Rivista economico-finanziaria dell’Italia nel periodo 1885-1901
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 15/02/1902

Rivista economico-finanziaria dell’Italia nel periodo 1885-1901[1]

«La Riforma Sociale», 15 febbraio 1902, pp. 118-152

 

 

 

Un po’ di cronistoria.

 

 

Gli anni che corsero dal 1886 al 1901 furono contrassegnati, sotto l’aspetto economico e bancario, da due tendenze completamente diverse: da una tendenza di depressione e di crisi ognora più acuta fino al 1893, di svilimento di tutti i titoli, di ribasso del valore delle terre, dei fabbricati, ecc.; e da una ricostituzione, lentissima dapprima ed a mano a mano più accentuata dal 1894 al 1901.

 

 

Riepiloghiamo brevemente i fatti, prima sotto forma di cronistoria, ed in seguito di esposizione critica degli avvenimenti principali avvenuti in quel periodo di tempo:

 

 

1886. — Fu anno minaccioso. Timori di conflitti anglo-russo ed Ispano-tedesco. Guerra serbo-bulgara. La rendita italiana però, giovandosi delle ancora larghe disponibilità del mercato monetario, guadagnò 5 punti, tenendosi ad un’altezza madia di 102,48. Le azioni della Banca Nazionale progredirono di 50 lire, quelle della Banca Romana di 200, quello della Banca Toscana di 203. Le azioni del Credito Mobiliare aumentarono di 122, quelle della Banca generale di 110, quelle della Società generale immobiliare di 407, quello della Compagnia Fondiaria di 70 lire. Anche nel titoli ferroviari furono notevoli i progressi: nelle azioni Mediterranee di 12 lire, e di 102 in quelle Meridionali. I titoli industriali e quelli degli Istituti locali di Roma, Genova e Torino camminarono sulla stessa florida via.

 

 

1887. — Cominciano i primi sintomi della discesa. La minaccia, che poi si verificò, della rottura delle relazioni commerciali con la Francia, produsse violenti oscillazioni nei titoli, che nel 1° semestre del 1887avevano mantenuta l’altezza guadagnata nell’anno precedente. Le azioni della Banca Nazionale da 2203 piegarono a 2198; quello della Banca Romana da 1180 a 1165. Le azioni del Credito Mobiliare scesero a 1014, quelle della Banca Industriale e Commerciale da 730 piegarono a 688, quelle del Banco di Roma da 860 a 825. I titoli industriali incominciarono a farsi un po’ pesanti. Ma pochi ancora prevedevano la prossima rovina; e gli azionisti della Banca Romana, in assemblea del dicembre, chiesero che il Governo permettesse un aumento del capitalo non inferiore ai 50 milioni.

 

 

1888. — Le cose peggiorarono. Crispi chiese ed ottenne dal Parlamento grossi crediti per spese militari. L’on. Magliani, non sapendo più come provvedervi, rassegnò le sue dimissioni da Ministro delle finanze. Aumentano le emissioni di biglietti, e l’aggio, scacciato per qualche anno, torna a fare la sua comparsa. Lo scarso raccolto agricolo aggravava gli effetti della chiusura del mercato francese. Perciò, alla fine dell’anno, tutti i valori erano ribassati. Le azioni della Banca Nazionale avevano piegato a 2106, quelle della Banca Romana a 1150. I titoli della Banca Generale, da una media di 654 scesero man mano a 646, le azioni della Banca Industriale caddero a 570. Ma il ribasso maggiore fu risentito dai valori della piazza di Torino. Le azioni della Banca di Torino chiudevano a 675, quelle dello Sconto e Sete a 325 e le Tiberine a 373.

 

 

1889. — La Francia liquida il Panama e, per imprestare denari alla Russia, con cui comincia ad amoreggiare, ritira i suoi capitali dagli impieghi esteri. La rendita italiana, così abbandonata dalla Francia, cade. La relazione Alvisi solleva alcuni dei veli che nascondevano il vero stato degli Istituti di emissione. Col mese di giugno la Borsa di Torino comincia a sentire sempre più grave il peso dei suoi impegni. Cominciano oscillazioni e ribassi nei titoli. Il Banco Sconto si trova gravemente imbarazzato, e per essergli negato soccorso dalla Banca Nazionale e dal Banco di Napoli, è obbligato a chiudere gli sportelli ed a chiedere la moratoria. Ecco il riassunto dell’anno:

 

 

Azioni del/della:

2 agosto

27 settembre

21 dicembre

Banca Generale

597

565

529

Banco di Roma

735

715

738

Banca Industriale

407

490

511

Banca di Torino

635

622

523

Banca Tiberina

252

131

93

Banco Sconto e Sete

200

75

67

Banca di Genova

175

420

410

 

 

1890 — Il movimento di caduta, inarcatosi nel 1882, portò nel 1890 le sue inevitabili conseguenze. L’insolvenza della Società dell’Esquilino precipitò le condizioni degli Istituti bancari e di credito. Sicché al 20 dicembre di tale anno i titoli delle Banche sopra indicate li troviamo quotati cosi:

 

 

Azioni del/della

Azioni del/della

Banca Generale

133

Banca Tiberina

47

Banco di Roma

610

Banco Sconto e Sete

107

Banca Industriale

470

Banca di Genova

325

Banca di Torino

132

 

 

1891- La crisi è generale in Europa. Le tristi condizioni monetarie dell’Argentina e del Brasile perturbano il mercato di Londra; la carestia in Russia esercita cattiva influenza sull’oriente europeo. In Italia la crisi continua a svolgersi. Le azioni della Banca Generale sono a 307, della Banca di Torino a 304, della Tiberina a 40, del Banco Sconto o Sete a 70.

 

 

1892 — Anno tristissimo per il commercio, l’industria e per le finanze degli Stati. Le complicazioni risorte per il Panama sparsero il pessimismo nella Borsa di Parigi, da cui si ripercosse su Berlino, Londra e Vienna; quasi tutti i valori francesi e tedeschi caddero considerevolmente. In Italia cominciarono a divenir pesanti le obbligazioni e le azioni ferroviarie per il decresciuto traffico. Cominciano le oscillazioni nei titoli del Credito Mobiliare. I titoli, sempre più abbandonati dal capitale estero ed anche da quello italiano, che si rifugia pauroso nelle Casse di risparmio, caddero sempre più. Ecco i soliti dati al 31 dicembre:

 

 

Azioni del/della

Azioni del/della

Banca Generale

330

Banca Tiberina

23

Banco di Roma

380

Banco Sconto e Sete

92

Banca Industriale

208

Banca di Genova

340

Banca di Torino

425

 

 

 

1893-1894. — Tra la fine del 1893 ed il principio del 1894 si giunse al punto più terribile della crisi. Fu veramente questo l’anno nero dell’economia italiana.

 

 

Negli Stati Uniti precipita il valore dell’argento, scoppia una terribile crisi monetaria che si ripercuote nell’Inghilterra. In Australia pure infierisce una crisi bancaria che accumula rovine. Per riflesso di questi disastri coloniali e della continuata crisi sud-americana, a Londra tremano le case più potenti e cade la Casa secolare dei Fratelli Baring.

 

 

Nel nostro Paese i disastri si susseguono ininterrotti. Se negli anni precedenti si era andati male, in questo si precipita. Erano già scomparse, nel 1889, a Genova la Banca Provinciale di Genova (8 milioni di capitale) e la Tiberina a Roma (24 milioni di capitale); nel 1890 la Banca Subalpina di Torino (20 milioni), il Credito Torinese in Torino (8 milioni), la Banca dell’Industria e del Commercio in Torino (8 milioni), la Banca di Firenze (5 milioni) e la Società dell’Esquilino in Roma (15 milioni); avevano diminuito il capitale per 5 milioni la Banca di Genova, per 6 milioni il Banco Sconto e Sete; nel 1892 la Banca di Torino avea diminuito di 5 milioni il capitale, la Società Veneta per imprese e pubbliche costruzioni in Padova avea diminuito il suo da 20 ad 8 milioni e la Banca Generale in Roma da 50 a 30 milioni. In quest’anno 1893 le cadute diventano fragorose. La Banca Generale chiede la moratoria, il Credito Mobiliare in Roma (75 milioni) subisce la stessa sorte, preludendo al fallimento, nel 1896, della Società Generale Immobiliare (25 milioni di capitale versato). Ma quasi questo non bastasse, il piccone demolitore attacca il credito nella sua parte più vitale, negli Istituti di emissione; e nel 1893, dopo l’inchiesta famosa, cade la Banca Romana con 95 milioni di deficit.

 

 

Il cambio supera di un colpo il 14% della rendita scende ad 81. La Sicilia comincia a rumoreggiare.

 

 

Onde i valori bancari precipitano cosi:

 

Azioni del/della

31marzo1893

8febbraio1894

Banca Generale

404

73

Banca di Genova

330

245

Banca Tiberina

30

6

Banca di Torino

411

171

Banco di Roma

555

200

 

 

ed i valori industriali li seguono:

 

Nel quadro seguente e riassunta, per i 15 più importanti valori italiani, la storia della perdita verificatasi in soli sei mesi nei titoli bancari ed industriali italiani e nel valore delle relative aziende:

 

Valore nominale

Valore versato

Quantità dei titoli

emessi dai singoli

Istituti

Denominazione dei titoli

Prezzo al 30 giugno 1893

Prezzo al 31 dicembre 1893

Valore capitale al

30 giugno 1893

Valore capitale al

31 dicembre 1893

Perdita

di capitale

1000 1000 300

500 500 250

500

500 500 250

500 200 125 260 500

750 700 300 500 500 250 500 500 500 250

500 200 125 125 400

200.000 30.000 100.000 420.000 300.000 60.000 110.000 40.000 50.000 120.000

20.000

70.000

32.000

100.000

150.000

 

Banca Naz. del Rogito
Banca Naz. Toscana
Banca Generale . . .
Ferrovie Meridionali
Ferrovie Mediterr.. .
Ferrov. second. Sarde
Navigazione Gen. . .
Condotte d’acqua . .
Immobiliare….

Risanamento

Acqua Marcia

Raffineria Ligure-Lomb.

Tram Omnibus Roman.

Fondiaria Vita. . . .

Credito Mobiliare . .

 

1040 850 314

085 533 352 323 258 60

46

1110

246 220 113 448

730 620 125 592 471 260 278 120 20

20

1000 216 160 87 154

208,000.000 25.600.000 31.400.000 287.700.000 191.880.000 21.120.000 35 860.000 10 320 000 3.000.000 5.520.000

22.200.000 17.220.000 7.040.000 11.300.000 67.200.000

146.000.000 18.600.000 12.500.000 248.640.000 170.640.000 15.600,000 30.580.000 4.800.000 1.O00.000 2.400.000

20.000.000 15.120.000 5.420.000 8.700.000 23.100.000

62.000.000 6.900.000 18.900.000 39.060.000 21.240.000 5.520.000 5.280.000 6.520.000 2.000.000 3.120.000 2.200.000 2.100.000 1.920.000 2.600.000 44.100.000
    945.260.000 722.800.000 222.460.000

 

 

In sei mesi il valore del capitale di queste 15 grandi aziende cade da 945 a 722 milioni, con una perdita di 222 milioni e mezzo, ossia del 23,54%. Verso la metà dell’anno 1894, passato il momento peggiore della bufera, cominciano a scorgersi i primi sogni non della ricostituzione, ma della liquidazione, con cui si cerca di spazzare il terreno dai rottami che lo ingombrano. A Londra si sistema la liquidazione della Casa Baring; e negli Stati Uniti ed in Francia si ripiglia lena riposando.

 

 

In Italia il Governo stringe una convenzione colla Banca Nazionale, che incorpora i due Istituti toscani e si assume la liquidazione della Banca Romana.

 

 

Il capitale cerca di riparare alla mancanza delle Banche scomparse, creandone delle nuove. Così sorsero il Banco di gestioni e liquidazioni, fondato in parte coll’aiuto della Banca Warschauer di Berlino e la Banca Commerciale Italiana, costituita da banchieri tedeschi.

 

 

1895 – Fu ancora un anno triste in cui si soffersero le conseguenze delle vicende passate. La guerra d’Africa pesò duramente sul bilancio finanziario ed economico.

 

 

1896 – L’Italia stringe la pace con l’Abissinia; Jameson fa il suo celebre raid nel Transvaal, i Cretesi ottengono l’autonomia, la Spagna lotta in Cuba. La Germania rapidamente migliora.

 

 

In Italia il Ministero della lesina, Rudinì-Luzzatti, diede opera – resa più facile dagli eroici provvedimenti di Boselli-Sonnino – a riordinare le finanze. La politica del raccoglimento non mancò di produrre benefici effetti ed apparvero serii indici di miglioramento, che doveano accentuarsi negli anni successivi. Ma furono soltanto indici di miglioramenti sicuri nell’avvenire. Per ora i valori ristagnano senza alcuno slancio.

 

 

1897 – La Grecia è sconfitta dalla Turchia, la Spagna prosegue la sua infelice guerra cubana. Ma altrove regna la tranquillità. In Italia il Gabinetto Rudinì continua la sua attitudine di raccoglimento e di economia. Il bilancio dello Stato migliora e con esso la rendita e il cambio. Il commercio con l’estero fu alquanto più vivo; i redditi ferroviari cominciarono a sollevarsi ed i valori di borsa ripresero un certo slancio. Così noi troviamo in dicembre le azioni della Banca d’Italia a 740; e se le antiche banche sono oramai ridotte a valori di liquidazione, i titoli industriali mostrano tutti una tendenza all’aumento.

 

 

Ecco alcuno quotazioni del dicembre:

 

 

Azioni Banca Torino

414

Gas Roma

852

» Banco Sconto e Sete

81

Acciaierie Terni

423

» Credito Italiano

551

Lanificio Rossi

1427

» Banco di Roma

120

Cotonificio Cantoni

451

» Meridionali

665

» Mediterranee

500

 

 

Unico punto nero, il rincaro del grano in fin d’anno, che doveva essere preludio dei gravi e tristi avvenimenti dell’anno posteriore.

 

 

1898. – Segnò un momento di sosta nel miglioramento economico che era appena ai suoi inizi. I mercati finanziari esteri furono inquieti per gravi avvenimenti politici: la guerra fra la Spagna e gli Stati Uniti, gli urti tra Francia ed Inghilterra per gli incidenti di Fashoda, le discordie intestine della Francia, attorno alla questione Dreyfus.

 

 

Il raccolto del 1898 fu scarso in Europa. Negli Stati Uniti si fecero grandiose speculazioni al rincaro del grano.

 

 

In Italia l’aumento del prezzo del pane, unito al malcontento per tanti anni di malgoverno e di strettezze, provocò disordini e rivolte in quasi tutta la penisola. La repressione rapida però, il fatto che la rivolta non era causata da speciali cagioni di depressione ed il fiorire del commercio estero, ricondussero presto le cose allo stato normale. Il graduale risveglio economico ed il migliorare lento, ma continuo, delle pubbliche finanze, fece ritornare man mano la confidenza nel mercato dei capitali. In fin d’anno, la rendita chiuse a 102,32.

 

 

I valori principali erano quotati cosi al 31 dicembre:

 

 

Azioni Banca Italia

1007

Azioni Banco di Roma

177

Azioni Banca Torino

415

Azioni Gas Roma

743

» Banco Sconto e Sete

251

Acciaierie Terni

1215

Banca Commerciale

669

Società metallurgica

217

» Credito Italiano

644

Cotonificio Cantoni

440

» Meridionali

721

» Mediterranee

516

 

1899. – Il miglioramento continua. Il capitale abbandona i titoli di rendita dello Stato e gli altri valori a reddito fisso e si rivolge verso i titoli industriali. Questa ricerca dei titoli industriali fu così forte che nel 1899 il denaro rimase singolarmente caro; lo sconto fu del 6% a Londra, del 7% a Berlino e del 4½% a Parigi. Il portafoglio dello Banche si gonfiò, la loro circolazione fiduciaria divenne maggiore. La chiusura felice dell’affare Dreyfus in Francia accentuò questo andamento. Ne risentirono favorevolmente anche la Russia e la Spagna che, appena finita la guerra cubana, preso uno slancio insperato. Gli Stati Uniti diedero l’esempio di una prodigiosa attività.

 

 

In Italia pure le cose presero un andamento decisivamente migliore. Gli sforzi fatti per pareggiare il bilancio, l’organizzazione civile dell’Eritrea ed il progressivo ritiro di parte della circolazione cartacea produssero i loro buoni effetti. Il gettito delle imposte crebbe, aumentarono i redditi ferroviari, il risparmio aumentò esso pure, il commercio con l’estero raggiunse cifre considerevoli.

 

 

Così anche il mercato dei valori si mantenne ad una discreta altezza, malgrado la persistenza nell’altezza dell’aggio (al 30 dicembre):

 

 

Azioni Banca Italia 905 Azioni Banco di Roma 118
Azioni Banca Torino 340 Azioni Gas Roma 727
» Banco Sconto e Sete 211 Acciaierie Terni 1595
Banca Commerciale 727 Cotonificio Cantoni 479
» Credito Italiano 627    

 

 

1900-901. – I bisogni del commercio e dell’industria non hanno cessato di aumentare, il rialzo delle merci ha reso sempre maggiore il bisogno di danaro. Ne è risultato un aumento nei valori dei capitali nel 1900, che ha spinto a imprese avventate, specialmente là dove lo slancio preso dal 1898 in poi era stato maggiore, vogliam dire in Germania. È così che l’industria siderurgica cominciò nel 1900 a discendere dalle altezze vertiginose, nel mentre numerose banche tedesche fallirono poco pulitamente. Gli Stati Uniti hanno continuato ad assumere una posizione sempre più importante nel mercato mondiale del denaro, favoriti anche da una serie ininterrotta di ottimi raccolti.

 

 

Il gran serbatoio però devo si è riversato il metallo giallo nel 1900, è stato Parigi. L’Esposizione universale non portò gli effetti economici sperati; ma, i suoi 47 milioni di visitatori crearono il bisogno di continue e considerevoli rimesse di danaro da parte del mondo intero. Però, bisogna convenire che, malgrado questo, le condizioni finanziarie della Francia non sono delle più brillanti. Grazie al protezionismo, il deficit ha rifatto la sua comparsa nel bilancio della Repubblica, o in misura tale da destare ragionevoli preoccupazioni. L’Inghilterra poi si trova peggio che mai impelagata nella guerra Sudafricana. Lo staccarsi dalle sue idee liberali per darsi all’imperialismo costa caro al Regno Unito. Le spese visibili della guerra sorpassano di parecchio i due miliardi e mezzo, e le ultime notizie indicano che i boeri hanno intenzione di far salire di molto questa somma. Per farvi fronte, il cancelliere dello Scacchiere emise nel mese di marzo del corrente anno un prestito di guerra di 30 milioni di sterline 2¾ per cento, al 98½: esso fu sottoscritto 30 volte. Nel mese d’agosto vi fu una emissione di buoni dello Scacchiere 3% a 98; essi sono rimborsabili in 3 anni. Il Governo si trova gravemente indebitato con la Banca d’Inghilterra, che comincia a risentire di questo stato di cose.

 

 

Esaminando il bilancio dello grandi banche, constatiamo che gli incassi di oro al principio dell’esercizio era 1860 milioni di lire alla Banca di Francia, di 586 milioni alla Banca di Germania e 732 alla Banca d’Inghilterra. Durante l’anno l’incasso della Banca di Francia passa a 2324 milioni, quello della Banca tedesca a 728 milioni, e quello della Banca d’Inghilterra a 780 milioni. Non sono dunque le grandi Banche che hanno sofferto per la interruzione nella produzione mineraria nel Transvaal.

 

 

Nello stesso anno 1900 gli Stati Uniti d’America regolarizzarono definitivamente la loro circolazione monetaria, adottando come moneta il dollaro d’oro.

 

 

Fra questo movimento mondiale, l’Italia ha continuato marcatamente a migliorare le sue condizioni economiche.

 

 

Il bilancio dello Stato è consolidato in guisa che si stanno preparando seri progetti per incominciare uno sgravio, che dovrà proseguire e allargarsi, delle imposte di consumo, che più duramente premono sulle classi mono abbienti. Ma i due fatti principali sono il costante rialzo della rendita all’estero, che fa prevedere non lontana una possibile conversione e la discesa dell’aggio, il quale dal mese di settembre 1901 è andato rapidamente al disotto del 3%, segno sicuro di un miglioramento nelle condizioni della circolazione monetaria, che speriamo vorrà sempre più rapidamente accentuarsi.

 

 

Purtroppo però non ci è dato ancora cantar vittoria, e lo condizioni economiche tristissime dell’Italia meridionale, le quali nella Puglia sono addirittura desolanti, ci ammaestrano di quanto senno ed energia ancora faccia d’uopo armarci, prima di poterci dire completamente fuori del tristo pelago in cui ci eravamo immersi.

 

 

Riassunto generale dei valori bancari ed industriali.

 

 

Come riassunto generale delle cose fin qui detto, diamo nelle seguenti due tabelle le variazioni annue del corsi dei titoli delle principali Società bancarie, industriali e commerciali.

 

 

Come si può agevolmente scorgere, la tendenza generale per tutti i valori è al ribasso dopo i primi anni. Per alcuni valori il ribasso continua sino alla fine, trattandosi di imprese definitivamente fallite. Anzi talvolta non si fanno più quotazioni, perché il titolo scompare dal mercato.

 

 

Per alcuni altri titoli che poterono resistere, dopo il punto di depressione più acuta, ricomincia un periodo di lenta ascesa.

 

 

 

TITOLI Valore nominale

Corsi di mercato al 31 Marzo

Borse alle quali si riferiscono le quotazioni
   

1887

1890

1891

1892

1893

1894

1895

1896

1897

1898

1899

1900

1901

 
Banca Nazionale del Regno

1000

2190

1830

1640

1280

1335

Genova
id. d’Italia

900

_

915

855

759

703

814

1030

891

846

Roma
id. Nazionale Toscana

1000

1145

980

980

980

1150

Firenze
id. Romana

1000

1187

1070

1055

1002

400

350

350

Roma
id. di Genova

400

496

390

305

280

318

Genova
Credito italiano

500

560

558

542

668

617

526

Milano
Banca generale

300

687

464

381

261

329

70

38

50

45

69

107

97

50

Roma
id. Tiberina

200

600

52

35

35

20

8

6

7

7

Torino
Id. di Torino

400

854

454

410

309

355

175

272

445

455

383

435

320

Torino
Banco di Roma

250

1010

650

550

300

320

135

153

110

120

143

154

122

131

Roma
Credito mobiliare italiano

500

1020

534

518

374

467

153

Firenze
Banca Commerciale

500

591

800

774

645

Torino
Banco Sconto e Sete(anno 1899 nuove azioni)

100

498

41

 94

60

87

41

67

58

60

76

291

223

161

Torino
Società Italiana per le S.F. Meridionali

500

790

687

695

617

68S

604

662

656

662

716

773

739

722

Firenze
id. id. Mediterranee

500

596

580

519

481

550

457

498

503

505

514

597

546

533

Milano
id. id. Sicule

500

600

555

570

578

620

555

590

590

660

700

700

670

Torino
Società di Navigazione Generale Italiana

500

381

376

370

301

33S

261

318

308

307

356

494

447

437

Genova
id. Veneta d’imprese e costruzioni

80

324

157

90

118

218

148

208

197

2S

31

122

57

Milano
id. Italiana condotte d’acqua

500

550

280

253

232

266

97

163

191

176

222

307

270

242

Roma
id.    Generale Immobiliare

500

1254

490

375

170

70

36

26

52

10

14

22

Roma
id.    pel risanamento di Napoli.

250

193

160

55

41

34

27

17

32

36

155

Roma
Linificio e Canapificio Nazionale

100

310

255

247

208

190

180

87

115

131

150

151

154

Milano
Lanificio Rossi

1000

1415

1436

1140

1060

1226

1190

1430

145S

1334

1340

1545

1536

1368

Milano
Cotonificio Veneziano

250

208

277

263

236

258

200

242

290

254

208

Milano
Società Anonima acqua Pia (antica Marcia)

500

2120

1195

1077

1057

1140

1015

122S

1245

1253

1250

1255

1116

1100

Roma
id. Anon. Raffineria Ligure-Lombarda

 

200

312

212

281

287

230

202

175

216

226

337

462

431

382

Genova
Obbligazioni

 
5 % netto – Credito Fond. Cassa risp. di Milano

500

501

485

4SI

484

497

501

505

508

513

517

521

516

510

Milano
5% lordo- id. id. Bologna

500

502

500

500

500

507

506

508

 —

522

Bologna
4% lordo- id. Op. Pia di S. Paolo

500

505

510

505

500

516

509

505

518

517

525

515

519

Torino
5% lordo- id. Banco di Napoli.

500

495

462

482

478

462

390

418

406

447

471

456

446

Napoli
5% lordo- id. Banco di Sicilia

500

503

504

504

500

504

504

500

302

459

Palermo
5% lordo- id. Banco S. Spirito

500

492

469

475

460

468

370

378

332

360

458

496

Roma
4% netto- id. Banca Nazionale

500

496

485

4S0

480

496

467

4S9

492

485

512

520

502

503

Roma
3% Obbligazioni Meridionali

500

319

305

307

317

298

300

303

309

336

343

328

328

Milano
4 % id. Mediterranee

500

440

428

277

505

517

523

495

492

Milano

 

 

 

Le variazioni della ricchezza in Italia.

 

 

Le vicende, prospere od avverse, che si sono descritte nel cenno cronologico precedente, ebbero la loro ripercussione su tutti gli aspetti principali della vita economica del nostro paese.

 

 

Esaminiamo alcune di queste influenze, sempre sulla scorta dei dati più sicuri ed attendibili di fonte ufficiale.

 

 

Innanzitutto come è variata la ricchezza in Italia nel periodo descritto?

 

 

Per rispondere a questa domanda è innanzitutto da sapere come si fa a valutare la ricchezza di un paese. Il metodo più sicuro a questo proposito è ancora il seguente, adottato dagli insigni statistici De Foville in Francia e Pantaleoni in Italia:

 

 

Se tutti i cittadini di uno Stato, eccetto gli agenti del fisco, morissero entro un anno, gli agenti avrebbero applicata la tassa di successione all’ammontare totale della ricchezza privata posseduta da tutti i componenti il detto paese ed avrebbero all’uopo fatto una stima di tutto l’avere nazionale.

 

 

In via di fatto i cittadini invece muoiono a squadre, successivamente un po’ ogni anno; e quindi gli agenti del fisco valutano soltanto una frazione della ricchezza totale. Quale sarà questa frazione, conoscendo la quale è possibile calcolare la ricchezza totale?

 

 

Evidentemente essa si avrà, calcolando quanto tempo ci vuole affinché un individuo che ottiene una successione debba, a sua volta, abbandonarla ai suoi eredi. Moltiplicando invero la successione degli individui morti in un anno, per la cifra media di anni che corre tra l’anno in cui quegli individui scomparvero e quello in cui saranno spariti gli individui che da essi ereditarono, non si avrà fatto altro che ripetere il valore lasciato dai primi per tante volte quante vi sono squadre intermedie fra essi e quelli che da essi ereditarono, ossia, tante volte quanti sono gli anni che corrono, affinché la stessa successione venga ad essere trasmessa nuovamente. La durata media di una generazione, la quale, secondo molti, si definisce la distanza tra la morte dei padri ed il momento medio della morte di tutti i figli, è di 80 anni, secondo gli statistici più reputati: Rümelin, De Foville, Pantaleoni, Bodio, Inama-Sternegg, Griffon. Moltiplicando i valori lasciati in successione in un anno per 80 si ha così la ricchezza totale posseduta da tutte le generazioni viventi in un anno. Occorrerà fare una media tra diversi anni vicini per compensare il maggior numero di morti in un anno col minor numero in un altro anno, e la maggior ricchezza lasciata in un anno colla minor ricchezza lasciata per caso in un altr’anno, in cui morirono meno ricchi.

 

 

Inoltre dovranno aggiungersi, ai valori tassati mortis causa, anche i valori trasmessi tra vivi, donationis causa, in quanto sono, per la massima parte del casi, anticipazioni sull’asse ereditario. Bisogna infine tenere conto di un altro elemento, cioè degli occultamenti fatti al fisco: il Pantaleoni calcolò questo elemento per l’Italia al 25% ed il Rodio lo accolse, dopo un’inchiesta compiuta presso le persone competenti.

 

 

Se si tiene conto di tutte queste considerazioni, si ottengono, dopo una serie di calcoli che riproduciamo in nota, in fine della presente rivista, i seguenti dati sulla ricchezza media di quinquennio in quinquennio:

 

 

  Ricchezza media
Quinquennio1876-80 (1°periodo) Lire 46.204.973.878
»1881-1885-86 2°» » 51.667.241.200
»1886-87-1800-91 3°» » 54.079.410.451
»1801-92-1895-90 4°» » 54.082.083.675
»1896-97-1900-901 (5°quinq.) » 51.445.504.008

 

 

Osservando queste cifre, balza innanzitutto subito agli occhi l’evidente rallentamento subito dalla ricchezza privata nel terzo periodo. Infatti, mentre l’aumento fra il primo ed il secondo periodo quinquennale è stato di 5 miliardi e 400 milioni, l’aumento fra il secondo ed il terzo si è limitato a 3 miliardi. Tra i due primi periodi quinquennali dunque l’aumento annuo medio della ricchezza privata sarebbe stato di 1 miliardo e 100 milioni, mentre tra il secondo ed il terzo scende a circa 600 milioni! Notisi che, durante questo periodo, le leggi fiscali, e specialmente la legge 12 luglio 1888, n. 5515, dettero all’Amministrazione mezzi fiscali più rigorosi per inseguire o ricercare la materia tassabile; sicché può calcolarsi che circa 100 milioni annui del maggior capitale siano dovuti al perfezionato accertamento fiscale. L’aumento reale della ricchezza era quindi di poco superiore all’incremento della popolazione in quel periodo (0,7%); sicché si può dire che nel quinquennio 1880/87-1800/91 la ricchezza per testa rimase quasi stazionaria.

 

 

Peggio accadde nel quinquennio successivo, in cui la ricchezza privata totale più non crebbe, ma anzi diminuì di 600 milioni in tutto, ossia di 120 milioni all’anno. Se si pensi che in quel periodo pure si continuava ad economizzare ogni anno, si vede che i risparmi fatti non bastavano nemmeno a riparare ai deprezzamenti enormi che ogni anno si verificavano nella ricchezza immobiliare e mobiliare.

 

 

Ma la gravità delle rovine appare tutta nel quinquennio ultimo, che si trovò a raccogliere i rottami della débacle 1892-94. In questo periodo la ricchezza appare diminuita di L. 2.166.526.194. La perdita maggiore si ha nel primo anno 1896-97 e nel secondo: dopo comincia il lavorio di ricostituzione, che diventa rapidissimo nel 1900-001, come può meglio vedersi nella nota.

 

 

Però queste cifre riconfermano l’opinione di quegli economisti, i quali affermano che lo slancio ora ripreso dall’economia privata in Italia non è ancor giunto a ricostituire la fortuna perduta negli anni di sventura. Il che del resto ci è assodato anche da altri dati.

 

 

La crisi nei beni mobili ed immobili.

 

 

Di questa dégringolade nei valori soffersero tanto i valori mobiliari quanto quelli immobiliari. I primi dal 1880-91 al 1892-97 si mantennero all’incirca sui 16-17 miliardi; mentre i secondi cadevano da 38 a 36 miliardi.

 

 

Dati precisi sul deprezzamento dei terreni e dei fabbricati si possono ottenere solo in parte da statistiche ufficiali.

 

 

Quanto ai terreni l’ultima statistica risale (è veramente umiliante doverlo riconoscere) al 1886. Ma già sin d’allora si notava un deprezzamento notevolissimo nelle terre e nei fitti. In provincia di Torino, ad es., i terreni della pianura erano già deprezzati e solo si sostenevano i terreni a vite.

 

 

Dopo il 1886 le cause che conducevano al rinvilio dei terreni e che si possono riassumere nel continuo ribasso dei prezzi delle derrate agricole, per la concorrenza transatlantica e per la rottura del trattato colla Francia, si inacerbirono sempre più.

 

 

Il che si vede dal seguente specchietto di prezzi, i quali ribassano continuamente sino al 1893-94-95 in media per rialzare leggermente in seguito. I prezzi più bassi sono in corsivo.

 

Anni

Vino in botti e caratelli in ettolitri

Olio d’oliva al quintale

Canapa greggia al quintale

Lino greggio al quintale

Grano o frumento

Granoturco alla tonnellata

Avena alla tonnellata

 

Lire

Lire

Lire

Lire

Lire

Lire

Lire

1879

25

160

110

110o

310

225

200

80

30

150

100

120

300

205

195

81

35

140

95

110

270

165

195

82

33

120

90

108

245

170

185

83

30

125

85

100

230

165

175

81

33

135

80

95

215

145

165

85

38

130

85

105

220

145

170

80

30

120

80

100

230

145

165

87

30

125

75

100

215

135

155

88

30

120

10

100

230

150

160

89

34

120

67

100

210

155

160

1890

38

120

70

100

240

155

162

91

33

110

73

98

270

160

180

92

23

105

70

103

250

155

168

93

23

110

81

120

210

135

170

94

23

105

80

108

195,

110

155

95

20

105

85

100

210

155

160

96

29

95

77

90

230

145

J50

97

25

108

70

85

260

145

175

98

20

108

70

83

275

100

185

99

27

120

70

83

?

155

170

1900

30

112

80

106

250

155

180

1901

25

175

?

?

245

155

190

 

 

Quanto ai fabbricati soccorrono le notizie contenute nella pubblicazione della Direzione generale di statistica intitolata «Notizie sulle condizioni demografiche, edilizie ed amministrative di alcune grandi città italiane ed estere», pubblicazione preziosa per mostrare il cadere dei valori edilizi dal 1887 al 1891, anno a cui si ferma.

 

 

Prendendo i dati di alcune fra le principali città d’Italia abbiamo le seguenti notizie:

 

 

A Torino il prezzo medio di costruzione per ogni metro quadrato di una casa ordinaria di abitazione nel centro principale del Comune, avente, oltre il piano terreno, un ammezzato, tre piani e soffitte, senza tener conto del prezzo dell’area, si calcolava, nel 1882, a L. 250, nel 1891, a L. 210.

Diamo ora i prezzi dei terreni fabbricabili:

 

nei quartieri antichi:

 

 

Quanto ai fitti poi, il prezzo medio di pigione annua per un appartamento non mobigliato, composto di 6 stanze, ciascuna illuminata da finestra, compresa la cucina, ma escluso l’ingresso, se non è una stanza abitabile, si calcolava:

 

  1888 1891
Nei centri più commerciali …. L. 1200 1000
»   nuovi quartieri signorili …. » 1100 900
»  quartieri meno centrali …. » 800 700
» .     »   . abitati dalla piccola borghesia » 650 500

 

 

La direzione della Statistica, pubblicando questi dati nel 1893, avvertiva che in quell’anno le condizioni erano ancora peggiorate rispetto al 1891.

 

 

A Roma, come è noto, la crisi assunse proporzioni epiche. Gli appartamenti che nel 1888 erano affittati ai prezzi mensili da lire 150 a 200, si davano nel 1892 per lire 110 a 150; gli appartamenti, il cui prezzo era da 90 a 120 lire, nel 1892 si avevano per 80 a 110, e quelli di lire 75 a 90 erano discesi da lire 60 a 70. La caduta nei prezzi delle aree da costruzione fu ancora più forte.

 

 

Persone competenti affermano che dal 1891 al 1898 la maggior parte delle case nuove subastate dai Crediti fondiari furono a questi aggiudicate per la metà all’incirca del loro credito; il che significa un rinvilio del 75 per cento sui prezzi peritali anteriori al 1890.

 

 

Il movimento degli affari.

 

 

Un altro esempio eloquente del movimento seguito dalla economia italiana, l’abbiamo nell’andamento delle tasse sugli affari. Le più importanti per il nostro scopo sono quelle sul bollo e registro.

 

Ecco lo cifre:

 

 

 

Tasso di registro

Tasso di bollo

 
 

L.

L.

 
1885-86

60.514.064

56.562.255

 
86-87

67.446.869

60.069.75

 
88-89

69.413.193

66.425.110

Anni buoni
89

67.918.563

71.199.435

 
90

65.089.344

70.932.354

 
1890-91

60.877.581

70.456.571

Crisi
92

61.098.035

74.034.574

 
93

59.293.965

72.985.011

 
94

58.759.588

72.001.551

 
95

58.755.048

67.976.165

Depressione
96

57.809.377

68.171.699

 
97

61.964,923

68.343.131

 
98

59.147.829

68.172.627

 
99

62.166.208

68.976.932

Ricostituzione lenta
’99-900

60.124.007

08.125.012

 

 

 

La tabella è eloquente per se stessa. Quando gli anni sono buoni, gli affari crescono di numero e portano su valori più elevati, il contrario negli anni avversi.

 

 

Il credito dello Stato ed i cambi.

 

 

Anche questo muta con variazioni simili a quello già descritte.

 

 

La Rendita pubblica ha i seguenti corsi:

 

 

Corso del Consolidato 5% secondo i prezzi a contanti.

 

 

 

Borsa di Roma

Borsa di Parigi

 

Massimo

Medio

Minimo

Massimo

Medio

Minimo

 
1884

99,67

95,29

89,37

99,45

95,17

89,45

 

 

 

Anni

buoni

85

98,37

96,38

91,10

98,15

95,96

90,25

86

102,87

96,63

96,21

102,55

99,50

96,00

87

100,75

98,51

92,82

100,00

97,59

90,50

88

99,54

97,27

91,03

99,15

90,16

92,05

89

98,87

95,80

93,52

98,15

95,02

90,90

1890

98,45

95,56

93,81

97,60

94,28

91,60

91

96,28

93,38

89,96

95,50

91,85

87,00

  Crisi
92

97,42

94,49

91,50

94,10

91,10

86,70

93

97,49

94,96

89,35

93,50

87,92

78,05

 

 

Depressione

94

92,01

88,34

82,64

87,30

79,53

72,00

95

95,1

93,21

90,41

90,95

88,18

83,80

96

97,33

93,20

86,23

93,75

80,94

78,00

97

100,53

97,35

92,20

90,55

93,09

87,45

Ricostituzione lenta
98

102,05

99,46

97,99

95,50

93,12

90,30

99

103,30

100,83

98,41

96,75

94,08

91,25

1900

102,30

99,70

97,70

95,90

94,70

92,80

1901

102,80

101,75

99,30

101,95

98 –

95,50

Risveglio

 

 

Come sempre, i corsi massimi si hanno nel 1884-87 ed i corsi minimi nel 1891-95. In seguito si ha una ripresa. Viceversa il cambio che era al minimo ed in qualche momento persino così favorevole a noi da essere al disotto della pari nel 1884-87, aumenta in seguito, raggiunge il massimo nel periodo 1892-95 e solo dopo il 1900 accenna a scemare di nuovo. Come dal seguente specchietto:

 

 

Cambio su Parigi

 
 

Massimo

Medio

Minimo

 
1884

100,40

100,00

99,77

 

 

Floridezza

 

 

85

101,00

100,38

100,141

86

100,45

100,19

99,84

87

101,70

100,82

100,40 )

88

102,21

100,98

100,10

 
89

102,20

100,07

100,09

 
1890

102,10

101,15

100,55

 
91

103,85

101,55

100,67

 
92

105,05

103,55

102,30

 

 

Punto massimo sfavorevole

93

115,95

107,97

103,97

94

115,70

111,08

100,37

95

109,37

105,57

104,02

96

112,02

107,03

104,50 ,

97

100,27

105,14

104,32

 
98

109,00

100,97

104,75

 
99

108,45

107,32

105,80

Si prepara la discesa del cambio nel 1901.
1900

107,40

100,00

105,42

1901

105,70

103,50

101,25

 

 

 

Il bilancio dello Stato.

La vicenda degli avanzi e dei disavanzi.

 

 

Uno degli indici più sicuri delle mutazioni nello stato economico di un paese si ha nel bilancio dello Stato.

 

 

Quando l’economia privata prospera, anche lo Stato chiude i suoi bilanci col pareggio od un avanzo. E quando invece la crisi imperversa nel paese, il disavanzo compare nei bilanci pubblici, e questi contribuiscono alla loro volta, insieme col malgoverno, a peggiorare le condizioni delle economie private.

 

 

Il quinquennio più triste dell’economia privata va accompagnato alla massima disorganizzazione del bilancio dello Stato e ad una pressione tributaria, non mai raggiunta per lo innanzi. Il che si spiega col fatto, che il governo credeva suo dovere, allora, d’intervenire a coprire del suo mantello pietoso i guasti della circolazione bancaria. E come le sue condizioni stesse non si reggevano in bilico a causa di spese eccezionali per la guerra, marina e le colonie, dai buchi del mantello si vedevano in risalto le magagne che oramai inquinavano tutte le manifestazioni della vita italiana.

 

 

Il bilancio dello Stato si trovò stretto fra le spire di questo circolo vizioso: aumento di bisogni, minor gettito delle entrate. Queste producevano meno, perché il reddito imponibile si assottigliava e l’uomo di governo tassava di più. Le penurie della circolazione accrescevano le difficoltà dell’azienda pubblica; poiché ogni pagamento semestrale dei coupons della rendita investita all’estero, poneva in imbarazzo il governo per l’acquisto dell’oro necessario, tanto più caro comparativamente, quanto maggiormente la nostra carta moneta rinviliva. Così abbiamo la seguente lista dei deficit:

 

Esercizi finanziari

Entrate effettive

Spese effettive

Avanzi o disavanzi

(milioni di lire)

(milioni di lire)

(milioni di lire)

1862

480,25

926,71

— 446,46

63

524,18

906,52

— 382,34

64

576,45

944,01

— 367,56

65

645,68

916,40

— 270,72

66

617,13

1338,58

— 721,45

67

714,46

928,60

— 214,14

68

748,56

1014,36

— 265,80

69

870,69

1019,56

— 148,87

1870

865,98

1.080,75

— 214,77

71

966,18

1013,28

— 47,10

72

1010,18

1093,76

— 83,58

73

1047,24

1136,25

— 89,01

74

1077,22

1090,50

— 13,88

75

1096,32

1082,45

+ 13,87

76

1123,33

1102,63

+ 20,70

77

1242,55

1207,95

+ 34,60

78

1191,63

1175,08

+ 16,55

79

1222,89

1179,96

+ 42,93

1880

1221,23

1194,41

+ 26,82

81

1278,02

1224,76

+ 53,26

82

1299,33

1293,43

+ 5,90

83

1332,90

1329,95

+ 2,95

1884 (1°semestre)

658,02

666,79

8,77

1884-85

1413,28

1403,69

+ 4,99

85-86

1409,10

1432,61

– 23,51

86-87

145:1,48

1161,49

– 8,01

87-88

1499,93

1572,86

– 72,93

88-89

1500,84

1736,21

– 235,37

89-90

1562,59

1087,01

– 71,42

1890-91

1510 –

1617,24

– 77,21

91-92

1528,09

1571,16

– 43,07

92-93

1.550,62

1569,39

– 18,77

93-94

1517,12

1616,55

– 99,43

94-95

1569,91

1600,35

– 30,44

95-96

16:13,60

1699,07

– 65,47

96-97

1614,83

1021,03

– 9,20

97-98

1629,49

1620,03

+ 9,46

98-99

1658,82

1626,16

+ 32,66

99-900

1671,52

1033,10

+ 38,42

1900-901

1724,20

1674,29

+ 49,91

 

 

Agli aumenti nelle entrate contribuirono tutti i redditi, tranne quello del dazio consumo. Se però guardiamo da vicino, anno per anno, gli andamenti dei gettiti delle principali imposte, vediamo i seguenti dati importanti:

 

 

Imposta sui terreni: rese 120 milioni nell’esercizio 1885-86; dopo decresce continuamente sino a 106 milioni, cifra che si mantiene con costanza quasi assoluta dal 1887-88 al 1899-900. Bisogna però dire che questa diminuzione fu dovuta all’abolizione dei due decimi di guerra, i cui effetti cominciarono a sentirsi precisamente dall’esercizio 1885-86 in poi.

 

 

Imposta sulla ricchezza mobile riscossa per ruoli: va da milioni 82,26 nel 1869, a mil. 128,83 nel 1891-92. Poi comincia a decrescere fino al 1894-95, anno in cui risale a 142,69 milioni, causa la legge 22 luglio 1894, che rialza la ragione dell’imposta dal 13,20 al 20 per cento. Dopo quest’anno, si mantiene oscillante fino al 1899-90 fra i 142 e i 143 milioni.

 

 

L’imposta sui fabbricati sola presentò un costante aumento. Da 43,71 milioni nel 1869, andò man mano crescendo sino a 106 mil. nell’esercizio 1893-94, balzando poi nell’esercizio seguente a 144 milioni, e chiudendo con un gettito di 146 milioni nel 1899-900, dovuto però anche alle continuo e più accurate revisioni dell’imposta.

Delle tasse sugli affari mostrammo altrove l’andamento. I dazi interni di consumo poi presentano un fatto speciale che corrobora il nostro asserto sulla diminuzione dei consumi verificatisi da parte della popolazione. Prendendo come punto di partenza il 1869, vediamo che il loro gettito continua rapidamente a crescere, malgrado l’abolizione del macinato, fino al 1889-90, anno in cui toccano i 380 milioni. Precipitano allora sino ai 314 milioni nell’esercizio finanziario 1893-94, per poi, al pari degli altri redditi, riprendere faticosamente l’ascesa fino ai 360 milioni nel 1899-900. E contemporaneamente, le tasse di fabbricazione (sugli spiriti, birra, gazzose, alcool e zucchero), in continua ascesa sino ai 36 milioni nel 1886-87, decrescono fino a 26 milioni nel 1892-93, per poi risalire piano, fino al 1895-96, rapidamente dipoi, raggiungendo i 64 milioni nel 1899-900.

 

 

Quanta parte del pareggio poi sia dovuta ad imposizione più grave, risulta dall’enumerazione delle seguenti leggi:

 

 

Legge 22 luglio 1894: ristabilisce sull’imposta sui terreni il decimo abolito con la legge 1°marzo 1886.

Legge 22 luglio 1894: eleva l’imposta di ricchezza mobile al 20%

Legge 12 luglio 1888: aumenta le tasse di registro e bollo, di successione, di negoziazione delle cartelle.

Legge 30 giugno 1891: estende la sovraimposta di due decimi alla tassa annuale sulla circolazione dei biglietti di banca.

Legge 22 luglio 1891: aumenta le tasse di registro o bollo e quella di successione.

Legge 11 aprile 1898: eleva il dazio sul grano da L. 5 a L. 7,50, prescrivendone il pagamento in oro.

Legge 3 luglio 1898: aumenta da 4 a 7 lire il dazio consumo sulle farine.

Legge 12 luglio 1888: aumenta il prezzo del sale raffinato e macinato.

Legge 2 luglio 1896: aumenta le tasse sugli istituti d’emissione.

 

 

Contemporaneamente, con altre leggi che l’enumerare sarebbe ozioso, si rendeva più rigoroso e fiscale l’accertamento delle materie tassabili.

 

 

Come si vede, dunque, anche l’andamento delle finanze pubbliche concorda con quanto abbiamo visto per l’economia generale.

 

 

Le emissioni di Debito pubblico.

 

 

Col peggiorare della pubblica finanza o colla riduzione dei proventi delle imposte si rende di nuovo palese la necessità di ricorrere ai debiti. L’accensione di debiti, che avea raggiunto un massimo nel 1866, quando si emisero per 608 milioni di rendita e di altri titoli, era andata lentamente scemando sino al 1880 in cui le emissioni eransi ridotte a 4.785.805 lire di rendita pubblica.

 

 

Ma negli anni seguenti si principia nuovamente a farsi imprestare grosse somme, ora per un motivo ora per un altro.

 

 

Nel 1881 le emissioni raggiungono 21.887.012 lire, di cui 5.883.502 lire di rendita emesse per effetto degli art. 6 ed 11 della convenzione di Basilea, e 16, 003, 420 di titoli diversi, in gran parte obbligazioni dell’asse ecclesiastico e titoli speciali per i lavori del Tevere.

 

 

Nel 1882 si fa il prestito di 650.410.000 lire per l’abolizione del corso forzoso a cui aggiungendo 16.702.145 lire di titoli diversi (obbligazioni dell’asse ecclesiastico e lavori del Tevere) si raggiungo un totale di 607.142.146 lire di nuovi debiti.

 

 

Nel 1883 si emettono 20.812.830 lire di titoli diversi; nel 1° semestre del 1884 lire 4.757.150.

 

 

Nel 1881-85 le emissioni di titoli diversi raggiungono 37.833.355 lire, a cui si aggiungono 68. 183.152 lire di anticipazioni degli Istituti di emissione per pagare alla Società dell’ex-Regia il prezzo dello stock dei tabacchi al 1° gennaio 1884, per cui i nuovi debiti salgono a 100.016.507 lire.

 

 

Ai titoli diversi (obbligazioni ecclesiastiche e lavori del Tevere) si restringono le emissioni degli anni seguenti:

 

 

86 48.820.000
87 20.218.000
88 25.000.000
89 18.910.332
90 13.000.000
1890-91 11.771.452
1891-92 13.352.000

 

 

Nel 1892-93 cominciano a farsi sentire le conseguenze della dissennata politica finanziaria ed economica degli anni precedenti; cosicché alla omissione di titoli diversi in lire 15.940.000 si aggiungono 73.461.665 lire versate dalla Cassa Depositi e Prestiti per il servizio delle pensioni civili e militari, a cui non si provvide più colle entrate normali del bilancio, ma con uno storno di fondi della Cassa Depositi e Prestiti. In tutto i nuovi debiti in quell’anno salirono alla cifra di 89.401.065 lire.

 

 

Nel 1893-94 si emettono titoli diversi per lire 18.000.000 e si ricevono 73.930.820 lire di versamenti della Cassa Depositi e Prestiti per il servizio pensioni. Ma per la fuoruscita delle monete divisionarie d’argento e degli scudi, altro effetto della cattiva politica economica degli anni precedenti, lo Stato fa un altro debito di 75.927.095 lire sotto forma di emissione per una somma corrispondente di biglietti di Stato e di monete di ramo e di nichelio. In tutto i nuovi debiti salgono a 167.857.915 lire.

 

 

Nel 1891-95 le emissioni di titoli diversi si riducono a 10.107.185 lire; si emettono 12.000.000 lire di monete di nichelio; e si ricevono 68.954.093 lire di versamenti della Cassa Depositi e Prestiti pel servizio pensioni. In tutto 91.061.279 lire di nuovi debiti.

 

 

Nel 1895-96, ammaestrati dall’esperienza, non si emettono più titoli speciali rovinosi per i lavori del Tevere, si rinuncia alle anticipazioni della Cassa Depositi e Prestiti, facendo di nuovo gravare il servizio delle pensioni sul bilancio normale; e si emettono solo 5.500.000 lire di monete di nichelio. È l’inizio del rinsavimento. I finanzieri si persuadono che è inutile chiudere pro-forma il gran libro del Debito Pubblico per accrescere il debito sotto mille altre forme diverse e palliate. Ma disgraziatamente la guerra d’Africa costringe il Governo a riaprire apertamente il gran libro del Debito Pubblico che erasi con solennità chiuso nel 1882; e vi si inscrivono 92.500.000 lire di rendita 4½ per cento, a cui aggiungendo i 5⅓ milioni di monete di nichelio, si ha un debito totale nuovo per quell’anno di 98 milioni di lire.

 

 

Nel 1896-97 si emettono per le spese d’Africa altre 39.500.000 lire di rendita 4½ per cento; e nel 1897-98 si portano a benefizio del tesoro, autorizzandolo ad emetterle a poco a poco, le ultime 14.560.165 lire della medesima rendita.

 

 

Con quella emissione si chiude l’era dei prestiti In Italia, almeno per ora, poiché nel 1898-99, e nel 1899-000 non si accese più alcun nuovo debito.

 

 

Ma colle accensioni di debiti propriamente detti non è esaurito tutto ciò che si riferisce ai debiti fatti dallo Stato; poiché di questi una parte viene elencata sotto forma di costruzioni di ferrovie e di movimento di capitali.

 

 

Che se noi vogliamo tener conto di tutte le partite di debito acceso ed estinto per qualsiasi causa, otteniamo il risultato che si contiene (in centinaia di migliaia di lire) nella seguente tabella:

 

Anni accensione di debiti (come sopra) Vendita beni ed affrancamento di canoni Alienazione di rendita consolidata per la costruzione delle ferrovie Prodotto delle obbligazioni emesse per costruzioni ferroviarie a carico dello Stato Prodotto dei titoli emessi per conto della Cassa degli aumenti patrimoniali Parte del prezzo del materiale mobile ceduto alle Società e destinato a spese ferroviarie Estinzione, debiti

———–

Totale

1880 4.705 36.335 62.000 64,283
81 21.887 28.755 79.000 72.846
82 607.142 27 989 69.000 718.575[2]
83 20.872 26.172 72.000 47.905
84(1° sem.) 4.757 8.968 33.000 10.459
31-85 100.010 20.882 65.000 95.334
85-30 48.825 20.202 14.500 151.188 26.625
80-87 20.218 17.851 29 117.920 46.000 32.152
87-88 25.000 19.675 231.793 30.171 34.450 22.995
88-89 18.910 13.432 132.000 70.050 32.561 22.195
89-90 13.000 117.614 115.985 22.055 28.186
90-91 11.771 141.733 95.277 22 000 29.042
91-92 13.357 9.916 81.974 30.358
92 93 89.401 8.831: 29.091 72.147
93-91 107.852 18.336 35.718 116 020
94-95 91.061 45.960 46.557
95-90 98.000 14.445 19.660
90-97 39.500 13.537 18.833
97-98 14.560 13.528 24.539
98-99 13.557 19.284
99-900 6.296 20.483

 

 

Ed anche da questo prospetto si vede come solo negli ultimi anni le accensioni di debiti, sotto diversa forma e per diversi motivi, e le alienazioni di patrimoni raggiungono una cifra inferiore alla estinzione dei debiti.

 

 

Speriamo che l’èra dei prestiti sia chiusa per sempre; poiché le soverchie emissioni, se sono conseguenza di crisi economiche nel paese e di disavanzi di bilancio, sono alla loro volta causa di scoraggiamento delle imprese industriali e di indebolimento del credito dello Stato.

 

 

Dove si impiega il risparmio nazionale nei tempi di crisi.

 

 

Il peggiorare Infatti nel 1887-95 dell’economia privata e pubblica, fa sì che i risparmi mutino direzione nei loro impieghi.

 

 

Il cattivo andamento della cosa pubblica fa ribassare il valore della rendita; e l’aumento delle imposte scoraggia dagli investimenti industriali e commerciali.

 

 

Ora è noto, come già per legge normale, negli anni prosperi, i risparmi volentieri si indirizzano agli impieghi industriali e commerciali e fanno aumentare il valore delle terre, delle case e dei titoli bancari industriali.

 

 

Ma negli anni cattivi, i risparmi, intimoriti dai fallimenti e dalle perdite sofferte, non vogliono più azzardarsi nell’agricoltura, nell’industria e nei commerci, e cercano degli impieghi di tutta sicurezza, da padre di famiglia, dove non ci sia nessun pericolo.

 

 

Così, ad esempio, si investono in rendita dello Stato, che per quanto non sottratta ad oscillazioni, è più sicura dei valori industriali o degli altri impieghi. Così in Italia, il risparmio compra rendita che prima era all’estero e che ritorna perciò nell’interno.

 

 

Ecco i pagamenti fatti in diverse date all’estero per interessi di rendita italiana :

 

 

1895 L.93.450.525
97-98 89.283.476
99 82.490.406
1899-900 75.516.000

 

 

II che da una parte è cosa buona, perché il nostro maggior titolo di Stato viene sottratto alla speculazione estera; ma è un indizio dello scarso credito che gode l’Italia all’estero, il quale si disfa della sua rendita. D’altro canto i risparmi nazionali abbandonano gli impieghi aleatori, industriali e commerciali per rifugiarsi nei forzieri sicuri delle Casse di risparmio, dove si riceve meno, ma si corre minor rischio. Di questo fatto, ci è fornita una corta riprova dal dato ricordato dal comm. Canovaj, segretario della Direzione generale della Banca d’Italia a Roma, secondo cui, in 9 anni, dal 1888 al 1897, circa mezzo miliardo si ritirò dagli Istituti di credito per emigrare in quelli di risparmio.

 

 

Il credito dei depositanti nelle Casse ordinarie di risparmio che era nel

 

 

1880 di 686 milioni, aumenta così:

85 di 951 milioni

90 di 1166 milioni

95 di 1343 milioni

99 di 1430 milioni

1900 di 1465 milioni

 

 

Al 31 dicembre 1900 la situazione del patrimonio e dei depositi delle Casse di risparmio ordinarie ora la seguente:

 

 

  • Numero delle Casse 184
  • Patrimonio L. 222.668.090
  • Risparmi L. 465.056.550
  • Conti correnti 38.915.297
  • Buoni fruttiferi 3.253.302

 

 

Nello Casso postali di risparmio il credito sale del pari:

  • 1880 46 milioni
  • 85 176 »
  • 90 310 »
  • 95 462 »
  • 99 628 »

 

 

Il che in parte, ripetiamo, è un indizio buono; ma in notevole parte, sovratutto se si pensa che aumenti grandissimi nei depositi a risparmio avvennero nei periodi peggiori dell’economia nazionale, dimostra che i nuovi risparmi cercarono le Casse postali ed ordinarie di risparmio, per paura d’investirsi altrove. Il che, certo, non contribuisce a tenere elevato il valore dei terreni, delle case e degli impianti industriali.

 

 

Una gran parte di questi non trovando compratori, cade nelle mani degli Istituti di credito che avevano fatto mutui ipotecari o cambiari, e qui ristagnano. Onde le immobilizzazioni bancarie, le quali esercitarono tanta funesta influenza sulla vita economica del paese. Basterà citare alcuno cifre relative al 1893, quando gli Istituti di emissione gemevano sotto il peso dei salvataggi compiuti o del malessere generale.

 

Immobilizzazioni

ISTITUTI Effetti cambiari garanti con ipoteca Beni immobili Crediti ipotecari Altre immobilizzazioni Totale
Banca Nazionale del Regno Banco di Napoli ….

Banca Nazionali> Toscana Banca Toscana di credito Banca Ito ninna …. Banco di Sicilia ….

109.521.109

1.419.299

 

13.476.741

2.890 757

10.821

6.146.027

15.393

19.013.238 18.453.656 751,056 375.770 12.079.022

 

6.396.737

5.941.154

974.250

1.622.585

142.641.08927.747.151

6.706.031

1.350.020

18.225.050

3.087.278

  110.970.404 22.545.740 51.305.743 14.934.727 199.750.020

Sofferenze e cambiali rinnovabili.

ISTITUTI Cambiali rinnovabili Sofferenze Totale
Banca Nazionale del Regno

Banco di Napoli

Banca Nazionale Toscana

Banca Toscana di credito

Banca Romana

Banco di Sicilia

28.472.980,62 29.629.034,35

2.987.460,68 10.364.600,26

20.995.548,16 19.680.795,58 4.600.000,-

13.050.694,91

3.609.452,04

49.465.528,78

49.309.829,93

4.600.000, –

16.038.155,59

13.974.052,30

  71.454.075.91 61.936.490.69 133.390.566,60

 

 

Nel 1894, però, liquidata la situazione ed emanata la nuova logge bancaria, le immobilizzazioni dei tre Istituti rimasti apparivano in tutta la loro gravità. Ecco i valori delle Immobilizzazioni e delle altre operazioni vietate dalla legge 10 agosto 1893 (al 31 dicembre 1894):

 

 

  • Banca d’Italia L. 414,014,000
  • Banco di Napoli »153.835.000
  • Banco di Sicilia » 11.777.000

 

 

Notisi, che non si conta fra le immobilizzazioni della Banca d’Italia il conto corrente con la Banca Romana in liquidazione, che il 20 febbraio 1894 ammontava a ben L. 92.413.910,51.

 

 

Anche qui, corno in tutti gli altri campi dell’attività nazionale, dopo avere toccato l’imo fondo nel 1893-94, la situazione in seguito va lentamente migliorando. E le immobilizzazioni così decrescono:

 

 

   

Banca d’Italia

Banco di Napoli

Banco di Sicilia

Totali

   

In milioni di lire

28 febbraio 1894

419,4

107,8

19,3

030,5

31 dicembre 1894

414,0

100,3

17,9

592,8

» » 1895

357,8

142,9

17,9

518,0

» » 1890 .

342,8

139,2

10,2

498,2

» » 1897

297,5

134,9

13,5

445,9

» » 1893

250,8

130,9

11,8

393,5

» » 1899

245,3

121,8

10,1

377,2

» » 1900

245,1

119,2

8,9

373,2

30 novembre 1901

239,1

117,7

8,5

305,3

 

 

Traffico interno ed estero.

 

 

Le cose dette fin qui trovano suffragio altresì nelle statistiche relative al traffico nell’interno e coll’estero. Ad esempio, sulle ferrovie della Rete Mediterranea, il numero dei viaggiatori-kilometro, che era di 891 milioni nel 1886, sale nel 1888 a 1088 milioni, ma diminuisce nel 1890 a 1032 milioni, e si ferma nel 1892 a 1043 milioni, coi 1893 a 1045 milioni, ed ancora nel 1897 è di 1087 milioni, e solo ascende coi 1898 a 1219 milioni.

 

 

Del pari sulla Rete Adriatica i viaggiatori-kilometro aumentano da 726 milioni nel 1886 a 931 milioni nel 1888, ma diminuiscono a 815 mil. nel 1892, e si fermano a 838 milioni nel 1893, e sono ancora a 830 milioni nel 1896, per salire a 957 milioni solo noi 1898. Nel 1898 il numero totale dei viaggiatori-kilometro ascese a 2.525.885.001, e nel 1899 passò a 2.570.895.436.

 

 

Quel che si dice dei viaggiatori, si ripete per le merci e specialmente per quelle a piccola velocità, che formano il 95 per cento del totale.

 

 

  Rete mediterranea Rete adriatica
Merci trasportate nel 1886 Tonnellate 7.355 mila Tonnellate 4.777 mila
  87

7.866

5.135

  88

8.128

5.263

  89

8.038

5.931

  1890

7.986

5.995

  91

7.721

6.011

  92

7.676

5.711

  93

7.751

5.412

  94

7.956

5.650

  95

8.384

5.902

  96

8.771

6.145

  97

9.014

6.631

  98

9.713

6.926

  99

10.355

7.804

 

 

Anche qui il movimento raggiunge un massimo nel 1888 per la Mediterranea, e nel 1891 per l’Adriatica, dopo il quale i cattivi raccolti, i diminuiti affari fanno per qualche anno scemare i trasporti, e solo in ultimo si riprende il movimento ascendente, raggiungendo ed oltrepassando le cifre di prima.

Quanto al commercio coll’estero, parla la seguente tabella del commercio speciale (cioè non compresi i metalli preziosi ed il traffico di transito).

 

 

Importazioni

Esportazioni

 
  Cifre effettive Media per abitante Cifre effettive Media per abitante  
1884 1.318.777.666 45,58 1.070.928.479 37,02  

Anni di       massima  espansione

85 1.459.809.801 50,13 950.758.988 32,65
86 1.458.243.889 49,75 1.028.231.720 35,08
87 1.604.947.273 51,41 1.002.136.702 33,97
88 1.174,601.582 39,57 891.934.639 30,05  

 

 

Depressione

89 1.391.154.246 46,57 950.615.760 31.82
1890 1.319.638.433 43,89 895.945.253 29,80
91 1.120.584.583 37,24 878.800.165 28,98
92 1.173.891.984 33,65 958.187.220 31,48
93 1.191.227.553 38,89 964,188.135 31,48
94 1.094.649.101 35,62 1.026.500.040 33,31
95 1.187.288.208 38,29 1.037.707.599 33,47  

 

Ripresa

 

96 1.180.172.694 37,83 1.052.097.943 33,73
97 1.191.598.770 87,97 1.091.734.230 34,79
98 1.413.335.346 44,76 1.203.609.304 38,12
99 1.506.561.188 41,43 1.431.416.878 45,07
1900 1.699.235.462 47,98 1.338.346.253 44,60  
1901(1° gen. al 30 novembre) 1.692.788.406  

1.291.358.081  

 

 

Nello stesso periodo del 1900, l’importazione era stata di L. 1.641.588.453 e l’esportazione di L. 1.207.948.458.

 

 

Sono in corsivo gli anni di massimo e di minimo traffico. Anche qui duo movimenti, di discesa sin verso 1891-1894, e di progressivo miglioramento poi.

 

 

La popolazione e l’emigrazione.

 

 

Chiudiamo il nostro resoconto dando uno sguardo sommario al movimento verificatosi in quello che l’economia classica chiamava il terzo elemento della produzione: cioè al movimento della popolazione.

 

 

La popolazione presente nel regno alla mezzanotte dal 9 al 10 febbraio del corrente anno è risultata di 32.449.754. Nel penultimo censimento del 31 dicembre 1881 si erano censiti 28.450.628 abitanti. Quindi, in 19 anni e 40 giorni si è verificato un aumento di 3.990.126 abitanti, che corrisponde a un accrescimento medio aritmetico per anno di 7,34 per 1000. Fra il 1861 e il 1871 l’aumento era stato di 7,12, e fra il 1871 e il 1881 di 6,19 per 1000.

 

 

L’incremento attuale è uno dei più elevati d’Europa ed è dovuto specialmente ad una diminuzione della mortalità, più che ad un incremento della natalità. Fenomeno questo che si riscontra in quasi tutti i paesi civili odierni, come risulta da un esame comparativo del censimento del 1900-901, fatto dal Giffen e da altri nell’ultimo numero del «Journal of the Statystical Society». Ecco un quadro dimostrativo per dipartimenti:

 

 

Compartimenti

Popolazione presente

Aumento

 

 

al 31 dicembre 1881

al 9 febbraio 1901

assoluto

medio aritmetico annuo per 1000 abitanti

Piemonte

3.070.250

3.320.311

256.061

4,4

Liguria

892.373

1.080.944

188.571

11,1

Lombardia

3.680.615

4.278.188

597.573

8,5

Veneto

2.814.173

3.130.429

316.250

5,9

Emilia

2.183.891

2.451.752

268.361

6,4

Toscana

2.203.809

2.548.154.

339.285

8,0

Marche

939.279

1.064.749

125.470

7,0

Umbria

672.000

644.307

72.307

6,6

Lazio

903.472

1.206.354

302.882

17,5

Abruzzi e Molise

1.317.215

1.442.305

125.150

5,0

Campania

2.896.577

3.142.378

245.801

4,4

Puglia

1.589.064

1.949.423

360.359

11,9

Basilicata

524.504

490.000

– 34.504

-3,4

Calabria

1.257.883

1.375.700

117.877

4,9

Sicilia

2.927.901

3.529.260

601.865

10,7

Sardegna

682.002 .

789.314

607.312

8,2

Regno

28.459.628

82.449.754

3.990.126

7,3

 

 

Come si vede, gli aumenti più forti di popolazione dal 1881 in poi si sono verificati nel Lazio (quasi unicamente in Roma), nelle Puglie, in Liguria e in Sicilia. Gli aumenti più deboli in Piemonte, Campania, Calabrie, Abruzzi e Veneto, regioni che, come vedremo, danno il contingente massimo alla emigrazione. Anzi, questo elemento è così marcato, che nella Basilicata, dove dal 1882 al 1900 il numero dei nati superò quello del morti di 80.266, si è verificata una diminuzione di 34.501 individui, a causa della emigrazione, che nello stesso periodo salì a 168.978 individui.

 

 

Anche in Italia, come all’estero, si è verificato un marcato movimento dalla campagna verso le grandi città. Difatti, mentre la popolazione rurale e quella delle piccole città si mostrano quasi stazionarie, o crescono in modo debolissimo, le grandi città, in ispecie Roma, Milano e Genova, presentano notevoli incrementi, che salgono fino al 50%.

 

 

Calcolando la superficie totale del regno in 286.648 Km quadrati, la densità della popolazione, che al 31 dicembre 1881 era di 99,28 abitanti per Km quadrato, è ora di 113,55.

 

 

Per l’emigrazione, i dati vanno solo a tutto il 1899. Per quanto le cifre abbiano qui una sicurezza solo molto relativa, diamo il quadro riassuntivo per tale materia :

 

 

Anni

Emigrazione totale

Emigrazione propria o permanente

Emigrazione temporanea

Numero totale degli emigranti

Emigranti per 100.000 abitanti

Num. totale degli emigranti

Emigranti per 100.000 Abitanti

Num. totale degli emigranti

Emigranti per 100.000 abitanti

Cifre effettive

per 100

Cifre effettive

per 100

1876

108.771

395

19.750

18

72

89.015

82

323

77

99.213

358

21.087

21

70

78.120

79

282

78

90.203

345

18.535

19

66

77.733

81

279

79

119.831

428

40.824

34

146

79.007

66

282

80

119.901

425

37.934

32

134

81.967

68

291

1881

135.832

479

41.007

31

147

94.225

69

332

82

101.502

500

65.748

41

230

95.814

59

336

83

169.101

588

68.416

40

238

100.685

60

350

84

147.017

509

58.049

39

201

88.908

61

308

85

157.193

510

77.029

49

205

80.164

51

275

86

167.829

572

85.355

51

291

82.174

49

281

87

215 005

731

127.718

59

433

87.917

41

298

88

290.736

979

195.993

67

660

94.743

33

319

89

218.412

732

113.093

52

379

105.319

48

353

90

217.244

722

101.733

48

148

112.511

52

374

1891

293.031

970

175.520

60

580

118.111

40

390

92

223.007

735

107.309

48

353

116.298

52

382

93

240.751

806

121.312

50

406

122.439

50

100

94

225.323

731

105.455

47

342

119.808

53

389

95

293.181

946

169.513

58

547

123.008

42

399

96

307.482

980

183.020

60

589

123.802

40

397

97

299.855

955

165.429

55

527

134.120

45

428

98

233.715

895

126.787

41

400,4

150.928

56

195,5

99

308.339

973

131.308

42

414,6

177.031

58

559

900

352.782

985

153.209

40

410,8

199.573

60

574,2

901(1°sem.)

325 021.

120.342

205.279

 

 

L’emigrazione massima è data dal Veneto. Seguono poi le Provincie meridionali e il Piemonte. Il minimo si verifica nel Lazio, nell’Umbria, nelle Marche e in Liguria.

 

 

Guardando alle professioni, troviamo che emigrano sopratutto gli agricoltori (61-70%); poi i braccianti, i muratori e gli operai.

 

 

È interessante vedere dove si dirige questa immensa fiumana di uomini. Naturalmente, la più forte emigrazione temporanea avviene in Europa, e specialmente verso i paesi più vicini all’Italia, come la Francia, la Svizzera e l’Austria.

 

 

L’emigrazione propria invece ha preso una direzione marcata verso l’America, come risulta dal seguente prospetto, che indica la immigrazione italiana in America secondo le statistiche americane, dal 1890 al 1899:

 

 

Anni

Argentina (non compresi quelli arrivati da Montevideo)

Uruguay

Brasile

Stati Uniti del nord

Totale

1890 1891 1892 1893 1894 1895 1896 1897 1898 1899

39.122 15.511 27.850 37.977 37.699

41 203 75.204 44.678 39.135 53.295

12.873 4.559 4.966 2.894 4,255 3.557 5.046 3.651 2.894 3.219

31.275 132 326 55.0451 58.552 34.872 97.344 96.324 78.915

33 272

?

62.969 69.297 61.434 70.570 39.827 44,003 20.076 59.431 58.613 77.419

146.230 221.693 149. 299 169.993 116.653 186.107 196.650 186.675 133.914 ?

 

 

Sarebbe senza dubbio di molta importanza tentare un calcolo del valore capitale approssimativo di questa ingente emigrazione di uomini. Esso, però, per le sue difficoltà, merita di essere trattato in un lavoro a parte.

 

 

Conclusione.

 

 

Le vicende della Economia Nazionale e della Finanza in Italia durante l’ultimo ventennio del secolo scorso e la crisi attraversata dal 1890-96, quali le siamo venute analizzando per sommi capi, sono riprova delle teorie che i classici economisti hanno svolte da tempo sulle crisi e, più ancora, dei principii fondamentali sui quali s’assidono sorelle la scienza economica e l’arte di governo nei tempi moderni.

 

 

Raggiunta l’indipendenza e l’unità, l’Italia s’era andata sino al 1883 avviando con assiduo lavorio e con una finanza saggia a condizioni economiche progressivamente migliori e vieppiù promettenti. Nel 1883 veniva soppresso il corso forzoso, riconducendo l’oro in Paese mediante un prestito collocato all’Estero di 644 milioni.

 

 

Questo provvedimento, salutare ma forse prematuro, certo attuato su basi assai fragili e delicate, richiedeva imperiosamente dal Governo e dal Paese una linea di condotta austera, consapevolmente e tenacemente intesa a riportare e favorire il risparmio e il lavoro fecondo, i due soli, i due indispensabili fattori della pubblica come della privata prosperità.

 

 

Purtroppo lo Stato ed il Paese seguirono dopo il 1884 una linea di condotta diametralmente opposta a quella che sola avrebbe potuto maturare i frutti del coraggioso lavoro sin allora proseguito, e assidere stabilmente l’Italia fra i Paesi in cui l’economia pubblica assodata e progressiva è mezzo e stimolo ad ogni civile miglioramento.

 

 

Nel campo delle imprese private, vediamo dal 1880 sino al 1881 in misura moderata e fruttuosa, dopo il 1884 in misura sempre crescente ed eccessiva, prevalere le imprese edilizie, incoraggiate dalla temporanea affluenza di capitali esteri provocata dal ribasso, poi dalla scomparsa dell’aggio.

 

 

Ecco manifestarsi, nella forma specifica e particolarmente grave della speculazione edilizia, l’immobilizzazione di capitali, la sovra-produzione, che è il fenomeno tipico, il fattore inesorabile delle crisi.

 

 

Giustizia vuole si riconosca che dal canto loro i Poteri pubblici nulla fecero per indirizzare saggiamente la forma di attività allora prevalente, e che nelle condizioni di molte tra le principali città italiane, segnatamente della Capitale — non modificate ancora dalle esigenze dei tempi moderni — aveva, entro certi limiti, ragion d’essere.

 

 

Difatti né lo Stato, che pur vi era larghissimamente interessato in linea morale e finanziaria, né l’Amministrazione Capitolina, ebbero mai un concetto unico o direttivo sulla trasformazione edilizia di Roma; si favorì l’edificazione a spizzico, a sbalzi, un po’ in tutti i rioni, disseminando le risorse, senza nulla ottenere di completo e di soddisfacente. Piano regolatore e Regolamento edilizio si ebbero allorquando la febbre speculativa aveva già dato i malsani suoi frutti, e furono un compromesso fra opposti interessi, anziché freno e norma per un razionale sviluppo.

 

 

Si commise l’errore inesplicabile di favorire l’edificazione suburbana, là dove entro l’ambito delle mura vi erano aree esuberantissime e vi sorgevano già case a dismisura; consentendo l’erezione di edilizi a 6-7-8 piani, contrari ad ogni postulato dell’igiene e dell’estetica, si favorì l’esorbitanza dei prezzi delle aree e la speculazione delle rivendite.

 

 

L’impresa del Risanamento a Napoli, iniziata nel 1887-1888 e destituita di ogni effetto veramente salutare per la massa della popolazione, rovinosa per lo Stato ed i privati, fu esempio tipico dell’insipienza del Governo e della follia collettiva di quel tempo.

 

 

Al tempo stesso e d’altra parte, lo Stato, con le enormi costruzioni di linee ferroviarie improduttive, le spese smodate ed inutili per la guerra e la marina, coll’impresa d’Africa, i disavanzi del bilancio, colle emissioni di debito pubblico, larvate in varie forme, veniva assorbendo la maggior parte del risparmio-nazionale.

 

 

La sollecita ricomparsa dell’aggio dell’oro, l’indirizzo poco savio e rassicurante della nostra politica in generale, richiamavano tosto oltr’Alpe i capitali esteri.

 

 

Ed allora le banche d’emissione inconsultamente eccederono nella circolazione fiduciaria, creando così una ingannevole larghezza di capitali che aggravava il male e dovea renderne più intensi e funesti gli effetti, là dove invece freni applicati in tempo avrebbero impedito nuove imprese e compresso la spinta speculativa dei prezzi in genere, specie nei rami prediletti dalla moda del momento, cioè le imprese edilizie.

 

 

La forte protezione accordata alla generalità delle industrie con le nuove tariffe doganali del 1887 spingeva al tempo stesso varie regioni a nuovi e larghi impianti industriali.

 

 

E se questi, ad es. nel ramo tessile, si chiarirono vitali o benefici, lo stesso non si può affermare per altri rami, ad es., per le industrie metallurgiche e di costruzioni navali, in cui un’altissima protezione doganale e la clientela dello Stato – elementi artificiosi – hanno avuto parte prevalente. Così, quasi a farlo apposta, si distraeva per tutti i canali il risparmio nazionale, si assottigliava quella vis medicatrix degli investimenti del risparmio, che sola può convertire in cespiti fruttuosi e duraturi le creazioni dell’iniziativa industriale o speculativa; si attuava uno squilibrio fra la disponibilità vera e gli impegni dei mercati; si costruiva sovra l’arena un edificio appariscente sì ma sproporzionato, eccessivo, e quindi inesorabilmente caduco.

 

 

E le crepe, poi le cadute, si manifestarono là dove appunto maggiore era stata la sovra-produzione, l’eccesso di iniziative giustificate dapprima, ma cui era mancato poi indirizzo e freno, quando la concorrenza, lo spirito d’imitazione, la moda, sovrana non solo nei consumi ma anche nell’investimento dei capitali fluttuanti e nell’impiego del credito, le resero esuberanti e ne assottigliarono al tempo stesso la base – la quale, giova ripeterlo, è pur sempre una sola: – la rispondenza al bisogno vero, la possibilità di assorbimento da parte del risparmio.

 

 

Dal 1889 al 1894 caddero tutte le Imprese edilizie, salvo alcune minori come la Compagnia Fondiaria Milanese, e la Società di Risanamento Torinese, le quali aveano operato investendo soltanto il capitale proprio, senza ricorrere al credito.

 

 

Del credito, in tutte lo forme, si era abusato.

 

 

E così rovinarono prima le imprese le quali direttamente o indirettamente del credito si erano valse nella forma sua più labile o pericolosa : — il credito cambiario o bancario.

 

 

Cadde poi nel 1894 la Società Immobiliare Romana, malgrado che, per la particolarità del suoi statuti, avesse potuto sfruttare il credito sotto la forma, tanto più sicura e larga, di obbligazioni di piccolo taglio ammortizzabili a lunghe scadenze.

 

 

Si era abusato del credito, non solo per l’edilizia, ma, dal più al meno, per tutti i rami della produzione e dell’economia nazionale, non esclusa l’agricoltura (segnatamente in Sardegna o nel Mezzodì).

 

 

Quindi, inevitabilmente, dopo gli istituti edilizii, che dell’abuso furono, oltreché la impersonazione maggiore, altresì l’esponente maggiore, se ne risentirono le Banche, cioè quegli Enti i quali nell’economia nazionale compiono la funzione altissima del credito, di raccogliere i capitali accumulati dal risparmio e di distribuirli fra i vari rami della produzione.

 

 

Non vi ha vero credito, durevolmente fecondo, se non in relazione ed in misura al risparmio effettivo e disponibile.

 

 

Da noi invece un’eccessiva e mal regolata circolazione fiduciaria delle troppe Banche d’emissione — funesta eredità delle antiche divisioni politiche, del regime a corso forzoso e dell’abolizione sua, operatasi in condizioni troppo artificiose — concorse anch’essa a creare una larghezza di credito, un’apparenza di mezzi fittizia e temporanea quanto funesta.

 

 

Dal 1883 fino al 1890, cioè fino al periodo nel quale, scoppiata la crisi, le operazioni cominciarono largamente a decrescere, gli sconti e le anticipazioni della Banca Nazionale crebbero da L. 1.703.000 a L. 2.004.000 (anno 1889), con un aumento percentuale di ben 70.50 p.% .

 

 

Gli sconti e le anticipazioni degli altri cinque Istituti d’emissione crebbero da 816 a 1646 milioni, con un aumento complessivo di 116%, che nel 1887 aveva raggiunto 2.068 milioni, e il 153% rispettivamente!

 

 

Nel 1887 il Banco di Napoli aveva fatto operazioni per 1057 milioni, contro 384 nel 1883, un aumento così di ben 170% in soli 4 anni!

 

 

Il danno fu proporzionato alla misura degli errori e delle colpe.

 

 

Nella Convenzione 30 ottobre 1894 tra il Governo e la Banca Nazionale, le perdite dipendenti dalle operazioni di quest’ultima furono riconosciute in 150 milioni al massimo.

 

 

Pel Banco di Napoli, come emerge dalla relazione del ministro Luzzatti, premessa alla legge 17 gennaio 1895, le perdite salirono a 90 milioni, cioè al 126 per cento del patrimonio e della massa di rispetto uniti insieme in L. 71.500.000.

 

 

In altre parole, il Banco di Napoli consumò tutto il suo attivo e venne a trovarsi allo scoperto ancora di oltre 18 milioni che, senza l’intervento dello Stato, avrebbero dovuto ricadere sui portatori dei suoi biglietti, aventi corso legale!

 

 

Il Banco di Napoli non aveva avuto, nel favorire le operazioni edilizie, parte proeminente; ma era stato invece inconsideratamente largo di credito ad ogni sorta d’imprese (agricole, ecc.), che risentirono anch’esse il soffio della speculazione dal 1883 al 1890.

 

 

Contrasto significante!

 

 

Dalla fine del 1895 al 31 dicembre 1899, cioè nel periodo di risveglio lento ma graduale e serio che pure abbiamo illustralo, gli impieghi delle banche di emissione in sconti ed anticipazioni sono cresciuti di soli 109 milioni, cioè da 309 a 418 milioni.

 

 

Gli è che questo risveglio si è compiuto, come è legge e caratteristica degli organismi sani e vitali, con forze proprie, con l’accumulazione del risparmio nazionale, non con stimolanti artificiali e passeggeri.

 

 

Ma a lumeggiare pienamente le conseguenze degli eccessi, ai quali durante il periodo 1881-1890 si abbandonò l’economia nazionale, giova ricordare ancora questo fatto.

 

 

Dal dicembre 1893 al maggio 1894, cioè nel periodo più fosco della crisi, i depositanti delle Casse di risparmio di Torino, Roma, Genova, Alessandria, Macerata, Parma, e fin di Bergamo e Brescia, succursali della Cassa di risparmio di Lombardia, la più potente fra le consimili istituzioni d’Europa tutta, si affollarono, colti da panico, agli sportelli.

 

 

Per venire in soccorso alle Casse, lo Stato, che nell’agosto 1893 aveva promulgato una nuova rigidissima legge sugli Istituti d’emissione, dovette autorizzarli ad eccedere i limiti legali della circolazione.

 

 

Ma non basta. Se vi ha istituto amministrato con prudenza, questo è certo la Cassa di Torino. Essa ha ognora circoscritto i propri investimenti a titoli dello Stato o da questi garentiti, a mutui a Corpi morali; delle decine di milioni che essa raccoglie, nessuna frazione va a fecondare l’industria ed il lavoro nazionale, come pur fanno e lodevolmente le Casse di Bologna, Parma, ecc. Legge suprema ed inesorabile dell’Istituto torinese è la sicurezza dell’impiego.

 

 

Abbiamo visto come durante la crisi il risparmio si rifugia pauroso, oltreché nei titoli dello Stato, nei forzieri delle Casse di risparmio, le quali così traggono incremento dalla generale depressione e sfiducia.

 

 

Or bene, la Cassa Torinese, dal dicembre 1893 al maggio 1894, rimborsò, in eccedenza ai nuovi depositi, solo 5 milioni, su un totale di circa 50. Il suo patrimonio, frutto di dotazione e riserva, era fine dicembre 1892 di L. 9.011.000.

 

 

Ora nel 1893 essa ebbe una perdita di ben L. 1.502.000 per svalutazione dei suoi titoli, e la provvista dei mezzi necessari per far fronte al run che poi le sottrasse solo il 10% dei depositi, le causò un danno complessivo non minore di L. 300.000, come dichiarano le relazioni del Consiglio. Malgrado i frutti di un capitale proprio di 9 milioni circa, l’eccedenza netta delle rendite sulle spese fu pel 1893 di sole L. 37.000, pel 1894 di L. 40,000.

 

 

Questo esempio tipico vale a dimostrare che se l’abuso del credito è cagione di mali, questi colpiscono poi gli stessi istituti più saldi e che meglio si credono sottratti alle vicende dei mercati.

 

 

Nel mondo economico moderno, caratteristica suprema a chi lo sappia analizzare, appare la solidarietà intima ed inevitabile di tutti gli interessi.

 

 

Lo svolgimento ed il tramonto della crisi sono essi pure una piena e concludente illustrazione delle teorie degli economisti classici.

 

 

La depressione fu esagerata quanto eccessiva era stata la sovra-valutazione dei cespiti edilizi.

 

 

Soltanto così si poté mano mano, lentamente, ottenere che il risparmio, la ricchezza disponibile del Paese, che solo rappresenta la domanda vera, l’acquirente bona fide, tornasse agli investimenti in case e poi in terreni edificativi.

 

 

Riassumendo il periodo da noi preso in esame pone in evidenza una grande e sconfortante assenza di cultura economica, di direzione consapevole, di vedute collettive sane, sia nel Governo, sia nel Paese, per quanto,riflette l’economia e la finanza.

 

 

Certo non mancarono ammonimenti da parte di pochi più veggenti e più saggi, fra i quali Stefano Iacini. Ma solo la realtà dei mali valse a convincerci degli errori che ne erano stata la causa. Solo l’essere ricaduti, dopo sogni ambiziosi e malsani, ai piedi dell’erta aspra e faticosa, ci aprì gli occhi sulla inanità e leggerezza della condotta seguita per molti anni.

 

 

È vero che oggi vedesi la Germania vittima d’una sovra produzione industriale, d’una crisi che colpisce profondamente molti rami della produzione; la Francia, gravata d’un debito immenso, avviata a compromettore, con un bilancio dello Stato eccessivo e sempre crescente, quella floridezza economica generale e diffusa, quella potenza di produzione e di risparmio ristoratore che gli altri Paesi fin qui le invidiavano, attoniti; vediamo l’Impero britannico sciupare ricchezze, forze, prestigio nella guerra Sud-africana, con un’ostinazione degna invero di causa migliore.

 

 

Ma gli errori dei Paesi più ricchi e potenti sono magro conforto e certo non costituiscono valida scusa alle Nazioni, che come l’Italia, fornite di risorse tanto minori, poste in presenza di doveri multiformi ed imperiosi di rinnovamento civile ed economico in tanti campi ed in tante regioni, dovrebbero essere tanto più caute, austere e previdenti.

 

 

Un altro insegnamento e questo virilmente confortante ci deve dare la crisi attraversata dall’Italia dal 1889 al 1896, ed è l’ammirazione, la fede nella energia del nostro Paese.

 

 

Due cose infatti sono a considerare:

 

 

La crisi nostra, a differenza della maggior parte dei consimili periodi patologici sopportati dalle altre Nazioni nel secolo XIX, fu accompagnata da gravi avvenimenti politici, quali la malaugurata impresa africana, i moti del 1893-94, il dissesto grave del Bilancio dello Stato, le commozioni d’ordine interno.

 

 

In secondo luogo — e su questo non sarà mai a sufficienza richiamata la attenzione pubblica — l’aumento costante e rapido della popolazione costituisce già di per sé solo un gravissimo onero al nostro bilancio economico nazionale, in confronto a quello degli altri Paesi.

 

 

L’Italia è nella condizione di una famiglia chiamata ad educare una prole numerosa, a fronteggiare nel tempo stesso molte e gravi esigenze di diversa natura, nonché ad accumulare nuovo capitale per la produzione.

 

 

Se malgrado tutto ciò l’Italia ha potuto, come lo dimostra questa sommaria rivista, non solo sanare le piaghe della crisi maturata sin dal 1885-1886 ed infierita sino a cinque anni addietro, ma segnare nuovi sensibili progressi della produzione e del risparmio nazionali, è giustizia riconoscere che il Paese ha più salda fibra di quanto noi stessi si sia generalmente proclivi ad ammettere, combattuti come siamo fra le visioni degli ideali passati e futuri, le lacune e le difficoltà dell’ora presente.

 

 

Questo dobbiamo augurarci: che all’energia paziente e tenace, quale si attesta nella massa del Paese, corrisponda per l’avvenire moderazione e saggezza in chi ne dovrebbe indirizzare le sorti: il Governo e le classi dirigenti.

 

 

NOTA.

sul calcolo della ricchezza Italiana.

 

 

Il calcolo da farsi per valutare la ricchezza privata consiste, secondo le cose dette nel testo, delle seguenti operazioni: 1° risalire dalle tasse riscosse ai varii saggi che colpiscono le successioni e le donazioni a seconda dei gradi di parentela tra gli eredi e il de cuius, o tra il donatario e il donante, mediante semplici proporzioni, al valore sottoposto a tassa; 2° nel sommare i valori sottoposti a tassa di successione con quelli sottoposti a tassa per trasferimento a titolo gratuito fra vivi; 3° nell’accrescere questa somma del 25% a titolo di coefficiente di correzione per ricchezza che sfugge al fisco; 4° nel moltiplicarla per 36, numero degli anni di durata media di una intera generazione.

 

 

Ottenuti questi dati, è opportuno ragionare su medie quinquennali, anziché sui valori annuali, per togliere certi elementi di errore, quali una successione straordinaria, una speciale epidemia, ecc., che possono accrescere fuor di luogo le cifre di una determinata annata.

 

 

I dati così ottenuti li abbiamo, fino al 1891-92, per opera del Bodio: noi li abbiamo estesi fino al 1900-1901. (Tabella A).

 

 

    Tabella A.    
Anni

Successioni

Passaggi d’usufrutto

Donazioni

Totale dei valori trasmessi

 

Lire

Lire

Lire

Lire

1876

809.093.900

21.295.916

133.941.877

964.331.693

77

836.993.600

25.314.000

205.043.220

1.067.380.820

78

848.098.600

28.971.000

155.815.670

1.033.885.270

79

781.942.700

28.778.200

149.634.525

960 355.425

1880

924.722.100

32 350.400

150.860.278

1.107.932.778

81

880.121.400

34.517.000

180.961.900

1.095.630.300

82

905.662.600

25.740.800

181.491.800

1.112.895.200

83

905.338.600

29.251.800

177.337.400

1.171.930.800

1884-85

977 956.000

27.267.400

182.309.600

1.187.5:13.000

1885-86

946.647.100

40.514.200

185.658.400

1.172.819.700

1886-87

1.054.738.800

30.576.800

177.850.800

1.266.166.400

1887-88

1.061.455.400

30.607.000

173.963.000

1.266.025.400

1888-89

949.812.393

29 866.352

164.430.005

1.144.139250

1889-90

1.003.838.881

29.958.193

162.464.278

1.196.261.352

1890-91

1.021.037 382

22.975.866

161.965.067

1.205.978.315

1891-92

1.015.908.507

29.916.036

163.607.342

1.209.431.885

1892-93

1.008.942.208

30.347.623

162.437.170

1.201.727.001

1893-94

1.069.106.873

26.779.217

165 011.622

1.260.897.712

1894-95

937.873.769

28.755.536

171.921.315

1.138.550.620

1895-96

1.009.939.728

24.789 475

163.782.993

1.198.513.196

1896-97

923.390.232

31.243,003

160.392.513

1.118.025.748

1897-98

907.434.164

32.366.374

161.660.087

1.101.460.625

1898-99

926.591.503

33.779.608

161.694.509

1.122.065.710

1899-900

931.403.443

32.425.678

172.670.167

1.136.199.288

1900-901

1.014.882.887

25.001.107

168.028.158

1.238.412.142

 

 

Le tasse di successione e di donazione fino al 1804 furono le seguenti:

 

Categorie Successioni Tasse per 100 lire di valori trasmessi
A Successione tra ascendenti e discendenti

1.44

B » coniugi

3,90

C » fratelli e sorelle, a favore di istituti di carità e di Società di mutuo soccorso registrate

6.50

D zii e nipoti, prozii e pronipoti

7.80

E cugini germani

10.40

F tra altri parenti e collaterali fino al decimo grado

11.70

G fra parenti oltre il decimo grado, parenti ed estranei

13.-

H nel casi di adozione

5.36

 

 

Per la categoria II, la tassa di 5.36 non è indicata nei dati ufficiali, ma fu dal Bodio calcolata col seguente criterio. Le pubblicazioni ufficiali dicono che le tasse di successione nei casi di adozione sono gravate della metà delle tasse normali che sarebbero dovute senza l’adozione. Fu quindi presa la metà della media aritmetica delle tasse stabilite per i casi di successione senza adozione, ossia dei valori 7.80, 10.40, 11.70 e 13, delle categorie D, E, F e G.

 

 

Tassa per i passaggi d’usufrutto, per L. 100 di valore trasmesso: L. 2.40, sulla metà del valore.

 

 

Categorie Donazioni Tasse per 100 lire di valori trasmessi
A Donazioni tra ascendenti e discendenti

1.56

B tra coniugi

3.00

C tra fratelli e sorelle, a favore di Istituti di carità e di beneficenza e di Società di mutuo soccorso registrate

6.50

D tra zii e nipoti, prozii e pronipoti

7.80

E tra cugini germani

F tra altri parenti e collaterali lino al decimo grado

11.70

G parenti oltre il decimo grado, affini ed estranei

13.-

H nei casi di adozione

5.36

I a contemplazione di matrimonio,esclusi i casi di parentela in linea retta

4.94

K a favore di Comuni e Provincie, a scopo di beneficenza, istruzione ed igiene

0.97

 

 

I valori 5.36, 4.94 e 0.97, non sono dati nelle pubblicazioni ufficiali per le rispettive categorie II, I, K. Da esse si rileva solo che per la categoria II la tassa è la metà delle tasse normali stabilite nel casi senza adozione; fu quindi trovato il 5.36 con lo stesso criterio indicato per le successioni. Anche per la categoria I la tassa è la metà della tassa normale; fu quindi calcolata la metà della media aritmetica delle tasse gravanti le categorie C, D, E, F, G. Per la categoria K, finalmente, l’imposta essendo stabilita in un decimo delle tasse normali (che a seconda dei casi possibili, erano del 6.50% o del 13%) fu preso dal Bodio il decimo della media aritmetica fra queste cifre. Nel prospetto della Direzione generale del Demanio dall’anno 1801-02 in poi le due categorie I e K figurano riunite in una sola cifra. Mancandogli gli elementi per scinderle, il Bodio suppose che le rispettive cifre stessero fra loro nella proporzione delle corrispondenti degli anni precedenti, le quali erano date separatamente per ciascuna delle due categorie. Noi invece abbiamo preferito misurare quella proporzione e allegarla come coefficiente di importanza alla tassa di 0.97, facendo poi la media fra questa e l’altra di 4.94: ne è venuta una tassa media di 3.05, che è assai prossima a quella di 3.36 adottata dal Pantaleoni. Del resto, si adotti l’un sistema o l’altro, gli scarti nei risultati sono insignificanti.

 

 

Con la legge 22 luglio 1804, D. 300, le tasse si modificarono cosi :

 

 

Categorie Successioni Tasse per 100 lire di valori trasmessi
A Successioni tra ascendenti e discendenti

1.60

B tra coniugi

4.50

C tra fratelli e sorelle,

7.-

D a favore di Istituti di carità e di beneficenza e di Società di mutuo soccorso registrate

5.-

E tra zii e nipoti, prozii e pronipoti

8.50

F tra cugini germani

12.-

G tra altri parenti e collaterali fino al decimo grado

13.-

H tra parenti oltre il decimo grado, affini ed estranei

15.-

I nei casi di adozione

6.06

 

 

Tassa per i passaggi d’usufrutto, per 100 lire di valore trasmesse L. 3 sulla metà del valore.

 

 

Categorie Donazioni Tasse per 100 lire di valori trasmessi
A Donazioni tra ascendenti e discendenti

1.60

B tra coniugi

4.50

C tra fratelli e sorelle, a favore di Istituti di carità e di beneficenza e di Società di mutuo soccorso registrate

7.-

D tra zii e nipoti, prozii e pronipoti

5.-

E tra cugini germani

8.50

F tra altri parenti e collaterali lino al decimo grado

12.-

G parenti oltre il decimo grado, affini ed estranei

13.-

H nei casi di adozione

15.-

I a contemplazione di matrimonio,fatto da persone diverse degli ascendenti o discendenti degli sposi e a favore di Provincie e Comuni, a scopo di beneficenza, istruzione e igiene

3.50

L nei casi di adozione

6.06

 

 

Eseguendo ora le operazioni, indicato anteriormente, sulla tabella A, si ha, per le medie quinquennali, il seguente ammontare della ricchezza privata (tabella B).

 

 

Tavola B.

 
Anni Totale dei valori trasmessi Aggiunta del 25% per le mancate denunzie Totale Prodotto della moltiplicazione per 36 delle cifre della colonna precedente Medie quinquennali
1876

77

78

79

1880

81

82

80

84-85

85-86
86-87

87-88

88-89
1889-1800

90-91

91-92

92-93

93-94

94-95

95-96
96-97

97-98

98-99

99-900
1900-901

961.331.093 1.007.380.820 1.033.885.270

960.355.425 1.107.932.778 1.005.030.300 1.112.895.200 1.171.930.800 1.187.533.000 1.172.819.700 1.203.100.400 1.200.025.400 1.144.139.250 1.190.201.352 1.205.978.315 1.209.431.885 1.201.727.001 1.200.897.712 1.138.550.020 1.198.513.190 1.118.025.748 1.101.400.025 1.122.005.710 1.130.199.288 1.238.412.142

241.082.923

260.845.205

258.471.818

240.088.850

270.983.105

273.907.575

278.223.800

262.982.700

290.883.250

293.204.025

315.001.000

316.500.350

280.034.813

290.065.338

301.494.578

302.357.971

300.431.750

315.224.428

284.037.655

209.028.290

279.500.437

275.305.156

280.516.427

284.049.822

309.003.035

1.205.414.016

1.334.220.025

1.202.350.588

1.200.441.281

1.381.915.973

1.309.537.875

1.391.119.000

1.404.913.500

1.484.410.260

1.4*4.024.625

1.578.858.000

1.582.531.750

1.430.174.063

1.495.320.090

1.507.472.893

1.511.789.850

1.502.158.750

1.570.122.140

1.423.188.275

1.498.141.495

1.397.532.185

1.370.825.781

1.402 582.137

1.420.219.110

1.548.015.177

43.304.926.176

48.032.130.900

40.524.837.108

43.215.994.110

49.850.975.028

49.303.303.500

50.080.284.000

52.736.880.000

53.438.980.000

52.776.880.500

50.838.888.000

50.971.143.000

51.480.200.268

53.831.700.840

54.209.024.148

54.424.434.810

54.077.715.000

56.740.397.040

51.234.777.700

53.933.093.820

50.311.158.660

49.565.728.116

50.492.956.932

51.128.907.960

55.728.740.872

 

 

46.204.973.878

 

 

 


51.067.241.200

 

 

 


54,679.416.451

 

 

 


 

54.082.083.075

 

 

 


51.445.594.008

.

 

 



[1] In collaborazione con Attilio Cabiati e Alberto Geisser [ndr]

[2] Abolizione del corso forzoso.

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