Sardegna e Irlanda

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 06/01/1897

Sardegna e Irlanda

«La Stampa», 6 gennaio 1897

 

 

 

La questione sarda, dopo un breve periodo di silenzio, attrae nuovamente l’attenzione del pubblico; una breve nota comparsa sui giornali ha annunciato che il Governo prepara i seguenti provvedimenti: Le opere idrauliche e le bonifiche si faranno col concorso del Governo per tre quarti delle spese; l’altro quarto sarà a carico delle provincie. I prefetti avranno in parte le attribuzioni ed i poteri attribuiti al commissario per la Sicilia; si farà la unificazione dei debiti dei Comuni; si ridurrà la sovrimposta dei Comuni e delle provincie di quel tanto che rappresenta il beneficio derivante dall’unificazione del debito; si ripresenterà migliorato il progetto Boselli sui beni ademprivili; si ricostituiranno i Monti frumentari; si ridurranno i noli di navigazione; si abbasseranno del 50 per cento le tariffe ferroviarie.

 

 

Chi ha letto le proposte contenute nella relazione dell’on. Pais sulla Sardegna si sarà accorto che le proposte del Governo riproducono esattamente le domande fatte dall’onorevole commissario inquirente. Le proposte dell’on. Pais tendevano col rafforzare l’Autorità amministrativa e giudiziaria a garantire meglio la sicurezza pubblica; colla diminuzione delle tariffe e dei noli a far partecipare la Sardegna alla corrente viva dei traffici, da cui oggi é compiutamente avulsa; colla diminuzione dell’imposta fondiaria e degli interessi dei debiti comunali ad alleviare i gravami dell’agricoltura, la quale geme sotto il peso della crisi vinicola e frumentaria; colla ricostituzione dei Monti frumentari a porgere l’aiuto del credito ai piccoli proprietari oberati dalla usura e dalla rapacia fiscale; colle bonifiche a contrastare alle paludi ed alla malaria larghissimo spazio di terre feconde, e ad iniziare un benefico movimento di colonizzazione interna. é lecito sperare che le promesse fatte anche dal ministro del tesoro nella sua esposizione finanziaria troveranno lieta accoglienza nel Parlamento.

 

 

Non credo inopportuno nel frattempo confrontare brevemente le domande della Sardegna con le proposte fatte da un Comitato extraparlamentare di uomini appartenenti a tutti i partiti a favore dell’agricoltura e dell’industria irlandesi.

 

 

La condizione delle isole è diversa; ma sotto l’aspetto della costituzione della proprietà fondiaria hanno parecchi punti di contatto. Come la Sardegna, anche la verde Erinni geme sotto il peso di tasse sperequate nel testo della nozione; ed una popolazione stazionaria di contadini possessori delle terre che coltivano, deve pagare nell’Irlanda alti canoni annui ai proprietari eminenti del suolo, e nella Sardegna allo Stato; come nell’Irlanda ogni anno numerose torme di contadini venivano spossessati del loro pezzo di terreno, ed evitti dal suolo, così nella Sardegna si ha il doloroso spettacolo di migliaia di proprietari scacciati dai loro tuguri e dai loro brevi campi per mancato pagamento delle imposte. Il pubblico italiano, il quale non legge i giornali sardi, stante a farsi un’idea adeguata del male che infierisce nell’isola sarda; ma le nude tabelle statistiche riprodotte nella relazione dell’on. Pais ci dicono, colla eloquenza muta delle cifre, che dal 1873 al 1894 furono devoluti allo Stato circa 16 mila beni rustici ed urbani, di un valore medio di 750 lire. La rude mano del fisco converte così i proprietari in proletari, i quali sono obbligati a cercare in occupazioni poco oneste i mezzi di sussistenza, che non possono procacciarsi col lavoro faticoso e fecondo. Le evisioni nell’Irlanda e le devoluzioni allo Stato nella Sardegna formano i due fenomeni più caratteristici della loro economia rurale; e come nell’Irlanda i coloni, scacciati, si ribellarono e colle Società segrete e col terrore cercavano di conservarsi il possesso della terra fecondata col lavoro di lunghe generazioni, così nella Sardegna i coltivatori, spossessati dal fisco, continuano a godere e coltivare il terreno che non é più loro; sui 16 mila beni pervenuti in proprietà dello Stato per mancato pagamento in imposte, più di 12 mila rimangono invenduti, in forza di una misteriosa associazione fra gli isolani, e sono goduti dai loro antichi proprietari. La produzione diminuita, la miseria cresciuta sono pure comuni alle due isole sorelle nella sventura.

 

 

Orbene, che cosa propone il Comitato extraparlamentare irlandese? L’esame rapido delle sue proposte potrà forse servire di ammaestramento e di guida a coloro che vogliono portare un sollievo alle pessime condizioni della classe agricola sarda.

 

 

Importa sovratutto aumentare la produzione; quella che una volta era il granaio di Roma é ora impotente a soddisfare ai bisogni della propria alimentazione.

 

 

Ma mentre in Italia tutti invocavano l’aiuto dello Stato per porre fine a tale miserando stato di cose, in Irlanda persone appartenenti a tutti i partiti chieggono allo Stato unicamente che favorisca e stimoli l’iniziativa privata. Un nuovo Ministero di agricoltura dovrebbe istituire cattedre ambulanti, scuole tecniche ed agrarie per insegnare gli agricoltori il mezzo di coltivare meglio la propria terra e scegliere le culture più rimuneratrici.

 

 

Le cattedre ambulanti di agricoltura sono una istituzione nota in Italia; ed ancora recentemente il Consiglio provinciale deliberava di istituirne una nella provincia di Torino. Il professore ambulante deve predicare il vangelo della scienza alle turbe illetterate dei contadini; ed i suoi ammaestramenti facili, semplici ed alla buona avrebbero larga efficacia in Sardegna, dove l’odio del nuovo é così eccessivo che ogni proprietario possiede

innumerevoli pezzi di terreno lontanissimi fra di loro ed incoltivabili per la loro esiguità.

 

 

Quanto non sarebbe benefico un raggruppamento dei minuscoli lembi di terre in appezzamenti coltivabili con profitto! In altri paesi l’opera di persone illuminate e pazienti é riuscita a persuadere e contadini con grandissimo beneficio della opportunità di tale riforma. Non basta però la scienza; é necessario poter mettere in atto gli insegnamenti ricevuti; e nell’intendimento dei commissari irlandesi tale compito si deve attribuire alle Società cooperative rurali, di trasformazione razionale e di smercio dei prodotti.

 

 

Venticinque anni fa la Danimarca era nelle condizioni in cui si trova attualmente l’Irlanda, e peggio ancora la Sardegna: produzione infima, salari bassi, miseria nella popolazione rurale, l’istruzione nelle scuole sussidiate da Associazioni private e dallo Stato, la unione dei coltivatori in una rete fittissima di latterie sociali e ammazzatoi cooperativi ha trasformato quel paese nella nazione agricola più prospera del mondo intiero; i burri delle latterie sociali e le carni suine conservate delle Cooperative danesi hanno invaso l’Inghilterra ed ottengono i prezzi più alti sul mercato; mentre gli agricoltori si lamentano continuamente dello sfruttamento esercitato dagli intermediarii, i coltivatori danesi invece dominano il mercato e regolano a loro posta i prezzi. L’esempio della Danimarca e di altre nazioni, fra cui non ultima l’Italia settentrionale, conforta la Commissione irlandese nella ferma fiducia che seguendo il loro esempio l’Irlanda potrà riavere fra non molta parte della perduta prosperità.

 

Possiamo noi sperare altrettanto per la Sardegna? Il problema é troppo complesso per poter essere risolto d’un tratto; ma é certo che gli agricoltori sardi si limiteranno a chiedere l’aiuto dello Stato e non si cureranno di applicare quei sistemi che altrove hanno avuto larga e fortunata applicazione, dovremo ancora per lungo tempo aspettare la risurrezione economica ed agraria della Sardegna.

 

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