Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Sali e tabacchi nei provvedimenti per la finanza locale

«Corriere della Sera», 18 ottobre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 507-510

 

 

 

I provvedimenti per le finanze locali hanno una caratteristica: la partecipazione dei comuni al gettito lordo del monopolio dei tabacchi e, sotto nome di dazio, a quello del sale. Tutto il resto ha importanza transitoria e rientra nel novero dei provvedimenti i quali hanno per iscopo di facilitare il passaggio dal vecchio al nuovo assetto tributario. La relazione governativa ha già chiarito le ragioni dei mezzi transitori, sicché riesce agevole limitare il discorso a quella che a me pare, come dissi sopra, la caratteristica nuova degli odierni provvedimenti.

 

 

Finora lo stato aveva riservato gelosamente a sé il provento delle sue privative: tabacco, sale e lotto erano tradizionalmente, si può dire da secoli, imposte «erariali» a cui i comuni non avevano mai partecipato. Oggi, si consente ai grandi comuni, con popolazione superiore ai 50.000 abitanti, di applicare un dazio sul consumo del sale commestibile. La relazione accenna ad un motivo di giustizia tributaria che giustificherebbe il tributo, a primo tratto contrario a quelle lunghe aspirazioni alla scomparsa di una imposta gravante su un consumo di prima necessità: «il sale oggi sarebbe invero venduto dallo stato pressoché sotto costo». Riferita al sale comune da cucina, questa affermazione è esatta ed ha un significato più profondo di quanto comunemente si sappia. Il sale comune si vendeva prima della guerra a 40 centesimi al chilogrammo e lasciava allo stato un lucro di monopolio, vera imposta, di 30 centesimi. Oggi, il sale comune si vende a 50 centesimi ed è probabile che esso costi allo stato più del prezzo di vendita, essendo ben difficile che il costo di produzione siasi moltiplicato solo per cinque, in relazione alla svalutazione della moneta. Il che vuol dire che tacitamente, senza che nessuno se ne accorgesse, l’imposta sul sale è stata abolita. Non l’abolì la legge, bensì il rinvilio della moneta, che fece aumentare i costi al livello o al disopra del prezzo di vendita. Quella riforma tributaria a favore di un consumo di prima necessità, che filantropi ed igienisti invocarono per decenni, si verificò automaticamente, in virtù di fatti monetari. Resta solo in piedi qualche residuo della vecchia imposta, per quanto riguarda il sale macinato, venduto ad una lira ed il sale raffinato, venduto a 3 lire. Se lo stato ha voluto conservare un provento, ha dovuto rifarsi colle qualità fini; con ossequio, forse anch’esso involontario, alle ragioni della giustizia tributaria.

 

 

Il sale comune, liberato così praticamente, da ogni imposta statale, diventa oggi oggetto di imposizione comunale. I grandi comuni potranno riscuotere essi, col nome di dazio, quel tributo o parte di quel tributo a cui lo stato ha rinunciato. Qualche domanda si impone. Conviene allo stato di tenere in piedi tutta la complessa organizzazione industriale di produzione e di vendita del sale, allo scopo precipuo di apportare un’entrata ai comuni? E se la lira rivalutasse fortemente e lo stato ritornasse a riscuotere l’imposta a cui oggi di fatto ha rinunciato, potranno i contribuenti sopportare il duplice gravame, su un consumo di prima necessità, a favore dell’erario e dei comuni? Se non potranno, quale nuovo compenso si escogiterà per restituire ai comuni quell’entità che verrà loro a mancare?

 

 

Il tabacco non è un consumo di prima necessità; e le elevazioni successive di prezzo hanno tenuto dietro abbastanza bene alla svalutazione della moneta. Il problema posto dal provvedimento, il quale dà ai comuni una partecipazione del 5% ai proventi del monopolio del tabacco è perciò tutto diverso: quale influenza eserciterà la partecipazione sulle finanze locali? Una partecipazione del 5% al gettito lordo dei tabacchi data, da quel che sembra, a tutti i comuni, in proporzione alla rispettiva popolazione, è in tutto simile ad un sussidio governativo di tante lire per abitante a favore dei bilanci comunali. Ci sono, a suffragio di tale specie di sussidi, taluni precedenti, specie in Inghilterra; ma conviene ricordare che i sussidi hanno sempre fatto sorgere quesiti, non di rado tormentosi per gli uomini responsabili della pubblica finanza. Nascono i quesiti dalla circostanza essenziale che il sussidio e, nel caso del tabacco, la partecipazione del 5%, è una somma fissa – variabile solo anno per anno, normalmente in senso crescente – per individuo. Si tratterà di far versare dalla cassa dello stato alla cassa dei comuni 3 o 4 lire per abitante: 3.000 lire al comune di 1.000 abitanti, 300.000 al comune di 100.000 abitanti, 1 milione 500 mila al comune di 500.000 abitanti. Siamo noi sicuri che i diversi comuni abbiano davvero bisogno di quelle 3.000 o 100.000 o 1 milione 500 mila lire? Un dato interessantissimo contenuto nella relazione ministeriale me ne fa dubitare: il disavanzo medio dei comuni italiani al 31 dicembre 1924 era del 6,50% delle entrate. Piccolo disavanzo, il quale dimostra quanto sia stato utile il blocco delle sovrimposte decretato dall’on. De Stefani ad imporre economie e ragionevolezza ai comuni spenderecci. Mai riforma fu più utile del blocco a salvezza delle finanze comunali. Se dal 26% il disavanzo è stato ridotto al 6,50%, ciò vuol dire che, essendo quella una media, in moltissimi comuni, forse nella maggioranza dei comuni, il bilancio non è in disavanzo. Se le cose stanno così come logicamente si deduce dalla parola del ministro, perché dare alla maggioranza dei comuni con bilancio in pareggio o in avanzo, 3 o 4 lire di sussidio per abitante, sotto nome di partecipazione al provento lordo del monopolio dei tabacchi? Un comune che riceve danari, è fatalmente portato a spenderli, anche se la spesa non è necessaria.

 

 

Questa non è la volontà del governo, come dimostrano le severe ammonizioni ai comuni affinché attendano a fare economie e le cautele ordinate per la vigilanza sulle spese. Tra queste cautele una certamente sarà introdotta la quale dice: in tutti quei comuni, i quali abbiano il bilancio in pareggio, l’autorità tutoria dovrà sorvegliare affinché al vantaggio insperato della partecipazione del 5% sui tabacchi corrisponda una diminuzione uguale della imposta meno buona o più gravosa prima esistente. Il comune il quale incassi 3.000 lire per tabacchi sia obbligato a ridurre d’altrettanto la sovrimposta o le tariffe daziarie sui consumi più necessari. Il tributo sui tabacchi è ottimo; ed anche la sua comparsa nei bilanci comunali sarà benedetta ove giovi ad alleviare qualche altro balzello che più gravi sui bilanci delle famiglie povere o riesca di maggior nocumento al commercio o all’industria.

 

 

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