Scalata alle banche

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/04/1924

Scalata alle banche

«Corriere della Sera», 15 aprile 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 672-676

 

 

 

Si torna oggi, dopo sei anni, a parlare di scalata alle banche. Quell’altra volta un gruppo genovese era andato all’assalto della Banca commerciale italiana, un gruppo milanese del Credito italiano. Gli assalti furono rintuzzati con abili mosse dalle due direzioni le quali costituirono sindacati di difesa, presso cui fu depositata la maggioranza delle azioni dei banchi minacciati. Finché durò il pericolo, i due sindacati rimasero in vita; quando la situazione parve ridivenuta normale, i sindacati furono sciolti e gli azionisti riacquistarono la libera disponibilità dei loro titoli.

 

 

Oggi, a quanto si dice nelle borse e si legge sui giornali, l’assalto ricomincia contro il Credito italiano. Un gruppo industriale avrebbe in passato piano piano comperato azioni di questo istituto; negli ultimi giorni, quando i dirigenti del banco si accorsero della manovra e corsero ai ripari, la competizione negli acquisti fece improvvisamente salire i titoli da 870 a 1.060. Rialzo clamoroso, che diffuse, anche fuori dei ristretti gruppi finanziari, le voci di assalto.

 

 

Prima di commentare, non è inopportuno definire la parola «assalto» o «scalata» alle banche. In se stesso, l’assalto è una operazione che molti detentori di qualche cosa, di una qualunque cosa, azioni, case, terreni, merci, desidererebbero avesse luogo nei loro rispetti. Esso si definisce l’atto di chi, desiderando possedere azioni di una certa specie, per esempio del Credito italiano, si presenta in borsa ed offre 900 e poi 950 e poi 1.000 e poi 1.060 lire per l’azione che fino a ieri si vendeva a 870 lire. Il compratore, offrendo e pagando un prezzo cresciuto, compie atto lecito legalmente ed economicamente utile ai venditori. Vende soltanto chi vuole. Il venditore per lo più è avvantaggiato dalla vendita, poiché questa avviene a prezzi straordinariamente a lui favorevoli.

 

 

È chiaro tuttavia che, se il compratore paga 1.000 ciò che fino a ieri si acquistava a 870 e prima ancora a 700 o 600, non intende buttare i danari dalla finestra. Ritiene, anch’egli, di fare cosa vantaggiosa a se stesso. Il vantaggio per lo più, nel caso delle banche, non si deve cercare nella speranza di assai forti dividendi futuri, speranza che non sarebbe nutrita dai venditori. Esso è ben diverso. Il possesso dell’azione non è ambito per se stesso; tant’è vero che, non di rado i compratori, per acquistare al prezzo di 1.000 lire un’azione che rende 45 lire all’anno lorde del 15% di tasse, ossia 38,25 lire nette, prendono a mutuo le 1.000 lire al 7,25%, pagando cioè lire 72,50 di interessi passivi. L’operazione economica in se stessa non è brillantissima. Il vantaggio è tutt’altro: ottenuta la maggioranza delle azioni, diventare membri e padroni del consiglio di amministrazione ed ottenere quindi il dominio o il controllo o la disponibilità dei conti correnti e dei depositi della banca. Con un impegno, per acquisto azioni, di 100, in gran parte ottenuto a prestito, si può ottenere il controllo su depositi di 1.000 e su conti correnti di 3.000. Ecco il punto in che l’assalto delle azioni di una società industriale è diverso dall’assalto delle azioni di una banca. Nel primo caso il nuovo azionista acquista solo l’azienda; nel secondo coll’azienda acquista il controllo sui depositi.

 

 

La scalata bancaria è certamente pericolosa. La banca vive di fiducia. I depositanti ed i correntisti accorrono a portar danari finché sanno d’affidarli a banchieri sperimentati e prudenti e indipendenti che li impiegano nell’esclusivo interesse della sicurezza e del buon rendimento dei capitali ricevuti in deposito. Ogni altro scopo è nocivo alla banca. Pessima è la banca in cui, ad esempio, dominino gli impiegati, i quali badino precipuamente a crescere le proprie paghe. Quella banca alla lunga fallirà. Pessima è la banca, di cui siano padroni i clienti o gruppi di clienti. La scalata di sei anni fa sembra fosse di questo tipo. Quando il cliente ossia l’industriale bisognoso di danari diventa padrone della banca, egli impresterà a se stesso i depositi non coll’occhio rivolto alla sicurezza di essi ed al vantaggio degli azionisti, bensì nella mira di favorire se stesso, colla sua qualità di debitore della banca. L’acquisto di azioni e la padronanza del consiglio di amministrazione hanno lo scopo di far servire i depositi bancari ai suoi fini industriali. I fini possono essere utilissimi ed alti; ma di ciò deve essere giudice un banchiere indipendente. Non si può essere insieme padrone e cliente, giudice e parte. La figura del cliente sopraffà l’altra. Chi controllerà se gli sconti siano approvabili, se il richiedente lo sconto è signore della banca la quale concede gli sconti?

 

 

Un rimedio «giuridico» alla scalata alle banche sembra tuttavia difficile ad escogitarsi. Vorremo vietare ai clienti di acquistare azioni delle banche? Sarebbe divieto di impossibile osservanza; poiché i clienti hanno sempre a portata di mano teste di legno a cui intestare o da cui far presentare all’assemblea le loro azioni nominative od al portatore. Bisognerebbe disciplinare per legge le categorie di persone «degne» di possedere azioni delle banche; impresa futile per la sua comicità.

 

 

I rimedi veri al pericolo delle scalate bancarie sono morali. Certo, se i dirigenti del Credito italiano non avessero, dopo la prima lezione subita, lasciato allentare i vincoli personali che li legavano con i loro principali azionisti, la nuova scalata non sarebbe avvenuta. Chi dirige un grande istituto bancario deve avere la continua assillante consapevolezza del compito delicatissimo a lui affidato. Perciò deve sapere persuadere un gruppo di azionisti abbastanza forte a rinunciare alla libera disponibilità delle proprie azioni. Questo vincolo, per cui certi azionisti non vendono le azioni senza interpellare gli altri, e votano alle assemblee compatti, può assumere forme svariate: dal consorzio di difesa propriamente detto alle semplici intese verbali, alla tradizione antica di tenere le azioni in famiglia. Dicono che le grandi banche inglesi siano in mano di gruppi di azionisti, per lunga tradizione famigliare, interessati alla prosperità della banca. In fondo, è un eccellente affare per gli azionisti di una banca solida tenersi stretti gli uni agli altri e rinunciare alle facili occasioni di guadagno colla vendita delle azioni. Una banca, di cui il pubblico conosce il carattere chiuso ed oligarchico, di cui sa che i gruppi dominanti si occupano esclusivamente della floridezza della banca, e sono indipendenti dai clienti, acquista credito e vede di anno in anno, di decennio in decennio migliorare la sua clientela attiva e passiva. Questo intesero in sostanza di fare i dirigenti della Banca commerciale e del Credito italiano quando, sei anni or sono, si difesero con successo contro i tentativi di gruppi di loro clienti di impadronirsi dei loro antichi organismi. Oggi i dirigenti del Credito italiano sembra siano nuovamente costretti alle stesse difese. Auguriamoci che riescano e che sia escogitata qualche maniera per assicurare il controllo della maggioranza delle azioni in mano di persone che facciano esclusivamente i banchieri. L’opinione pubblica, che non può far altro, deve dare il suo pieno appoggio morale a quest’opera di difesa. Deve darlo nell’interesse dei clienti medesimi, i quali non possono essere serviti bene se i depositi non affluiscono abbondanti; né alla lunga l’affluenza c’è, se il pubblico si persuade che i proprii danari sono affidati a coloro che li impegnano e ne sono debitori.

 

 

Lo stato non può far nulla quando la scalata ha luogo. Sei anni fa, se non ricordo male, il governo intervenne presso gli scalatori non so se con consigli o ammonimenti. Forse intervennero gli istituti di emissione, i quali hanno sempre modo, con riduzioni di sconti, di togliere mezzi finanziari a chi di mezzi ha bisogno per «scalare», il che vuol dire acquistare e pagare azioni. Anche questi sono mezzi morali e non giuridici, e possono essere adoperati solo con gran discrezione fuori dagli occhi del pubblico.

 

 

Un solo mezzo giuridico è stato di questi giorni messo innanzi ed è la sospensione del diritto di sconto. Il diritto di sconto è la facoltà consentita al compratore di azioni per fine mese di farsele consegnare anche prima della fine del mese mercé l’offerta reale del prezzo in contanti. Se questo diritto non ci fosse, gli scalatori che hanno acquistato le azioni del Credito per fine aprile, non potrebbero intervenire all’assemblea indetta per il 28 aprile. Non intervenendo essi, o non intervenendo con un numero sufficiente di voti, l’attuale amministrazione conserverebbe in quell’assemblea la maggioranza, farebbe deliberare un aumento di capitale, assegnerebbe tutto l’aumento ad un gruppo fido e si metterebbe così al coperto da ogni sorpresa.

 

 

Tocca ai poteri legislativi del governo stabilire se il diritto di sconto, che oggi è consentito dalla legge vigente, possa essere sospeso. Esprimere un’opinione su questo punto richiederebbe lungo svolgimento. Sono felice però di potere cogliere l’occasione per manifestare nuovamente tutto il mio profondo disprezzo per questo balordissimo diritto di sconto. In ciò forse non sono d’accordo con quelli che lo vogliono semplicemente sospeso nella presente occasione. Io mi auguro che sia annientato per sempre, in tutti i casi, e che non se ne senta mai più parlare. Chi ideò il diritto di sconto, immaginò di poter frenare con esso i «ribassi» in borsa. Quando lo speculatore vende a fine mese un titolo, senza possederlo, a 100, nella speranza di ricomperarlo a 95 prima della fine del mese, puniamolo, si disse, della sua perversità obbligandolo a consegnare subito il titolo che ha venduto. Il pensiero assurdo parte dalla premessa sbagliata che sia da biasimare chi vende il titolo che non ha e da lodare chi lo compera, anche se non ha i danari.

 

 

Premessa sbagliata, sebbene popolare e comunissima, perché il vero autore dei ribassi non è chi lo vende senza possederlo, ma chi ha fatto cattivo il titolo. Chi vende un titolo buono, si rompe le corna, perché dovrà ricomprarlo per consegnarlo a prezzo più alto. Guadagna chi vende allo scoperto un titolo cattivo; ma in tal caso la colpa del ribasso è della cattiveria del titolo, è dei pessimi amministratori i quali da buono lo mutarono in cattivo; è dei rialzisti i quali lo spinsero troppo in su. Se qualche giudizio si deve dare dello speculatore ribassista, è, dopo tutto, di lode; perché ha messo coll’azione sua l’allarme tra la buona gente che lo deteneva, e l’ha indotta, mai troppo tardi, a chiedere a se stessa quali novità brutte stiano accadendo intorno alla roba sua. Guai se non ci fossero i contratti a termine! I titoli cattivi starebbero su, fino all’ultimo momento, fino allo scarico definitivo dai furbi sui gonzi e poi cadrebbero d’un tratto a precipizio.

 

 

Il diritto di sconto, il quale trasforma tutti i contratti a termine in contratti a contanti è un relitto dell’età della pietra. Il contratto a contanti è il carro tirato dai buoi, il contratto a termine è il treno direttissimo. Il diritto di sconto merita perciò di essere spazzato via dalla nostra legislazione.

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