Rivalutazioni

Tratto da:

La Libertà

Data di pubblicazione: 04/01/1946

Rivalutazioni

«Il Giornale», 4 gennaio 1946

«La Libertà», 13 gennaio 1946

 

 

 

Accade talvolta di ascoltare proposizioni, dinnanzi alle quali si resta cogli occhi sbarrati, senza aprir bocca, tanto viva è l’impressione di avere frainteso. Eppure no, non si era frainteso. L’interlocutore o l’oratore aveva davvero voluto esporre il concetto che a noi era sembrato incredibile. Più ancora, aveva esposto quel concetto fermamente convinto di aver pronunciato una verità assiomatica evidente, indiscutibile. Uno dei casi tipici, fra quelli che mi cadono sotto gli occhi, di concetti, per i quali quel che è assiomatico per gli uni è incredibile per gli altri è contenuto nella parola rivalutazione.

 

 

Oggi tantissime imprese (società industriali, banche, assicurazioni ecc.) presentano una situazione paradossale: arciflorida patrimonialmente, sono in sacrosanta bolletta nel conto economico, o conto d’esercizio dell’anno, dove si paragonano entrate e spese, profitti e perdite. Poiché oggi si ragiona a colpi di miliardi, ogni tanto si sente dire: la tale o tale altra società prevede, per l’anno 1945 o per il 1946, di dover constatare 1 miliardo di entrate e 1 miliardo e mezzo di spese. Con i capelli ritti in testa, i dirigenti stanno chiedendosi: come metteremo a posto quella faccenda? Le entrate sono quelle che sono; i prezzi, specialmente dei servizi, non possono essere cresciuti a volontà; e le spese, specialmente per salari e stipendi, tendono a crescere invece che a diminuire. Come risolvere la quadratura del circolo?

 

 

Semplicissimo, risponde l’interlocutore. Non avete voi in bilancio quel palazzo, quel macchinario, quelle scorte di magazzino valutate a 500 milioni, quando invece, se le metteste sul mercato, trovereste compratori prontissimi a pagarvi, a dir poco, 5 miliardi?

 

 

Ecco trovato il bandolo della soluzione del problema che vi angoscia. Rivalutate le partite attive del vostro bilancio. Per prudenza, non dico che dobbiate prendere per oro in barra i prezzi esagerati di oggi e rivalutare a 5 miliardi. Contentiamoci di rivalutare le attività, ora stimate a 500 milioni, ad appena 2000 milioni. Ecco saltar fuori un guadagno di 1500 milioni; guadagno vero legittimo, perché nessuno può contestare che quel palazzo, quel macchinario, quelle scorte valgano almeno, prudenzialmente valutati, 2000 milioni. Ed ecco sanata per tre anni la vostra perdita di esercizio di 500 milioni all’anno. Dopo, chi vivrà vedrà. Avremo preso fiato e cammin facendo le cose si aggiusteranno: le entrate un po’ alla volta cresceranno e le spese potranno essere compresse. Senza operar subito licenziamenti crudeli, il personale esuberante a poco a poco troverà a collocarsi altrove e si sarà sormontato il capo delle tempeste.

 

 

Voglio trascurare il fatto che non di rado il ragionamento delle rivalutazioni è fatto per imprese il cui dissesto è irrimediabile e di cui è balordo non solo il conto economico ma anche l’inventario patrimoniale. Supponiamo che le cose stiano proprio così come afferma l’interlocutore. È vero – come è vero di fatto in molti casi che nel patrimonio esistono riserve nascoste; che cioè le attività valutate 500 milioni si possono, anche da amministratori prudenti, rivalutare a 2000 milioni. Forse che la differenza di 1500 milioni è utile e può essere adoperata a tappare il buco del conto economico (entrate e spese di esercizio) di 500 milioni all’anno?

 

 

Tutto si può fare e tutto si può scrivere, anche da chi voglia osservare il vero, sui libri contabili. Si tratta solo di valutare esattamente le conseguenze di quel bello scrivere.

 

 

Si possono fare due sole ipotesi: od i 1500 milioni di supposto utile sono realizzati o sono semplicemente scritti. Realizzare l’utile da rivalutazione vuol dire vendere le attività patrimoniali. Ogni anno si vende la quarta parte degli edifici, dei macchinari, delle scorte, si incassano 500 milioni e si colma la falla corrispondente del conto entrate e spese di esercizio. Alla fine dei tre primi anni resta ancora un quarto e questo ultimo quarto vale sempre 500 milioni. In apparenza nulla si è perduto. Abbiamo oggi un patrimonio valutato 500 milioni ed avremo fra tre anni ancora un patrimonio dello stesso valore. Le cifre tornano. Il collegio dei sindaci non trova contabilmente nulla a ridire. Il guaio non è nelle cifre; è nella sostanza. Alla fine del terzo anno l’impresa possederà solo un quarto dell’edificio, un quarto del macchinario, un quarto delle scorte; si sarà rimminchionita e raggrinzita. Lavorerà e produrrà e darà lavoro per una quarta parte di quel che può fare oggi. Se al quarto anno la situazione del conto economico non si sarà aggiustata – e pare difficile che il raggrinzimento del macchinario e delle scorte aumenti le entrate e scemi le spese – un anno ancora di questa commedia rivalutatrice metterà a terra l’impresa: tutto l’edificio venduto, non più una macchina e neppure un chilo di carbone e di lana o cotone o minerale.

 

 

Oppure si fa l’ipotesi che non si venda nulla, che i 1500 milioni di utile siano semplicemente scritti. Anche ciò può farsi. All’attivo del bilancio invece di scrivere 500 milioni sotto le voci immobili, macchinari e scorte, si scrivono 2000 milioni. Naturalmente, siccome bilancio deriva da bilanciare, bisogna crescere di altrettanto il totale del passivo; e se così si vuole, si possono scrivere i 1500 milioni sotto la voce utile da rivalutazione. Trattasi però di mere strutturazioni: cifre e non quattrini. Non ho mai visto che a scrivere cifre saltino fuori denari. Se così fosse, nessuno dovrebbe star soprapensiero quando la moglie a casa chiede un biglietto da mille per provvedere a qualche urgenza famigliare. Basterebbe scrivere sul taccuino, che quel lenzuolo che avevamo rivalutato 100 lire, ne vale 1100. Ciò può essere vero; ma una delle due: o vendiamo il lenzuolo, incassiamo e spendiamo l’utile di 1000 lire, con cui potremo comprare mezza federa del cuscino invece del lenzuolo intiero; ovvero non lo vendiamo ed il lenzuolo resta un lenzuolo e la moglie non riceve il becco di un quattrino per le spese di casa.

 

 

I rivalutatori hanno trovato il rimedio: adesso, dicono, che il patrimonio non è più rivalutato 500 milioni ma 2000, il nostro credito cresce. Le banche vedendo che la nostra situazione patrimoniale è tanto florida, ci faranno sovvenzioni, con le quali noi saneremo il disavanzo di esercizio. Continueremo a lavorare; e fra tre anni, chi vivrà vedrà. Il guaio del ragionamento è che i banchieri non lavorano con denari proprii, ma con quelli dei depositanti ed hanno il dovere di non darli a gente la quale corre con la testa nel sacco verso la propria rovina e fra tre anni non potrà rimborsare le sovvenzioni ricevute.

 

 

Chiedo venia ai lettori di aver dovuto ripetere alcune verità evidenti, conosciutissime anche dai paracarri delle strade. Vi sono stato indotto dal fatto che tra i paracarri consapevoli di siffatte verità non si annoverano sempre tutti coloro che, essendo forniti di autorità, giustamente sono ansiosi di mantenere l’ordine pubblico e la pace sociale: ma, premuti da siffatta giusta ansietà, immaginano di potere risolvere problemi tormentosi con giochetti di scritturazioni contabili. Purtroppo, i problemi tormentosi si risolvono solo con la fatica e con la rinuncia degli uomini.

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