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Rivista di storia economica

Schemi statistici e dubbi storici

«Rivista di storia economica», V, n. 1, marzo 1940, pp. 125-129

 

 

 

Giuseppe Parenti: Prime ricerche sulla rivoluzione dei prezzi in Firenze. Ed. Carlo Cya, Firenze, 1939. Un vol. in ottavo, 240-124 pp. L. 35.

 

 

Questo è un volume di storia economica scritto da uno statistico. Che l’autore sia uno statistico si deduce dal fatto notorio e dal contenuto dell’opera. Gran parte, direi più dei due terzi del libro sono occupati nel “porre” il problema: quali siano le fonti utilizzate, i libri di spesa di un monastero di monache di Firenze, fornito di modesto patrimonio terriero e costretto a comperare sul mercato la miglior parte delle derrate e merci necessarie alla vita della sessantina di donne che ne facevano parte, quali siano le merci ed i servizi considerati, come l’autore abbia formato i prezzi medi annuali, se e come i prezzi in monete del tempo si debbano tradurre in pesi d’argento, quali avvertenze debbano essere osservate nell’operare la conversione, quali unità di misura in peso, volume ecc. siano state usate, come si formassero i prezzi sul mercato fiorentino, come fosse regolata “disciplinata” secondo il linguaggio conformista odierno-la offerta delle merci e come regolati i prezzi, quale il mercato del lavoro, quali i compensi di lavoro.

 

 

Non c’è ragione di pensare che solo gli studiosi venuti fuori dalla formazione statistica e non anche quelli a formazione economistica o storicistica siano capaci di porre con tanta pazienza i dati del problema studiato, di indugiarsi tanto a lungo nel definire il modo di rilevazione e di calcolo dei dati (prezzi) che poi si vogliono elaborare. Sarebbe un calunniare economisti e storici. Ma sta il fatto che economisti e storici vanno, in Italia, più rapidamente al nocciolo del problema e non usano indugiarsi tanto negli approcci. Hanno torto. Finché ci riescano, gli statistici si serbino fedeli alla dura scuola nella quale sono stati educati e che, come corpo, li distingue nella confraternita degli addetti alle scienze economiche e sociali. Finché essi daranno ragione del metodo usato nel manipolar dati e sinché il metodo apparirà, come in questo libro, scrupoloso e severo, la proporzione delle pecore rognose infiltratasi nelle loro file sarà tenue. Dando questa lode al Parenti come statistico, non intendo dire neppure che i problemi metodologici da lui a lungo discussi siano statistici più che economici o storici. No; quei problemi sono quelli che preliminarmente ogni studioso di storia dei prezzi deve porre e risolvere; ma i Mortara, i Gini, i Livi, i Boldrini, per un po’ di tempo gli Jannaccone ed, ascendendo per li rami, i Benini, i Bodio, i Massedaglia, i Perozzo hanno usato mostrare i denti agli improvvisatori, prender per la cuticagna i presuntuosi e buttarli fuor dall’arena scientifica; cosicché oggi la giovane generazione degli statistici, anche quando fa la vita dura a noialtri che non abbiamo potuto seguirla nella conoscenza dei suoi metodi raffinati, si dimostra, così tormentata come è dal bisogno di dar ragione a sé ed ai lettori del perché delle proprie ricerche, degna del compito scientifico assunto. Economisti e finanzieri scontano oggi, invece, soffocati dall’inondazione di carta malamente impressa, il fio per l’indulgenza dimostrata verso coloro che oggi, pur tra magnifiche resistenze, stanno mettendo a sacco ed a fuoco le rovine del tempio che fu sacro alla scienza economica.

 

 

Lo statistico, che è in Parenti, non si lascia prender la mano dagli schemi correnti tra coloro che studiano prezzi. Oggetto della sua indagine è la rivoluzione dei prezzi accaduta in Europa dopo la scoperta dell’America in conseguenza dell’afflusso di metalli preziosi del nuovo mondo. Egli cerca la verifica di quella rivoluzione a Firenze; e la trova. Ecco i dati più significativi dei numeri indici da lui calcolati anno per anno per il secolo dal 1520 al 1620 per i prezzi in grammi d’argento ed in Firenze, base 1610-20 = 100 (pagg. 144):

1520 1545 1600 1620 Fase lievemente discendente 49.92 49.78 Fase fortemente ascendente 102.97 Fase di consolidamento o di tenue discesa 100.

 

 

Se Parenti fosse stato un mero statistico avrebbe applicato il solito schema: nella prima metà del secolo l’argento importato dal nuovo mondo in Siviglia non superò nel 1521-1530 i 152 Kg., nel 1531-40 i 95.674 Kg., nel 1541-50 i 152.054 Kg. e non poté quindi esercitare un’influenza notabile su uno stock argenteo calcolato in principio del secolo in 600.000 Kg. Ma nel decennio 1551-60 le importazioni salgono a 259.611 Kg., nel 1561-70 ad 806.021 Kg., nel 1571-80 a 994.429 Kg., nel 1581-90 a 1.814.650 Kg., e finalmente nel 1591-600 a 2.374.110 Kg. L’argento si spande in tutta l’Europa, non ultima Firenze, la quale manteneva con la Spagna rapporti commerciali seguitati ed importanti. I prezzi non poterono non sentire l’influsso della nuova imponente massa di metallo circolante, ed infatti raddoppiarono. Nei due decenni successivi, l’impeto della fiumana argentea rallenta: 2.107.250 Kg. nel 1601-610 e 2.063.140 Kg. nel 1611-620. Lo stock monetario già cresciuto forse non è ingrossato dalle nuove importazioni più di quanto crescano produzioni e commerci; ed i prezzi ristagnano.

 

 

Sebbene tutto ciò appaia ed in fondo sia plausibile, il Parenti sente risvegliarsi in sé gli scrupoli dello storico. Forse il movimento lievemente discendente dei prezzi nel 1520-1545 non fu aiutato da qualche fatto storico peculiare a Firenze? La diminuzione degli abitanti a Firenze, da 70.000 nel 1526 secondo il Varchi a 55.000-60.000 all’avvento del Principato dopo l’assedio di Firenze vi poté avere parte. Dopo, quando i prezzi salgono, non si notano variazioni segnalabili nei fattori diversi da quello monetario: non nella popolazione, non nella produzione, né nel regime doganale e in quello fiscale e nei regolamenti dei prezzi ecc. La spiegazione monetaria, comune con gli altri paesi d’Europa, dove i prezzi si mossero nello stesso senso e con velocità non dissimile, è dunque quella residua che giova a spiegare la ascesa dei prezzi al doppio nella seconda metà del secolo sedicesimo.

 

 

Guardando una curva da lui costruita, al Parenti statistico par di scorgere dentro alla tendenza secolare all’aumento dei prezzi quattro ondate cicliche minori, della durata di circa un venticinquennio ciascuna, con massimi intorno al 1531, al 1558, al 1576 ed al 1600. Di nuovo, il Parenti storico non può non riflettere che nel 1531 cade l’assedio di Firenze, nel 1558 la guerra di Siena, i quali rarefecero derrate e merci e con imposte e prestanze costrinsero molto denaro ad uscire fuori dai tesori ed a spingere all’insù i prezzi e che l’avvallamento tra il 1576 ed il 1600 è determinato dal tempo di arresto dal 1575-1590, quando Filippo secondo di Spagna sospese, con quella che fu poi detta bancarotta, i rimborsi ai banchieri, fra cui non pochi fiorentini, i quali gli avevano concesso anticipi sulla garanzia degli arrivi dei galeoni d’oro e d’argento del Messico, e la morte di Cosimo primo mise fine ad una politica creditizia di lavori pubblici e di aiuti al commercio condotta da quel principe. Perché, dinnanzi a queste constatazioni storiche persuasive, il Parenti si indugia a discutere l’applicabilità al secolo sedicesimo di tesi come quella del Kondratieff, secondo la quale nel secolo diciannovesimo e ventesimo le onde lunghe sarebbero esse stesse, per non si sa quale forza intima detta “principio di azione e reazione” la causa dei fatti che gli storici additano come originari? A dirla in linguaggio volgare, le guerre di Napoleone, quelle del 1848, del 1870, del 1914 ed ora del 1939 non sarebbero le cause dei movimenti di prezzi che le accompagnarono e le seguirono, ma invece il frutto o conseguenza della “tensione propria del periodo di depressione” del ciclo nel quale le guerre e gli altri avvenimenti storici concomitanti o precedenti o susseguenti (rivoluzioni, conquiste coloniali ecc.) si inseriscono. Il Parenti, che in sostanza non è affatto persuaso, si limita a notare che “la suggestiva interpretazione storica del Kondratieff non potrebbe essere trasportata nel secolo 1520-1620 da lui studiato” e che agli avvenimenti storici (assedio di Firenze, guerra di Siena, bancarotta di Filippo secondo e morte di Cosimo primo) “non può non essere riconosciuto uno spiccato carattere di occasionalità e quindi non di frutto della tensione propria ecc. ecc.”. Accidenti! quanti rigiri di frase per non dire in faccia al Kondratieff che la sua cosidetta teoria è un farnetico storico qualunque, il quale può venire in mente solo a chi dalla abitudine di far calcoli a macchina e fabbricar curve e calcolare entro di esse dei “trends” -che io direi alla buona “tendenze”, ma ci fu chi mi osservò che dentro alla parola trend c’è qualcosa di diverso che non si sa cosa sia ma non sarebbe reso, ma lo è benissimo, da “tendenza”-è fatto incapace a vedere che Napoleone primo e Luigi diciottesimo erano due grandi uomini, che Napoleone terzo era un cospiratore, tra visionario e irresoluto, ma fu fatto agire da Cavour, uomo di genio, che Guglielmo secondo era un Attila da palcoscenico, il quale ad un certo punto si avvide con spavento di avere precipitato, senza volerlo, l’Europa nel baratro. Bisogna appartenere alla categoria degli “specialisti dei cicli per immaginare sul serio che Napoleone primo e Alessandro di Russia, che Talleyrand e Luigi diciottesimo e Metternich, che Napoleone terzo e Cavour e Bismarck possano essere concepiti come “conseguenze” di schemi libreschi detti “tensioni” di certe fasi di altri schemi chiamati “cicli economici”. No, non è lecito dire che queste sono “interpretazioni storiche ne` qualificarle suggestive”. Sono il nulla e, nonostante il reverente ossequio dovuto a chi ho letto essere stato vittima, in regime bolscevico, della sua probità scientifica, fa d’uopo dichiararle antistoriche.

 

 

Nonostante tutta la sua buona volontà, Parenti si limita a sorridere lievemente perché i giovani hanno obblighi di rispetto alle autorità scientifiche costituite. Vorrei sorridesse, magari sotto sotto, invece di lodare, anche dinnanzi alla degenerazione che già, dopo la caduta di Firenze repubblicana, si era iniziata nell’ordinamento delle antiche arti fiorentine. Coll’avvento del principato, il regolamento del mercato dei prezzi e del lavoro, che prima era compito delle arti e magistrature indipendenti dette della Grascia e dell’Abbondanza, tende, pur conservando gli stessi nomi, a diventare ufficio del principe, con vantaggio, osserva il Parenti, della giustizia sociale (p. 196) e degli interessi generali dello stato (p. 93). Chi si contenta gode; ma che la sostituzione del regolamento operato dal principato assoluto alla competizione, sia pure talora furibonda, fra gruppi e ceti sociali diversi fosse feconda di maggiore giustizia sociale e di elevazione materiale e morale delle classi più numerose rimane, per ora, ipotesi gratuita, non facilmente dimostrabile col confronto fra i secoli tredicesimo-quattordicesimo e sedicesimo-diciassettesimo.

 

 

Il volume è corredato da alcune appendici. La prima amplissima e fondamentale è la serie delle tabelle dei prezzi annui di 30 merci e derrate e di 7 servizi, dal 1520 al 1620. Ogni tabella contiene in distinte colonne: il numero delle quotazioni utilizzate, il prezzo in lire, soldi e denari (moneta di conto) per unità di misura; la equivalenza in grammi d’argento per unità di misura antica e moderna; ed i numeri indici (base 1610-20) calcolati nella moneta di conto dell’epoca e in peso d’argento. Per i servizi (salari), oltre il numero delle quotazioni, sono indicati i compensi in moneta di conto, le equivalenze in argento per unità di misura antica e moderna e, dove si può, i relativi numeri indici. Una seconda appendice contiene notizie sul carattere e sulla dispersione delle quotazioni utilizzate, sull’organizzazione e la disciplina dei mercati e sulla presenza di cause proprie di variazioni dei prezzi.

 

 

Poiché il Parenti in parecchi luoghi del libro fa sperare che egli voglia continuare in questi studi di statistica storica, vorrei augurare che egli si liberi almeno in parte-in tutto è assurdo, sia perché gli studi sui cicli secolari e minori sono certamente in se stessi fecondi, sia perché offrono agli esperti occasione a dimostrare il possesso di quelle virtuosità tecniche le quali paiono indispensabili ad occupar cattedre di statistica-dai soliti schemi economistici e statistici. Ho l’impressione che questa faccenda delle tendenze (trends) e dei cicli cominci a diventare una peste. Facciamo astrazione dalle stravaganze dottrinarie di ridurre i Napoleoni ed i Cavour, i Talleyrand ed i Guglielmoni a “conseguenze” delle tensioni dei movimenti ciclici; ma, pur riconoscendo il valore delle ricerche storiche sui cicli, non riduciamo ad esse la storia dei prezzi. C’è qualcosa altro da studiare; ed aveva ragione il Beveridge nel libro recensito qui nel quaderno del marzo scorso (p. 43-51) di insistere sul valore più sostanziale di quella storia. Forse gli studiosi, i quali hanno una formazione prevalentemente erudita, esagerano quando negli stessi registri, che il Parenti ha sfruttato per eleganti elaborazioni, vedono solo l’aneddoto, lo spunto interessante per illuminare le condizioni della vita quotidiana dell’epoca studiata. Non dimentichiamo però che il prezzo è un rapporto fra unità di merce e unità di moneta, ed è quindi una maniera di esprimersi abbreviatamente per indicare che esistono tali e tali rapporti non fra merce e moneta, ma fra merce e merce, fra servizio e servizio, fra merci e servizi. Calcolando gli indici dei salari reali nel secolo 1520-1620 il Parenti ha affrontato un problema sostanziale; e ha concluso alla stabilità dei compensi dei lavoratori. Perché non affrontare altri problemi che tocchino la realtà dei modi di vita e non solo la loro apparenza monetaria? Le variazioni dei prezzi indicano variazioni nell’importanza relativa dei beni prodotti e consumati, nella fatica durata a produrli, nel tenore e tipo di vita degli uomini? Anche se qualche tecnico della statistica obbiettasse che ricerche cosifatte non consentono l’impiego di strumenti raffinati di calcolo e di elaborazione, varrebbe la pena di affrontarle, perlomeno nelle “horae subsecivae”, sì che, lieti gli statistici della fatica durata nelle rigorose elaborazioni, anche gli economisti e gli storici trovino abbondante pascolo alla loro curiosità. Augurando che il Parenti continui, di tanto in tanto, a far qualche punta fuor del terreno statistico, che gli è proprio, rendo al libro lode d’invidia. Invidia per gli statistici, formatori di studiosi severi. Chiudono il volume opportuni elenchi delle abbreviazioni usate nelle citazioni bibliografiche (non molte, ma non ancora ridotte alle essenziali), indici degli autori e delle opere ed indici delle merci e dei servizi. Il libro è adorno di quattro riproduzioni fotografiche di pagine scelte dei documenti utilizzati nel testo.

 

 

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