Schemi meccanici e realtà economica

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/09/1942

Schemi meccanici e realtà economica

«Rivista di storia economica», settembre-dicembre 1942, pp. 145-150

 

 

 

Luigi Amoroso, Meccanica economica. Macri, Roma, 1942. Un vol. in 8° di pp. XIX-176, prezzo lire 40.

 

 

Queste sono lezioni tenute, nell’anno accademico 1940-41, nei corsi del reale Istituto Nazionale di alta matematica. Non posso, ai lettori di una rivista che è di storia, esporre il contenuto di un libro indirizzato a matematici provetti, e che vuole ad essi offrire una rappresentazione degli schemi teorici generali atti ad interpretare la realtà economica. Ma vi sono nel libro, costrutto col senso d’arte proprio dei matematici i quali sanno pensare limpidamente, alcuni spunti che possono servire anche come strumento nella interpretazione della storia economica, fatta di realtà in movimento Dove ho visto dichiarato, col linguaggio tanto lapidario, il principio che la successione della fase della produzione a costi crescenti a quella della produzione a costi decrescenti non è una successione storica, ma una successione di fatti contemporanei? «Le espressioni “ad un certo momento”, “prima o poi”, “prima fase e fase successiva” non debbono essere intese in senso di successione temporale. La curva dei costi ridette solo possibilità contemporanee, nel senso che se la produzione oggi è 500, il costo unitario è, per esempio, 10; scenderebbe ad 8, se la produzione fosse oggi 1000; salirebbe a 15, se la produzione, sempre oggi, fosse 1500, La variabile non è quindi il tempo; ma la quantità prodotta ed alla successione dei suoi valori vanno riferiti gli avverbi sopra indicati» (pag. 68).

 

 

Questa rivista che, di quando in quando, in taluna sua rubrica, vuole ricordare agli economisti che i fatti economici sono fatti individui e che, nel rappresentarli schematicamente, importa non schematizzare troppo, ed agli storici che la conoscenza degli schemi economici giova ad interpretare i fatti singoli, trae partito dal monito di Amoroso per insistere sui pericoli propri della creazione dei «tipi» storici. «Tipo» dell’industria agricola a costi crescenti e tipo dell’industria manifatturiera a costi decrescenti, «fase» dei costi decrescenti e «fase» dei costi crescenti ; ecco raffigurazioni che paiono storiche e sarebbero, se fossero tali, illogiche teoricamente. Come si può tipizzare e contrapporre nel «tempo» i due schemi, quando essi hanno significato logico solo se riferiti a due o tre situazioni contemporanee, alternative l’una all’altra? È logico esprimersi come fa Amoroso nel brano sopra citato; non è logico dire che se oggi la produzione è 500 ed il costo unitario è 10, il costo scenderebbe domani ad 8 se la produzione domani fosse 1000. La teoria è vera se si postulano invarianti tutti gli altri dati del problema; ma poiché invarianti non sono e certamente mentre muta la produzione, mutano anche tanti altri dati, noi non possiamo capire quale sarà domani il costo, se 8 ovvero 12.

 

 

Dove ho Ietto una spiegazione altrettanto semplice ed evidente dell’erroneo concetto popolare per cui il costo unitario delle merci è uguale al prezzo, o, come più comunemente si dice, il prezzo deve essere uguale al costo unitario?

 

 

«In generale quando l’uomo della strada, e non solo l’uomo della strada, parlando genericamente del costo dell’industria laniera o dell’industria della carta o dell’industria automobilistica, intende riferirsi al costo medio od unitario, dice cosa senza senso, perché anche nello stesso settore le diverse imprese hanno costi unitari diversi, pur operando in regime di concorrenza. Quello che è comune a tutte le imprese operanti in regime di concorrenza e non già il costo unitario, ma il costo marginale; questo, non quello tende a livellarsi al prezzo di mercato. Solo per l’impresa marginale, in cui il costo marginale e costo unitario coincidono, il costo unitario si livella pure esso al prezzo. La concezione popolare, secondo la quale il costo (e si intende costo unitario) si livella al prezzo, è quindi corretta solo nella configurazione ideale della perfetta concorrenza, perché solo in questa configurazione tutte le imprese sono marginali e quindi il costo unitario, pari al costo marginale, si livella anche esso al prezzo.

 

 

«Ma perché la configurazione della perfetta concorrenza fossero verificate quelle condizioni preliminari che ne sono il presupposto e che consistono:

 

 

  • nella polverizzazione della produzione in un numero grandissimo di imprese
  • nella uniformità dei costi intesa nella indefinita riproducibilità delle condizioni più favorevoli».

 

 

Qui non si dicono cose nuove, essendo noto che il concetto del costo detto genericamente uguale al prezzo o del prezzo uguale al costo è, salvo eccezione rarissima, ed essendo noto che l’eccezione è data dalla ipotesi di perfetta libera concorrenza, verificabile solo in condizioni straordinariamente rare. Ma è singolare l’uso della seconda verità, che è teorica, allo scopo di confutare un errore volgare e comunissimo. Ed è ancor più singolare la illazione che se ne potrebbe trarre: che siano per l’appunto i politici più accaniti nel denigrare e combattere quel che essi chiamano il «dogma» della libera concorrenza – che non e un dogma ma una mera ipotesi teorica – siano i più ostinati nel volere ridurre a norma obbligatoria quel che è errore volgare dell’uomo della strada, errore suscettibile di diventare verità solo nel caso nel quale di fatto operi in guisa perfetta quella libera concorrenza che i medesimi politici proclamano inesistente o, se esistesse, vorrebbero uccisa.

 

 

Su quanto l’Amoroso dice in proposito, qualche dubbio, del resto già da me ripetutamente messo innanzi, può essere esposto solo per quanto tocca la tesi storica secondo cui di fatto, dalla metà dell’ottocento in poi, «lungi dal polverizzarsi la produzione si è andata sempre più concentrando; ed è andato sempre più accentuandosi il divario dei costi. Invece di essere un punto di arrivo, la configurazione della perfetta concorrenza restò un’idea, un mito, dal quale la situazione di fatto andò sempre più allontanandosi».

 

 

Della quale tesi storica, il vizio sta nel pericolo che essa sia interpretata nel senso che il fatto della progressiva concentrazione della produzione appaia come univoco. Chi legge può essere indotto a ritenere che il fatto sia dovuto prevalentemente ed esclusivamente a cause tecnico-economiche. Pare che la produzione si concentri, perché così essa diventa meno costosa, perché la nuova tecnica esige la produzione per grandi masse in imprese sempre più ampie e unificate. Il che è anche vero; ma non si studia abbastanza entro quali limiti sia vero. Non si risponde alle domande: quali sono le industrie le quali ubbidiscono alla legge empirica della concentrazione? accanto a queste, non permangono e sovratutto non sono sorte altre industrie ed altri rami dell’attività umana nella quale la tendenza alla concentrazioni non ha presa? quali erano, ad esempio, nel 1850 e quali sono oggi, nel 1942 gli indici di concentrazione particolari delle diverse industrie e generali dell’insieme delle specie di attività umana? Là dove la tendenza alla concentrazione è attiva, quali sono le forze che la rendono tale? sono soltanto tecnico-economiche o sono anche politiche, intendendo per politiche quelle le quali agiscono per mezzo di norme cattive statali alla loro volta determinate da principi giuridici tradizionali o nuovi, e talvolta, se nuovi, dagli interessi favorevoli alla concentrazione? Se, ad esempio, si appurasse che in un dato paese l’indice di concentrazione ha il valore 5 e nell’altro il valore 10; e che nel primo paese ha agito soltanto la spinta tecnico-economica (macchinario costoso, perfezionamenti tecnici peculiari alle grandi imprese, organizzazione amministrativa e commerciale più perfetta), laddove nel secondo paese hanno agito insieme la spinta ora detta e quella giuridico politica (creazione di persone giuridiche, come le società per azioni, protezione doganale, divieti di concorrenza, limitazione legale delle nuove imprese, legislazione sui brevetti, obbligatorietà dei consorzi o favori a questi, ecc.) non si dovrebbe concludere alla probabilità che lo schema della libera concorrenza sia stato eliminato dalla realtà concreta in notevole parte dall’operare di fattoti legislativi, che non la tecnica ma la volontà dell’uomo pose e, in mutate situazioni, potrebbe togliere di mezzo? E qui vien fuori l’interrogativo finale: lo schema della libera concorrenza non può darsi appaia fuor della realtà sovratutto perché tale lo si proclama comunemente e perché uomini della strada e politici, essendo di ciò persuasi, operano in maniera da distruggerne ogni manifestazione concreta? L’uomo della strada non attribuì forse, per ignoranza, a quello schema le colpe le quali erano invece proprie dello schema opposto del monopolio; e trascinandosi dietro i politici, non contribuì a poco a poco a far vigoreggiare monopoli e monopolisti; ed oggi non promuove forse il trionfo della economia regolata, illudendosi di porre così rimedio ai mali della concorrenza, laddove in verità coopera, senza saperlo, all’incremento dei monopoli, dei profitti di monopolio e dei plutocrati?

 

 

Ma il problema teoricamente più importante che l’Amoroso indirizza a risolvere è un altro. C’è, fra le altre, una obbiezione essenziale alla costruzione di una rappresentazione della realtà economica secondo gli schemi della meccanica classica la quale può essere formulata così: per enunciare la legge o le leggi del passaggio da uno stato ad un altro – ed in questa enunciazione sembra consista una teoria dinamica – è necessario che tutti i dati del movimento e del nuovo stato siano contenuti nei dati del primo: tutti e solo questi. Altrimenti manca una condizione essenziale del ragionamento. La stessa meccanica newtoniana sarebbe del tutto incapace a dedurre dallo stato presente quello futuro se il momento del sistema fisico mutasse col tempo. Asseverare che una data scienza possiede una rappresentazione meccanica (secondo gli schemi della meccanica classica) equivale ad asseverare che per essa è valido il principio di causalità, per cui la conoscenza dello stato del sistema mette in grado di dedurne tutti gli stati futuri. E ciò a sua volta presuppone che tutti gli effetti futuri siano il risultato di cause o proprietà oggi esistenti nello stato attuale. Ma ciò si verifica soltanto se le proprietà della materia studiata da quella data scienza sono costanti nel tempo, ossia se in quel campo domina una legge di conservazione. Poiché in economica muta la quantità totale delle valutazioni, la costruzione di una teoria dinamica non può costruirsi sul modello classico della meccanica.

 

 

Questo il nucleo di verità che è contenuto nelle obbiezioni mosse da F. S. C. Northrop, l’autore lei libro «Science and First Principles» in un saggio su The impossibility of a theoretical science of Economic Dynamics pubblicato nel quaderno di novembre 1941 di «The Quarterly Journal of Economics». La critica è, parmi, anche quella mossa dall’Amoroso quando scrive (p. 119):

 

 

«la teoria dell’equilibrio costituisce un sistema logicamente coerente nelle sue parti, che dà ragione dei motivi razionali che determinano in generale la condotta economica, nella ipotesi che le azioni economiche siano uniformemente ripetute e quindi la vita economica rappresentabile con un movimento stazionario. In contrasto con questa ipotesi l’esperienza rivela invece una continua e perenne trasformazione, un incessante divenire, che ha alla sua radice l’aspirazione universale a procurarsi in misura sempre più larga le cose necessarie o comunque gradevoli alla vita».

 

 

Come superare l’ostacolo opposto dal fatto che la Quantità del risparmio e dei capitali non è stazionario, ma crescente, che i gusti dei consumatori variano ed occorre antivederli, mutando i tipi e le quantità di beni prodotti, che le posizioni iniziali dei contraenti non sono serbate invariate, ma v’ha chi sale e chi scende, per merito proprio o per circostanza fortuite?

 

 

Non essendo questo il luogo di discutere criticamente le soluzioni proposte dall’Amoroso mi limito a rilevare che egli identifica il principio economico del minimo mezzo col principio meccanico della minima azione; trova che il principio generale ricardiano del livellamento del costo marginale al prezzo può essere considerato analogo al principio meccanico della conservazione dell’energia, ed infine dimostra che sussiste nella economia un principio d’energia analogo al principio galileiano.

 

 

L’ultima proposizione ha particolare interesse per gli storici. Essa poggia sul postulato che esiste nell’universo economico qualche cosa che è analogo a quello che è l’inerzia in meccanica. Coll’azione di essa si spiega, che si conservano abitudini di vita, usi commerciali, correnti di traffico, processi di produzione etc. anche quando non sono più in armonia col principio del massimo rendimento: si spiegano insomma cui tutte quelle eccezioni che costruirono la piattaforma da cui gli storici mossero all’attacco contro i classici. Il nuovo schema teorico che ne risulta può essere interpretato come un tentativo per la composizione dell’antitesi; vincolando il principio del massimo rendimento alla condizione della continuità del processo storico (e ciò è possibile appunto per la considerazione dell’inerzia del sistema) esso appare come una sintesi fra le dottrine della scuola classica e quelle della scuola storica.

 

 

Ma quello che soprattutto fa d’uopo mettere in luce come egli passi brillantemente a contrattacco. Può darsi che nella economica una teoria dinamica non possa essere costruita sui principi classici della meccanica; può essere vero che la conoscenza dello stato attuale del sistema non basti a spiegare il passato ed a prevedere il futuro. Ma che perciò? Forse che la economica è, sotto quest’aspetto in condizioni diverse dalla fisica?

 

 

«la meccanica è oggi in crisi e la crisi tocca i fondamenti teorici della costruzione classica, in quanto la più recente corrente di pensiero, che si impersonifica nei nomi di De Broglie, Schrodinger, Heisenberg ed in generale nei teorici della meccanica ondulatoria, e della meccanica quantistica, afferma che nella meccanica dell’atomo (micromeccanica) vien meno il carattere deterministico del movimento, quale era insito nella forma differenziale delle equazioni classiche. Siffatto sconvolgimento è conseguenza del principio di indeterminazione (di Heisenberg) in forza del quale il movimento dell’atomo è pensato dipendere non solo da elementi intrinseci al moto (forze, ostacoli, resistenze d’inerzia) ma ancora da elementi ad esso estranei, legati all’azione e talora alla sola presenza dell’ osservatore. Ne deriva che la rappresentazione della configurazione futura non può essere pensata se non in termini di probabilità, relativi ad un fenomeno collettivo di massa (X)».

 

 

Ma il metodo nuovo, che si tenta oggi di adoperare in meccanica, è precisamente quello proprio della economica, dove lo stato del sistema è determinato non solo e forse non tanto dai dati di fatto quanto anche e forse più dalla idea che gli uomini si fanno di quei dati. I valori ed i prezzi sono determinati dalle condizioni obbiettive del mercato ed anche dalle opinioni che gli uomini si fanno di essi. Di qui l’importanza delle voci, dei moti di follia collettiva per euforia e per pessimismo, dei panici bancari, degli accaparramenti in tempo di assedio o di carestie.

 

 

Se la economia si è dimostrata finora incapace di darci uno schema teorico che rappresenti la realtà in tutti i suoi elementi essenziali, altrettanto incapace ne è la meccanica e per le stesse ragioni. L’Amoroso è ottimista: ed interpreta la crisi attuale della fisica come una evoluzione verso principi teorici analoghi a quelli che sono propri della economia.

 

 

«Come la nostra generazione ha visto la identificazione della geometria, così non è forse azzardato presumere che, se il movimento della fisica continuerà a procedere nel senso in cui si è sviluppato negli ultimi trent’anni, le nuove generazioni potranno un giorno vedere la identificazione almeno parziale della fisica e della economica (XII-XIII)».

 

 

Se la previsione si avvererà, non dovremo porre tra i precursori delle moderne concezioni quel Cournot, che avendo per il primo introdotto sistematicamente gli schemi algebrici per la rappresentazione della realtà economica, deve a buon ragione essere considerato come il fondatore della economia matematica?

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