Roberto Michels
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/03/1936

Roberto Michels

«Rivista di storia economica», marzo 1936, pp. 74-75

 

 

 

Credo di essere stato il primo studioso italiano di cose economiche il quale abbia conosciuto Roberto Michels. Fu a Torino, all’aprirsi del secolo, in una stanza dell’«Albergo della dogana vecchia», che mi trovai innanzi lui, forte, roseo, aperto e sorridente e lei, Gisella, quasi nascosta dietro il marito gigantesco.

 

 

Si occupavano amendue di problemi sociali e, per la simpatia verso operai organizzatori e socialisti, lui aveva abbandonato in Germania la carriera militare, alla quale tradizioni familiari e prestanza fisica lo designavano quasi naturalmente. Viaggiando molto si erano innamorati dell’Italia; nessun paese al mondo sembrando ad essi preferibile del nostro, per la assenza di pregiudizi sociali e religiosi, per la scioltezza aperta dei rapporti fra ceto e ceto, per le carriere aperte liberamente a tutti; e non ebbero pace sicché, passata la bufera della guerra, non ottennero, per sé ed i figli, la piena cittadinanza italiana. Libero docente a Torino, Roberto Michels, dopo una parentesi a Basilea, ritornò in Italia come professore nelle nostre università; ed italiane sono in gran parte le sue pubblicazioni.

 

 

Delle quali non darò l’elenco, ché odio troppo le bibliografie sommarie ed un elenco compiuto ben fatto supererebbe i limiti di questa troppo piccola rivista. Di essa egli sarebbe stato certamente collaboratore; ed invero alla narrazione storica delle vicende di fatti e di idee egli volse ripetutamente la mente narrando, fra l’altro, la storia del movimento socialista e del marxismo in Italia e dettando introduzioni a lettere inedite di Rodbertus ed alla storia delle dottrine economiche con particolari riferimenti agli scrittori italiani. In anni recenti e da ultimo, quasi presago della sorte che il 2 maggio 1936 gli chiudeva il cammino della vita iniziato il 9 gennaio 1876, aveva riandato la storia della sua famiglia, ricollegando la vita dell’avo renano Peter Michels e del cugino materno ispano – fiammingo Don Juan van Halen agli avvenimenti del tempo in cui vissero.

 

 

A scrivere la storia lo spingeva la simpatia verso gli uomini dei cui fatti egli narrava le vicende o le cui teorie voleva ricostruire. I moltissimi amici, che egli aveva in Italia e fuori, se li era meritati per la cordiale attitudine anzi il vivo desiderio di vederli in quello che essi avevano di buono, di intelligente, di attraente.

 

 

Aveva bisogno di credere buoni gli uomini e si doleva quando gli ricordavo che Sant’Agostino denunciava la crudeltà ferina dei bambini appena nati. Alla fredda logica anteponeva il calore dell’intuizione. Le letture e le conversazioni gli si presentavano alla mente non come idee astratte, le quali dovessero essere incatenate rigorosamente le une alle altre; ma come stati d’animo di persone vive, di uomini politici, di studiosi, di letterati, di artisti, di tribuni, di organizzatori, nel cui segreto egli desiderava penetrare; e delle cui azioni voleva rendersi conto, non per giudicare e mandare, come taluno di noi e` tentato di fare, ma per comprendere e, comprendendo, compatire o lodare. Il suo campo preferito erano le no man’s lands, i terreni di nessuno, nel luogo dei grandi nodi stradali, dove le scienze, le idee, i partiti ed i popoli si incontrano, si mescolano ed arricchiscono l’un l’altro.

 

 

Forse le sue origini renane lo inclinarono a comprendere la tragedia delle popolazioni di confine e ad idealizzare nell’Italia la missione mediatrice fra popoli diversi e creatrice di una più alta umanità. Perciò egli preferì la sociologia, che in fondo è storia concreta, alla economica, invincibilmente astratta; ed i libri suoi restano contributo duraturo alla costruzione della teoria dei partiti e delle classi sociali.

 

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