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La Stampa

Romanticismo politico e politica realista

«La Stampa», 20 maggio 1901

 

 

 

Al romanticismo politico sono dovuti molti mali dell’odierno sistema parlamentare, i quali affliggono sovratutto i paesi latini. Così afferma Carlo Benoist in un brillante articolo dell’ultima Revue des Deux Mondes, consacrato – cosa singolare ed oltremodo interessante per noi – all’esame di alcuni libri scritti dagli italiani Siliprandi, Vidari, Pagano, Duca di Gualtieri, Milesi intorno alle forme di Governo ed alla scienza politica. Davvero non è lusinghiero il quadro che il Benoist traccia dei sistemi di governo in Italia, sistemi non dissimili in nulla, secondo lui, da quelli di cui soffrono tutti i paesi di razza latina.

 

 

«…Un sistema di governo che si può paragonare alla morfina; la pace interna ottenuta con ogni sorta di concessioni al giacobinismo teorico e pratico ed all’individualismo politico più insolente ed insensato; tutto il Parlamento, tutto il Governo, quasi tutto il Paese unicamente preoccupati di piccole questioni di partito e di gruppi, di campanili e di persone;….. il colmo della saggezza riposto in una politica da lumaca; dappertutto la stanchezza, il malcontento, la melanconia, la noia. Una indisciplina generale presso quelli che devono obbedire; o presso quelli che devono comandare una fortissima avversione al comando. Comando cosciente e pieno, obbedienza pronta e volontaria sono due cose di cui va perdendosi la traccia.

 

 

Tutti i servizi dello Stato se ne risentono, ed il tempo non è lontano in cui sarà una vera disgrazia dover ricorrere all’azione pubblica, un rischio indirizzarsi agli agenti delle diverse Amministrazioni, un pericolo viaggiare sulle ferrovie, un’alea mettere una lettera alla posta, una ingenuità confidare un segreto al telegrafo, ecc., ecc.. La vita politica è divenuta una mischia feroce di intrighi e di fango, da cui gli uomini prudenti e bene allevati si ritirano, dove i perfidi e gli sfrontati si fanno grassi, mentre i migliori si allontanano, stanchi, paralizzati e sterilizzati.

 

 

Intanto che l’anarchia si allarga, si ha un accentramento pletorico, una burocrazia colpita da elefantiasi; i lavori pubblici intrapresi colossalmente e stupidamente; lo spreco elevato alla dignità di istituzione e regnante su tutti i servizi; ogni cosa pagata il doppio del suo costo. Si aggiunga una politica estera nervosa, incoerente, affannosa e spaventata; una finanza da minore prodigo e corrotta. La propaganda la più antisociale liberamente tollerata e favorita; la Magistratura divenuta serva del potere esecutivo; la Banca fatta politica e la politica fatta Banca. Da ogni parte, il malcontento.»

 

 

Questo è il quadro della vita politica nei paesi latini, quali essa si è modellata sull’influenza del romanticismo idealista e liberale del secolo XIX.

 

 

Il romanticismo politico voleva trapiantare nell’Europa il sistema parlamentare che avea dato buona prova in Inghilterra e non è riuscito a creare se non una nuova specie curiosa d’uomo, l’uomo parlamentare, di cui i caratteri principali sono che egli non appartiene a se stesso, è perpetuamente suggestionato ed ipnotizzato dalla elezione e dalla rielezione; schiavo del Collegio che lo sfrutta, del Governo che distribuisce gli impieghi e le grazie; posseduto dalla mania di rovesciare i Ministeri o da quella non meno fatale di conservarli ad oltranza; agente solo per calcolo o per passione o pronto perciò a rovesciare i buoni e conservare i cattivi. In politica interna l’uomo parlamentare ammucchia progetti su progetti «sino alla gastrite legislativa», ed in politica esterna lascia andar ogni cosa alla deriva fino a che al più piccolo insuccesso rompe tutto e cambia tutto, dalla forma delle istituzioni al colore dei francobolli.

 

 

Ma, come il deputato non sogna altro che la rielezione, il ministro pensa solo a mantenersi al potere ed il funzionario a conservare il posto; ond’è che il deputato ha bisogno del ministro, il quale ha bisogno del deputato, il quale ha bisogno del funzionario; e di qui continua, ampliandosi, la mutua turlupinatura.

 

 

Se questo è l’uomo politico in genere; le sottospecie non sono meno singolari. Sia filosofo, o sociologo, o economista, o medico, o avvocato, l’uomo parlamentare possiede sempre le qualità opposte a quelle del vero uomo di Stato.

 

 

Il filosofo vuol far rientrare la realtà nel suo sistema; e quando la realtà lo infastidisce egli la nega. Il sociologo ragiona troppo volontieri di cinesi, di africani, di ottentotti e di altri popoli selvaggi, per scimmiottare Spencer; e si dimentica che noi viviamo in un paese civilizzato.

 

 

L’economista non vede altro fuorché il lato economico delle cose; armati della teoria del libero scambio e dell’offerta e della domanda, gli economisti costruiscono una teoria economica complicata della politica, della morale e persino della religione; ma è sempre un castello popolato di illusioni.

 

 

Il medico è particolarmente temibile perché egli assimila a forza la società e l’uomo e vorrebbe trattare l’una come tratta l’altra. Lasciatelo fare ed avvelenerà il paziente a furia di droghe e di leggi. Se per i medici tutto si cura, per gli avvocati tutto si difende. E si ha allora un regime di bavardage, dove non lottano più dei fatti e delle idee, ma delle formule prive di ogni significazione. Dove prendere allora il vero uomo di Stato, il politico che non abbia i difetti del genere uomo parlamentare e nemmeno quelli delle sottospecie particolari su cui il genere si divide?

 

 

Non è questa un’impresa facile, tanto più che la politica, appunto perché è una scienza ed un’arte difficile, è creduta invece tale che tutti ne possano discorrere e se ne possano occupare.

 

 

Bisogna sostituire al romanticismo politico il realismo fondato sui fatti e sullo sperimento, ed organizzare il suffragio universale in modo che non possa dar più frutti vani e meschini come gli attuali. È questa una riforma che urge in tutta Europa. Da un capo all’altro l’Europa continentale è annoiata a morte del parlamentarismo, essa non ne può più e non lo vuole più.

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