Rivalutazione artificiale e rivalutazione sana

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 30/06/1923

Rivalutazione artificiale e rivalutazione sana

«Corriere della Sera», 30 giugno 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 285-288

 

 

 

Nonostante le chiare riserve fatte, la tesi qui sostenuta intorno ai pericoli di una rivalutazione artificiale della lira mi ha procurato lettere, le quali dimostrano come in questo, davvero principalissimo, problema economico attuale, la discussione richiede sovratutto di chiarire le premesse. Riassumerei provvisoriamente il problema nelle seguenti proposizioni:

 

 

1)    È pericolosa ogni rivalutazione la quale proceda da causa artificiale. Volendo, lo stato potrebbe per qualche tempo far cadere la sterlina da 100 ad 80 lire. Basterebbe contrarre un adeguato prestito estero e vendere sulla piazza dollari e sterline. E poi? Quando il ricavo del prestito fosse esaurito? Lo stato avrebbe un debito di più; e il cambio tornerebbe a salire. Volendo, lo stato potrebbe anche con un prestito rimborsare e distruggere gli otto o nove miliardi di biglietti di cui è debitore agli istituti di emissione. In questo caso, si verificherebbero i malanni di cui ho parlato nel precedente articolo (crisi industriale, disoccupazione, fallimento dello stato, ecc. ecc.), perché il metodo scelto farebbe diminuire in mano di tutti, senza alcun contrappeso, i mezzi di pagamento e farebbe, pertanto, precipitare prezzi e redditi variabili, rendendo impossibile ai debitori, compreso lo stato, pagare i redditi fissi. Il male sarebbe di poco minore, se il ritiro dei biglietti avvenisse, ad un miliardo all’anno, in otto o nove anni. Sarebbero otto o nove anni di crisi lenta, di sfiducia nei produttori, scoraggiati dal continuo lento decrescere dei prezzi, non compensati se non da rimedi ugualmente artificiali: tariffe doganali e simili.

 

 

2)    Non è sperabile si possano, senza gravi perturbazioni, eliminare gli effetti della rivalutazione. Alcuni dicono: se la lira si rivaluta, è vero che lo stato non potrà più incassare 16 miliardi di tasse ed imposte. Incassando solo 8, potrà però ridurre gli interessi del debito pubblico alla metà, e, più gradualmente, di altrettanto gli stipendi e le altre spese pubbliche. Resta detto, ma tutt’altro che presto fatto. L’impressione sarebbe tremenda nel pubblico. I creditori dello stato si adattano, pur giustamente lamentandosi, a ricevere 3,50 lire cattive invece di 3,50 lire buone, perché sperano che col tempo la lira si rivaluterà e credono che la colpa del danno loro inflitto sia solo parzialmente da attribuirsi allo stato. Ma la riduzione a metà degli interessi offende apertamente il senso della giustizia. Sarebbe inoltre difficilissima ad operarsi. Bisognerebbe non toccare il 3,50% antico, perché molti lo acquistarono in tempi di lira buona. Ma parecchi lo comprarono ora, con lire svalutate, a prezzi vili; e bisognerebbe per costoro ridurre il 3,50 a 1,75. Come distinguere gli uni dagli altri? Anche il 5% non fu tutto comprato con lire piccole. Ci fu chi lo acquistò nel 1915 e poi via via nel 1916, 1917 a moneta gradualmente calante. C’è chi lo acquistò ora, con lire ricavate dalla vendita, a prezzi bassissimi, di rendita 3,50% o dal realizzo di crediti ipotecari antichi. Le complicazioni possibili sono numerose ed imbrogliatissime. Si fa presto a dire altresì: diminuiamo stipendi e salari pubblici e privati. Ma chi comincia per il primo? I bottegai a ridurre i prezzi, i padroni di casa i fitti o lo stato e gli altri datori di lavoro a tagliare sugli stipendi e salari? Operare con leggi o con azione diretta di governo, stipulare accordi tra le parti è, in questa materia, quasi impossibile. Ognuno si lamenterebbe di qualche ingiustizia e difficilmente vorrebbe riconoscere la giustizia delle contrastanti pretese altrui. È difficile immaginare un problema, a risolvere il quale meglio giovi la vis medicatrix naturae. Contro il fato non c’è rimedio: e dinanzi all’opera della natura si acquetano le opposizioni più accanite. S’intende che la «natura» è sinonimo di tutte quelle complesse forze economiche, sociali ed anche politiche che non assumono la forma di azione diretta intesa esclusivamente allo scopo della rivalutazione della lira.

 

 

3)    Per atto di esempio, giova alla rivalutazione della lira lo sgonfiamento delle imprese sbagliate. Un recente comunicato ufficiale ha rilevato il fatto che in questi ultimi tre anni la circolazione bancaria si era ridotta di tre miliardi di lire, e la riduzione era stata sovratutto accentuata negli ultimi sei mesi. Ciò è ben fatto. Sono stati ritirati tre miliardi di lire di biglietti, perché oggi non servivano più allo scopo primitivo; e questo scopo era malsano. Trattavasi di prestiti in biglietti con cui grandi e piccole imprese compravano macchine, merci, facevano impianti e lavori di cui non si sentiva la necessità. Le loro domande sul mercato contribuivano a tener su i prezzi a danno degli altri e senza vantaggio per la produttività. Si opererà benissimo se gli istituti di emissione tireranno in cassa quanti più biglietti di questo genere malamente impiegati sarà possibile. Per ora non si risente ancora il benefico effetto della scemata circolazione, perché imperversa il problema della Ruhr, perché non si può pretendere che la lira migliori, quanto potrebbe, in momenti convulsionari di ribassi dei marchi e di incertezze del franco; perché il posto dei biglietti ritirati è stato preso in parte dai biglietti che molta gente tesaurizzava nei tempi della paura del bolscevismo ed ora caccia fuori. Ma non bisogna scoraggiarsi: la buona politica di severità negli sconti deve essere mantenuta ed anzi accentuata. Col tempo darà immancabilmente i suoi frutti a vantaggio della lira.

 

 

4)    Parimenti, il conseguimento del pareggio e la riduzione prima e la cessazione dell’emissione di buoni del tesoro sono atti utili in se stessi e utili del pari ad una benefica rivalutazione della lira. La lira invero è a 25 centesimi, non soltanto perché ci sono molti biglietti di carta in giro, ma anche perché si teme che altri saranno emessi, per colmare i disavanzi del bilancio o per far fronte ad una notevole richiesta di rimborso di buoni del tesoro. Ogni buono ordinario del tesoro, essendo rimborsabile entro l’anno, è un biglietto in potenza ed agisce sul prezzo della lira quasi colla stessa pressione sfavorevole come un biglietto vero e proprio. Perciò ha fatto bene l’on. De Stefani ad emettere, invece di buoni del tesoro, obbligazioni a lunga scadenza per il risarcimento dei danni nel Veneto, e farà bene a convertire quanti più buoni potrà in titoli lunghi.

 

 

Forse sono ottimista; ma ritengo che basterebbe l’azione dei fattori indicati ai numeri 3 e 4 per provocare una rivalutazione considerevole della lira. Senza agire direttamente, senza piani artificiosi di ritiro di biglietti, conservando anzi invariata, a guisa di un qualunque altro debito pubblico, l’attuale quantità di biglietti emessi dal tesoro o dagli istituti per conto dello stato, ove la situazione internazionale non influisca troppo sfavorevolmente, la lira deve migliorare, se tutti faranno puramente e semplicemente il proprio dovere. Chi può lagnarsi se i direttori dei banchi di emissione non scontano carta cattiva o mediocre o tirano i remi in barca? Chi può lagnarsi se il ministro delle finanze punta vigorosamente al pareggio e cessa di emettere buoni ordinari del tesoro? Bastano queste forze «naturali» – e dico «naturali» perché rispondono a ciò che si deve in ogni caso fare, ad ogni costo – perché la lira da 25 centesimi vada su. Non saprei quanto, se piuttosto a 35 che a 30 od a 40; ma su deve andare, ove quelle condizioni si verifichino. La lira sterlina tra 60 e 70; il dollaro fra 10 e 15 sono fatti possibili anche se non a breve scadenza.

 

 

Provocata così, la rivalutazione produrrà qualche crisi; ma non eccessiva. Il dollaro a 13, ad esempio, vuol dire, essendo il dollaro anch’esso ribassato ai due terzi del valore antebellico, che i prezzi all’ingrosso si stabilizzeranno a quattro volte, invece che a sei, come accade oggi, e quelli al minuto a 3 invece che a 4 1/2 volte il livello antebellico. A questi livelli, è possibile esigere imposte in somme sufficienti a coprire le spese, quando, come si suppone necessariamente, il pareggio sia ottenuto sovratutto con economie e non con un aumento nella cifra assoluta del gettito tributario. Raggiunta in tal modo, la rivalutazione ha luogo contemporaneamente all’azione di fattori compensativi: eliminazione di imprese sbagliate, eliminazione di spese pubbliche non urgenti o inutili; ed è quindi un fatto stabile.

 

 

A questo punto, raggiungibile in non lungo volger di tempo, si sarà fatto a favore della rivalutazione tutto ciò che può essere fatto con mezzi e per cagioni transitorie. Resta ancora un lungo pezzo di strada da percorrere per salire da 40 a 100 centesimi e per riportare la lira sterlina da 60-70 a 25 lire italiane. Ma quel lungo cammino non può essere percorso se non per l’azione di forze permanenti, faticose a mettere in opera, su cui bisognerà, occorrendo, tornar su di proposito.

 

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