Tratto da:

Corriere della Sera

Scioperi e serrate a Milano nel 1903

«Corriere della sera», 11 luglio 1904

 

 

 

L’ufficio del lavoro della Società Umanitaria – più sollecito del Ministero di Roma – ha pubblicato ora un volumetto coi dati completi su gli scioperi, le serrate e le vertenze fra capitale e lavoro nella nostra città nell’anno scorso. È interessante spigolare alcuni dati in questa statistica. L’anno 1903 segna un regresso nel numero degli scioperi. Questi che nel periodo 1879-1900 erano stati appena 232 in tutto, riflettenti 28 mila operai, erano balzati nel 1901 ad 88 in un solo anno con 33 mila operai e ad 89 nel 1902 con 30 mila operai. Nel 1903 sono solo più 52 ed appena 12.213 operai vi parteciparono. Ed è significativo anche il mutamento nelle cause che hanno provocato questi scioperi. Negli ultimi tre anni dal 55 al 62 circa per cento del numero totale degli scioperi fu dovuto a motivi riflettenti il salario; ma mentre nel 1901 quasi tutti questi scioperi per salari (il 99,75 per cento) si facevano per chiedere un aumento di salario, e nel 1902 ancora la proporzione era del 98,5 per cento, nel 1903 si riduce all’81,64 per cento e per il 18,24 per cento invece si tratta di scioperi fatti per resistere a diminuzioni di salario pretese dagli industriali. Del pari crescono gli scioperi di solidarietà per impedire i licenziamenti dei compagni e per rifiutare l’applicazione dei regolamenti di fabbrica. Segno che le cose non volgono più così propizie agli operai come nei primi tempi. E di ciò abbondano gli indizi. Se si bada all’esito degli scioperi, si vede che quelli che ebbero esito favorevole furono nel 1901 l’84,9 per cento, nel 1902 il 23 e nel 1903 il 32,4 per cento, quelli che finirono con transazioni furono rispettivamente il 7,5, il 72,4, e il 51,1 per cento e quelli che ebbero esito contrario il 7, il 4 e il 16,3 per cento. Il massimo di esiti favorevoli lo si ebbe nel primo anno, mentre nel secondo anno si ebbe un massimo di transazioni. Nel 1903 continuano a prevalere le transazioni ma si ingrossano pure assai i casi di esito contrario, segno che vi è crescente difficoltà a vincere sul terreno dello sciopero. Specialmente incontrarono difficoltà a vincere gli scioperanti che chiesero un aumento di salario: di questi nel 1903 ben 23,1 per cento vide respinte in tutto le proprie domande.

 

 

L’Ufficio del lavoro ha fatto un calcolo – avvertendo che desso è solo approssimativo sui guadagni e le perdite degli scioperi.

 

 

Nel 1901 si persero in salari 895 mila lire ed in sussidi 111 mila lire, in totale 1.006.825 contro un guadagno di 3.296 mila lire di salari in più e 1.803.417 ore di lavoro in meno. Nel 1902 si perdono 706 mila lire e si guadagnano 1.278.925 lire di salari in più e 8.156.350 ore di lavoro in meno. Fin qui l’attivo supera il passivo per gli operai. Ma nel 1903 i risultati cambiano. La perdita è di 654 mila lire; ed i guadagni sono solo di 260 mila lire di salari in più e 263.400 ore di lavoro in meno. Pure ammettendo che i calcoli pel 1901 e 1902 fossero soverchiamente ottimisti, è certo che il 1903 non è stato propizio agli operai che scesero in lotta coi loro padroni.

 

 

Migliori sorti ebbero quegli operai che, senza scioperare, si limitarono ad avere delle “vertenze” coi principali composte amichevolmente o coll’intervento dei probiviri, o della Camera del lavoro o di altri Enti. Le vertenze furono 49 nel 1901, 73 nel 1902 e 54 nel 1903. La percentuale degli operai interessati che ottennero esito favorevole alle loro domande crebbe dal 48,3 per cento nel 1901, al 52,6 per cento nel 1902, e al 59 per cento nel 1903. Le vertenze che finirono con transazioni crebbero pure dal 4,3 al 13,3 e al 35 per cento; mentre quelle che ebbero esito contrario diminuirono dal 47,4 per cento nel 1901, al 34,1 per cento nel 1902 e al 6 per cento nel 1903. È un quadro perfettamente contrario a quello degli scioperi. Mentre negli scioperi aumentano le sconfitte e diminuiscono le vittorie e le transazioni, nelle vertenze invece crescono queste e diminuiscono le prime. Il che proverebbe che vale meglio mettersi d’accordo fra industriali ed operai piuttostoché venire a lotta aperta.

 

 

Un’ultima osservazione. Il presente rapporto è molto più sereno ed oggettivo di qualche altro pubblicato tempo fa dall’Ufficio del lavoro dell’Umanitaria e di cui ci occupammo sul Corriere. Il relatore pare si lagni però di non avere ottenuto sempre i dati degli industriali, i quali non sempre si mostrarono disposti a fornirli. Ma a togliere in futuro questi inconvenienti, non sarebbe bene che dai rapporti, ufficiali, come questo, fosse tolta, anche nel modo di narrare i fatti, qualunque intonazione che potesse sembrare partigiana? Perché, ad esempio, dare nella relazione dei consigli agli operai sulla bontà dell’organizzazione e lamentare le clausole nere, che, dopotutto, in paesi civilissimi sono accettate dalle Leghe le quali si impegnano sotto pena di multe, all’osservanza dei contratti? Sono piccole cose, che vanno tolte in statistiche ufficiali.

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