Schemi storici e schemi ideali

Tratto da:

Miti e paradossi della giustizia tributaria

Data di pubblicazione: 01/01/1967

Schemi storici e schemi ideali

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 259-298

 

 

 

 

242. Se in quest’ultimo capitolo si costruiscono, traendoli dalla esperienza storica, schemi concreti di interpretazione dei fatti finanziari, non si afferma perciò che essi siano tutta la realtà e di questa ci diano le leggi. La scienza studia le leggi concrete dei fatti accaduti ovvero le leggi ideali che gli uomini intendono avverare? Il modello di indagine che lo studioso tiene dinnanzi agli occhi vuole raffigurare il reale effimero o l’ideale perenne? Per ora poniamo solo le domande solenni.

 

 

243. Fra gli schemi antichi caratteristico è quello della finanza del «tiranno» greco. Esso è stato eccellentemente analizzato da Andréadés.[1]

 

 

La «tirannia» fu un metodo di governo che ebbe nell’antichità greca luogo normale fra gli altri metodi, principalmente come strumento di reazione contro l’oligarchia. Lo schema della finanza tirannica è la logica conseguenza della necessità propria di quello come di ogni altro metodo di governo di provvedere alla propria conservazione. Di qui i seguenti connotati delle spese pubbliche nello schema della «tirannia».

 

 

1)    Una guardia del corpo numerosa e devota era caratteristica essenziale del sistema; perciò nella tabella «politica» la spesa relativa ha uno dei primi luoghi, con alti indici relativi di importanza. In linguaggio comune, la spesa non è suscettiva di compressione;

 

2)    la spesa della guerra è anch’essa primaria ed ha indici alti. Il tiranno solitamente è un militare e si compiace perciò nell’esercizio della sua professione. Inoltre è necessario che il popolo sia distratto dal rivolgere la sua attenzione alle cose interne e senta vivo il bisogno di un capo imperioso. Lo splendore della vittoria rafforzava d’altronde la posizione del capo. Alcuni storici moderni sostengono che nessuna guerra ingiustificata fu condotta dagli antichi tiranni greci; ma è incontestabile che le guerre furono molte, probabilmente troppe in ragione dei mezzi esistenti e che enormi furono le spese le quali ne seguirono;

 

3)    le spese per i lavori pubblici venivano subito dopo nella graduatoria, con indici di importanza pure assai alti. Il tiranno ricorreva alle opere pubbliche per molte ragioni. Esse soddisfacevano la sua ambizione e la sua vanità. La costruzione dei templi giovava allo spirito teocratico da lui coltivato; le fortezze davano il senso della sicurezza; il culto delle arti belle rialzava il prestigio del tiranno sul popolo; l’occupazione fornita al popolo lo distoglieva, in tempo di pace, dalle cospirazioni e dalle rivoluzioni; le classi medie ed operaie, sostegno massimo del tiranno contro le oligarchie, avevano lavoro; il popolo sopportava i carichi fiscali senza protestare;

 

4)    le spese elencate sinora si riferiscono a beni che il governante considera «pubblici» in grado eminente e con alti indici di importanza, perché egli reputa che la perpetuazione del suo sistema di governo sia preferibile, nell’interesse non solo proprio ma della collettività, al ritorno ai sistemi concorrenti e principalmente a quello oligarchico. Il giudizio può darsi sia stato talvolta erroneo; ma, astrazion fatta dalla incertezza dei criteri in base ai quali si potrebbe constatare l’errore, qui non si vuol dare un giudizio morale o politico dello schema, bensì semplicemente constatarne la logicità. La quale pare, sinora, indubbia. Non ugualmente in tutto logica, dal punto di vista della conservazione del sistema, è il quarto capitolo di spesa ricordato dall’Andréadés e cioè delle spese personali e della corte. Se fossero state tenute entro limiti ragionevoli, queste spese avrebbero potuto conferire allo splendore del governante; ma Andréadés afferma che «nessun tiranno conobbe né la frugalità né la Misura». Entro i limiti in cui è esatta l’affermazione, si può dire che nella tabella «politica» è stato introdotto un fattore di spesa non logico cioè non confacente alla perpetuazione del sistema. Non giova alla polis ossia alla conservazione ed all’incremento della cosa comune, anche guardata coll’occhio del tiranno, creare malcontento ed invidia nel popolo;

 

5)    uguale è il giudizio intorno al quinto capitolo di beni pubblici inserito dal tiranno nella sua tabella «politica». Andréadés così lo descrive: «L’avidità dei tiranni e dei loro fidi, come pure il bisogno di tesorizzare per il caso probabile in cui dovessero abbandonare il potere ed il paese, incitava il tiranno ad ammassar ricchezze». Qui, se logica v’era, era privata e non pubblica. Dal punto di vista della persistenza del sistema, il tesoro attrae i rivali e li spinge ad ogni sforzo per abbattere il tiranno. Chi ammassa tesoro per il caso di fuga confessa di essere debole ed incoraggia all’assalto.

 

 

244. Al quadro dei beni pubblici si contrappone nel sistema tirannico un correlativo quadro dei mezzi atti a procacciarli. Essi erano i seguenti:

 

 

1)    in primo luogo le confische. La lotta del tiranno contro le oligarchie si concludeva con la cacciata degli oligarchi dalla città e con la confisca dei loro beni. Principio essenziale del sistema era l’abbattimento di tutti gli alti papaveri. Gli ottimati dovevano essere resi incapaci a nuocere. La confisca soddisfaceva a siffatta esigenza, contentava l’invidia delle folle e riempiva le pubbliche casse;

 

2)    in secondo luogo le imposte sui cittadini. Andréadés constata che a questo riguardo i tiranni non innovarono sostanzialmente nulla in confronto al sistema tributario usato dai «satrapi» persiani nelle regioni dell’Asia Minore dove erano numerose le città greche. La decima sui prodotti della terra era la principale fra le imposte. Venivano poscia l’imposta sui greggi e sugli armenti, il testatico, la patente per l’esercizio di arti e mestieri; le dogane sulle merci trasportate per mare o per terra, ed i dazi sulle vendite al minuto. Nel complesso, le imposte non diedero luogo a querele rilevanti;

 

3)    «La gravezza delle imposte – dice Andréadés – era insignificante se la si paragona a quella delle “estorsioni” alle quali il tiranno ricorreva per far fronte alle spese». Tra le estorsioni deve essere ricordata la fabbrica di moneta falsa.

 

 

Le tre caratteristiche dello schema tributario sono convenienti al tipo del governo tirannico. Sorto in antagonismo cogli oligarchi il tiranno li deve abbattere anche economicamente. Poggiato sovratutto sulle classi medie e sul popolo, egli è moderato nella esazione delle imposte le quali toccano la generalità dei cittadini. Ma, pressato dall’altezza delle spese, egli deve ricorrere a metodi palliati, come l’abbassamento del titolo e del peso delle monete, per procacciarsi entrate bastevoli, senza che il popolo subito ne abbia consapevolezza; e compiere estorsioni particolari, le quali lasciano indifferenti la massa non colpita.

 

 

245. Il sistema era, tuttavia, nell’insieme instabile. Gli storici antichi sostengono che parecchi tiranni, tipici Dionigi di Siracusa e Cipselo di Corinto abbiano assorbito la ricchezza dei cittadini, il primo in dieci ed il secondo in cinque anni. Ma Cipselo comandava ai cittadini di rifare ogni anno col lavoro quel decimo della fortuna privata che egli confiscava; sicché alla fine del decennio i corinzi avrebbero dovuto serbare intatta la loro fortuna. Il consiglio, fosse o non seguito, dimostra che il tiranno incontrava limiti alle sue esazioni. Anche quelle del grande Dionigi non pare fossero confiscatrici; ché egli non poteva rivolgere ad uso pubblico le case e le terre dei cittadini e le fonti fanno supporre che egli si contentasse di appropriarsi del denaro contante che essi possedevano. Questo pretendeva fino all’ultimo obolo; e quanto più i cittadini levavano alte grida, tanto più egli persisteva nel chiedere, aggiungendo alla prima una seconda una terza ed una quarta taglia; sinché all’annuncio della quinta i segugi gli riferirono che i siracusani ridevano e scherzavano sulle pubbliche piazze. «Ora – disse – conviene far pausa; ché, se i cittadini ridono di noi, ad essi non deve restare proprio nulla. Altrimenti continuerebbero a lamentarsi». Neppure Dionigi poteva obbligare i cittadini a lavorare per dare a lui l’intiero frutto del loro lavoro; come testimonia l’insuccesso della taglia sul bestiame. Il quale o non fu più allevato; o, se già nato e cresciuto, era ammazzato anzi tempo; ed, essendo stato posto limite al macello privato, era sacrificato agli dei, i quali si contentavano dell’odore degli intestini bruciati, abbandonando ai mortali le carni.

 

 

La finanza tirannica doveva al tempo stesso ubbidire a due esigenze contrastanti. La prima è ricordata da Platone quando nella Repubblica, nota che i tiranni dovevano con le taglie mantenere i popoli in povertà, affinché, costretti a pensare continuamente a procacciarsi il cibo, essi non avessero tempo a complottare. La seconda è quella di avere i grandi mezzi occorrenti alla politica di grandezza, di conquista e di fasto; mezzi che possono essere forniti solo da popoli industriosi e ricchi.

 

 

I grandi fondatori delle dinastie tiranniche vedevano chiaramente la necessità di promuovere insieme la ricchezza pubblica e quella privata; laddove i discendenti inetti od imbelli, impoverendo coi balzelli il popolo, conducevano la città alla rovina e minavano il potere proprio. 246. Altro schema caratteristico dell’antichità è quello della finanza della città periclea. Non tutti i connotati che si leggono nella esposizione di Andréadés (pp. 29-39 e 40-92) possono essere fatti risalire esclusivamente al tempo di Pericle; ma questo tempo con la sua caratteristica di democrazia guidata da un capo di genio è quello nel quale essi hanno avuto il loro massimo sviluppo od almeno il germe iniziale.

 

 

Nella tabella «politica» della città periclea avevano luogo cospicuo:

 

 

1)    le spese per la polizia, alla quale si provvedeva con l’opera in parte gratuita e in parte remunerata di cittadini e con quella, sempre costosa, di schiavi pubblici;

 

2)    quelle per la costruzione ed il mantenimento della cinta fortificata la quale aveva trasformato Atene quasi in un’isola inaccessibile;

 

3)    le spese militari propriamente dette. Minime quando il cittadino – soldato doveva provvedere al proprio mantenimento ed alle proprie armi e le altre spese erano coperte dal bottino di guerra, crebbero al tempo di Pericle quando si dovette far appello a cittadini poveri, provvedendoli di armi e di cavalli; e si dovettero mantenere i marinai della flotta. Da una media di 300 talenti in tempo di pace (verso il 240 a. C.) si sale, secondo Andréadés, a 1300 talenti all’anno in tempo di guerra; enorme spesa se si fa uguale il talento a circa 35.000 lire antebelliche e si pensa alla piccolezza degli stati greci;

 

4)    le spese diplomatiche, saltuarie bensì, ma non irrilevanti, se vi si comprendono le spese segrete;

 

5)    le spese per la istruzione, che prendevano sovratutto la forma indiretta di apprestamento di opere d’arte e di spettacoli drammatici, che i cittadini dovevano essere in grado di apprezzare;

 

6)    le spese di culto: cerimonie religiose (pompe, sacrifici, festini, lampadoforie), giuochi, navi sacre;

 

7)    le spese per lavori pubblici, i quali consistevano sovratutto nell’abbellimento della città con templi e statue. Le spese di Pericle non sono mai state proporzionalmente emulate, neppure nei tempi moderni. Andréadés le calcola da 6000 ad 8000 talenti, (da 200 a 300 milioni circa di lire antebelliche) suppergiù da sei ad otto volte l’ammontare delle entrate ordinarie annue dello stato. Pericle attribuiva un alto grado di importanza alle opere intese «ad adornare la città al par di donna fastosa» perché pensava che da esse sarebbe derivata «gloria eterna» alla sua città. Il patriottismo dei cittadini, l’opportunità di dar lavoro ai reduci dalle guerre, i quali non potevano o non volevano ritornare alla campagna, il desiderio di addestrare il popolo alle arti contribuirono, insieme coll’ambizione di tessere un serto di gloria attorno al capo di Atene, a dare alla spesa per i lavori pubblici un alto grado di importanza. Non buono fu il risultato di abituare il popolo all’idea di aver diritto di vivere a spese dello stato;

 

8)    la provvista di frumento a buon mercato alla popolazione. La preoccupazione di garantire al popolo il principale dei suoi mezzi di sussistenza fu sempre vivissima nell’antichità, ed inspirò in Atene la politica dell’emigrazione (cleruchie), delle egemonie militari in paesi produttori di cereali, dei vincoli alle esportazioni; e sovratutto delle distribuzioni gratuite od a sottocosto di razioni di frumento;

 

9)    le spese sociali: come il mantenimento dei cittadini eccellenti nel Pritaneo, la erezione di statue o la iscrizione lapidaria di decreti onorifici, il mantenimento degli orfani di guerra sino ai 18 anni e loro dotazione con un’armatura completa alla maggiore età, il mantenimento dei mutilati di guerra e dei cittadini invalidi. Fu un capitolo importante di spesa, indice dell’alto senso civico della città periclea;

 

10)  i salari politici: Atene ammise sempre la remunerazione degli impiegati pubblici propriamente detti, i quali coprivano uffici puramente esecutivi, detti yperesíai. Gli yperéti erano numerosi e mediocremente pagati, in gran parte liberti e persino schiavi. Agli investiti di uffici propriamente detti (arkai), i quali avevano la rappresentanza del popolo o demos si cominciò tardi a pagare un salario. Pericle introdusse probabilmente il salario di oboli per seduta ai 500 senatori; e certamente quello di 2, cresciuti poi da Cleone a 3, oboli per seduta ai giudici, moltiplicati a poco a poco sino a 6000, quasi il quinto del numero totale dei cittadini. Il «simbolo», fissato da ultimo in 3 oboli per seduta, versato a tutti i cittadini partecipanti all’assemblea, non fu opera di Pericle; ma meno di mezzo secolo era bastato per passare dalla gratuità degli uffici pubblici alla remunerazione universale di tutti i cittadini. Se il principio della remunerazione poteva essere giustificato per gli uffici, i quali richiedevano una effettiva prestazione d’opera, il compenso per la semplice partecipazione alle assemblee senatoriale, giudiziaria e sovratutto politica fu accolto da Pericle per consentire di fatto al popolo l’esercizio del potere che era privilegio dei ceti medi ed alti. Il metodo che avrebbe prodotto effetti vantaggiosi di educazione politica, se tenuto entro limiti stretti, degenerò col predominio dei demagoghi, alimentò il proposito nei cittadini ateniesi di vivere a spese degli alleati; li abituò all’ozio; mise il diritto al salario al disopra del diritto della città alla propria salvezza; ridusse la città alla balia dei poveri, ai quali la partecipazione alle assemblee fruttava i mezzi di vita, laddove ai cittadini dei ceti medi ed alti quel salario riusciva indifferente. Aristotele nella Costituzione di Atene offre un quadro di parassitismo politico e finanziario: 6000 giurati, 1600 arcieri, 1200 cavalieri, 500 membri del consiglio, 500 guardiani del porto, 50 guardie notturne, 700 funzionari in città ed altrettanti fuori; in tutto più di 20.000 cittadini mantenuti a spese del pubblico erario. Le città alleate e suddite e gli ateniesi indipendenti dovevano provvedere i mezzi per far vivere questa burocrazia imponente e crescente;

 

11)  il «teorico». Istituito in origine per consentire ai poveri il pagamento del diritto di entrata al teatro di Dionisio o per sovvenire i bisognosi durante la guerra del Peloponneso, si trasformò ben presto in distribuzione gratuita del denaro pubblico ai cittadini. Tutti gli avanzi di bilancio dovettero essere in tal modo distribuiti, senza riguardo ai bisogni, al valore, al lavoro ed all’età dei cittadini. Poiché il concetto di «avanzo» è elastico, i cittadini, i quali deliberavano sulle spese pubbliche, finirono per considerare primissima tra le spese quella della distribuzione del théoricon, a scapito delle opere pubbliche, della difesa o della costituzione del tesoro per provvedere alle esigenze straordinarie della città. Quando il disamore al lavoro, la corruzione pubblica, il demagogismo giunsero agli estremi, Demostene, dipingendo eloquentemente il quadro dei pericoli i quali sovrastavano alla città, riuscì a far approvare il versamento degli avanzi nella cassa di guerra. Era però troppo tardi. Filippo di Macedonia stava per distruggere la libertà delle città greche.

 

 

247. Di fronte alle spese, il quadro delle entrate:

 

 

1)    quelle demaniali innanzitutto, da case terreni schiavi. Il demanio si arricchiva per donazioni confische bottino sul nemico e scemava per distribuzioni al pubblico e per vendita a sollievo di spese straordinarie. Ad Atene il cespite più importante di entrate demaniali erano le miniere d’argento del Laurio, il cui reddito netto per lo stato nel periodo di massima produttività delle miniere oscillò fra 50 e 100 talenti all’anno. Durante la guerra del Peloponneso, gli schiavi abbandonando le miniere si unirono agli spartiati per combattere la città dominante;

 

2)    le entrate giudiziarie, importanti per Atene, città egemonica, nella quale si concludevano litigi più importanti sorti nelle città alleate;

 

3)    le pene pecuniarie, distinte in ammende (timémata), inspirate nei delitti politici al principio che gli uomini di stato dovessero, anche se eminenti e probi, subire le conseguenze materiali dell’insuccesso della loro politica; ed in confische (demioprata), accessorio di pene più gravi, come condanna a morte, a schiavitù, a bando. In Atene, dove i sentimenti umanitari erano più diffusi, l’ostracismo non portava con sé la confisca dei beni;

 

4)    le imposte dirette erano considerate incompatibili con la libertà e con la qualità di cittadino. Solo gli stranieri, le cortigiane e gli schiavi vi erano sottoposti. Gli stranieri permanentemente domiciliati nella città pagavano il «métoikion», a guisa di compenso per i privilegi di cui essi godevano nella città. Era un pesante uniforme testatico, a cui si aggiungevano particolari tributi, ad es. per il diritto di lavorare sul mercato. Anche le cortigiane erano soggette ad un tributo fisso. Più incerta era la situazione degli schiavi e dei liberti;

 

5)    le liturgie ordinarie, le quali sostituivano, per i cittadini, le imposte da cui erano immuni. Distinte in varie sottospecie, come le «coregie» destinate a coprire le spese dei giuochi drammatici e musicali e delle danze, le «gimnasiarchie» a copertura dei giuochi atletici, l’«estiasi», a sopperimento delle spese delle pubbliche cene a carattere religioso delle tribù, poggiavano sul concetto che ad ogni spesa si dovesse provvedere con una particolare entrata all’uopo stabilita e sovratutto facevano affidamento sull’ambizione tradizionale nei ricchi greci di fare buon uso della propria ricchezza e sul desiderio di rendersi popolari con generose largizioni ad incoraggiamento di feste religiose, giochi e spettacoli. La liturgia era dunque in origine e rimase sempre in principio una oblazione spontanea. Lo spirito di emulazione tra i ricchi, la brama di cattivarsi il favore del popolo innanzi alle elezioni inducevano non di rado i ricchi greci ad eccedere, nelle pubbliche largizioni, i limiti considerati normali dall’opinione generale. Testimonianza di volta in volta di patriottico amore alla cosa pubblica e della sua degenerazione demagogica, le liturgie non sempre bastavano a coprire la spesa, sovratutto se questa assumeva dimensioni insolite. All’oblazione spontanea sottentrava la coazione morale. Si compilavano liste dei ricchi messi a contributo; problema sempre arduo, a causa del piccolo numero dei chiamati e della gravezza del contributo. Soccorre qui l’istituto forse più originale della finanza ateniese: l’antidosi.

 

 

Il cittadino chiamato ad offrire la liturgia poteva designare un altro cittadino, che egli avesse creduto più atto a sopportare il peso della spesa desiderata. Il designato in seconda poteva rifiutarsi; ma in tal caso era obbligato a permutare il proprio col patrimonio del primo designato, il quale doveva prelevare l’ammontare della liturgia sul nuovo patrimonio così acquistato. Il sistema era ingegnoso, poiché nessun designato in primo luogo avrebbe avuto convenienza ad indicar altri, se la fortuna di questi non fosse davvero stata maggiore della propria. Il sistema, suscitatore di atti emulativi e talora ricattatori, non doveva però essere di piana applicazione, se a poco a poco si riduce a mera forma, e la decisione è, nel quarto secolo a. C., rimessa al giudizio dei magistrati;

 

6)    dazi doganali, che per l’Attica erano del 2% del valore della merce introdotta od esportata o in transito. Nelle città alleate, il dazio fu cresciuto, in un certo momento, al 5% per sostituire l’invisa imposta sugli alleati. La generalità della tariffa dimostra che il dazio non aveva scopi protezionistici e non era incompatibile con il fiorire del commercio internazionale del porto del Pireo. Il dazio si elevava al 10% solo per il transito attraverso al Bosforo;

 

7)    le imposte interne di consumo: diritti percetti sulle vendite al minuto nelle piazze; sulle vendite all’incanto, su quelle di immobili, sulle merci al momento del passaggio attraverso le porte della città; diritto di porto, di pesca, di pedaggio negli stretti ecc.;

 

8)    l’imposta sugli alleati. Si direbbe un vero tributo (foros) pagato dal vassallo a vantaggio del conquistatore; ma durante l’epoca periclea fu un contributo versato dalle città alleate in cifra fissa (460 talenti) per sopperire alle spese comuni della confederazione ateniese. La moderazione del tributo e la sua equa ripartizione persuasero gli alleati a consentire che il provento fosse destinato a coprire non solo le spese delle guerre nazionali ma anche quelle dei grandi monumenti pubblici di Atene, che tornavano a gloria di tutta la Grecia.

 

 

Morto Pericle, l’imposta, più che raddoppiata, provocò, sotto Cleone, grave malcontento tra gli alleati. Dopo l’insuccesso della spedizione siciliana, il foros fu trasformato nel dazio doganale del 5% all’entrata ed all’uscita delle merci nelle città alleate, metodo più elastico e adatto alle mutevoli fortune economiche dei singoli luoghi. Durante la seconda confederazione ateniese, si ritornò all’imposta in cifra determinata, detta syntaxis, fissata dall’assemblea degli alleati e destinata esclusivamente a fini comuni. Il ritorno successivo al foros provocò la rivolta degli alleati e la fine dell’egemonia ateniese;

 

 

9)    le cleruchie, od imposta sugli ateniesi stabiliti nel territorio degli alleati. Ne è incerta la portata e persino la esistenza. In ogni caso, l’emigrazione dei cittadini ateniesi e la loro dotazione con terre situate nel territorio degli alleati liberavano Atene dall’onere del mantenimento di buon numero di poveri;

 

10)  al novero delle entrate straordinarie appartengono le ultime che ancora si devono elencare. E prima l’«argirologia», ossia le indennità o taglie pagate dai vinti. Esse discendevano dal principio che il corpo ed i beni dei vinti appartenessero ai vincitori; poiché il principio era religioso, un decimo del bottino era destinato agli dei. I generali erano scelti non solo per le loro virtù militari, ma anche per l’attitudine a procacciarsi tributi dai vinti. La finanza parassitica ebbe grande importanza in tutto il mondo antico;

 

11)  il tesoro; necessario in tempi nei quali di fatto era sconosciuto o pochissimo usato il ricorso al debito pubblico. Nell’età periclea, si pensò a rendere sacro il tesoro, dedicandolo alla cassa di Minerva, dalla quale poteva essere ritirato, a titolo di mero prestito, solo in circostanze di pericolo gravissimo. Dicesi che l’ammontare fosse giunto a 6000 talenti; e che 1000 fossero consacrati in modo particolarissimo, sotto pena di morte per chiunque avesse proposto di usarlo altrimenti che per sovvenire all’ultimo pericolo della città. Col declino della città, anche il tesoro venne meno;

 

12)  la trierarchia era una particolare specie di liturgia. Il triarca era il comandante della nave; e dall’ufficio suo discendeva l’obbligo di mantenimento di essa, di anticipo del soldo e vitto dell’equipaggio, il cui rimborso era lento ed incerto, di supplemento al soldo ed al vitto. Il peso della trierarchia era attenuato dall’esenzione da ogni altra liturgia, dall’immunità da nuove trierarchie se non trascorso un certo lasso di tempo e dal ricorso eventuale all’antidosi. A poco a poco l’ufficio di comando fu distaccato dall’obbligo finanziario. Si compilarono liste dei triarchi; ma gli iscritti furono appena 700 od 800 su 10.000 ricchi (357-6 a. C. sotto Periandro). Demostene, con lunga campagna oratoria, riuscì a rendere più equa la distribuzione dell’onere. L’istituto ebbe qualche momento felice, quando l’emulazione tra i comandanti delle navi fece sopportare volontariamente oneri superiori alle loro forze, ed un cliente di Lisia si vanta di essere stato, nei nove anni dal 410 al 402, otto volte corego, con un dispendio di 15.000 dramme e sette volte triarca con un sacrificio di 6 talenti; ma poi la invidia politica lo guastò;

 

13)  le epidoseis erano, come le liturgie, una donazione volontaria; ma ne differivano perché erano precedute da un voto solenne ed erano destinate a sopperire ad esigenze straordinarie. Lo spirito patriottico degli ateniesi era nell’età periclea così alto che, se il voto dell’assemblea fissava un minimo ed un massimo ognuno si sforzava di arrivare colla propria offerta al massimo;

 

14)  l’eisfora, od imposta diretta straordinaria, deliberata solo per la copertura di spese di guerra o altrimenti gravi od urgenti e distribuita su tutta la fortuna, mobiliare ed immobiliare, dei cittadini. Pare che essa sia una istituzione post-periclea del tempo democratico e quasi demagogico di Cleone, quando il tesoro pubblico essendo esaurito, fu necessario ricorrere agli estremi rimedi. La materia imponibile, detta timéma, era repartita in symmorie quasi uguali tra di loro; e dentro ogni symmoria, il riparto si operava secondo un «diagramma» nel quale era iscritta la fortuna di ogni symmorita. In questo stadio del riparto, doveva aver luogo un certo controllo vicendevole.

 

 

La eisfora pare fosse proporzionale alla fortuna; ma quando le difficoltà dell’esazione si fecero sentire, l’onere del versamento dell’importo totale fu attribuito ai 300 più ricchi ateniesi, col diritto di rivalsa sugli altri contribuenti. Di fatto, poiché era opinione comune tra gli ateniesi che i ricchi dovessero pagare prima che gli altri, ed in questa opinione anch’essi, per vanità od ambizione o alto sentire, consentivano, non sempre i grandi riuscivano o si curavano di farsi rimborsare dai minori cittadini. Costoro, uomini liberi, invidiosi, potenti nelle assemblee, non di rado sicofanti denunciatori, incutevano timore; sicché i ricchi, minacciati nella vita e negli averi, si adattavano ad accollarsi l’onere delle imposte altrui. L’eisfora era tenuta per più oppressiva della liturgia. In questa il sacrificio pecuniario era compensato spesso dall’onore: il corega durante le feste quasi diventava persona sacra; il triarca comandava la nave. Il contribuente all’eisfora nulla riceveva, se non l’onere di far parte di una classe sempre minore in numero di ottimati, soggetti all’obbligo del tributo e paurosi di coloro da cui avrebbero dovuto farselo in parte rimborsare.

 

 

Il popolo inclinava a pretendere confische; ed i tribunali, più terribili quasi dell’assemblea politica, infliggevano, su accusa di demagoghi e sicofanti, ammende e confische, incomparabilmente più arbitrarie delle imposte. Il ricco, esposto alle calunnie di oratori e di demagoghi, spesso ricattatori, non poteva far assegnamento sulla imparzialità dei tribunali, sfavorevolmente disposti contro una persona agiata la quale non avesse, con la sua prontezza ad offrire spontaneamente, dato prove evidenti del suo patriottismo.

 

 

248. Il quadro della finanza della città greca nelle grandi linee è compiuto. In esso si possono, idealmente, distinguere due sottotipi.

 

 

249. Il primo può dirsi pericleo in senso proprio ed è esempio davvero stupendo della finanza propria dello stato, nel quale la coscienza politica è giunta al suo massimo fiore. Nella tabella «politica» dei fini pubblici desiderati dai cittadini periclei emergono per importanza la sicurezza, la giustizia, la difesa nazionale, la assistenza ai vecchi, ai poveri meritevoli, ai reduci, i grandi lavori pubblici intesi alla gloria eterna della città, i salari agli uomini i quali dedicano tempo e ingegno alla cosa pubblica. Nel quadro delle entrate, hanno peso notevole le imposte sui consumi, in cui è insito un certo elemento di volontarietà, i contributi delle città alleate, deliberati dall’assemblea di esse a pro della cosa comune, le imposte sui non cittadini e le liturgie ordinarie e straordinarie. In queste il senso civico del cittadino ateniese raggiunge altissima espressione; i ricchi vanno a gara nel sobbarcarsi a singole spese, da cui sperano onore a sé e gloria e potenza alla città. Non tutto è volontario nella liturgia; ché la offerta volontaria è stimolata dalla emulazione per i generosi e dal disprezzo del popolo per gli avari.

 

 

La città tocca il fastigio più alto non a causa della finanza da essa condotta, ma la finanza periclea è nel tempo stesso condizione effetto ed indice della città giunta a perfezione politica.

 

 

250. Ma l’equilibrio così istituito fra potenza politica, gloria artistica filosofica e letteraria e finanza chiaramente consentita da tutti, poveri e ricchi, è delicatissimo. Laddove Cimone, ricco e splendido, aveva divelte le siepi dei suoi campi affinché i cittadini potessero coglierne liberamente le frutta ed ogni giorno convitava i bisognosi a pasto frugale ma sufficiente, Pericle, non potendo gareggiare col rivale, ricorse al denaro pubblico per conseguire il favore popolare. Poiché gli scopi perseguiti erano vantaggiosi alla cosa pubblica e Pericle conteneva la spesa entro limiti ragionevoli, la città continuò a prosperare. Ma, già nell’epoca periclea si avvertono i germi di degenerazione e questi si accentuano a mano a mano che la democrazia guidata dagli uomini migliori si muta in demagogia capitanata da meri ambiziosi e guasta da sicofanti. Invece che dall’ambizione e dall’emulazione, i ricchi sono spinti a donare le loro ricchezze alla città dalla paura propria e dall’invidia altrui.

 

 

Nella finanza post-periclea, ai lavori pubblici splendidi, al tesoreggiamento rivolto a tutelare l’avvenire della città, alla cura vigile della difesa, si sostituiscono a poco a poco nei primi posti della graduatoria dei fini pubblici le distribuzioni di frumento a tutti i cittadini, il salario pagato a tutti coloro i quali intervengono nelle assemblee, la distribuzione gratuita degli avanzi di bilancio. Il povero diventa sempre più esigente e pone il proprio ozio a spese altrui al disopra degli interessi cittadini. Nelle entrate, le liturgie perdono sempre più il carattere volontario ed al luogo dell’emulazione e del timore della pubblica disistima sottentra il timore dell’accusa calunniosa da parte di sicofanti armati del diritto di proporre morte e confisca a tribunali popolati di gente mediocre invidiosa. Le imposte straordinarie acquistano gran peso e ne sono fatti responsabili i più ricchi, timorosi di rivalersi sui mediocri, prevalenti nelle assemblee. Agli alleati, invece di contributi liberamente discussi, si impongono forti tributi, rassomiglianti alle argirologie estorte ai popoli vinti. Atene si avvia verso la decadenza, quando le moltitudini schiamazzanti nel foro presumono di potere vivere oziosamente a carico dei ricchi e dei sudditi. Quando la finanza, invece di essere costruita in modo da far sì che i ricchi diventino sempre più ricchi ed i poveri sempre meno poveri e che la rilevanza dei ricchi scemi proporzionatamente a quella dei mediocri e degli umili, è rivolta ad impoverire i ricchi, i poveri vieppiù immiseriscono e sovratutto perdono l’amore al lavoro ed alla città.

 

 

Quando il ricco del Simposio di Senofonte può affermare ai banchettanti di essere giunto a stimare la povertà, alla quale fu ridotto, al disopra di ogni bene; perché, ricco, viveva in continua ansia per i beni e la vita; ed oggi, povero, vive sicuro, non avendo nulla da perdere e sperando di acquistar qualcosa; perché, ricco, pagava imposte alla città; ed oggi, povero, la città, mantenendolo, paga imposte a lui; quando discorsi cosiffatti traducono, anche in parte, lo stato d’animo dei ceti medi, la città decade.

 

 

Sopravvivono nei secoli i monumenti dell’età periclea, ma la città di Pericle è morta per sempre.

 

 

251. La esemplificazione potrebbe prolungarsi. Celebre è il confronto tra gli schemi opposti della finanza borbonica e di quella cavourriana il quale fu istituito nel 1857, con ardente passione politica, da Antonio Scialoia esule in Piemonte e, per dovere d’ufficio, negato da Agostino Magliano, segretario nel ministero napoletano delle finanze.[2] Spoglio di quella passione, il contrasto si può riassumere così:

 

 

  • la finanza borbonica escludeva e quella cavourriana invocava la pubblicità. Non basta la buona onesta gestione del pubblico denaro, di cui i borboni si vantavano; importa che la onestà e la bontà siano sottoposte alla prova della pubblica critica;

 

  • la finanza borbonica preferiva i tributi sui consumi, che erano inavvertiti ed era aliena dai tributi sui redditi, i quali rischiavano di scontentare i ceti medi commerciali e professionali, per abito proclivi alla critica; la finanza cavourriana non temeva di chiamare a contributo palese quei ceti, i quali avevano luogo nel governo e partecipavano alle deliberazioni sulle spese e sulle entrate;

 

  • la finanza borbonica provvedeva alle opere pubbliche atte a dare incremento all’economia del paese entro i limiti dell’aumento spontaneo delle entrate al disopra delle esigenze delle spese ordinarie, sì da far credere che l’opera fosse dovuta a generosità del sovrano; la finanza cavourriana non temeva di anticipare con prestiti l’incremento del gettito tributario e lo provocava con opere di ferrovie, di canali, di navigazione atte a crescere la produttività del lavoro nazionale;

 

  • la finanza borbonica si vantava di assicurare ai suoi popoli un minimo di gravezza di imposta; la finanza cavourriana non temeva di crescere l’ammontare assoluto dell’onere tributario, quando, per il crescere della prosperità nazionale, il margine assoluto di reddito rimasto a disposizione dei cittadini anche esso cresceva.

 

 

252. Lo stesso schema per opposizione di principii opposti si legge, ed in seguito alla medesima esperienza, nelle pagine che Francesco Ferrara aveva consacrato alla pubblica finanza e che solo ora sono venute alla luce. Anche egli, esule dalle carceri borboniche e successore di Antonio Scialoia nella cattedra economica di Torino, è tratto a confrontare la gravezza delle imposte piemontesi e la tenuità di quelle napoletane.[3]

 

 

Io vedo il Piemonte sopraffatto dalle enormità degli aggravi che sta per subire, come conseguenza di una grande impresa fallita [la guerra d’indipendenza del 1848-49]; lo vedo rassegnato e tranquillo, convinto che si tratta di una necessità ineluttabile. Non so, ripeto, se ai tempi dell’assolutismo questo medesimo popolo avrebbe mostrato un’uguale impassibilità; ma so che sarebbe impossibile far pagare con uguale rassegnazione una metà di tanti pesi al popolo di Napoli e di Sicilia, dove un solo uomo è giudice, arbitro, esecutore dei sacrifici ai quali la nazione può essere chiamata (p. 748).

 

 

Che cosa gli uomini sono pronti a pagare a titolo di imposta?

 

 

L’imposta, nel suo puro significato, non sarebbe né un sacrificio propriamente detto, né una violenza esercitata su chi la paga da un potere superiore; sarebbe piuttosto il prezzo, ed un tenuissimo prezzo, di tutti i grandi vantaggi che a ciascheduno di noi lo stato sociale, lo stato organizzato presenta. Divisi l’uno dall’altro, o appena materialmente accozzati, come furono e sono i selvaggi, saremmo, riguardo alla società organizzata, ciò che è l’animale riguardo all’uomo. Lo stato sociale ci difende dalle aggressioni individuali e generali, interne ed esterne, ci assicura il possesso dei beni, ci sviluppa l’intelligenza, ci raffina il cuore, ci dirige le azioni; e dopo aver vegliato su ciascheduno di noi, dal nostro primo vagito sino all’estremo respiro, ci dà l’ultimo e forse il più caro di tutti i conforti, ci concilia coll’idea della morte, assicurandoci che custodirà colla medesima sollecitudine i beni che abbiamo accumulato ai nostri figliuoli e farà rispettare i loro diritti come ha fatto pe’ nostri. Questa immensa utilità di cui l’abitudine ci fa dimenticare l’alta importanza, è frutto di una serie di combinazioni, le quali costituiscono anche esse un travaglio umano, un travaglio che ha un valore, un travaglio che deve essere retribuito. È frutto delle leggi e della loro esecuzione; esige uomini che le pensino, le sanciscano, le facciano rispettare e ubbidire; esige mezzi di coercizione e di facilitazione; armi, truppe, prigioni, tribunali da un lato; strade, edifici, istituzioni, scuole, soccorsi, da un altro; e ciascheduno di questi mezzi, non è creazione spontanea della natura, è opera dell’ingegno e della mano dell’uomo, è travaglio che niuno farebbe se non gli si offrisse un compenso, se non divenisse per lui ciò che è per ogni altro, mezzo di sussistenza e d’industria. Chi può offrire questo compenso? Chiunque ne goda, cioè la società tutta intiera, cioè ciascheduno di noi. Noi che dall’insieme della combinazione sociale ricaviamo sicurezza personale e reale, mezzi di sapere e d’industria, considerazione e soccorsi; noi che invece di vegliare alla custodia della nostra capacità e delle nostre famiglie, riposiamo tranquillamente la notte, lavoriamo il giorno e produciamo i nostri mezzi di vivere; noi abbiamo, non già il dovere, ma il vantaggio di staccare una frazione dei nostri beni e cederla in compenso di chi lavora per noi, di chi fa e fa eseguire le leggi; di chi veglia dietro le nostre porte, di chi offre la scuola ai nostri figli, la strada a chi viaggia, la chiesa a chi prega, l’asilo a chi è povero, l’ospedale a chi è infermo. Eccovi l’idea dell’imposta nella sua purità. Nulla di più legittimo anzi di più volontario. È un contratto fra la maggioranza della società, e quella parte degli uomini che, o per le loro speciali abilità, o per motivi che qui non interessa discutere, rappresentano l’autorità costituita, il governo. È una frazione de’ nostri valori che diamo in cambio delle utilità inerenti allo stato organizzato; e se riflettiamo che, per ciascheduno di noi, il valore è minimo, l’utilità immensa, l’idea del sacrificio quasi sparisce, l’imposta non è più che una delle nostre spese necessarie e meglio calcolate. Lo stesso vocabolo imposta, colla nozione che vi è implicata, di costringimento, di obbligo, di violenza, ci sembra male adoperato e preferiremmo chiamarla non più che semplice contribuzione (I, 551-53).

 

 

Lo schema ideale, nel quale gli uomini quasi volontariamente accettano l’imposta coattiva come premessa necessaria al raggiungimento del fine comune, non sempre si attua. Essa non è sempre «contribuzione»; talvolta diventa taglia pagata ai Ferdinandi spergiuri:

 

 

Al contadino siciliano si dà ad intendere che egli paghi [l’imposta] soltanto per averne in cambio giustizia, mezzi di lavoro, protezione; e invece ne ottiene bastonate, esili, assassini, miseria (I, 553).

 

 

Non solo sotto i Borboni, ma anche negli stati costituzionali l’imposta può essere volta a malo uso.

 

 

Come mai in un governo temperato, un cattivo ministero [può] far ligie al suo volere le camere? trovare deputati e giornali che ne coprano e difendano le colpe e l’incapacità? l’imposta racchiude e spiega tutto l’enigma. L’imposta è la grande sorgente di tutto ciò che un governo corrotto possa speculare in danno de’ popoli; l’imposta mantiene la spia, incoraggia il partito, detta gli articoli dei giornali (I, 553).

 

 

253. In fondo agli schemi i quali sono stati analizzati fin qui, vi ha un pensiero comune: come la tabella mengeriana è premessa accettata della teoria del prezzo dei beni privati perché essa «registra» i gusti degli uomini e la loro relativa importanza, così, tra le tante, ha maggiori titoli all’accettazione come premessa per la teoria dell’imposta quella tabella «politica» la quale meglio delle altre sia frutto della volontà dei cittadini.

 

 

S’intende che vi può essere una volontà, come quella della città post periclea o del governo dei Borboni la quale, anche col mezzo di imposte a tipo di taglia, porta lo stato alla rovina; e vi può essere una volontà, come quella della città periclea o dello stato cavourriano che, grazie ad imposte-contribuzioni, procaccia gloria eterna al tempo ed al luogo in cui si manifestò.

 

 

Il teorico dell’imposta registra quelle due volontà e costruisce le teorie della imposta-taglia e dell’imposta-contribuzione. Lo storico inserisce i due schemi opposti nel quadro delle cause che condussero lo stato alla rovina od alla grandezza.

 

 

Come quella volontà si manifesti è incertissimo. Lo studio, che dovrebbe essere storico e perciò applicato concretamente a dati momenti e tempi, è appena iniziato. Forse il solo saggio notabile insieme per la potenza teorica e la concretezza storica è quello, già citato, di Maffeo Pantaleoni, il quale teorizza la formazione della volontà finanziaria nell’Italia del 1883. Quello schema, conforme alla realtà d’allora, non avrebbe avuto valore cinquant’anni prima e non sarebbe valido ora. Resta un modello per gli investigatori di ogni tempo.

 

 

254. Accanto a questi che si riferiscono ad esperienze storiche passate, merita ricordo lo schema wickselliano di registrazione della volontà dei cittadini rispetto alle pubbliche spese ed entrate[4] sia perché fu composto da un economista di prim’ordine, sia perché dichiara con suggestiva ingenuità quali condizioni dovrebbero essere soddisfatte nei moderni regimi rappresentativi affinché la domanda dei servizi pubblici potesse essere assimilata a quella dei beni e servizi privati.

 

 

Il Wicksell constata:

 

 

  • che le deliberazioni di maggioranza semplice dei parlamenti contemporanei non danno alcun affidamento di registrare la volontà comune o generale dei cittadini. La tirannia di una eccezionale maggioranza parlamentare non è meno «odiosa» di quella delle antiche oligarchie. Egli scriveva in un tempo (1896) in cui la maggioranza spettava ancora, in gran parte, alle classi alte e ricche, le quali sceglievano tipi e grandezza di spesa e tipi di imposte conformi ai proprii interessi e perciò intendeva proporre un metodo che impedisse sovratutto le manifestazioni di egoismo di quelle classi. Ma affermava che l’applicazione di quel metodo era anche nell’interesse delle medesime classi alte e ricche. Il loro predominio politico non poteva durare eterno; ed era opportuno che anche le classi lavoratrici, giungendo al potere, avessero già trovato operante un metodo, il quale, come prima avrebbe tutelato gli umili contro le sopraffazioni dei grandi, così dopo avrebbe difeso i grandi contro gli umili;

 

  • che nessuna spesa pubblica può essere veramente considerata utile alla collettività se non «sia riconosciuta come tale da tutte le classi sociali senza eccezione». Pare al Wicksell palesemente ingiusto «obbligare a partecipare al costo di determinate misure non solo chi non trae da esse alcun vantaggio, bensì addirittura chi ne risente un danno immediato»;

 

  • che la volontà di compiere la spesa non può essere considerata seria se nel tempo medesimo in cui essa è deliberata, non si deliberi altresì intorno al metodo da seguire per la ripartizione sui cittadini del relativo costo. La deliberazione della spesa non può essere dunque scissa dalla deliberazione contemporanea della correlativa entrata; il che soltanto, secondo il Wicksell, rende inoltre possibile quella «unanimità e spontaneità» delle decisioni la quale è la sola garanzia che la spesa sia voluta dall’universale;

 

  • che, nello stesso modo come la deliberazione della sola spesa per sé, astrazion fatta dall’entrata, non è cosa seria, così la deliberazione della spesa a condizione che essa sia coperta da «quella» entrata e non da altre, è praticamente impossibile. Attorno ad una spesa, per quanto bene accetta, non si forma maggioranza, anche semplice, quando la maggioranza sia costretta a collegare la spesa con una data imposta, la quale può essere invisa ai più. Sono però talmente numerose e varie le combinazioni le quali si possono fare di tale e tale spesa con tale e tale entrata, che, se davvero una spesa risponde ad un interesse collettivo, si può essere certi del suo accoglimento.

 

 

Esistono centinaia di modi di ripartire fra le varie classi sociali i costi di una progettata spesa pubblica: dal semplice testatico alle tasse abbastanza simili sulla farina, sul sale, sulle bevande spiritose, ecc., sino all’imposta progressiva sui redditi, sul patrimonio o di successione e sino anche alle imposte indirette di lusso. Sarà quindi sempre possibile teoricamente, ed in modo approssimativo anche praticamente, giungere ad una tale ripartizione dei costi che la spesa relativa, non appena ad essa corrisponda un’utilità superiore ai costi, venga riconosciuta conveniente da tutti i partiti e venga perciò approvata all’unanimità. Se ciò non fosse possibile in alcun caso, si avrebbe così una prova a posteriori, l’unica possibile, che l’attività pubblica in questione arrecherebbe alla collettività un utile non corrispondente al sacrificio necessario, e che essa dovrebbe quindi, razionalmente, essere respinta (p. 95).

 

 

255. La unanimità della decisione, contemporanea per ogni data spesa e per la corrispondente entrata, è l’unico criterio che possa avvicinare la tabella «politica» a quella mengeriana. Se «tutti» sono concordi nel ritenere che la spesa di 1 miliardo di lire per il raggiungimento di un dato fine pubblico è la migliore destinazione, fra le tante private e pubbliche possibili, di quel miliardo è se «tutti» sono parimenti concordi nel ritenere che quella tale imposta, la quale arrecherà ad ognuno un dato onere ben conosciuto e determinato, è il miglior modo di ripartire quel costo, fa d’uopo riconoscere che la tabella «politica» non differisce davvero in nulla dalla tabella mengeriana. Qualunque sia l’imposta scelta, sia pure di testatico o, all’opposto, progressiva in modo da avocare allo stato il 100% del reddito al disopra di un dato livello; se essa è voluta da «tutti», è certo che essa è accettata anche da coloro a cui apparentemente riesce dannosa; ed è perciò certo che anche costoro reputano essere il sacrificio sopportato minore del vantaggio ottenuto dalla pubblica spesa. Il che è precisamente quel che accade per i beni privati. Se un bibliofilo spende l’ultimo migliaio di lire rimastogli per acquistare il libro raro desiderato, chi parla di «avocazione» al libro dell’intiera fortuna del bibliofilo? Contento lui, contenti tutti. Così se il cittadino sacrifica volontariamente sull’altare della patria l’ultimo soldo, chi parla di confisca? Il sacrificio fu voluto da lui e ciò basta.

 

 

256. Caratteristica dell’unanimità e della contemporaneità (fra spese ed entrate singole contrapposte) è l’assenza, per i beni pubblici, così come pacificamente accade per i beni privati, di ogni paragone fra cittadino e cittadino. Non occorre fare il confronto fra i vantaggi differenziali (vantaggio della spesa pubblica meno costo dell’imposta) ottenuti dai singoli; non occorre alcuna condizione di uguaglianza o proporzionalità fra essi. Nessun uomo, quando fa un acquisto, decide di non comprare solo perché, comprando, egli sarebbe avvantaggiato di meno dell’amico o del vicino. Ognuno bada a sé; e compra, se gli conviene. Se poi all’amico o vicino conviene ancor di più che a lui, tanto meglio per l’amico o il vicino. Fanno eccezione alla regola solo i contadini piccoli proprietari, i quali volentieri rinunciano al proprio vantaggio di 1000, purché il vicino non lucri 100; ma tutti sono d’accordo nel dire che un siffatto modo emulativo di ragionare è proprio di ceti peculiari e tende ad obliterarsi persino tra i contadini a mano a mano che si affina la loro capacità raziocinativa economica.

 

 

257. Il sistema wickselliano incontra per fermo, nel pensiero medesimo dell’autore, talune difficoltà rilevanti nella sua applicazione. La prima è la impossibilità in cui si trovano i cittadini, salvo che nei più piccoli cantoni svizzeri, di deliberare direttamente sulla cosa pubblica. La deliberazione avviene sempre a mezzo di delegati, scelti nelle maniere più svariate. Chi garantisce che la volontà dei cittadini sia fedelmente riflessa dalla deliberazione dei delegati? La difficoltà, tuttavia, perde quasi tutto il suo vigore, se si pensa che le deliberazioni debbano essere unanimi. Fra i delegati vi è certamente qualcuno il quale rappresenta i desideri e le volontà delle minoranze più piccole. Per legittima ambizione di potere, per interesse elettorale o proprio, sempre vi ha taluno pronto a farsi innanzi a tutelare l’interesse o le aspirazioni di gruppi minimi di cittadini; sicché, nel do ut des delle deliberazioni collettive, qualunque interesse ha modo di farsi sentire.

 

 

258. La seconda è la impossibilità delle deliberazioni unanimi. Sarebbe, viene spontanea l’obbiezione, un risuscitare il liberum veto del nobile polacco, il quale condusse a rovina la Polonia.

 

 

Il Wicksell ammette perciò che l’unanimità debba intendersi in senso relativo come maggioranza speciale dei due terzi, dei quattro quinti od anche se si vuole, dei nove decimi dei delegati. Una votazione avvenuta a maggioranza così alta è in sostanza uguale alla unanimità. È suggestivo seguire il Wicksell nella esposizione del sistema:

 

 

Ogni proposta di nuova attività dello stato o di ampliamento di attività esistenti proveniente dal governo o da una frazione parlamentare dovrebbe essere costituzionalmente accompagnata da una o più proposte alternative circa la ripartizione dei costi relativi. Le altre frazioni parlamentari dovrebbero quindi introdurre i loro eventuali emendamenti sia per quel che riguarda la spesa da approvarsi, sia per quel che concerne i mezzi destinati a coprirla.

 

Si dovrebbe quindi procedere alla votazione sui singoli emendamenti in parte concordati ed in parte no, all’incirca nel modo seguente:

 

 

Proposta di nuova attività statale

Tipo di imposta correlativo

 

Votazione

 

a

 

b

Proposta principale A

 

c+d

 

e

 

f

 

 

a

Emendamenti A’

e

 

g

 

 

b

Emendamenti A’’

h

i+k

 

ecc.

 

 

Qualora con una di queste votazioni si sia raggiunta la maggioranza necessaria, dei tre quarti, cinque sesti o addirittura nove decimi dei votanti, la vittoria toccherebbe alla relativa combinazione (ad esempio proposta principale A con imposta e, ovvero emendamento A’’ con imposta i+k); se in parecchie di quelle votazioni si ottenesse la maggioranza necessaria, si potrà decidere fra di esse semplicemente ad esempio tenendo conto della maggioranza relativa di voti; se infine nessuna delle votazioni raggiungesse la maggioranza necessaria, si dovrebbe considerare come respinta per questa volta la proposta in questione (p. 68).

 

 

La riduzione od abolizione di talune spese e relative entrate seguirebbe nel medesimo modo. Una piccola minoranza dei delegati, suppongasi un decimo, avrebbe diritto di richiedere la abolizione dell’entrata e perciò della spesa relativa, e toccherebbe alla maggioranza speciale, quando voglia conservare la spesa, mettersi d’accordo nell’approvare un’altra corrispondente entrata.

 

 

259. Il metodo della contemporaneità delle deliberazioni – spesa e relativa copertura – agevola la distribuzione dell’onere di particolari spese a carico di quelle regioni o di quelle classi che dalla spesa traggono particolare beneficio. Se una minoranza di un decimo ha il diritto di mettere nel nulla spesa ed imposta, nessuna regione e nessuna classe ha ragione di sentirsi lesa da essa quando sia approvata. Se tale si sentisse, non avrebbe che da respingere la proposta. E perché la maggioranza dovrebbe rifiutare il consenso ad una imposta che il gruppo interessato è pronto a pagare?

 

 

260. Potrebbe dubitarsi che l’obbligo della contemporaneità delle deliberazioni relative all’entrata ed alla spesa faccia rivivere il sistema dei bilanci speciali, contro il principio fondamentale del bilancio unico prevalente nelle legislazioni moderne. In verità, è pacifico che tutte le spese statali debbano essere soddisfatte dall’unica cassa generale del tesoro e tutte le entrate debbano affluire alla stessa cassa. La creazione di bilanci speciali, grazie a cui determinate entrate affluiscono a pro di un bilancio particolare destinato a sovvenire a particolari spese, dà luogo ad un dilemma dannoso. Se le entrate sono inferiori alla spesa necessaria, il servizio è insufficientemente alimentato e soffre, con danno della cosa pubblica. Se le entrate superano le spese, gli amministratori del bilancio speciale credono di avere diritto ed interesse a spendere tutto ciò che affluisce alla loro cassa. Il denaro pubblico è sprecato, nel momento medesimo in che altri servizi sono insufficientemente dotati. Il controllo sulle entrate e spese è affievolito a causa dell’esistenza di particolari nascondigli, nei quali si accumulano piccoli tesori, che i gestori hanno interesse a sottrarre all’attenzione pubblica. Alla regola aurea che tutto arriva e tutto parte dall’unica cassa del tesoro debbono essere fatte perciò pochissime eccezioni, giustificate da particolari fortissime ragioni.

 

 

Lo schema wickselliano non turba tuttavia l’attuazione del principio del bilancio unico. La votazione simultanea delle entrate e delle spese ha valore puramente costituzionale. Di fatto, il grosso delle entrate e delle spese di ogni stato è eredità del passato e non è argomento di discussione. Non vi sono dubbi, ad esempio, sulla necessità di far fronte al servizio degli interessi e degli ammortamenti contrattuali del debito pubblico. Nessun partito, nessun gruppo si assume la responsabilità di far perdere la faccia allo stato. Lo stesso si dica per il grosso delle spese per la difesa, per la giustizia, per la sicurezza, per l’igiene, per l’istruzione, per le strade, ecc. ecc. Le discussioni ed i dubbi in realtà sorgono al margine: per le nuove spese che taluno vuole introdurre, per le vecchie spese che il tempo ha obliterato e della cui necessità pochi ormai hanno consapevolezza.

 

 

Solo in questo momento ha valore il principio della contemporaneità. Il gruppo il quale propone la nuova spesa, ha l’obbligo di proporre, nel tempo stesso, l’inasprimento di qualche vecchio o la istituzione di qualche nuovo tributo. Il gruppo, il quale male soffre una vecchia imposta, ha l’obbligo di proporre altresì l’abolizione del servizio che originariamente o per deliberazione successiva di carattere costituzionale era stato collegato con quella imposta. Solo in tal modo le deliberazioni hanno carattere di serietà.

 

 

Quando spesa ed imposta siano tuttavia state approvate, il legame tra esse rimane sospeso, sino al momento di una eventuale proposta di cessazione del servizio od abolizione del tributo. Il provento dell’imposta non è assegnato al servizio particolare, ma affluisce nella cassa generale; e questa provvede alle spese del servizio; sia o non bastevole ad esse il provento dell’imposta. Né ciò può far sorgere il pericolo che una spesa sia votata a cuor leggero contrapponendovi una imposta nominale di nessun conto; ché l’onere del servizio dovrà pur essere coperto con altre imposte o con l’uso del maggior gettito delle imposte esistenti; e rimarrà sempre in facoltà di una piccola minoranza di pretendere l’abolizione delle altre imposte o l’attenuazione delle aliquote dell’imposta a gettito cresciuto. Se la maggioranza dei quattro quinti o dei nove decimi delibererà di conservare lo statu quo, ciò vorrà dire che questo è da essa reputato meno dannoso della cessazione del servizio, il quale dovrebbe in caso contrario necessariamente venir meno.

 

 

Fuor dei due momenti iniziale e terminale il collegamento fra entrate e spese vien meno; e la regola del bilancio unico impera sovrana.

 

 

261. Il vero pericolo insito nel sistema della quasi unanimità è l’ostruzionismo. Una piccola minoranza, di un quinto o di un decimo dei delegati, potrebbe impedire il funzionamento dello stato; se ad essa non fossero fatte concessioni forse esorbitanti. Il diritto di veto della minoranza può essere arma perniciosa di ricatto in mano a minoranze prive di scrupoli. Il Wicksell non si turba perciò di soverchio:

 

 

Gli ostruzionismi sono l’arma della disperazione, le vendette meschine di minoranze i cui diritti sono calpestati (p. 128).

 

 

Qui si va alla radice del giudizio intorno allo schema wickselliano. Esso non può presumere di raffigurare la realtà di un momento storico. Sebbene nel pensiero del suo ideatore, esso fosse una proposta di perfezionamento delle costituzioni democratico-rappresentative esistenti nel suo tempo, pare tuttavia contrario all’esperienza storica supporre che un sistema di governo rappresentativo, sia a suffragio ristretto che universale, possa operare alla condizione posta da Wicksell: nessuna spesa e nessuna imposta potersi approvare se non con alta maggioranza speciale. Per potere affermare siffatta possibilità farebbe d’uopo avere osservato qualche luogo o tempo nel quale lo schema sia stato applicato con risultati favorevoli. Poiché siffatta esperienza non è nota, dobbiamo classificare lo schema tra quelli utopistici. Esso merita studio, come ogni altra «utopia», solo in quanto riassuma, in forma schematica, qualche aspetto della esperienza storica.

 

 

262. Lo schema wickselliano può essere considerato, in primo luogo, come l’astrazione teorica di un fatto storicamente reale: la consapevole delegazione della potestà tributaria ad un capo scelto da uomini giunti ad un alto grado di perfezionamento intellettuale e morale.

 

 

Rimanendo sempre nel campo della esperienza storica passata si ebbero nella storia del mondo epoche od attimi felici: l’Atene di Pericle, la città fiorentina in taluni momenti del duecento e del trecento, la Francia di Enrico IV e di Bonaparte primo console, l’Inghilterra di Beaconsfield e di Gladstone, il Piemonte del decennio cavourriano. In quelle epoche il consiglio decisivo spettò alla valentior pars della società; a quelle che Federico Le Play chiamò le autorità sociali e Platone definì nelle Leggi:

 

 

Vi sono sempre in mezzo alle moltitudini alcuni uomini divini, non molti invero, la cui consuetudine è d’un valore inestimabile; essi nascono non più negli stati ben ordinati che negli altri e chi vive negli stati bene ordinati, deve, per terra e per mare, mettersi continuamente sulle tracce di questi uomini incorrotti, in parte per raffermare quanto vi è di buono nelle istituzioni del proprio paese, in parte per correggerle, se v’è qualche difetto. Giacché senza queste osservazioni e ricerche… la perfezione dello stato non è mai durevole (trad. di A. Cassarà, libro XII, V, pp. 398-99; nella collezione dei «Filosofi antichi e medioevali» del Laterza).

 

 

In quelle epoche, per consiglio dei saggi, il comando spettò all’uomo od ai pochi uomini, che colla condotta privata, con l’altezza dell’ingegno, con le opere di pensiero o di azione compiute erano di esempio e di guida alla folla. In quell’attimo la città non sopraffece l’individuo e non lo considerò strumento nelle sue mani per fini posti fuori dell’umanità e l’individuo non suppose di essere estraneo al consorzio dei suoi cittadini, ma vivendo nella città esaltò se stesso e gli altri.

 

 

In quell’attimo gli ottimati dirigenti non furono i plutocrati od i demagoghi, i politicanti parlamentari od i cortigiani servili. Accadde, miracolosamente, ossia per il combinarsi di circostanze svariatissime che solo l’occhio sperimentato dello storico può precisare, che in quell’attimo gli ottimati furono i migliori, fossero essi scelti, come Sully, da un re assoluto, designati, come Bonaparte primo console, dalla vittoria militare, o come Cavour venuti fuori dalle urne elettorali; i migliori, ossia coloro che per conoscenza degli uomini, per esperienza di vita, per altezza d’ingegno, per attitudine al comando ed all’azione potevano guidare la nazione.

 

 

Quegli ottimati non erano quasi mai concordi nei particolari dell’azione, nella scelta dei mezzi per raggiungere il fine. Erano concordi solo nel fine, che era la grandezza della loro patria, raggiunta per mezzo della elevazione degli individui componenti la società. Non concepivano più grande e glorioso lo stato, se migliori non erano i cittadini. Essi erano stati scelti ed erano giunti al sommo del potere perché i cittadini, se non ancora erano fatti buoni, sentivano l’aspirazione al meglio ed istintivamente od ammaestrati da durissime esperienze scartavano i cattivi consiglieri e si affidavano ai buoni.

 

 

Si affidavano, il che voleva dire che ponevano i loro averi e le loro vite in mano ai capi che avevano scelto, sicuri che dalla prontezza della loro volontà di sacrificio sarebbe derivato più tardi vantaggio forse a sé e certamente ai loro figli.

 

 

263. In quegli attimi, v’era unanimità nella deliberazione delle spese e delle entrate pubbliche. Se il meccanismo wickselliano fosse stato legge costituzionale durante quegli attimi, non vi sarebbe stato traccia di ostruzionismo. Ogni volta, per ogni capitolo di spesa e per ogni tipo di imposta si sarebbe trovata la combinazione atta a raggiungere l’unanimità del suffragio. Ciò non sarebbe tuttavia accaduto perché fosse scritto nelle tavole costituzionali, sibbene perché tale era la volontà meditata della valentior pars e questa era seguita dal consenso unanime dei cittadini.

 

 

264. Lo schema utopico wickselliano è, in secondo luogo, l’astrazione teorica di un altro fatto storico, rarissimo, ma non ignoto del tutto. Se per qualche generazione, gli uomini si elevano intellettualmente e moralmente, se non si formano gruppi plutocratici o demagogici corruttori, se qualche dura esperienza ha dimostrato la inutilità delle sopraffazioni di ceti o di classi, se le forze dei ceti sociali sono tra loro equilibrate ed i ceti medi consentono l’ascesa del popolo e fanno da argine al prepotere dei plutocrati, accade, è accaduto che si sia diffusa nel paese l’atmosfera del «compromesso».

 

 

265. Parla il rappresentante ottantenne della terza generazione di una dinastia di economisti e filosofi, la quale ha illustrato la capitale del calvinismo, e cioè la sede di una un tempo intollerantissima tra le religioni protestanti:

 

 

Giovane, ho fatto anch’io le fucilate nel cortile e sulle scale del palazzo di città. Poi, ci siamo rassegnati a non vincere ed a tollerarci a vicenda. Il risultato della nostra vita di compromesso è che noi ginevrini paghiamo imposte forse ignote, per altezza, in altre parti del mondo. Sono contribuente a Ginevra, e, a due passi di qui nella Savoia francese; e pago, proporzionatamente ai redditi rispettivi, tre volte più di imposta a Ginevra che in Savoia. Eppure di pagar tanto di più sono contento. So perché pago. Vedo i servizi che mi sono resi. Ho discusso, direttamente o per mezzo dei miei rappresentanti, soldo per soldo ogni aumento di spesa ed ogni aumento di imposta. Così, dappertutto, nei nostri cantoni. Un mio allievo, ticinese, mi raccontava che nel suo villaggio discussero per anni intorno all’erezione di un’umile fontana pubblica di acqua. Alla fine tutti erano persuasi. Anche coloro che non son persuasi, accedono, dopo la deliberazione della maggioranza, all’opinione altrui e la fanno propria. La «accessione» della minoranza all’opinione della maggioranza è la vera sanzione della spesa pubblica. Sono convinto che solo così le spese pubbliche sono tempestive ed utili alla collettività.

 

 

266. Così parlava il saggio. Dalle sue parole riterrò solo quella di «accessione». Lo schema wickselliano può passare dal terreno dell’utopia in quello della realtà operante quando una combinazione eccezionale di circostanze storiche ha creato l’atmosfera del compromesso e dell’accessione. Compromesso, che vuol dire persuasione a poco a poco divenuta generale che nessuno dei ceti sociali, dei gruppi economici, delle correnti di pensiero ha tanta forza di vincere del tutto gli altri; sicché, nella discussione dei contrastanti punti di vista, della scelta da farsi tra fini e mezzi, ogni gruppo è indotto ad abbandonare la parte più caduca della propria tesi ed a ridursi all’ultima trincea del nucleo essenziale di essa, il quale non può essere abbandonato senza rinunciare alla propria ragion d’essere. All’ultimo, prevale la maggioranza. Ma la maggioranza sa che la sua vittoria non sarebbe durevole se essa non fosse seguita dalla accessione della minoranza. Avvenga con o senza votazione formale, la decisione è di compromesso solo quando è seguita dalla accessione; quando cioè la minoranza, a compromesso avvenuto, fa propria la tesi della maggioranza, nel senso di dare opera alla sua attuazione con la stessa lealtà e la medesima fede come se la tesi fosse sempre stata sua.

 

 

Perché vi sia accessione, è necessario che la maggioranza non spieghi tutta la forza di cui è capace; fa d’uopo si arresti cioè al punto nel quale la vittoria del proprio ideale, la consecuzione del proprio fine vorrebbe dire distruzione e rovina o anche solo gravissimo nocumento per il vinto. Se la maggioranza è capace di così trattenersi sulla via del trionfo sui concittadini, il suo trionfo è compiuto, perché si trasforma nel volere concorde di tutti, vincitori e vinti.

 

 

267. In questo quadro storico muore l’imposta e nasce la «contribuzione»che avevano vagheggiato i fisiocrati[5] e Francesco Ferrara. È necessario dire che l’orgoglio col quale il saggio di Ginevra mi parlava delle altissime contribuzioni da lui pagate, e quello col quale Antonio Scialoia additava ai napoletani quelle, pur alte, consapevolmente pagate dai piemontesi del tempo di Cavour sono fatti rari nella storia?

 

 

268. Wicksell poneva un meccanismo costituzionale nel luogo dove deve essere collocata l’esperienza storica. Per sé, il meccanismo costituzionale è il nulla. L’ho ricordato solo per chiarire come sia eterna nei teorici la aspirazione ad estendere il dominio della tabella mengeriana dal campo della vita privata a quello della vita pubblica. Il paradosso supremo della imposta e cioè la inapplicabilità della tabella mengeriana alla finanza e la necessità di trovare ad essa un surrogato sono alla radice degli schemi «politici» dell’imposta. La maggior parte degli schemi che si possono astrarre dalla esperienza storica sembrano dar ragione a coloro i quali, come Marx, li proclamano frutto esclusivo degli interessi della classe economicamente dominante o, come Pareto, derivazioni pseudo logiche messe avanti dai gruppi politici governanti. Ebbero però esistenza storica anche gli schemi della città periclea, del decennio cavourriano, della finanza di compromesso con accessione. Bastano queste esperienze per dare, in materia tributaria, diritto di cittadinanza a schemi proprii in apparenza della città ideale. Sono essi, tuttavia, meri schemi di «utopie» sogni chimerici di quel che «dovrebbe essere» o leggi storiche della realtà che «è» e vive ed opera? Pure qui, nell’umile campo dei tributi, si rinnova l’eterna contesa fra l’essere e il dover essere, fra il reale e l’ideale, fra quel che si vede si tocca e pesa su di noi e la meta invisibile diuturnamente forse vanamente perseguita alla quale l’animo nostro aspira. V’ha taluno il quale nel mondo vede solo oppressi ed oppressori, classi soggette e classi dominatrici; e crolla tristemente il capo a sentir parlare della ragione come della regolatrice delle cose umane. Ognuno di noi è costretto talvolta dall’esperienza vissuta e contemplata a far propria la trista disperata conclusione. Nelle teorie messe innanzi a spiegare il perché degli accadimenti umani, e, nel campo nostro tributario, il perché delle imposte esistenti, siamo spesso forzati a vedere solo strumenti pseudo-logici utili a coonestare il fatto bruto dell’imposta prelevata a carico dei dominati a vantaggio dei dominatori. Poiché le imposte sono, in ogni tempo e luogo, quelle che sono, queste soltanto, si pensa, importa studiare, di queste analizzare il meccanismo, di queste conoscere le ragioni d’essere e gli scopi a cui servono. Importa conoscere i sentimenti ed i ragionamenti i quali furono alle radici delle imposte che furono e sono, non di quelle che possono essere costrutte sulla base della pura logica. Può darsi che i ragionamenti addotti dai legislatori a spiegare questa o quella imposta esistente siano pseudo-ragionamenti, può darsi che in fondo alla «formula politica» (Mosca) od alla «derivazione» (Pareto) addotta nei documenti legislativi a spiegare quell’imposta si trovi il nulla logico, può darsi che formule e derivazioni siano mere «illusioni» (Puviani). Che monta? La «scienza» si occupa delle imposte «che sono» non di quelle «che mai non Furono», scruta le leggi dei «fatti» non delle «utopie»; vuol giungere alla conoscenza delle origini e delle variazioni degli istituti che esisterono nel passato ed esistono oggi, non di quelli che sono scritti sulla carta dei loici. Poiché la finanza periclea ebbe realmente vita, essa deve essere studiata, uno tra i mille e mille fatti empirici dei quali gli annali umani conservano il ricordo; ma poiché le finanze di Dionigi il grande e di Cleone il demagogo occupano negli annali medesimi ben più lungo e ripetuto corso di tempo, le leggi delle finanze di Dionigi e di Cleone, della finanza monopolistica (De Viti) e di quella demagogica, debbono essere studiate con ben maggior attenzione di quelle delle finanze di Pericle, del capo scelto dalla volontà unanime e spontanea del popolo. Quella è la realtà quotidiana di tutti i tempi e di tutti i luoghi, questa è la realtà dell’attimo fuggente. La «scienza» deve pesare i fatti secondo la loro importanza effettiva e dare ad ognuno di essi il luogo che essi in verità hanno avuto ed hanno nella storia degli uomini: una pagina a Pericle ed un volume a Dionigi ed a Cleone.

 

 

269. Ebbene no. Questa è falsa storia ed è falsa teoria. I fatti accaduti non si misurano in ragion del tempo da essi occupato, dello spazio a cui si estesero, dei popoli che ne furono attori o spettatori. Vi è tal fatto che vale milioni di altri fatti di uguale e maggiore dimensione nel tempo e nello spazio. Tra la breve predicazione di Cristo ed il lungo ed agli occhi dei contemporanei fortunato e glorioso reggimento di Filippo II o di Luigi XIV vi è l’abisso. Quella predicazione mutò veramente le sorti del mondo, fece gli uomini diversi da quel che erano; quei gloriosi reggimenti a malapena riuscirono ad increspare le lievi onde della storia di una parte d’Europa. Potenti ed umili, sapienti e semplici, raffinati e primitivi, buoni e malvagi ricordano e ricorderanno nei secoli la parola di Cristo, laddove di Filippo II e di Luigi XIV leggono gli scolari nei libri di testo e discorrono dottamente gli storici, ma forse col tempo non discorreranno neppur più. I massacri di settembre, gli ultimi giorni di Maria Antonietta, la fuga di Varennes, gli affogamenti di Nantes, il mistero di Luigi XVII e di Naundorff hanno fornito e forniranno materia inesausta a libri eruditi commoventi appassionanti alla Lenotre; ma lo storico indugerà nei secoli a studiare il movimento di idee e le trasformazioni sociali che condussero alla dichiarazione dei diritti dell’uomo. Noi leggiamo con interesse vivo in Le Pesant de Boisguillebert, in Vauban, in Pompeo Neri le notizie particolari delle disuguaglianze nel reparto delle imposte a pro dei potenti, dei nobili, del clero, delle città contro i deboli, i plebei, i contadini; ma perché quelle notizie non sono mera cronaca delizia degli eruditi e gioia degli amatori di tempi perduti? perché Boisguillebert e Vauban e Neri le innalzarono a ragion di critica contro gli ordinamenti effimeri della decadente monarchia francese e della Lombardia spagnuola, perché sotto i colpi del loro ragionamento quegli ordinamenti, che pure erano un fatto, vennero meno ed al loro luogo trionfò l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini dinnanzi all’imposta.

 

 

270. Esiste dunque una gerarchia nei fatti accaduti; e non è né storico né teorico chi non la sa vedere. La gerarchia esiste anche in quell’umilissima categoria di fatti accaduti che si dicono di imposte e di finanze. Anche essi, sebbene attinenti al «vil metallo» hanno una propria varia dignità. Lo storico e il teorico non sono liberi di dare ad ogni imposta, ad ogni sistema di finanza, ad ogni schema di provvista dei mezzi necessari alla cosa pubblica lo stesso peso. Fa d’uopo cercare attraverso la rude corteccia del fatto bruto, dell’imposta empiricamente esistente in ogni tempo ed in ogni paese il nocciolo essenziale, l’idea informatrice, la meta ultima. Se noi, per un istante, chiamiamo «periclea» la finanza ideale, e «quotidiana» quella corrente di fatto nei diversi tempi e luoghi, dico che lo storico il teorico deve sovratutto avere lo sguardo rivolto alla finanza periclea.

 

 

La finanza «quotidiana» è la finanza a cui gli uomini debbono diversamente ubbidire nei diversi luoghi e tempi. Debbono ubbidire perché l’ordine politico e la convivenza sociale sarebbero distrutti se gli uomini non ubbidissero con pienezza di ossequio alle leggi vigenti. Essa è un fatto, degno di studio e di meditazione. Giustamente i trattatisti ne indagano le leggi empiriche, riconnettendola ai miti, alle formule, alle derivazioni invalse nella comune opinione del tempo ed interpretandola in base all’ordinamento generale del diritto pubblico e privato. Ma essa, la finanza «quotidiana» è un fatto apparente, precario, transeunte. È materia bruta alla quale non può essere data vita perenne da meri miti, formule, derivazioni, opinioni invalse e costruzioni giuridiche.

 

 

Accanto ad essa, la finanza «periclea» sembra priva di sostanza, sogno utopistico; ed è invece la realtà vera. Nel cuore degli uomini essa è la sola viva. Di fronte all’altra, essa è giudice ed esecutrice delle alte opere di giustizia. L’imposta «quotidiana» deve presentarsi alla sbarra del tribunale della «contribuzione» fisiocratica e ferrariana (cfr. sopra paragrafi 252 e 267); e lì deve rassegnarsi ad essere giudicata. Gli uomini, quando ragionano dell’imposta «quotidiana» e discutono se essi debbono conservarla o riformarla o mutarla, hanno fisso dinnanzi agli occhi della mente l’ideale pericleo. Anche se essi sono in apparenza mossi a riformare o distruggere da un altro mito tributario, in verità così fanno perché sono rosi dal dubbio logico. Il demone della ragione turba il loro senso di ubbidienza agli ordini correnti e li persuade a confrontare il fatto quotidianamente sofferto e l’ideale intravisto; ed essi, riconoscendo il fatto calante in confronto all’ideale, lo vogliono mutato ed alla lunga lo mutano.

 

 

Il mutamento ha luogo attraverso tentativi faticosi di avvicinarsi a quell’ideale di finanza periclea che già aveva fornito le armi logiche per negare il fatto bruto esistente. La nuova realtà la quale verrà fuori dal contrasto tra la finanza «quotidiana» e quella «periclea» non sarà in tutto questa, forse sarà da essa diversa e lontana. Talvolta accade che, al termine del conflitto, la nuova realtà sia inferiore a quella abbattuta, inferiore perché più lontana dall’ideale pericleo. Ma questa resta la meta alla quale gli uomini, attraverso sforzi ripetuti, non di rado vani, tendono. Essa è dunque, nel tempo stesso, strumento di critica perenne contro la finanza quotidiana e meta verso la quale gli uomini camminano.

 

 

271. Lo sforzo di attuare la finanza periclea, la ottima imposta, si applica, oltreché agli istituti fondamentali, a quelli peculiari dell’ordinamento finanziario. Lo storico di grande marca studia le cause finanziarie della decadenza dell’impero romano, della rivolta delle tredici colonie americane contro l’Inghilterra o della rivoluzione francese. Il modesto storico della finanza si attarda con predilezione nell’indagare perché l’imposta a superficie si sia a poco a poco trasformata in imposta a decima e questa in quella sul prodotto netto; vi si attarda perché vede in siffatte mutazioni l’idea corrodere invincibilmente il fatto antico e mutarlo nel fatto nuovo. L’imposta primitiva di lire dieci, suppongasi, per ogni jugero o giornata o campo fu accettata dagli uomini finché essi pascolavano o coltivavano jugeri gli uni simili agli altri, i migliori tra i pascoli o tra i campi esistenti. L’intelletto umano vedeva il fatto razionale nel fatto bruto e ad esso si inchinava. Quando, moltiplicandosi gli uomini sulla terra, dovettero essere pascolati o coltivati terreni inferiori, la ragione reputò iniquo che i terreni cattivi dovessero pagare 10 lire per ogni jugero al pari dei buoni; e reputò ancora più iniquo, che in conseguenza di siffatto modo di pagare tributo, talun privato si locupletasse senza vantaggio della cosa pubblica. Infatti se tutti gli jugeri pagano 10 lire; ma il peggior jugero che deve essere messo a cultura per soddisfare il bisogno di cibo della popolazione frutta 5 sacchi, ecco il costo del frumento prodotto sullo jugero peggiore crescere, a causa dell’imposta, di 2 lire a sacco; e, poiché nessun sacco di frumento può essere sul mercato venduto a prezzo diverso da quello di ogni altro sacco, ecco il prezzo di tutto il frumento, tratto dai terreni buoni, da quelli mediocri e da quelli cattivi, crescere di 2 lire a sacco. Epperciò il proprietario del buon terreno dai suoi 20 sacchi cava 40 lire di più, e quello del terreno mediocre dai suoi 10 sacchi 20 lire di più; ma poiché tutti, buoni mediocri e cattivi, versano allo stato ugualmente 10 lire, il proprietario del terreno buono resta con un guadagno di 30 lire e quello del terreno mediocre di 10 lire. Laddove il proprietario del terreno cattivo versa quanto riscuote e nulla guadagna. Perché? chiede l’uomo ragionante. Perché lo stato deve ricevere solo 10 e 10 e 10 lire; ed i consumatori del frumento prodotto nei 3 campi debbono pagare, a causa dell’imposta, 40 e 20 e 10 lire di più di prima? Perché le differenze di 30 e 10 lire debbono essere serbate dai proprietari dei terreni migliori e mediocri? Quale pubblico servigio hanno essi reso alla comunità per meritare tanto guiderdone?

 

 

Poiché dinnanzi al tribunale della ragione la risposta non viene od è reputata calante, il fatto «imposta a superficie» cessa di essere un fatto. Al luogo suo, sottentra, fatto nuovo, l’imposta a decima. Ogni jugero pagò in ragione del proprio prodotto: il terreno buono che produceva 20 sacchi di frumento fornì allo stato 2 sacchi; il mediocre, producendone 10, diede 1 sacco e quel cattivo che ne produceva 5, diede mezzo sacco solo.

 

 

Finché la ragione fu appagata, il sistema durò. Ma venne il giorno, in che un coltivatore meditante pensò di arare più profondamente il campo o di ammendarlo con marne o di arricchirlo con concimi forestieri o, spianatolo, di irrigarlo. Il terreno che fruttava 10, rese 30 sacchi. Ma le opere assoldate e le altre spese necessarie alla cultura invece di assorbire 2 sacchi su 10 ne assorbirono 15 su 30. Al coltivatore convenne tuttavia migliorare perché invece di 8 restò con 15 sacchi di prodotto netto. A questo punto, il metodo tenuto dallo stato nel prelevare l’imposta parve però a lui di nuovo iniquo. Prima, quando tutti lavoravano con l’aratro a chiodo e si contentavano, per migliorarla, di lasciar riposare la terra per un anno o due, il costo proporzionale del produrre sia 20, che 10 che 5 sacchi sulle tre qualità di terreno era moderato ed uniforme. In una società agricola patriarcale, anzi, un costo quasi non esisteva. Il prodotto era, per la famiglia lavoratrice, lordo e netto nel tempo stesso, tutto essendo remunerazione del lavoro prestato dalla famiglia. Quando, coll’intensificarsi delle culture, fu d’uopo ricorrere ad opere estranee alla famiglia, ecco il produttore tardigrado ottenere solo 10, ma, come si disse, spendere anche solo 2; e l’avventuroso spendere 15 per ottenere 30. Il primo seguita a dare allo stato 1 sacco su 10, laddove il secondo ne deve dare 3 su 30. Ma il primo, in verità, dà in tal modo 1 sugli 8 sacchi che gli restano netti da spese ossia il 12,50%, ed il secondo dà sui 15 a lui restanti, il 20%. Ecco premiato l’infingardo e punito il diligente ed intraprendente.

 

 

Di nuovo, la disuguaglianza ed il danno non sanno giustificar se stessi quando sono tradotti dinnanzi al tribunale della ragione; e nuovamente perciò il fatto «imposta a decima» cessando di essere un fatto, diventa un’ombra nel mondo che fu; ed al luogo suo sottentra il fatto nuovo «imposta sul prodotto netto».

 

 

Le trasmutazioni non sono chiuse a questo punto; anzi seguono continue e varie e ricche. I tipi più diversi di imposte: personali e reali, ad aliquota costante o progressiva, sul reddito o sul capitale, periodiche o saltuarie, sui vivi e sui morti, sui consumi e sui guadagni, sulla generazione presente e su quelle avvenire, sui redditi normali o su quelli di eccezione si combattono e si alternano. Ogni istituto od ogni metodo tributario ha tuttavia vita precaria; anzi non è propriamente in se stesso vivo, traendo speranza di continuità solo dalla propria conformità a ragione. Nessuno di essi è sicuro di sé, se non sappia rendere conto di sé all’unico giudice che in siffatta materia avvinghia e manda ed ha nome «ragione».

 

 

272. Perciò dico che il vero oggetto della «scienza» finanziaria non è il fatto precario dell’ieri o dell’oggi o del domani, ma è l’ideale che la ragione umana contempla quando guarda ai fatti correnti. Il fatto quotidiano è l’ombra che passa, l’ideale è la sola realtà eterna. Perciò dico ancora che la vera realtà non è la finanza quotidiana, ma l’ideale finanza periclea. La finanza quotidiana è la cianfrusaglia dell’aneddottame cronachistico, è la delizia dell’erudito, è la materia molle delle comparazioni fra stati e tempi diversi, è il terriccio fecondo nel quale germinano doviziose le «nuove» generalizzazioni utili alla conquista delle cattedre universitarie. La diremo dunque sola e vera realtà, solo e vero «fatto» degno di studio? Ohibò! Fatto vero quello che oggi è e domani muore, quel che ad un urto della fantasia del politico di genio o del ragionamento implacabile dell’uomo di studio cade a terra in frantumi! Se così piace, ammettiamo la esistenza di entrambi i fatti: sia della finanza quotidiana come della finanza periclea; ma a gran distanza l’uno dall’altro. Il primo è ombra di realtà che par viva; il secondo è la sola realtà vivente. Il primo è materia bruta caduca, il secondo è spirito perenne. La finanza quotidiana è un composito di «imposte» che gli uomini «debbono» pagare; la finanza periclea è la «contribuzione» di cui gli uomini dicono: «voglio» pagarla.

 

 

A far pagare coattivamente imposte son buoni i reggitori qualunque. Ma il capo scelto dalla valentior pars dei cittadini, l’uomo divino di Platone intende elevare i mortali dalla città terrena alla città divina, dove la parola «imposta» è sconosciuta, perché tutti sanno la ragione ed il valore del sacrificio offerto sull’altare della cosa comune.

 

 



[1] Il quale l’aggiunge ai tre tipi della finanza regia, satrapica e cittadina analizzati nelle «Economiche» del pseudo-Aristotile. Vedi la larga esposizione che dei risultati ottenuti da Andréadés fa Athanase I. Sbarounis in André M. Andréadés, fondateur de la science des finances en Grèce, Paris 1936, pp. 27-29. Cfr. anche i capitoli dal quarto al sesto del libro di Charles J. Bullock, Politics, Finances and Consequences. A study of the relations between Politics and Finance in the Ancient World, Mass., Cambridge 1939; ed i capitoli sesto e settimo del libro terzo della Storia dei greci dalle origini alla fine del secolo V di Gaetano De Sanctis, Firenze 1939.

[2] Un riassunto del dibattito si può leggere in una nota: «Di una controversia tra Scialoia e Magliani intorno ai bilanci napoletano e sardo», nel quaderno del marzo 1939 della «Rivista di storia economica», pp. 78 sgg.;dove è ricordata anche la bibliografia. Il segretario Magliano è, col nome di Magliani, meglio conosciuto come ministro delle finanze durante parecchi ministeri Depretis dal 1877 al 1887.

[3] Francesco Ferrara, Lezioni di economia politica. Opera pubblicata per iniziativa dell’Istituto di politica economica e finanziaria della R. Università di Roma, e cioè per merito di Alberto De Stefani (Bologna 1934-35). Il trattato della finanza è contenuto nel vol. I, pp. 551-765. Lo schema che ci interessa è tratteggiato a pp. 747-49,551-54, e fu con larghi estratti riassunto nel mio Francesco Ferrara ritorna, in Nuovi saggi, Einaudi, Torino 1937, pp. 398 sgg., e di nuovo in Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche. Edizioni di storia e letteratura, Roma 1953, pp. 27 sgg.

[4] Knut Wicksell, Finanztheoretische Untersuchungen, Jena 1896. Il secondo saggio: Ueber ein neues Prinzip der gerechten Besteuerung e principalmente i paragrafi IV, V, VI ed VIII interessano l’argomento trattato nel testo. Il saggio è tradotto per intiero nella «Nuova collana di economisti stranieri e italiani», vol. IX, pp. 68 – 129.

[5] Cfr. per una esposizione di quella che ritengo essere la sostanza della teoria fisiocratica dell’imposta, ben diversa dalla caricatura di essa che i fisiocrati medesimi divulgarono col nome di imposta unica sulla terra, il mio saggio Contributi fisiocratici alla teoria dell’ottima imposta, in «Atti della reale accademia delle scienze di Torino», vol. LXVII, 1931-32, rielaborata in The Physiocratic Theory of Taxation, in Economic Essays in Honour of Gustav Cassell (London 1933), pp. 129-42. Ristampato nella edizione del 1940 degli Scritti di economia e finanza, edizione del 1941, Einaudi, Torino, saggio ottavo, pp. 332-61.

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