Opera Omnia Luigi Einaudi

Rompere il torchio dei biglietti

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 23/11/1919

Rompere il torchio dei biglietti

«Corriere della Sera», 23 novembre 1919[1]

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 162-167

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 517-522[2]

 

 

 

 

Oggi, come ieri, vittoriosi o sconfitti, il discorso da queste colonne si rivolge al governo, alle classi politiche dirigenti, alla borghesia riflessiva ed amante del paese, non muta. Non può mutare. La verità è una sola. Da quando è cominciata la guerra, qui si disse e si ripeté infinite volte, fino a non sapere più quali parole adoperare per non ripetere nello stesso preciso modo gli identici immutati concetti, che bisognava aumentare le imposte, assiderle con giustizia, esigerle con severità; che bisognava assorbire con prestiti incessanti, continui, a base di consolidato, di buoni del tesoro lunghi e brevi, a base di ogni qualsiasi titolo accetto al pubblico i risparmi effettivi del paese; che urgeva ad armistizio conchiuso, ridurre le spese allo strettamente indispensabile, smobilitare l’esercito, mandare a casa i padreterni, sfollare i ministeri ed i commissariati. Solo così operando si sarebbe potuto frenare l’aumento della circolazione e frenare sul serio l’aumento dei prezzi ed il rincaro della vita.

 

 

Nessuno nega che le difficoltà opposte all’attuazione del programma fossero grandissime; ma nessuno può negare che qualcosa di più si sarebbe potuto fare di quel che effettivamente si fece. Senza imposte sufficienti e senza una resa bastevole di prestiti interni, il vuoto di cassa fu dovuto mano mano colmare con emissioni continue di biglietti. Questi salirono da 4 a 6, ad 8, a10, a12, a 14 miliardi. Da un discorso del sottosegretario di stato alle finanze, on. Perrone, parrebbe che alla fine di ottobre si fosse giunti a 17 miliardi. Prima della fine dell’anno saremo ai 18 miliardi.

 

 

Il male è così grave e si acuisce con tanta rapidità che nessun ulteriore indugio è possibile. La crisi politica e sociale del momento è in notevolissima parte dovuta alla sovrabbondante emissione di biglietti. Questa:

 

 

  • arricchì certi gruppi di industriali e speculatori che seppero comperare ai prezzi bassi della moneta meno abbondante e rivendere ai prezzi alti provocati dalla moneta più abbondante;

 

  • diede alla testa ai nuovi arricchiti e provocò da essi, dalle loro mogli e dalle loro amanti manifestazioni scandalose di lusso e di spreco;

 

  • crebbe i guadagni degli operai delle città, in modo tale che, pur vivendo oggi assai meglio di prima, non ne sono contenti e, per la natura propria dell’uomo, sono tratti a guardare a quel di più che guadagnano i loro principali. Non monta che dei guadagni di guerra la gran massa sia stata ripartita tra operai, agricoltori, piccoli bottegai e alcune categorie di impiegati; e che il resto lasciato in mano alla classe imprenditrice e speculatrice darebbe un ben piccolo dividendo, se ripartito tra le masse. Ciò che monta agli occhi del pubblico sono i milioni guadagnati dai pochi. Anche se, dopo averli tutti sommati insieme e divisi per testa d’italiano, il quoziente sarebbe ridicolo, l’effetto d’ira e di invidia è ugualmente ottenuto;

 

  • arricchì, come non mai nella storia di secoli, i contadini, braccianti, mezzadri, affittuari e proprietari, nelle cui tasche finì -attraverso al vino, alla frutta, agli ortaggi, alle carni, al pollame, cresciuti di prezzo – la maggior parte degli extra guadagni degli operai cittadini e qualche porzione dei lucri degli imprenditori. Questa classe, che la guerra ha arricchito in modo durevole e solido, la quale sta comprando terra a qualunque prezzo, è anch’essa inquieta, e si lagna e si proclama vittima delle più grandi ingiustizie. La causa è sempre la stessa: nell’arraffa arraffa provocato dal rialzo dei prezzi, tutti, anche i più fortunati, immaginano di essere stati peggio trattati degli altri e si accaniscono e si esasperano e gridano che qualunque rischio di novità è preferibile alla situazione odierna. I soli maltrattati sul serio, i soli che subirono danni economici effettivi dalla guerra, e cioè: 1) i proprietari di case, il cui reddito in lire svalutate rimase fermo al lordo e diminuì al netto per le spese cresciute; 2) i piccoli risparmiatori, vedove, pupilli, vecchi ritirati con un modesto capitaletto impiegato in rendita di stato 3,50 per cento o in cartelle fondiarie; 3) i pensionati vecchi, incapaci ad integrare la pensione invariata con il prodotto del loro lavoro; 4) alcune categorie di impiegati, i più elevati di grado, i cui stipendi o salari furono aumentati di meno del 100 per cento, mentre altre categorie, specie le più numerose, ebbero aumenti compresi i caro viveri dal 200 al 300 per cento; – tutti costoro, i veri stritolati dalla guerra, o non si lamentarono o il loro lamento fu un lieve sussurro, che i perdé frammezzo al clamore dei malcontenti non per sofferenze fisiche reali, ma per sofferenze psichiche determinate dal paragone con i maggiori lucri altrui. Anch’essi però sono dei malcontenti; e la loro mala contentezza trova uno sfogo nell’aspirazione alla novità, al meglio, all’indefinito, al millennio, che pare in ogni modo preferibile alla tristezza presente.

 

 

È inutile farsi illusioni: il malcontento non potrà non crescere finché non se ne tolga la causa. Attaccarsi ai sintomi esteriori non giova. Gridare agli accaparratori, agli speculatori, invocare pene, carcere, multe, cooperative, istituti di stato, consigli di operai, ecc., ecc., è tempo perso. Con che cosa si comprano le merci? Con la moneta. Finché di moneta ce n’era poca, i prezzi erano bassi. A mano a mano che la quantità di moneta emessa dallo stato crebbe e tutti per guadagni o stipendi o salari cresciuti ebbero maggior copia di moneta in mano, i prezzi crebbero. Se da 17 miliardi passeremo a 20, a25, a 30; se come in Russia, andremo alle centinaia di miliardi di biglietti circolanti, i prezzi cresceranno ancora; decuplicheranno in confronto ai prezzi attuali già così cresciuti. Lamentarsi dei prezzi crescenti e non volere sopprimere la causa, è comportarsi come i bambini, i quali sgridano la fiamma della candela a cui si sono bruciate le dita.

 

 

Se non si sopprime la causa, aspettiamoci convulsioni sociali più gravi di quelle a cui assistiamo oggi. La gente è stanca di cambiamenti, di incertezze. Anche i più esaltati sarebbero lieti di una tregua; di vivere, almeno dal punto di vista economico, un po’ tranquilli. Tutti desiderano sapere quanto in realtà vale lo stipendio, il salario, il reddito che essi percepiscono. Se si cominciasse a vedere che per qualche tempo i prezzi non crescono più o non crescono più in generale, i nervi comincerebbero a distendersi, a quietarsi. Molti rifletterebbero che, dopo tutto, gli stipendi e salari odierni sono discreti, a prezzi non più aumentanti; e sarebbero presi dalla voglia di goderseli in pace.

 

 

Fino a poco tempo fa, quando i biglietti erano ancora sui 14 miliardi, io pensavo che l’opera più urgente fosse di arrestarne l’incremento ulteriore. A ritornare indietro ci vuole quella prudenza che non si ebbe nell’andare innanzi. Se, per miracolo, si potessero ridurre d’un colpo i biglietti a 5 o 6 miliardi, sarebbe una catastrofe. Gli imprenditori sarebbero rovinati, non avrebbero contanti per far andare avanti le loro imprese, perderebbero somme enormi in confronto ai prezzi d’acquisto delle materie prime, dovrebbero licenziare operai e ridurre alla metà i salari di quelli rimasti. Alla lunga le cose si aggiusterebbero; ma attraverso un cataclisma di rovine e di rivolte, il quale potrebbe essere irreparabile. Dunque, il primo passo doveva essere quello dell’arresto. Oggi però, che ci incamminiamo ai 18 miliardi, io dico che bisogna fare subito macchina indietro. Occorre ridurre la circolazione e rapidamente di nuovo ai 14 miliardi. Altrimenti i 4 miliardi ultimi, che per ora non hanno forse ancora potuto esercitare un’azione innalzante decisiva sui prezzi, finiranno di compiere il loro ufficio naturale; ed il malcontento e l’orgasmo cresceranno. In un solo caso si potrebbe rinunciare al ritiro: quando si fosse sicuri, assolutamente sicuri, che tutti questi miliardi in più sono finiti in mano di capitalisti paurosi dell’imposta sul patrimonio. In tal caso, questa sciocca gente avrebbe fatto danno solo a se stessa: biglietti nascosti, sono biglietti non circolanti. Non si trasformano in domanda di merci e non fanno rialzare i prezzi.

 

 

Si badi che la riduzione dei biglietti circolanti è l’unico mezzo pratico per ridurre l’aggio sull’estero, giunto a limiti che paiono elevatissimi, ma saranno di certo e di molto superati, ove si continui ad emettere altra cartamoneta. Tutto ciò che si dice sulla necessità di intese internazionali, sull’esito che ci dovrebbero dare in tema di moneta gli Alleati sono chiacchiere e chiacchiere pericolose. Gli Alleati ci aiuteranno, saranno obbligati, nel loro interesse economico e morale, ad aiutarci. Dovranno rinunciare ai loro crediti verso di noi, in cambio dei nostri crediti verso la Germania. Su di ciò non vi è dubbio.

 

 

Ma non potranno aiutarci a rivalutare la nostra moneta, se non ad una condizione, la quale dipende unicamente da noi: che noi sappiamo mettere in ordine la nostra casa, in guisa da non dover più emettere nuovi biglietti e da ridurre quelli esistenti. Pretendere che gli americani ci diano un loro dollaro in cambio di 7 o 6 o 5 nostre lire, invece delle 12 attuali, è una pretesa assurda, bambinesca, oltraggiosa al buon senso ed alla morale, oltraggiosa alla nostra dignità, finché noi non avremo dato agli americani un serio affidamento sul valore della nostra lira. È forse onesto pretendere di dare solo 6 lire per 1 dollaro, quando nel tempo stesso raddoppiamo il numero delle nostre lire e ne diminuiamo il valore intrinseco e reale? Cominciamo noi a dare una salda consistenza alle nostre lire e si vedrà che gli americani ci daranno quanti dollari noi vorremo e che il cambio diminuirà a limiti assai più tollerabili, con vantaggio grandissimo della nostra ripresa commerciale e del ribasso della vita.

 

 

Quando dico che il porro unum et necessarium è di rompere il torchio della stampa dei biglietti, non voglio affermare che quella sia la causa unica ed ultima dei mali nostri e neppure che la cifra dei biglietti debba rimanere invariabile nei secoli. L’emissione sovrabbondante dei biglietti è la causa immediata, l’indice più evidente di tutta una serie di circostanze grazie alle quali si usò con larghezza quel mezzo facile di far denari, che a sua volta produsse i mali di cui ci lamentiamo. Se gli italiani fossero stati ben disposti a pagare imposte; se non insorgessero contro imposte sacrosante, come quella sul vino, solo perché indeclinabili necessità tecniche ne imposero l’inizio non ancora il pagamento prima di altre imposte pur giuste; se gli uomini di governo avessero scrutato meglio nelle spese stravaganti di commissariati militari e civili, a cui la guerra parve creatrice miracolosa di ricchezze; se avessero osato imporre tributi prima e più duramente; se avessero continuamente, e non solo a bruschi tratti fatto propaganda per i prestiti, noi avremmo aumentata sì la circolazione a 10 miliardi, non però a 17. E la situazione economica e sociale del paese sarebbe tutta diversa. Non basta dunque rompere il torchio dei biglietti. In Francia, durante la rivoluzione, ruppero una volta il torchio degli assegnati per metterne subito dopo in azione un altro, ugualmente pernicioso, quello dei mandati territoriali. Rompere il torchio vuol dire riconsegnare il biglietto di banca agli istituti di emissione affinché ne facciano uso per sole ragioni commerciali, quell’uso ponderato e prudentissimo per cui il biglietto di banca italiano era giunto a valer più dell’oro. Vuol dire iniziare una politica energica di tributi, di prestiti e di economie, che consenta allo stato di ridurre prima la circolazione e di ricondurre poi il bilancio al pareggio.



[1] Con il titolo Prima di tutto: rompere il torchio dei biglietti [ndr].

[2] Con il sottotitolo Creano malcontento, invidia e discordia [ndr].

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