Saluto a «Quattrosoldi»

Tratto da:

Quattrosoldi

Data di pubblicazione: 15/04/1961

Saluto a «Quattrosoldi»

«Quattrosoldi», 15 aprile 1961

 

 

 

Lessi, tempo addietro, che un impiegato di Sesto San Giovanni avendo guadagnato alla lotteria cento milioni di lire, non si montò la testa, e dopo pochi giorni, ritornò al consueto lavoro al solito ufficio, seduto alla usata scrivania.

 

 

Un giornale lo disse timido e preoccupato. Un altro lo sbeffeggiò quasi non fosse di questo mondo. Dico invece che egli è un uomo saggio. Ha capito che la fortuna è cieca, e poiché lo aveva una volta favorito, faceva all’uopo non tentarla più.

 

 

Costui non sembra sia stato il solo. Altri, avendo vinto non i cento, ma i venti ed i quaranta milioni, ha seguitato a maneggiare la zappa od a rattoppare scarpe.

 

 

Uomini saggi, non hanno voluto dare alla moglie, ai figli, agli amici il cattivo esempio di credere nella fortuna più che al lavoro ed hanno pensato che ad impiegare il frutto della fortuna c’era tempo. Istintivamente, l’impiegato dei cento milioni ha riflettuto che si fa in fretta a sperperarli ed ha preferito pensare al reddito annuo costante che, da un impiego giudizioso di essi, egli poteva ottenere. Quale reddito? Non certo il cinque o sei per cento, che si può ricavare dall’acquisto di un titolo a reddito fisso: buoni del tesoro, cartelle fondiarie, obbligazioni industriali di tutto riposo.

 

 

La complementare sul reddito complessivo e l’imposta di famiglia si incaricano di riportargliene via almeno il venti per cento. Il resto è vero reddito? Se non si vuole mangiare il capitale, occorre mettere da parte e capitalizzare un’altra buona fetta del reddito apparente per parare al rincaro continuo del costo della vita, il che vuol dire alla svalutazione della moneta. Anche se i governanti tengono una condotta ragionevole, anche se si suppone non abbiano luogo guerre e rivoluzioni, sarà gran mercé se il reddito vero, quello godibile, non cadrà al di sotto del tre per cento all’anno. Se acquisterà terre e vorrà provvedere a mantenerle in buono stato e spenderà tempo e fatica nell’amministrarle, ben difficilmente godrà, anche se non dovrà provvedere a garantirsi in questo caso contro la svalutazione monetaria, un reddito superiore a quello vero netto dei valori a reddito fisso. Se acquisterà, invece di obbligazioni, azioni a dividendo variabile, imparerà subito, se sarà ben consigliato, che le azioni buone, in Italia e fuori d’Italia, stanno non di rado a saggi di frutto del 2 per cento e talvolta scendono al disotto dell’1 od al 0,50 per cento.

 

 

Un frutto del 3 per cento su di un capitale di cento milioni, non è certo spregevole; ché tre milioni all’anno, duecentocinquantamila lire al mese, sono un reddito apprezzabile, che è proprio solo di una minoranza delle famiglie italiane. Ma non è un reddito il quale consenta di vivere nell’ozio.

 

 

L’ozio è fonte di bisogni ognora nuovi, di aspirazioni insoddisfatte, di spese inutili. Meglio continuare a lavorare e ad arrotondare il reddito di capitale con quello, anche se meno rilevante, del lavoro quotidiano. Intanto la giornata è occupata e c’è tempo a pensarci su, a scegliere, a ragion veduta, uno o più impieghi buoni e sicuri. Col tempo, guardandosi attorno e rendendosi conto dell’esperienza favorevole altrui, si accorgerà che esistono impieghi i quali danno un reddito maggiore del tre per cento; anche del dieci, del venti e forse più per cento.

 

 

Avvertirà però che quel grosso reddito non viene mai da sé, in virtù del puro impiego di un capitale; ma è attaccato dall’uomo che lo produce. Costui è il primo ad andare nell’ufficio dello stabilimento, al mattino, e l’ultimo ad uscire; costui sta tutto il giorno nella bottega; che un po’ per volta ha ingrandito e abbellito; od è un giocondo piacevole tenitore di un ristorante dove si mangia bene e i clienti accorrono numerosi.

 

 

Essendo un saggio, l’uomo fortunato dei cento milioni rifletterà anche ai negozi, dove i clienti capitano di rado e a guardare i quali egli si chiede ogni volta: come fa il padrone a pagare il fitto, l’illuminazione, il riscaldamento, le imposte?

 

 

Egli sarà capitato altresì in qualche ristorante, dove i clienti sono rari e mutoli e nei quali non ritornano più, perché il cibo non si può sempre dire freschissimo e servito bene. Il fortunato vincitore dei cento milioni si porrà probabilmente questi e altri quesiti e cioè quelle domande medesime a cui l’amico Gianni Mazzocchi vuole rispondere con i suoi Quattrosoldi. Quand’ero ragazzo, a dare consigli provvedevano i libri di Smiles e di Lessona; e i Volere è potere avevano numerosi lettori.

 

 

Facevano del gran bene; e maestri e maestre ne discorrevano agli scolari, educandoli al risparmio ed all’amore al lavoro. Venne poi il diluvio universale; e le monete andarono a rotoli. Talune scivolarono a zero. La nostra lira si ridusse ad avere una scarsa trecentesima parte della potenza di acquisto che aveva al principio del secolo. Molti conclusero: non val la pena risparmiare ed impiegare; meglio guadagnare grosso e spendere subito. Purtroppo, ad aver fortuna alla lotteria, a guadagnar grosso e presto pochi riescono; e quei pochi non conservano, sprecano.

 

 

La maggioranza degli italiani, mossa dall’istinto, seguita tuttavia a lavorare, a risparmiare, a correre rischi con prudenza e con coraggio; e così gli italiani vanno avanti, migliorando ogni anno in media il loro reddito del 4, del 5 e del 6 per cento. Che è molto e quasi miracoloso. Godranno di redditi ancora più alti, risparmieranno, impiegheranno e consumeranno meglio quanto più sapranno lavorare bene, impiegare con giudizio, conservare il patrimonio ereditato e consumare con soddisfazione. Tutte cose che non vengono da sé, ma richiedono esperienza e sapere. Quattrosoldi vuol dire qualcosa sul guadagnare, sul conservare, sull’impiegare e sul consumare. Molti non sanno distribuire bene il reddito tra consumo presente e quello futuro; e quando acquistano beni di consumo, sbagliano.

 

 

Tra gli anglosassoni, hanno avuto notabile successo i bollettini di taluni enti od associazioni, che, ad ammaestramento dei consumatori, pubblicano analisi precise della composizione chimica di prodotti di gran consumo, accreditati da marche famose, divulgati su annunci in giornali, nella radio, nella televisione.

 

 

Che cosa contengono in verità quei prodotti? Quanta acqua, quanto sale, quanta carne, quanto zucchero? Nei tessuti detti di lana, la lana in quale proporzione entra, ed il resto che cosa è? Tutto ciò pubblicato con nome e cognome e indirizzo del fabbricante o del negoziante. Con analisi firmate da laboratori universitari e pubblici; e se da gabinetti privati, con la firma del direttore.

 

 

Se l’analisi è sfavorevole; se, a cagion d’esempio, certi dadi per fare il brodo risultano composti di acqua, sale e gusti, senza ombra di carne, il consumatore seguiterà a comprarli, se a lui basti il gusto e il profumo e la carne non interessi. Altrimenti rinuncerà ai dadi o sceglierà quelli che, all’analisi, risultino meglio graditi. Educare a mangiare bene con il minimo di spesa è impresa difficilissima e utilissima. Significa educare al risparmio e favorire la concordia in famiglia. Perciò dico che l’impresa a cui tende Quattrosoldi è impresa patriottica; e merita l’augurio di buona fortuna.

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