privati, i quali in passato consegnando il biglietto da 1.000 lire alla banca di emissione, avevano compiuto l’atto di risparmio, di rimettere, direttamente o per mezzo della banca o cassa mandataria, in vita il biglietto dandolo a mutuo ad imprenditori vogliosi di impiegarlo. Può darsi che, se imprenditori privati non si presentano, si presenti lo stato ed assuma esso a mutuo le 1.000 lire per compiere un lavoro pubblico. Il risparmio, il quale tra il momento in cui si era compiuto l’atto del risparmio ed il momento in cui è affidato all’imprenditore era rimasto in una specie di limbo detto «circolazione potenziale atta a rivivere», si investe.

 

 

2. – La mia analisi del risparmio disponibile finiva qui. Essa era francamente monetaria. Mi si comunicano in proposito le seguenti osservazioni:

 

 

«Quando l’E. parla di un fondo di risparmio disponibile disoccupato, che cosa intende? Non guardando all’apparenza monetaria dei fenomeni – che sempre confonde facendo scambiare il simbolo con la cosa “risparmio disponibile” – sarebbero forse le scorte dei beni di consumo e delle materie prime ancora non investite nella produzione? Nel caso, quale relazione hanno queste scorte con i depositi bancari? Io non ne vedo alcuna. Chi ha un deposito presso una banca rinuncia alla disponibilità immediata dei beni che potrebbe avere con la somma di denaro che deposita; ma questi beni non stanno nascosti, non assumono la forma di ombre come anime del limbo a cui lo stato possa ridare corpo col suo intervento, trasformando i depositi in lavoro, che altrimenti non ci sarebbe stato, facendoseli prestare per compiere delle opere pubbliche. Sono beni di cui altri dispongono per un certo periodo in luogo del proprietario, per la soddisfazione diretta o indiretta dei loro bisogni. Lo stato in fin dei conti attraverso il prestito viene a disporre nell’attualità di un miliardo di beni che altrimenti sarebbero stati a disposizione dei privati: non aumenta la massa dei beni esistenti. Questo l’E. lo vede bene quando fa il caso dell’istituto di emissione che riduce gli sconti e le anticipazioni man mano che dà allo stato il miliardo di depositi per fare i lavori pubblici, ma la stessa cosa avviene quando invece di ridurre gli sconti e le anticipazioni l’istituto aumenta la circolazione. Solo che gli individui che vedono ridotta la loro disponibilità attuale di beni sono diversi da quelli che la vedrebbero ridotta nel caso precedente, e precisamente sono coloro che, a parità di altre circostanze, vedono svalutata la loro moneta per l’inflazione di un miliardo. Qui osservo incidentalmente che non riesco a capire come l’E. possa sostenere che non esiste inflazione quando c’è un aumento di circolazione, in corrispondenza ad una riduzione dei depositi dell’istituto di emissione. I depositi sono considerati circolazione potenziale solo in quanto si presuma che il portafoglio dell’istituto sia pieno di carta finanziaria, non immediatamente realizzabile, ma l’operazione normale dell’istituto, in correlazione alla diminuzione dei depositi, dovrebbe essere solo una diminuzione del portafoglio. Se ciò non si può fare perché, contro tutte le regole, si sono immobilizzati troppo i depositi, sarà necessario aumentare la circolazione e si avranno tutti gli effetti dell’inflazione. La trasformazione della circolazione potenziale in circolazione effettiva, secondo l’E., equivarrebbe a trasformare il risparmio disponibile in capitale investito. Mi sono scervellato per capire questo passaggio, ma non ci sono riuscito. A me sembra che l’E., cercando di precisare il significato dell’espressione fondo di risparmio disponibile sia stato portato anche lui a fare il pasticcio di lepre senza la lepre, abbia cioè visto del risparmio immobilizzato dalla collettività dove erano solo dei depositi inutilizzati dalle banche. È vero: ci sono delle gru, dei telai, dei torni, degli stabilimenti inutilizzati o scarsamente utilizzati, ma non vedo come il miliardo di lavori pubblici potrebbe metterli in efficienza; i lavori pubblici surrogano altri lavori; non si aggiungono ad altri lavori. Quei macchinari e quegli stabilimenti inoperosi “non hanno la loro espressione concreta nei depositi privati presso le banche”, né possono essere messi in movimento dal prestito statale, a meno che lo stato diriga la sua domanda verso i beni che essi concorrono a produrre; nel qual caso altri beni strumentali, che sarebbero stati utilizzati senza il prestito, restano inutilizzati o meno utilizzati. D’altronde non credo che l’E. pensi ai beni strumentali quando parla di risparmio disoccupato perché altrimenti non lo contrapporrebbe ai capitali investiti».

 

 

3. – Il lettore ha ragione nel dire che l’analisi monetaria tocca la superficie e non il fondo del problema. Sembra tuttavia che, innanzi di investigare il fondo, sia opportuno guardare alla superficie. Se l’analisi monetaria ci dice che un biglietto da mille fu, da chi lo aveva legittimamente ricevuto, messo da parte, recato alla banca, da questa all’istituto di emissione, con conseguente diminuzione della circolazione, se questi sono fatti realmente accaduti, noi potremo da essi presumere che anche nel fondo reale esista qualcosa che sia degna di essere spiegata. Non si compiono atti monetari a vuoto. Ad essi necessariamente rispondono ed in parte sono da essi determinati atti di produzione, di consumo o non consumo, di investimento o non investimento. C’è sotto l’apparenza fantasmagorica di un biglietto da mille che nasce e si annulla, pur conservando il suo diritto a rivivere, il fumo di una qualche realtà concreta.

 

 

4. – Fermiamoci ancora un momento sul fantasma. Il mio cortese commentatore chiede: «quale differenza vi è tra il biglietto da mille depositato dal privato, che dopo aver trascorso alcun tempo nel limbo rivive, crescendo la circolazione; ed il biglietto da mille francamente emesso ex novo dall’istituto in più della circolazione precedente? Inflazione amendue; ché amendue danno luogo a nuova domanda di merci e di servigi ed amendue aumentano i prezzi. Quando il depositante richiede il suo biglietto da mille, l’istituto, per restituirlo, non dovrebbe creare un biglietto nuovo (aumento di circolazione), ma, astenendosi dal rinnovare gli sconti giunti a scadenza, dovrebbe pagare col ricavo delle restituzioni. Se preferisce aumentare la circolazione, ciò fa perché il suo portafoglio è immobilizzato; sicché il nuovo biglietto significa nel tempo stesso inflazione creditizia e monetaria».

 

 

5. – Una differenza fondamentale esiste fra il biglietto da mille, posto temporaneamente nel limbo, e rimesso in circolazione a richiesta del depositante e il biglietto da mille creato ex novo dall’istituto di emissione per sua iniziativa. Noi dobbiamo partire dalla premessa che,

innanzi all’atto di risparmio, esistesse una situazione equilibrata di risparmi, investimenti, circolazione, portafoglio. In quella situazione, la quantità dei biglietti circolanti era uguale alla somma della riserva e del portafoglio dell’istituto di emissione. Se nulla di nuovo fosse intervenuto, il portafoglio avrebbe continuato a rimanere nella cifra totale antica, pur rinnovandosi continuamente per sostituzione di sconti per affari nuovi agli sconti estinti per affari condotti a termine. Il biglietto da mille risparmiato muta provvisoriamente la massa della circolazione, riducendola da 10.000 a 9.000 lire e mettendovi accanto un deposito di 1.000 lire (facciamo l’ipotesi di un istituto microscopico; se così piaccia, invece che alle migliaia si pensi al miliardo). Ma il portafoglio resta qual’era, di 5.000 lire (le restanti 5.000 lire sono coperte la riserva) tutte vive, tutte fresche e rinnovantesi dal vecchio al nuovo. Se in seguito il risparmiatore depositante richiede il rimborso del suo biglietto da 1.000 lire, il fatto non porta alla conseguenza, che sarebbe tutt’affatto arbitraria, di scemare i vecchi affari che si facevano prima del suo atto di risparmio e continuano a farsi adesso. I vecchi affari si rinnovano continuamente nella consueta massa di 5.000 lire (o 5 miliardi di lire); e non v’è ragione al mondo perché l’istituto di emissione non continui, fino a concorrenza di 5.000 lire, a fare sconti per questi vecchi affari, o per affari nuovi rispondenti all’equilibrio economico preesistente all’atto di risparmio. L’atto di risparmio per 1.000 lire si innesta su questo tronco preesistente. Esso per qualche tempo non ha dato luogo ad effetti, perché il risparmiatore, incerto, fiutava il vento col naso in aria, col biglietto in tasca o depositato e convertito nella non entità “diminuzione di circolazione”. Ora egli si è deciso; crede o qualcuno crede per lui di avere scoperto l’affare aggiuntivo da intraprendere. Perché siffatta opinione, corretta o sbagliata, del risparmiatore dovrebbe indurre l’istituto di emissione a restringere gli sconti a danno di altri innocenti, i quali continuano a fare affari buoni sulla scia antica? È ovvio che l’istituto, il quale aveva scemato la circolazione da 10.000 a 9.000 lire, per l’affluire del deposito di 1.000, la cresca nuovamente a 10.000, quando gli sia richiesto il rimborso delle 1.000 lire.

 

 

6. – È lecito dare ai fatti i nomi da noi preferiti, purché lo stesso nome non sia usato per indicare fatti diversi. Se noi facciamo la convenzione di chiamare “inflazione” il fatto (A) per cui l’istituto di emissione stampa un biglietto da mille lire:

 

 

  • per consegnarlo a prestito ad un imprenditore, al quale l’istituto medesimo od una banca affiliata ha concesso un’apertura di credito;

 

  • ed il biglietto da mille si aggiunge, per iniziativa dell’istituto di emissione, a quelli preesistenti;

 

  • non possiamo più dare lo stesso nome di inflazione al fatto (B) per cui l’istituto di emissione stampa un biglietto da mille lire;

 

  • per consegnarlo a chi aveva diritto di chiederlo, avendone prima depositato uno perfettamente uguale nelle casse del medesimo istituto;

 

  • sicché il nuovo biglietto da mille ricostituisce soltanto la massa circolante che preesisteva nel momento anteriore all’atto di risparmio e di deposito.

 

 

Quando si verifica il fatto (A) nessuno aveva risparmiato il biglietto da mille. Questo viene creato ex-novo dalla banca di emissione, la quale attribuisce così per sua iniziativa all’imprenditore mutuatario la facoltà di concorrere con gli altri possessori di biglietti all’acquisto delle merci e servigi disponibili sul mercato. Questi altri, i quali vorrebbero acquistare per consumo o per investimento merci o servigi, sono forzati ad acquistarne minor copia; sono cioè costretti a compiere un risparmio (risparmio forzato) ed a concederne l’uso all’imprenditore.

 

 

Quando invece si verifica il fatto (B), il risparmio è liberamente compiuto dal risparmiatore ed il biglietto da mille, dopo un periodo più o meno lungo di attesa nel limbo della circolazione potenziale, ritorna alla luce per volontà del risparmiatore e da questi è affidato all’imprenditore. Quale sia l’influenza sui prezzi del ritorno alla vita del biglietto risparmiato è problema complicato, che qui non voglio affrontare di passata. Potrebbe darsi che esso desse luogo ad un rialzo di prezzi, susseguente o non ad una precedente diminuzione avvenuta nel momento dell’entrata nel limbo. Il rialzo sarebbe diverso nel primo caso – quello in cui seguisse a precedente diminuzione – ed eguale nel secondo caso al rialzo da inflazione. La “eventuale” uguaglianza degli effetti sui prezzi non annulla le altre caratteristiche differenziali.

 

 

Nel caso (A) l’istituto di emissione potrebbe, volendo, non creare il biglietto; nel caso (B) deve crearlo in ubbidienza alla volontà del risparmiatore. Nel caso (A) l’istituto infligge con la sua condotta l’obbligo di una riduzione dei proprii acquisti agli antichi possessori di biglietti; e l’imprenditore favorito dal nuovo biglietto da mille fruisce di un “risparmio forzato”. Nel caso (B) l’imprenditore riceve un biglietto da mille frutto di precedente “risparmio volontario”.

 

 

Sia che le differenze appaiono poche o molte, importanti o trascurabili, esse sono certamente bastevoli a sconsigliare dal dare al fatto (B) lo stesso nome che al fatto (A).

 

 

7. – Non però sulla identità o dissimiglianza fra i due fatti era stata richiamata principalmente l’attenzione dal commentatore, bensì sulla realtà che sta sotto al risparmio disponibile monetario. In verità la qualifica di “risparmio disponibile” attribuita al biglietto da mille in partibus infidelium, tesaurizzato o provvisoriamente ritirato e riposto dall’istituto di emissione in una specie di cassetta di sicurezza, la cui chiave è nelle mani del risparmiatore, è impropria. Il risparmio, nuovo e vecchio, è sempre tutto investito; ma laddove in tempi normali una piccola proporzione, suppongasi di appena il 5%, del risparmio nuovo o del risparmio vecchio ridivenuto libero per ammortamenti si investe in riserve monetarie, auree o cartacee (potenziali), in tempo di crisi la percentuale del risparmio così investito cresce al 10, al 15 od al 20 per cento. Siamo, pare, già un po’ più vicini alla realtà. Perché il risparmiatore non dovrebbe ritenere conveniente, nella distribuzione che fa del proprio numerario disponibile – per incasso di redditi o per disinvestimenti – fra consumo e risparmio e fra diverse specie di risparmio – ritener conveniente l’acquisto di moneta? Se egli teme che le case ed i terreni ribassino di prezzo, se non ha fiducia nei valori mobiliari, se invece è persuaso che la moneta apprezzerà, e se le banche, partecipando ai sentimenti del risparmiatore, hanno la stessa persuasione, l’acquisto di moneta diventa l’investimento preferito.

 

 

Gli osservatori, abituati a considerare investimento solo quello operato nelle forme consuete – impianti industriali, costruzioni edilizie, migliorie agricole, ecc. – e constatando che l’investimento monetario gode al massimo della proprietà del disinvestimento, lo dicono “risparmio disponibile”. In realtà, il risparmio cosidetto “disponibile” è risparmio “investito”, alla pari di ogni altro risparmio, nella maniera reputata più conveniente, per frutto e sicurezza, dal risparmiatore. Si può discutere se costui faccia bene o male ad investire in tal modo. Tra i medici i quali stanno al letto della signora crisi e si affannano a consigliare al risparmiatore altri investimenti, taluno, vista la sua repugnanza, vorrebbe indurlo a cambiare opinione con le blandizie dei premi. Altri, persuaso che costui faccia il danno altrui col semplice risparmiare o, peggio, coll’investire il risparmio in moneta, vuol privarlo, con minaccie di confisca o con imposte, della libertà dei propri atti economici. Alcuni pochissimi (ad es., Attilio Cabiati, in «La Riforma Sociale» del novembre-dicembre 1932, pag. 593) trovano che nella scelta fatta dal risparmiatore, di cui la manifestazione principe sta nel crescere smisurato delle riserve metalliche di talune banche di emissione, c’è del buono. Io sto per questi ultimi. Ad aspettare, scegliendo frattanto l’investimento più liquido di tutti, che è la moneta, si evitano spesso possibili grossi errori; e si è pronti, appena appaiano i primi albori ante lucani della prosperità, ad accorrere in aiuto degli imprenditori debitori più sperimentati, prudenti ed onesti, di quelli che hanno un passato glorioso di scadenze religiosamente rispettate, che non sono mai falliti, mai hanno chiesto moratorie, mai hanno pagato in moneta deprezzata, ecc. ecc. In ogni caso, qualunque possa essere su di esso il nostro giudizio, è indubitabile che quello in moneta è investimento bello e buono, non distinguibile per indole da qualunque altro investimento.

 

 

8. – Tuttavia, un certo significato importa darlo al sentimento di apprensione e di malcontento diffuso tra gli uomini quando la percentuale dell’investimento in moneta supera la percentuale normale. A rendercene ragione importa affrontare la realtà, che è di beni e non di valutazioni monetarie. Il movimento economico durante una data unità di tempo potrebbe essere raffigurato così, in unità fisiche di beni supposti omogenei e sommabili:

 

 

Flusso annuo del

reddito

Flusso annuo della

produzione

A consumo …………………

9

Beni di consumo ……………

9

A risparmio …………………

1
___

Beni strumentali …………….

1

____

10

10

(I)

 

 

L’esperienza fatta per successivi tentativi ha dato luogo ad una situazione di equilibrio, in cui i consumatori, che sono poi i produttori medesimi, guardati, in regime di divisione del lavoro, dall’altra faccia della medaglia, destinano al consumo 9 unità del loro reddito – ed i produttori producono precisamente le 9 unità richieste dal consumo, – ed al risparmio 1 unità che è investita nell’unità di beni strumentali dai produttori posta sul mercato. Tra le due quantità vi è uguaglianza, perché il reddito dei consumatori coincide col flusso della produzione. La apparente distinzione è il risultato della divisione del lavoro per cui ogni produttore è costretto a recare in monte sulla piazza del mercato i beni prodotti di cui non sa personalmente cosa farsi (flusso della produzione) e poi prelevare dal monte, in qualità di consumatore, una piccola fetta di ognuno dei beni prodotti da se stesso e dagli altri, fino ad esaurimento (flusso del reddito). Questo produrre, mettere in monte e riprendersi è in realtà una faccenda complicatissima; Poiché i produttori ed i consumatori sono milioni, agiscono indipendentemente l’uno dall’altro, attraverso a grandi distanze, intermediari, banche, ferrovie, mari e mille altre diavolerie. È tuttavia miracoloso vedere come le cose in genere si aggiustano bene, con scarti inverosimilmente piccoli, assai minori di quelli presumibili se un sinedrio di sapientissimi presiedesse alla bisogna. Ogni tanto salta fuori qualche dotto uomo ad osservare che gli uomini sono diventati troppo previdenti e sapienti, e, risparmiando assai e adottando macchine mai più viste, riescono a produrre 25 unità invece di 10; sicché, pur producendosi 5 unità di beni strumentali, si portano sul mercato 20 unità di beni di consumo; e il dotto uomo chiede: chi comprerà le 20 unità; dimenticando che sarà gran festa per gli stessi uomini trovare sulla piazza del mercato un monte più alto e grosso di beni e potersene portar via, ciascuno, una porzione più vistosa e più varia.

 

 

9. – Il problema non è del come la cosa andrà a finire; ché alla fin fine, quando gli uomini si saranno abituati all’idea di star meglio e si saranno spiegati ben bene intorno al modo da essi desiderato dello star meglio, la cosa non potrà non finir bene. Il punto difficile sta negli

errori ed attriti inevitabili nel passare dal tempo in cui si produce e si consuma un tanto in un dato modo, al tempo in cui si produce e si consuma un tanto di più e in un altro modo.

 

 

10. – Ad un certo momento, i consumatori redditieri, ai quali sono stati, all’inizio di uno dei periodi di tempo considerati, consegnati – dagli imprenditori, privati e pubblici, i quali organizzano la produzione, ne anticipano i risultati e ne assumono i rischi – assegni di prelievo per l’ammontare di 10 unità sul cumulo dei beni previsto trovarsi durante lo stesso periodo di tempo sulla piazza del mercato, non vogliono o non possono più esercitare intieramente il loro diritto di prelievo. Essi posseggono gli assegni e sulla piazza c’è il cumulo. Ma il cumulo esiste nel luogo e nella specie di prima; laddove nel frattempo i consumatori redditieri hanno cambiato gusti o qualcuno ha scavato una fossa con trincea (dazi protettivi, contingentamenti, politica delle divise, ecc.) che impedisce ad una parte dei consumatori di avvicinarsi e di prelevare la quota sua. Alla fine del periodo, taluno dei consumatori redditieri si trova ancora in mano 1 dei 10 buoni od assegni (biglietti di banca) ricevuti: ed i produttori devono malinconicamente ritirare in magazzino 1 unità sulle 10 di beni di consumo o strumentali componenti il cumulo. La circolazione della banca resta ridotta da 10 a 9 assegni, perché il consumatore redditiero, non sapendo cosa farsene, ha depositato il decimo assegno presso la banca stessa: risparmio disponibile o risparmio investito in moneta o circolazione potenziale. Crescono nei magazzini generali di una unità le rimanenze (stocks) di merce. Invece di parlare di rimanenze normali costituenti la dotazione del commercio, si parla di rimanenze di merce invenduta, che premono sui prezzi. Comincia la crisi.

 

 

11. – All’inizio del periodo successivo, gli imprenditori, i quali l’anno prima avevano previsto di produrre e portare al cumulo 10 unità, fatti esperti dall’accaduto dell’anno precedente, prevedono di produrre solo 9 unità e consegnano o si obbligano a consegnare ai consumatori redditieri, di cui impegnano i servizi, 9 assegni di prelievo sul cumulo. Ma, sia perché i gusti si siano ulteriormente alterati ed i vecchi beni offerti soddisfino sempre meno le loro esigenze, sia perché le trincee ed i reticolati attorno alle vie d’accesso alla piazza del mercato siano più fonde ed aspri, sia perché i consumatori-redditieri, vista la mala parata, non si azzardino più ad investire, ossia ad acquistare beni strumentali, costoro esercitano il loro diritto di prelievo solo per 5 unità su 9. Ecco da un lato, un secondo assegno che va ad aggiungersi alla massa del risparmio disponibile, o risparmio investito in moneta o circolazione potenziale; ed ecco dall’altro lato una seconda unità di beni prodotti, di consumo o strumentali, la quale va ad ingrossare le rimanenze di magazzino.

 

 

12. – Il gioco dura per qualche tempo, sinché il flusso dei beni di consumo o strumentali non si riduca abbastanza e taluni imprenditori non si accorgano della convenienza di cambiarne i componenti sostituendo nuove specie di beni di consumo e strumentali (nuove macchine, nuove semenze, ecc.) ai beni non più desiderati dagli uomini; e sinché i reticolati dei dazi, contingentamenti e divieti monetari non si abbassino od attraverso ad essi squarci sempre più larghi siano aperti. Ad un certo punto, può accadere che i consumatori redditieri abbiano ricevuto soltanto 7 assegni ed i produttori abbiano portato sulla piazza solo 7 unità di beni nuovi prodotti nell’anno. Ma, stanchi di aspettare, i consumatori redditieri si presentano sul mercato con i 7 assegni ricevuti nell’anno, più 1 assegno prelevato sul fondo di quelli ricevuti negli anni precedenti e convertiti provvisoriamente in risparmio disponibile o circolazione potenziale. Subito, la lieta notizia si diffonde tra i produttori; a furia l’unità mancante è cavata dai magazzini e recata sulla piazza. È la ripresa. Rinasce la fiducia.

 

 

Nell’anno seguente, gli imprenditori ritornano a consegnare 8 assegni, forse 9 se hanno il coraggio di prenderne a prestito 1 dalla banca (e la banca lo può dare perché ha accumulato larghi depositi di risparmio disponibile e può aumentare la circolazione di assegni o biglietti, senza assumere alcuna iniziativa propria); e producendo 8 e cavando dai magazzini 1, fronteggiano la richiesta. Un po’ per volta gli impianti antichi sono sfruttati meglio, il nuovo risparmio si investe in beni strumentali più perfetti ed atti a produrre in maggior copia beni antichi e beni nuovi. Si giunge così ad una nuova normalità, in cui il flusso annuo del reddito e della produzione è il seguente:

 

 

Flusso annuo del

reddito

Flusso annuo della

produzione

A consumo …………………

11

Beni di consumo ……………

11

A risparmio …………………

2
___

Beni strumentali …………….

2

____

13

13

(II)

 

 

Poi, l’equilibrio tornerà a rompersi; si formeranno nuovi fondi di risparmio disponibile e di beni immagazzinati; si dovranno cercare nuove vie, giungere a nuovi equilibrii, sulla base di 15 e poi 18 e poi 20, ecc., ecc., unità.

 

 

13. – Lo schema è atto a spiegarci la funzione del risparmio disponibile. Per semplicità, ho esposto calcoli in unità ideali di conto, unità fisiche di beni, supponendo di potere trovare una unità di misura tecnica fra le diverse qualità di beni. Nello schema le unità di assegno sono semplicemente quote parti del cumulo dei beni previsto all’inizio del periodo trovarsi sul mercato durante il periodo. La realtà è grandemente più complicata, perché non esistono e sono inimmaginabili le unità tecniche di merci – siano perdonati per le scempiaggini divulgate i tecnocrati! – e perché la sola unità di misura conosciuta che è quella monetaria, dipendendo dai gusti degli uomini, è cagione di sconcordanze gravi fra i due piatti della bilancia. La massa delle unità monetarie componenti il risparmio disponibile in ogni mercato, locale, nazionale, mondiale è diversa dalla valutazione nella stessa unità monetaria della massa di beni immagazzinati. Possiamo soltanto affermare che una certa relazione logica esiste tra le due masse. La prima massa è un qualcosa di ideale, un insieme di diritti vantati da certi uomini, i redditieri risparmiatori, ad acquistare, volendo, una certa quantità di beni esistenti nel mondo. La seconda massa è una quantità fisica di beni diretti (di consumo) e strumentali. (La realtà è ancor più complessa; perché  accanto ai beni in magazzino vi sono i beni capitali strumentali in opera e contro la quota di essi che normalmente viene sul mercato vi è una massa corrispondente di assegni, ecc., ecc.). Se coloro che dispongono degli assegni non si decidono ad usare del loro diritto, ecco la circolazione restare nel limbo ed i beni disponibili nei magazzini. Quel che è peggio, ecco gli imprenditori scoraggiarsi dal produrre e restringere vieppiù l’utilizzazione non solo dei beni immagazzinati, ma anche dei beni strumentali capitali in opera, fra cui debbono noverarsi i lavoratori medesimi. A mettere in moto la macchina fa difetto ed anche è sufficiente non di rado uno stimolo psicologico. Se il consumatore risparmiatore si decide ad usare del suo diritto su un assegno ed a spenderlo ossia a recarsi sul mercato ad acquistare una unità di bene, non soltanto esce dal magazzino la unità disponibile di merce invenduta; ma l’imprenditore produttore è incoraggiato a pensare che la stessa cosa si ripeterà nel momento successivo e che perciò gli conviene produrre una unità o forse due in più. I beni strumentali atti alla produzione esistono, esistono i lavoratori disoccupati. Manca solo la combinazione. A metterla in essere, basta che l’imprenditore abbia il coraggio di chiedere alla banca a mutuo una o due unità di assegno, con cui egli acquisterà l’uso delle macchine, degli uomini, delle materie prime esistenti o pronte a venire alla luce. Gli assegni finiranno nelle mani dei consumatori-redditieri e serviranno ad acquistare i beni che essi porteranno sulla piazza del mercato.

 

 

14. – Non sempre è ragionevole pretendere che gli imprenditori abbiano il coraggio economico necessario a mettere in moto il risparmio investito in moneta e ad utilizzare i beni in magazzino, gli impianti fermi a metà od in tutto, le energie umane disoccupate. Se non si conoscono i gusti dei compratori redditieri, se questi sono irresoluti, se si moltiplicano le trincee attorno ai mercati, perché gli imprenditori dovrebbero azzardare la rovina? Qualcuno o qualcosa bisogna rompa l’incantesimo. Il qualcosa sarà l’ordine dato dal dittatore alla crisi agli imprenditori di consegnare una maggior copia di assegni ad un numero più grande di lavoratori nella speranza che costoro, in qualità di consumatori redditieri, ritirino dal monte maggior copia di beni (codici di Roosevelt); ovvero il consiglio dato alla banca di offrire agli imprenditori maggior copia di assegni, anche al di là di quelli ricevuti in deposito dai risparmiatori, affinché gli imprenditori alla loro volta li diano ai fattori produttivi e questi, in qualità di consumatori redditieri si decidano a ritrar dal cumulo maggior copia di beni (piani di inflazione di credito)? Difficilmente i codici ed i piani riescono, perché per qualche imperscrutabile ragione gli imprenditori, i consumatori redditieri ed i risparmiatori hanno l’anima del mulo, il quale più si grida e si picchia, più punta i piedi e si rifiuta di andare innanzi. Né a tanta poca distanza di tempo dalle esperienze recenti, si può ricorrere al pungolo dell’inflazione diretta cartacea. Tale sarebbe la furia di disfarsi dei nuovi segni monetari che la potenza d’acquisto discenderebbe a zero ed il meccanismo economico si incanterebbe del tutto.

 

 

15. – Il lavoro pubblico può essere uno dei “qualcosa” atti a rompere l’incantesimo. Se lo stato assume a mutuo qualcuno degli assegni esistenti in partibus infidelium (risparmio investito in moneta), può con essi prelevare dal cumulo beni diretti (di consumo), beni strumentali, uso di impianti e di energie umane e rimettere in moto il macchinismo. Certamente i beni prelevati dallo stato non possono essere contemporaneamente prelevati da imprenditori privati. Il lavoro pubblico non si aggiunge, ed in ciò ha ragione il lettore, al lavoro privato. Esso si sostituisce ad un lavoro privato che non vuole uscir dal limbo. Non gli si può perciò disconoscere una certa virtù creatrice. Esso si concreta in strade, ponti, porti, bonifiche, rimboschimenti, forse non desiderati individualmente da nessuno dei consumatori, ma domandati da essi per deliberazione collettiva avvenuta attraverso lo stato medesimo. Se lo stimolo è dato con garbo, se non esaurisce il fondo dei diritti a trarre assegni conseguenti da risparmio precedente, il lavoro pubblico può essere uno di quei fattori imponderabili ed inconoscibili – almeno allo stato attuale delle conoscenze – del rivolgimento psicologico per cui dal fondo della curva del ciclo economico gli uomini nuovamente si avviano su per l’erta della ripresa.

 

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