Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Rivoluzioni per decreto regio

«Corriere della Sera», 31 marzo 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 634-637

 

 

 

I socialisti cantano sui loro giornali vittoria per la soluzione dello sciopero dei lavoratori dei porti; né le loro affermazioni sembrano infondate. Il decreto del 28 marzo è stilato in modo volutamente generico ed ambiguo sì da poter essere interpretato ed applicato nei modi accetti ai gruppi organizzati che meglio sappiano premere sul governo. Il ministro De Vito ha bensì pronunciato in senato un monito altisonante contro coloro i quali non vorranno inchinarsi alla legge; ma a che montano le parole, quando si crea la legge a bella posta per soddisfare le pretese di coloro ai quali si rivolge il monito? Tutto ciò ha l’aria di una commedia combinata: il governo cede in tutto e gli organizzatori acconsentono a lasciargli la soddisfazione di dire che ben si sa che cosa fare se coloro a favore di cui la legge è fatta non vorranno osservarla.

 

 

In poche parole, il problema può essere posto così: a Genova ed a Venezia non ha facoltà di lavorare nel porto chi crede, ma solo coloro i quali appartengono a determinate corporazioni – una per specie di lavoro da compiersi – le quali non sono aperte a chiunque voglia inscrivervisi, ma solo a ruoli chiusi. È accettato nella corporazione solo chi piace ai dirigenti e nei limiti bastevoli a rendere massimo il guadagno degli appartenenti al gruppo monopolistico.

 

 

Pare che si tentasse anche a Napoli di instaurare un metodo consimile; ma vi si opposero operai iscritti a partiti od a gruppi diversi da quelli rossi. Di qui lo sciopero esteso poi a tutta l’Italia, per far trionfare il principio della unità della organizzazione avente diritto a lavorare nei porti.

 

 

In apparenza, il decreto del 28 marzo non dà causa vinta ai monopolisti. Esso attribuisce agli enti autonomi per i porti il diritto di disciplinare il servizio del carico e scarico, dei trasporti e dei depositi delle merci nell’ambito del porto di Napoli. Per estensione, una circolare contemporanea del presidente del consiglio incarica i prefetti di affidare la stessa disciplina in tutti gli altri porti d’Italia ai presidenti degli enti autonomi e, dove questi mancano, ai capitani del porto.

 

 

Fin qui la faccenda ha poco sapore: potrebbe anche intendersi che i presidenti degli enti portuari abbiano l’ufficio di impedire le baruffe violente fra lavoratori, di tutelare la libertà del lavoro, di esigere la fedina penale pulita da coloro ai quali si affida la manipolazione di merci preziose, ecc. ecc. Non c’è nulla che per se stesso legittimi la conclusione che i predetti presidenti abbiano diritto di condannare alla fame un uomo voglioso di lavorare sui porti e desiderato da quelli i quali hanno lavoro da far fare.

 

 

Purtroppo un inciso intrufolato nel decreto comincia a far sorgere sospetti: «Le relative controversie – dice l’articolo 19 immaginando controversie subito dopo aver detto, e non aver detto altro, che la disciplina del lavoro sui porti spetta agli enti autonomi – saranno risolute da una commissione paritetica composta dei rappresentanti delle cooperative interessate e presieduta dal presidente dell’ente portuale». Dunque, non sono i presidenti degli enti autonomi ed i capitani dei porti i quali disciplinano il lavoro dei porti. La disciplina non è dunque affidata ad una autorità pubblica, la quale si può benignamente supporre si mantenga imparziale verso tutti coloro i quali richiedono lavoro. No. L’autorità dei presidenti degli enti e dei capitani dei porti è una semplice lustra; tale quale il solenne monito dell’on. De Vito ad ubbidire rivolto a coloro dinanzi a cui prima in segreto si è pronunciato l’atto di contrizione e da cui si è ottenuta assoluzione plenaria. Appena sorge una controversia, ossia ogni qualvolta un gruppo pretenda di avere l’esclusività del lavoro ed un altro gruppo reclami anch’esso il diritto di vivere, non è più l’autorità che gode dell’jus vitae ac necis, ma una cosidetta commissione «paritetica» composta, dice il decreto, delle cooperative «interessate» e presieduta dal presidente o dal capitano del porto.

 

 

Qui deve essere il punto, in cui si nasconde la dedizione assoluta del governo per cui l’«Avanti!» canta vittoria. Commissione paritetica parrebbe voler dire che quando per un dato lavoro, per esempio, di scarico del carbone, si agita una controversia sul diritto a prender parte ai lavori, si debbano adunare … chi? Il «paritetismo» – brutta parola inventata non si sa perché e quando – vuol dire che le «due» parti contendenti, finora operai ed imprenditori, nominano ciascuna un ugual numero di rappresentanti, i quali discutono tra di loro. Se non vengono ad accordi, decide il presidente, accostandosi ad uno dei due punti di vista contrastanti. Nel caso del lavoro sui porti, ci sono «due» parti contendenti? Il decreto non fa cenno dei datori di lavoro, ossia degli spedizionieri o commercianti o capitani di nave, per conto di cui si deve eseguire il lavoro, ad esempio, di scarico del carbone. Essi, che pagano, non hanno voce in capitolo. Dovranno lasciare che il lavoro se lo pigli quella delle cooperative interessate alla quale la commissione cosidetta paritetica sarà stata favorevole. Quali saranno le cooperative ammesse a far parte della commissione cosidetta paritetica? Saranno due, come comporterebbe il tradizionale significato del «paritetismo»? E perché due e non tre? Perché saranno considerate cooperative «vere» quelle rosse e quelle bianche e non anche quelle fasciste? Deciderà sul quesito l’importanza numerica degli operai ascritti alla cooperativa o quella dei gruppi socialista, popolare e fascista alla camera? E c’è qualche ragione plausibile per limitare a due il numero delle cooperative ed escludere la terza e la quarta e la quinta, anche se composte di pochi lavoratori? Non hanno anche questi diritto al lavoro?

 

 

In realtà, il giochetto del paritetismo deve essere stato combinato sotto mano, almeno se si deve giudicare dal linguaggio dell’«Avanti!», per dare causa vinta, senza dirlo, alle organizzazioni rosse. Dice l’«Avanti!» che gli operai dei porti, quelli rossi, potranno ritornare al lavoro, laddove i bianchi ed i gialli potranno buttarsi in acqua, perché hanno ottenuto vittoria sui due punti essenziali: 1) che nei ruolini chiusi dei lavoratori dei porti si sia ammessi solo in relazione al fabbisogno del porto; 2) che nella scelta dei lavoratori debbano prevalere l’anzianità e la capacità. Il che pare voler dire che le cooperative, prima di essere riconosciute, dovranno subire un esame; e saranno ammesse a fornir soci al lavoro soltanto quando le cooperative già esistenti non soddisfino all’intero fabbisogno del porto; e solo quando dimostrino di aver con sé lavoratori altrettanto sperimentati ed anziani quanto sono i componenti delle cooperative esistenti. Siccome le cooperative più antiche sono rosse; siccome, per il terrore di rimanere senza lavoro nessuno oserà uscirne e tutti faranno ressa per entrarvi, anche quando nutrano avversione per i dirigenti, ecco sancito, per indiretta via, il monopolio rosso.

 

 

Può darsi che la esultanza dell’«Avanti!» sia esagerata e che la nostra interpretazione sia erronea. In tal caso il governo ha dovere di parlar chiaro e di non tenere il linguaggio ambiguo che è stato caratteristico della risposta dell’on. De Vito al sen. Mosca. Ha ragione questi di affermare che si ritorna a grandi passi verso il regime medioevale delle corporazioni obbligatorie d’arti e mestieri. Se il paese lo vuole, ritorniamoci pure. Aboliamo pure, se così piace, re, gabinetto, camera e senato; affidiamo tutti i reali poteri statali nelle città all’on. Giulietti ed ai suoi colleghi dei porti, delle ferrovie e delle poste e telegrafi, e nelle campagne all’on. Miglioli ed agli organizzatori bianchi. Sarà un brutto e tirannico modo di vivere; ma l’avremo voluto.

 

 

Il bello è che tutto ciò non è voluto e non è neppure risaputo dall’opinione pubblica. Tutto ciò non ha oggi alcuna probabilità di essere tradotto in legge. Nessun parlamento oserà mai oggi approvare una legge la quale sancisca la fame per gli uni ed il monopolio del lavoro per gli altri. I socialisti ed i popolari ne sono tanto persuasi da essere divenuti – proprio essi, i partiti d’avanguardia, i partiti rivoluzionari, gli evoluti, gli spregiatori della borghesia – i soli e più ardenti fautori del decreto regio. La rivoluzione oggi non si può più fare sulle piazze e nel parlamento, ossia con la forza brutale e con la libera discussione. La si fa con l’intrigo; con l’imposizione ai ministri, con le genuflessioni di questi ultimi, terrorizzati dall’approssimarsi della conferenza di Genova. La si fa in segreto, all’improvviso: rivoluzione per decreto regio. Sarebbe una rivoluzione da operetta, se tragicamente non spingesse a poco a poco il paese verso la rovina.

 

 

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