Risparmio, risparmio operaio, risparmio obbligatorio

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/07/1916

Risparmio, risparmio operaio, risparmio obbligatorio

«Corriere della Sera», 21 luglio[1], 5[2] e 8[3] novembre 1916

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 360-373

 

 

I

Il ministro del tesoro ha molto opportunamente nel suo ultimo discorso finanziario ricordato agli italiani il dovere del risparmio. In un momento in cui tutte le forze del paese debbono essere indirizzate alla condotta della guerra, il dovere del risparmio diventa più imperioso del solito e deve essere vivamente sentito da ogni ordine di cittadini.

 

 

Già in tempo di pace tra spesa e risparmio bisogna mantenere un ragionevole equilibrio, che il buon senso, le condizioni familiari, l’età, la natura dell’impiego, il patrimonio posseduto insegnano come debba essere conseguito.

 

 

Fra le ragioni, le quali inducono piuttosto a spendere che a risparmiare, non deve aver luogo il desiderio di «dar lavoro», di «far girare il denaro» e simiglianti spropositi. Chi porta 100 lire alla cassa di risparmio è altrettanto ed anzi più benemerito verso gli operai, il commercio e l’industria, di colui il quale spende le 100 lire in acquisti nei negozi. Questi fa domanda di un vestito e quindi fornisce l’occasione per fabbricarlo; sicché dicesi che egli dia da vivere a sarti, negozianti e fabbricanti di panni, operai tessitori e filatori. Ma, se il primo non avesse recato le 100 lire alla cassa od alla banca e questa non avesse potuto far prestiti ai fabbricanti o scontato le cambiali del negoziante, e se i fabbricanti e negozianti non avessero risparmiato essi medesimi parte del capitale occorrente, come si sarebbero potuti costruire gli stabilimenti, comprare le macchine e le materie prime, anticipare i salari agli operai?

 

 

In tempo di guerra, la necessità del risparmio diventa chiarissima anche ai meno veggenti e la sua importanza per la vittoria ingigantisce. Se Tizio spende 100 lire in un vestito, invece di far durare il vestito vecchio più a lungo, egli reca parecchi danni al paese:

 

 

  • lo stato non ha 100 lire che Tizio avrebbe potuto fornirgli a mutuo, sottoscrivendo ai prestiti nazionali ed ora ai buoni del tesoro; e quindi non può provvedere ad un uguale ammontare di spese di guerra;
  • i fabbricanti di panni, i negozianti ed i sarti sono occupati a fornire vestiti a Tizio od a Tizia, mentre avrebbero potuto rivolgere le loro energie a fabbricare panni e vestiti per l’esercito.

 

 

Tutto ciò è stato detto e ripetuto oramai a sazietà. Sebbene persuasive, queste verità lasciano tuttavia, importa riconoscerlo, adito a dubbi di applicazione. Molti debbono rimanere incerti dinanzi alla domanda: debbo spendere o comperare un buono del tesoro? In generale il dubbio si deve risolvere nel senso del buono del tesoro. Se si sbaglierà, l’errore sarà piccolo; mentre può essere grave, quando ci si decida a spendere.

 

 

I dubbi degni di nota sono quelli posti da coloro che vorrebbero risparmiare; ma, non avendo il coraggio di tagliare radicalmente a fondo e sul vivo, non sanno da che parte cominciare. Su dieci capitoli di spesa, quale il capitolo su cui conviene tagliare prima? Se noi supponiamo che si voglia fare la scelta delle spese da tralasciare avendo l’occhio all’interesse pubblico, ecco alcuni suggerimenti:

 

 

  • a parità di somma, rinunciare al consumo della merce esente da imposta, piuttostoché della merce tassata. Chi rinuncia al consumo di 1 chilogrammo di zucchero, del costo di lire 1,70, e deposita la somma risparmiata sul libretto della cassa postale di risparmio, fa, è vero, allo stato un prestito di 1,70; ma non reca allo stato un vantaggio di 1,70, poiché lo stato avrebbe sullo zucchero riscosso una imposta di 81 centesimi. Il vero nuovo contributo recato dal risparmiatore alla condotta della guerra è perciò solo di 89 centesimi. Lo stesso accade per il tabacco, per cui il risparmio di 1 lira arreca allo stato solo il beneficio di 20 centesimi, essendo tutto il resto imposta; per il sale, di cui forse 45 sui 50 centesimi di prezzo sono imposta. Diminuire di 1 chilogrammo il proprio consumo di sale recherebbe allo stato solo il vantaggio di 5 centesimi. Poiché le merci tassate a beneficio dello stato sono poche (sale, tabacco, spiriti, vino, birra, zucchero, glucosio, caffè e suoi surrogati, petrolio, fiammiferi, gas luce ed energia elettrica illuminante) e per le altre le imposte solo in piccola parte vanno a favore dello stato (per le carni a favore dei comuni nelle città chiuse), il consumatore può vedere quante merci vi sono che egli può con tutta sicurezza evitare di comperare, senza timore di recare allo stato il danno di esigere minori imposte. Citerò il caso degli oggetti di vestiario, di mobilio e d’ornamento, per cui tutto il risparmio si può dire guadagno netto per lo stato.
  • preferire negli acquisti la merce antica alla merce nuova. Se una signora acquista un pizzo antico reca danno allo stato perché le 1.000 lire spese sarebbero certamente state meglio impiegate nell’acquisto di un buono del tesoro. Ma il danno può scomparire se il buono è acquistato, in vece sua, dal venditore del pizzo antico. Forse è bene che le 1.000 lire passino dalla borsa di una testa sventata in quella del venditore, che può essere persona meglio consapevole dell’importanza del risparmio. Alla peggio, le 1.000 lire saranno spese dal venditore del pizzo così come lo sarebbero state altrimenti dalla compratrice. Se questa invece compra un pizzo nuovo, non solo essa reca danno allo stato negandogli il prestito delle 1.000 lire, ma cagiona inoltre forse un danno maggiore, inducendo alcune lavoratrici a perdere tempo nel fabbricarle il pizzo, mentre avrebbero potuto essere utilizzate dallo stato nella confezione di vestiti, camicie, calze per soldati. Salvo i rari casi di ricamatrici assolutamente incapaci a far altro, è sempre possibile spostare il lavoro da un impiego all’altro.

 

 

Per lo stesso motivo, chi abbia assoluta necessità di qualche oggetto, farà bene a comprare oggetti usati d’occasione, evitando di comprare oggetti nuovi. I primi non richieggono mano d’opera; mentre i secondi distolgono maestranze e capitali dagli unici lavori importanti oggi, che sono le industrie di guerra e quelle necessarie a far vivere nella maniera più semplice la popolazione civile.

 

 

  • evitare di servirsi dell’opera di chi può essere utile allo stato. Non v’è nessun male che il ricco seguiti a valersi dell’opera dei domestici, giardinieri, governanti, purché anziani o vecchi ed inabili a compiere altri lavori. Licenziare costoro o non pagare più l’assegno ai servitori a riposo sarebbe una crudeltà inutile, e probabilmente dannosa allo stato ed ai comuni, i quali dovrebbero caricarsi di spese per il mantenimento degli indigenti. Il ricco invece deve licenziare l’autiere giovane, diminuire il numero dei domestici in buona salute, evitare di costruire ville, di comprare automobili, ecc. ecc. Infatti, le persone, ai cui servizi egli così rinuncia, saranno costrette ad occuparsi in qualità di meccanici o manovali in stabilimenti dove si producono cose molto più utili al paese nel momento presente.

 

 

Altri consigli ed altri esempi si potrebbero addurre, se le necessità di guerra non avessero, con vantaggio generale, costretto le amministrazioni dei giornali a ridurre il consumo della carta e quindi lo spazio disponibile per tutto ciò che non è notizia strettamente necessaria.

 

 

Il rialzo del prezzo della carta ha risolto qui spontaneamente i dubbi che in altri campi continuano a manifestarsi. Ricorderò ancora, prima di finire, il caso dei teatri, cinematografi, luoghi di danza e di divertimento.

 

 

A favore di questo genere di spesa si può dire che attori, artisti, cantanti, ballerine, musicanti non sono adatti a fare altri mestieri, sicché, se il pubblico disertasse i luoghi di divertimento e risparmiasse, per ipotesi, 100 milioni di lire di più in un dato periodo di tempo, investendoli in buoni del tesoro, lo stato da un lato incasserebbe 100 milioni, ma dall’altro dovrebbe spendere cospicue somme, o le dovrebbero spendere, il che fa lo stesso, le istituzioni pubbliche di carità, per mantenere tutta una folla di disoccupati.

 

 

Qualcosa di vero v’è in questa tesi. Bandire tutti i divertimenti, anche in tempo di guerra è eccessivo ed è forse dannoso alla condotta della guerra. In quanto i divertimenti offrono una distrazione a soldati ed ufficiali, nessuno vi trova da ridire. Possono anche essere utili ad offrire un sollievo sano alla popolazione civile e renderla più contenta ed atta al lavoro dell’indomani. La domanda ragionevole di divertimenti sarà perciò in grado di assorbire quelli che hanno veramente attitudini specifiche, insostituibili ed inutilizzabili altrimenti. Quanto agli altri, la domanda affannosa di lavoratori nelle industrie necessarie alla prosecuzione vittoriosa della guerra basterà ad assorbirli con vantaggio del paese.

 

 

II

La questione del «risparmio di guerra» delle classi operaie è oramai posta. A Torino il comitato di preparazione ha iniziato una attiva propaganda ed ha pubblicato un opuscolo, nel quale sono esposti i vantaggi ed i doveri del risparmio nel momento presente. Discorsi di insigni parlamentari hanno messo in luce la necessità di impedire lo spreco; e recenti provvidenze governative hanno risposto al convincimento generale che importi fare ogni sforzo per utilizzare con la massima parsimonia le riserve alimentari e gli altri fondi di consumo alfine di scemare i sacrifici della guerra.

 

 

Da tanto tempo, appena scoppiata la guerra europea, ho predicato su queste colonne la necessità ed il dovere del risparmio per le classi medie e dirigenti, che spero di non essere accusato di parzialità esponendo ora alcune considerazioni specialmente riguardanti le classi operaie. Dal principio della guerra europea le classi medie e superiori hanno dato allo stato italiano da 6 a 7 miliardi di lire a prestito sotto varie forme; e non hanno ancora fatto tutto il loro dovere. Troppo è ancora lo spreco ed il consumo non necessario in teatri, vestiti, automobili, divertimenti perché ci si debba stancare di chiedere sempre nuovi sforzi e nuove rinunce a chi deve o può. Ma, osservato ciò, sembra sia lecito affermare che le classi operaie possono nell’interesse della nazione e nell’interesse proprio collaborare con intensità crescente all’opera comune. Anch’esse hanno già fatto parecchio; e l’incremento nei depositi a risparmio, il quale entra a formare l’ultimo dei 7 miliardi di cui sopra, è merito di piccolissimi risparmiatori. Ma il compito non è esaurito e chi rifletta all’alto tenor di salari prevalente negli addetti alle industrie di guerra e per riflesso in molte altre occupazioni, chi abbia riguardo all’occupazione estesa a donne, a ragazzi, i quali non di rado ricevono anche sussidi svariati, non può non rimanere convinto, anche tenendo conto dell’accresciuto costo della vita, che una larga messe di risparmi operai rimane ancora da mietere.

 

 

Giova, per non battere falsa strada, aver riguardo all’opera dei paesi dove il successo arrise allo sforzo compiuto. Non parlerò dei metodi seguiti in Germania ed in Austria, perché mi fanno difetto documenti sufficienti; accennerò appena alla Russia, dove l’abolizione del consumo delle bevande alcooliche ha dato un impulso notevole al risparmio ed all’elevazione delle masse contadine. Tra i paesi alleati, eccelle l’Inghilterra per il fervore con cui governo e privati si diedero alla propaganda del risparmio operaio. Il governo costituì un «Comitato nazionale per i risparmi di guerra» (The National War Savings Committee), in cui entrarono rappresentanti operai, e questo cosparse l’Inghilterra di una rete di comitati locali e di «associazioni per il risparmio di guerra».

 

 

La propaganda compiuta si è imperniata tutta sul concetto della persuasione, escludendo ogni idea di obbligatorietà del risparmio per gli operai. Poiché in Italia da varie parti è messa innanzi l’idea di una ritenuta obbligatoria sui salari degli operai è bene dire le ragioni per le quali quell’idea fu, dopo lunghi dibattiti, respinta in Inghilterra e sembra da respingersi in Italia:

 

 

  • giustizia vorrebbe che l’obbligo di risparmiare non fosse sancito per una sola classe, ma fosse esteso a tutti. Troppi altri italiani, non operai, non hanno sentito il dovere di risparmiare; e poiché il dovere e la possibilità crescono col crescere dei redditi e della ricchezza, sarebbe giocoforza sancire un obbligo progressivo di risparmiare per tutti;
  • ciò equivarrebbe al prestito forzato. Il quale potrà essere l’ultima arma da brandire nel caso di estrema e dura necessità; ma è un’arma che troppe volte nella storia si è dimostrata di gran lunga meno efficace dei prestiti volontari per potere farsi questa volta qualsiasi illusione al riguardo. Coi prestiti volontari l’erario incassò finora 7 miliardi ed altri miliardi incasserà. Col prestito forzato io mi sono formato la convinzione, fondata sull’esame dei soli dati noti al fisco intorno alla capacità contributiva dei cittadini italiani, che anche spingendo le aliquote del prestito al 100% del reddito sui redditi maggiori, sarebbe stato impossibile ottenere più di 500 milioni di lire all’anno. Sarebbe stato un vero disastro per la condotta finanziaria della guerra. Non v’è nessun motivo di applicare un metodo inefficace anche ai soli operai;
  • in particolar modo, farebbe d’uopo che la trattenuta sui salari operai tenesse conto delle condizioni di famiglia, di età, di malattia delle persone viventi a carico dell’operaio, del costo della vita variabile da luogo a luogo. Compito che non credo esagerare affermando essere al disopra della capacità di qualsiasi organizzazione pubblica esistente in Italia. I ministeri e le autorità locali sono ora così sovraccariche di lavoro che l’affidarne loro un altro difficilissimo sarebbe di pregiudizio grande ai loro compiti più urgenti;
  • né si dimentichi che, come dicono gli opuscoli di propaganda dell’inglese National War Savings Committee, il primissimo dovere degli operai nel momento presente non è neppure il risparmio: e la produttività del lavoro. Efficiency the first need: la efficienza del lavoro è la prima necessità. Il risparmio viene subito dopo; ma vien dopo. Il risparmio forzato fa correre il rischio al paese di assorbire in taluni casi anche ciò che occorre all’operaio per aumentare al massimo la propria capacità di lavoro. Nello stesso modo in cui sarebbe criminoso ridurre la razione od il vestito del soldato al disotto dell’occorrente a mantenerlo in piena efficacia combattente, così sarebbe dannoso ridurre il salario al disotto del necessario a mantenere la salute e la forza fisica dell’operaio e della sua famiglia. Il risparmio forzato, dovendo basarsi su regole uniformi, non di rado dovrebbe passar sopra alle necessità dei casi individuali;
  • perciò esso diffonderebbe germi di malcontento e di animosità sociale laddove è indispensabile che in ogni caso si faccia opera di solidarietà e di pace sociale.

 

 

Se il risparmio obbligatorio è sconsigliabile, il risparmio volontario è sommamente utile agli operai ed al paese. Esso è elastico, si adatta alle esigenze individuali e di famiglia, non intacca le forze vitali e produttive della attuale e delle venture generazioni; è garanzia e stimolo di elevazione di vita. Il Comitato inglese ha esposto in un manifesto diffuso a milioni di copie, distribuito in piccoli foglietti volanti, affisso in grandi quadri sulle cantonate, le sei ragioni perché si deve risparmiare. Eccole:

 

 

  • 1) Perché, quando voi risparmiate, aiutate i nostri soldati e marinai a vincere la guerra.
  • 2) Perché, quando comprate cose non necessarie, voi aiutate i tedeschi.
  • 3) Perché, spendendo, voi obbligate altri a lavorare per voi; ed il lavoro di tutti è ora necessario per aiutare i combattenti o per produrre derrate e merci necessarie alla vita o per produrre merci da esportare.
  • 4) Perché, facendo a meno di qualche acquisto e limitando la spesa alle cose indispensabili, voi diminuite il lavoro che devono compiere le navi, i porti e le ferrovie e rendete i trasporti più rapidi e meno costosi.
  • 5) Perché, spendendo, voi rincarate ogni cosa per tutti, e specialmente per coloro i quali sono più poveri di voi.
  • 6) Perché ogni lira risparmiata fa del bene due volte, prima quando voi non la spendete e di nuovo quando voi la imprestate alla nazione.

 

 

La sesta ragione di risparmiare merita un commento, già fatto altra volta, ma non mai abbastanza ripetuto. Il passaggio dallo stato di pace allo stato di guerra cagionò una crisi momentanea di disoccupazione, la quale è nei ricordi di tutti e fu di breve durata per la maggior parte dei lavoratori, solo perché la guerra indicò subito la nuova direzione che le industrie dovevano prendere. Non ci furono dubbi: capitale e lavoro si indirizzarono immediatamente alla produzione di forniture e di munizioni, che era nel tempo stesso urgente e remunerativa. Conchiusa la pace, la crisi di passaggio dalle industrie delle forniture e delle munizioni non sarà probabilmente di così sicura soluzione. In molti casi non si saprà che cosa fare senza pericolo di perdere. La «conquista dei mercati esteri», la «espansione del dopo guerra» sono belle frasi, ma il loro contenuto è incerto. Quando tutti i paesi possederanno fabbriche di esplosivi pronte a trasformarsi in fabbriche di colori, l’avvenire della fabbricazione dei colori non sarà ugualmente roseo in tutti i paesi. Prudenza vuole che imprenditori ed operai si tengano preparati a sormontare una crisi di mercati e di disoccupazione; ed il metodo più sicuro di sormontarla sarà senza dubbio per gli operai il possesso di un gruzzolo, il quale renda l’operaio capace di attendere lavoro sul luogo o di spostarsi verso i luoghi di maggior domanda del suo lavoro, con la sicurezza che la famiglia nel frattempo non soffrirà privazioni.

 

 

Lo stato può promuovere la formazione del risparmio volontario, limitando e rincarando taluni consumi non necessari. La chiusura anticipata dei caffè, ristoranti ed osterie andrebbe fatta eseguire con severità esemplare e non si dovrebbero consentire, come vedo annunciarsi, eccezioni di sorta alla regola generale. Alla chiusura dei caffè e delle osterie dovrebbero accompagnarsi la limitazione dell’orario dei cinematografi e la chiusura dei teatri alle 23,30 al più tardi. Non sarà male, se le rappresentazioni saranno più brevi, e se perciò potranno ridursi le spese di illuminazione, riscaldamento, e se il servizio tranviario potrà dappertutto finire prima di mezzanotte, come si usava qualche anno fa.

 

 

Non ho mai compreso le ragioni per le quali si vuole vietare l’uso di bevande non fabbricate coll’uva, quando sia chiaramente detto che trattasi di imitazione di vino: perché tal pretesa equivale a porre un divieto alla invenzione umana, la quale potrebbe benissimo riuscire a produrre una bevanda chimica non nociva alla salute ed avente le medesime qualità del vino. Ma, nelle presenti contingenze, in cui il vino è caro, in cui è necessario tassarlo fortemente per farne diminuire il consumo e procacciare entrate al fisco, il divieto temporaneo dei surrogati assume un aspetto utile alla collettività, perché garantisce il fisco e limita un consumo non necessario, in cui si inabissano in non trascurabile proporzione i redditi delle masse. Si potrebbe seguitare noverando i consumi i quali, alla pari delle bevande alcooliche, del tabacco, del caffè, del lotto e di tutte le altre maniere di giocare, dei cani di lusso, dei domestici, dei cocchieri e delle automobili e vetture private meritano le cure più attente del fisco. In questo campo, non si farà oggi mai abbastanza per tassare e poi tassare e poi ancora tassare.

 

 

III

Quando si sia persuaso l’operaio che egli deve risparmiare, nel suo interesse ed in quello del paese, e quando si sia cercato di limitare il consumo, e rincarare il prezzo dei generi non necessari alla vita produttiva, rimane però ancora da risolvere il quesito: in qual maniera l’operaio deve essere consigliato a risparmiare?

 

 

Ritengo, a questo proposito, che non debba aversi alcuna idea preconcetta. Non deve nemmeno consigliarsi il risparmio allo scopo esclusivo di imprestito allo stato. Vi possono essere operai e sovratutto contadini, i quali non sono ancora abituati al titolo di stato. A volerli abituare per forza, si corre il rischio di metterli in diffidenza o di far comprare loro un titolo che non è adatto alle loro esigenze, che non è rimborsabile quando essi ne abbiano necessità e che perciò raggiunge un effetto opposto a quello desiderato.

 

 

Ciò che sovratutto importa è il fatto del risparmio; ossia la rinuncia a godere e quindi a far fabbricare cose non necessarie. Si raggiungono così senz’altro i due scopi capitalissimi: rendere disponibile la somma risparmiata e libero altresì, per le produzioni belliche, il lavoro di chi avrebbe perso il proprio tempo a fabbricare cose di consumo privato inutile alla guerra. Le modalità del risparmio sono meno rilevanti.

 

 

Il contadino, se non si fida d’altri impieghi, seguiti a comprare terre. Un fine sociale, la diffusione della proprietà, garanzia di stabilità e di ordine, si otterrà ad ogni modo. il venditore del terreno potrà impiegare, egli, in titoli di stato, quel prezzo di vendita, che il contadino ha risparmiato.

 

 

L’operaio, che non compra terre, né oggi può utilmente cominciare a costruirsi la casetta propria, iscrivendosi ad una cooperativa edilizia, a causa del rincaro, provvidenziale sotto tanti rispetti, dei materiali da costruzione, non vuole comprare titoli del prestito nazionale, perché essi scadono solo fra 25 anni, mentre egli può avere necessità dei denari suoi subito dopo la fine della guerra? Compri buoni del tesoro 5% a 5, o 3 anni od anche buoni ordinari, 3,50 o 4,50, a tre, sei, nove mesi od un anno. Si limiti anche, se crede, a versare i propri risparmi su un libretto postale o di cassa di risparmio o di banca popolare. Attraverso a questi enti, che egli apprezza a giusta ragione, i denari suoi troveranno la via delle casse pubbliche ed andranno a sostenere le spese della guerra.

 

 

Tuttavia, non so sottrarmi all’impressione che qualcosa potrebbe ancora farsi da noi per offrire al lavoratore un impiego attraente, facilmente accessibile, adatto ai suoi bisogni.

 

 

In Inghilterra hanno inventato i War Savings Certificates: i «certificati del risparmio di guerra». Si è riflettuto cioè:

 

 

  • che gli operai non possono risparmiare grosse somme ogni settimana; e che sarebbe imprudente attendere che essi abbiano accumulato il gruzzolo necessario per l’acquisto del titolo di prestito del taglio più piccolo, che da noi sarebbe quello da 100 lire. Il gruzzolo correrebbe rischio di dileguarsi nel frattempo. Perciò i certificati di risparmio costano soltanto 15 scellini e 6 pence, che vogliono dire, alla pari dei cambi, lire italiane 19,55. È una somma che l’operaio inglese può oggi non di rado risparmiare ogni settimana;
  • che gli operai non vogliono impegnarsi per lungo tempo, perché non sanno se presto, per malattia, mancanza di lavoro od altra eventualità, come la fine della guerra, non avranno d’uopo della somma risparmiata. Perciò della somma versata in lire 19,55 l’operaio può chiedere il rimborso in qualsiasi momento, anche il giorno dopo il versamento. Questa è la caratteristica essenziale su cui posa il successo del metodo;
  • che, ciononostante, è utile che l’operaio, pur avendo il diritto di chiedere ad ogni momento il rimborso del certificato, abbia interesse a conservarlo. Perciò l’interesse è progressivo nel tempo. Se il certificato è rimborsato entro il primo anno non rende nulla; se è rimborsato dopo 15 mesi l’1,61% all’anno, se entro 18 mesi il 3,20%, se entro 2 anni il 3,96%, se entro 3 anni il 4,62%, se entro 4 anni il 4,87%, se entro 5 anni il 5,23%. Alla fine dei 5 anni il certificato è rimborsato in 1 lira sterlina rotonda equivalente a lire italiane 25,22, il che corrisponde appunto ad un interesse del 5,23% all’anno. L’operaio sa che, se ne ha bisogno, può riavere subito il suo denaro; ma sa anche che più tiene il certificato, più cresce il guadagno. Ed è spinto naturalmente a tenere ed a far così l’interesse proprio e dello stato. Questo, dal canto suo, non ha il diritto di rimborsare prima della scadenza dei 5 anni;
  • poiché, ad ogni settimana, l’operaio può non avere disponibili 15 scellini e 6 pence, ogni ufficio postale gli fornisce una cartolina di risparmio di guerra, divisa in 31 spazi. Su ognuno degli spazi l’operaio può appiccicare un francobollo da 6 pence (63 centesimi di lira) e quando l’abbia riempita tutta, può cambiare la cartolina in un certificato intiero. Il metodo si presta benissimo altresì al risparmio di guerra nelle scuole;
  • a facilitare gli acquisti graduali, gli operai possono istituire fra loro «associazioni per il risparmio di guerra» per cui il comitato nazionale fornisce gratuitamente moduli, istruzioni, libri contabili, ecc. ecc. Se 31 operai si riuniscono in una associazione e contribuiscono anche solo 6 pence l’uno alla settimana, hanno il vantaggio di potere acquistare, colla massa dei contributi individuali, un certificato intiero per settimana. Invece di ricevere tutti 31 separatamente il proprio certificato alla fine della 31ma settimana, essi ricevono 1 certificato alla settimana così da averne 31 alla fine della 31ma settimana. Il vantaggio sta in ciò che facendo l’acquisto separatamente, tutti i 31 certificati hanno la data della scadenza della 31° settimana e cominciano a lucrare interessi solo da quella data; invece, facendo l’acquisto insieme, il primo certificato data dalla fine della prima settimana, il secondo dalla fine della seconda e così via. Si è calcolato che in media vi sia una anticipazione di 15 settimane e che l’interesse guadagnato aumenti in proporzione. Questo è un metodo il quale si presta ad essere adottato, oltreché da associazioni di operai, dai principali, i quali possono eseguire trattenute sul salario dei loro dipendenti ed acquistare subito certificati intieri, facendo fruire gli operai del maggior interesse.

 

 

Gli inglesi, con questo metodo, hanno raccolto in meno di sei mesi, dall’aprile di quest’anno, 28 milioni di lire sterline, pari a 700 milioni di lire italiane. Perché lo stesso metodo non dovrebbe essere adottato in Italia?

 

 

Forse, da noi, converrebbe adottare un altro taglio, più piccolo, per renderlo accessibile a molti piccoli risparmiatori. Il taglio migliore sarebbe, a parer mio, quello di 8 lire, rimborsabili in 10 lire dopo 5 anni. Su questa base si potrebbe svolgere una utilissima propaganda:

 

 

  • il buono di risparmio da 8 lire è accessibile a molti operai. Numerosi sarebbero coloro che ogni settimana ne potrebbero acquistare uno;
  • acquistare per 8 lire un buono rimborsabile in 10 lire è una idea semplice, chiara, attraente: Comprate per 8 lire un buono di 10 sarebbe una formula ottima per un’efficace propaganda;
  • senza andare sino al risparmio obbligatorio, che è idea sconsigliabile, agli industriali potrebbe essere fatto obbligo di dare in pagamento dei salari settimanali di almeno 40 lire uno di questi buoni da 8 lire. L’operaio non subirebbe alcuna costrizione, poiché, se non volesse saperne, avrebbe solo il disturbo di andare al più vicino ufficio postale e farselo cambiare in moneta contante;
  • sul retro del buono, dovrebbe essere indicato chiaramente il valore del buono per chi lo tiene 1 anno, 2, 3, 4 e 5 anni. Per esempio:

 

 

Dopo

Valore del buono

Aumento avvenuto nel frattempo

1 anno

8,20

+ 0,20

2 anni

8,50

+ 0,30

3 anni

8,90

+ 0,40

4 anni

9,40

+ 0,50

5 anni

10,00

+ 0,60

 

 

L’operaio saprebbe senz’altro quale sarebbe il suo guadagno tenendo il buono per un anno, due, tre, invece di correre a farselo pagare in moneta. Forse basterebbe lasciar trascorrere alcuni giorni per essere indotti a conservare il buono, per lucrare gli aumenti annui progressivi. Più il tempo passa, più cresce il vantaggio di tenere. Dalla fine del terzo alla fine del quarto anno, un aumento di 50 centesimi su lire 8,90, valore del buono alla fine del terzo anno, equivale ad un interesse del 5,61%; dalla fine del quarto alla fine del quinto anno, l’aumento di 60 centesimi su 9,40 equivale ad un interesse del 6,39%. Lo stato, pur pagando non più ed anzi meno di quanto paga sui buoni quinquennali 5%, incoraggerebbe il risparmio operaio a lunga scadenza;

 

 

  • a crescere le attrattive del buono, ogni serie di essi di 100 milioni di lire dovrebbe partecipare ad un premio di 100.000 lire, uno da 50.000, 2 da 10.000, da 5.000 e 10 da 1.000 lire da estrarsi alla fine dei 5 anni. in tal modo, lo stato, pagando 2 lire su 8 di interesse alla fine dei 5 anni, più 18 premi del valore complessivo di 200.000 lire, non pagherebbe nulla più di quanto dovrebbe spendere pagando il 5% su 8 lire, ossia 40 centesimi, alla fine di ogni anno. E sarebbe dato un incentivo lecito, morale, ben lontano dalle comuni lotterie, a conservare i buoni sino alla fine del quinquennio.

 

 

Su queste linee o su altre somiglianti dovrebbe tentarsi la istituzione di quello che dovrebbe intitolarsi «risparmio operaio di previdenza per la crisi del dopo guerra».

 

 


[1] Con il titolo Le vie del risparmio. nuovi buoni al portatore da sei a dodici mesi. La necessaria propaganda. Ristampato col titolo Il dovere degli Italiani durante la guerra, VII, in Prediche, Laterza, Bari 1920, pp. 82-87. [ndr]

[2] Con il titoloIl risparmio operaio. Risparmio obbligatorio o volontario?. [ndr]

[3] Con il titolo I metodi del risparmio operaio. [ndr]

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