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Tempo nuovo

Rivelazioni economiche

«Tempo nuovo», 23 febbraio 1946

 

 

 

Le leggi economiche vanno imponendosi con la loro forza irresistibile contro la quale hanno cercato invano di opporsi, con un ridicolo peccato di superbia, i sedicenti riformatori dell’autarchia dello stato corporativo e dei più o meno utopistici piani.

 

 

Il pericolo che oggi incombe è che la dura lezione non abbia dato quei salutari insegnamenti che avrebbero almeno costituito l’unica voce di attivo nella fallimentare situazione del nostro paese. La politica sembra un’altra volta pretendere di non tenere conto delle leggi economiche, in una illusione della quale la esperienza ha pur mostrata la fallacia. Uno degli aspetti dell’assillante problema economico, che si è avuto il torto di posporre a considerazioni politiche e che oggi sovrasta, nella sua terribile grandiosità, è trattato con quella lucidezza che è caratteristica di Luigi Einaudi e che deriva anche da un’evidenza di fronte alla quale è da meravigliarsi – come osserva il Maestro – che possano sussistere dei dispareri.

 

 

Accade talvolta di ascoltare proposizioni dinanzi alle quali si resta cogli occhi sbarrati, senza aprir bocca, tanto viva è l’impressione di aver frainteso. Eppure no, non si era frainteso: l’interlocutore o l’oratore aveva davvero voluto esporre il concetto che a noi era sembrato incredibile, e per gli altri è contenuto nella parola rivalutazione.

 

 

Cifre astronomiche

 

Oggi tantissime imprese (società industriali, banche, assicurazioni, ecc.) presentano una situazione paradossale: arcifloride patrimonialmente, sono in sacrosanta bolletta nel conto economico, o conto di esercizio dell’anno, dove si paragonano entrate e spese, profitti e perdite. Poiché oggi si ragiona a colpi di miliardi, ogni tanto si sente dire: la tale o tale altra società prevede, per l’anno 1945 o per il 1946, di dovere constatare 1 miliardo di entrate e 1 miliardo e mezzo di spese. Con i capelli ritti in testa, i dirigenti stanno chiedendosi: come metteremo a posto la faccenda? Le entrate sono quelle che sono; i prezzi, specialmente dei servizi, non possono essere cresciuti a volontà, e le spese, specialmente per salari e stipendi, tendono a crescere invece che a diminuire. Come risolvere la quadratura del circolo?

 

 

Semplicissimo, risponde l’interlocutore. Non avete voi in bilancio quel palazzo? quel macchinario, quelle scorte di magazzino valutate a 500 milioni, quando invece, se le metteste sul mercato, trovereste compratori prontissimi a pagarvi, a dir poco, 5 miliardi?

 

 

Ecco trovato il bandolo della soluzione del problema che vi angoscia. Rivalutate le partite attive del vostro bilancio. Per prudenza, non dico che dobbiate prendere per oro in barra i prezzi esagerati di oggi e rivalutare a 5 miliardi. Contentiamoci di rivalutare le attività ora stimate a 500 milioni, ad appena 2000 milioni. Ed ecco sanata per tre anni la vostra perdita esercizio di 500 milioni all’anno. Dopo, chi vivrà, vedrà. Avremo preso fiato e cammin facendo le cose si aggiusteranno; le entrate un po’ alla volta cresceranno e le spese potranno essere compresse. Senza operare subito licenziamenti crudeli, il personale esuberante a poco a poco troverà a collocarsi altrove e si sarà sormontato il Capo delle Tempeste.

 

 

Utili scritti ed utili realizzati

 

Voglio trascurare il fatto che non di rado il ragionamento delle rivalutazioni è fatto per imprese il cui dissesto è irrimediabile e di cui è balordo non solo il conto economico ma anche l’inventario patrimoniale. Supponiamo che le cose stiano proprio così come afferma l’interlocutore. È vero – come è vero di fatti in molti casi – che nel patrimonio esistono riserve nascoste; che cioè le attività valutate 500 milioni si possono, anche da amministratori prudenti, rivalutare a 2000 milioni. Forse che la differenza di 1500 è utile e può essere adoperata a tappare il buco dal conto economico (entrate e spese di esercizio) di 500 milioni all’anno?

 

 

Tutto si può fare e tutto si può scrivere, anche da chi voglia osservare il vero, sui libri contabili. Si tratta solo di valutare esattamente le conseguenze di quel bello scrivere.

 

 

Si possono fare due sole ipotesi: o i 1500 milioni di supposto utile sono realizzati o sono semplicemente scritti. Realizzare l’utile da rivalutazione vuol dire vendere le attività patrimoniali. Ogni anno si vende la quarta parte degli edifici, dei macchinari, delle scorte; si incassano 500 milioni e si colma la falla corrispondente del conto entrate e spese di esercizio? Alla fine dei tre primi anni, resta ancora un quarto e questo ultimo quarto vale sempre 500 milioni. In apparenza nulla si è perduto. Abbiamo oggi, un patrimonio valutato a 500 milioni e avremo fra tre anni ancora un patrimonio dello stesso valore. Le cifre tornano. Il collegio dei sindaci non trova contabilmente nulla a ridire.

 

 

Cifre o sostanza

 

Il guaio non è nelle cifre, è nella sostanza; alla fine del terzo anno l’impresa possederà solo un quarto dell’edificio, un quarto del macchinario, un quarto delle scorte, si sarà rimminchiolita e raggrinzita. Lavorerà e produrrà e darà lavoro per una quarta parte di quel che può fare oggi. Se al quarto anno la situazione del conto economico non si sarà aggiustata – e pare difficile che il rivalutamento raggiunto del macchinario e delle scorte aumenti le entrate e scemi le spese – un anno ancora di questa commedia rivalutatrice metterà a terra l’impresa: tutto l’edificio venduto, non più una macchina e neppure un chilo di carbone o di lana o cotone o minerale.

 

 

Oppure si fa l’ipotesi che non si venda nulla, che i 1500 milioni di utile siano semplicemente scritti. Anche ciò può farsi. All’attivo del bilancio invece di scrivere 500 milioni sotto le voci immobili, macchinari, scorte, si scrivono 2000 milioni. Naturalmente, siccome bilancio deriva da bilanciare, bisogna crescere di altrettanto il totale del passivo; e, se come si vuole, si possono scrivere i 1500 milioni sotto la voce utile da rivalutazione, trattasi però di mera scritturazione; cifre e non quattrini: non ho mai visto che a scrivere cifre saltino fuori denari.

 

 

Un circolo chiuso

 

Se così fosse, nessuno dovrebbe star soprapensiero quando la moglie a casa chiede un biglietto da mille per provvedere a qualche urgenza familiare. Basterebbe scrivere sul taccuino che quel lenzuolo, che avevamo valutato 100 lire, ne vale 1000. Ciò può essere vero; ma una delle due: o vendiamo il lenzuolo e incassiamo e spendiamo l’utile di 1000 lire, rimanendo con il capitale di 100 lire con cui potremo comprare mezza fodera del cuscino invece del lenzuolo intero; ovvero non lo vendiamo e il lenzuolo resta un lenzuolo e la moglie non riceve il becco di un quattrino per le spese di casa.

 

 

I rivalutatori hanno pronto il rimedio: adesso, dicono, che se il patrimonio non è più valutato 500 milioni ma 2000, il nostro credito cresce. Le banche vedendo che la nostra situazione patrimoniale è tanto florida ci faranno sovvenzioni, con le quali noi saneremo il disavanzo di esercizio. Continueremo a lavorare; e fra tre anni chi vivrà vedrà. Il guaio del ragionamento è che i banchieri non lavorano con denari propri, ma con quelli dei depositanti ed hanno il dovere di non darli a gente la quale corre con la testa nel sacco verso la propria rovina e fra tre anni non potrà rimborsare le sovvenzioni ricevute.

 

 

Chiedo venia ai lettori di aver dovuto ripetere alcune verità evidenti, conosciutissime anche dai paracarri delle strade. Vi sono stato indotto dal fatto che tra i paracarri consapevoli di siffatte verità non si annoverano sempre coloro che, essendo forniti di autorità, giustamente sono ansiosi di mantenere l’ordine pubblico e la pace sociale, ma, premuti da siffatta giusta ansietà, immaginano di poter risolvere problemi tormentosi con giochetti di scritturazioni contabili. Purtroppo, i problemi tormentosi si risolvono solo con la fatica e con la rinuncia degli uomini.

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