Sconfitte dolorose

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 08/04/1902

Sconfitte dolorose

«La Stampa», 8 aprile 1902

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 481-484

 

 

Gli scioperi agrari nel Polesine, nel basso modenese, nel mantovano finiscono quest’anno tutti ad un modo: con la sconfitta schiacciante e generale dei contadini. Questi hanno resistito fin che hanno potuto; hanno a passo a passo abbandonato il terreno su cui si erano posti; e ad ogni abbandono hanno dovuto far seguire una nuova ritirata.

 

 

Nel Polesine i contadini avevano scioperato ponendo una pregiudiziale alle trattative coi proprietari: che questi dovessero discutere unicamente con la federazione generale delle leghe. I proprietari tennero duro riuniti in associazione e dichiararono che erano disposti a trattare non con le leghe, ma con una commissione di contadini appartenenti al distretto.

 

 

I contadini nominano le commissioni distrettuali, deliberando nel frattempo di desistere dallo sciopero. I proprietari chiedono ed ottengono che dalle commissioni siano esclusi tutti coloro che facevano parte delle leghe, e di più dichiarano che il lavoro non sarà ripreso se non dopo compiuti gli accordi in tutto il distretto. Si cominciano le trattative. Prima di porre inizio ai lavori i contadini chiedono di essere assistiti da un segretario, nello stesso modo che i proprietari erano assistiti da un avvocato non segretario. La domanda non è accolta, ed i contadini si devono adattare.

 

 

In seguito, insieme alle tariffe ed ai patti del lavoro, quasi uguali a quelli già altrove vigenti, i contadini presentano alcune domande: «Licenziamento dei cosidetti krumiri dopo dieci giorni dalla ripresa del lavoro; abbandono degli sfratti, delle domande di risarcimento dei danni contro i lavoratori; redazione dei patti in forma legale».

 

 

A tutte queste domande l’associazione dei proprietari risponde di no; alla prima perché gli operai forestieri debbono finire i lavori in corso; alla seconda perché l’intervento della associazione nella rinuncia degli sfratti sarebbe lesivo del diritto di proprietà; alla terza dichiarando che anche l’associazione vuole i patti per iscritto; ma, siccome purtroppo i rappresentanti dei contadini non possono impegnarsi per i loro compagni, così essa rompe le trattative sulle tariffe presentate dai contadini.

 

 

È da prevedersi che i proprietari vorranno resistere sino alla fine per aver vittoria completa sui contadini. I quali, anche per bocca dei loro rappresentanti e sui loro giornali non cercano nemmeno più di nascondere la triste verità e si confessano vinti. Parecchi di essi sono già emigrati in province vicine ed altri si apparecchiano a seguirli. Triste fine di una battaglia cominciata con entusiasmo.

 

 

Certo i proprietari avrebbero potuto, senza danno, usare, sotto parecchi aspetti, maggiore condiscendenza. Noi non abbiamo mai approvata la ostinazione pervicace con cui proprietari ed industriali si sono opposti al riconoscimento delle leghe, ed abbiamo ripetutamente dimostrato che le leghe possono essere nella vita economica un elemento di ordine e di pace sociale. Né possiamo approvare che i proprietari abbiano voluto stravincere e quasi umiliare i contadini. Codeste vittorie portano quasi sempre frutti acerbi di discordia e di lotta nell’avvenire. Meglio una transazione la quale, pur significando vittoria, non equivalga all’umiliazione dell’altra parte.

 

 

Ma è pur d’uopo riconoscere che i proprietari non senza qualche ragione si opponevano e si oppongono al riconoscimento delle leghe. Se queste fossero corpi esclusivamente economici, se non vi avessero parte i politicanti ed i mestatori, i proprietari non avrebbero alcun motivo di non riconoscere le leghe e di non scendere a trattative con operai con i quali da lungo tempo si ha consuetudine e dimestichezza. I proprietari non vogliono che le trattative siano perturbate da considerazioni che non siano quelle puramente economiche e non tengano conto delle condizioni tecniche speciali in cui si esercita il lavoro. Opponendosi alla intrusione di politicanti nella discussione di problemi prettamente economici, i proprietari in definitiva fanno il bene degli operai medesimi. Una cosa è da mettere bene in chiaro: che nessun danno maggiore si può arrecare ai lavoratori del far fare loro domande giustificate solo da ragioni di propaganda politica ed il cui esaudimento non è consentito dalla situazione economica.

 

 

Nessuno più di noi è persuaso che sarebbe un bene grandissimo che i salari degli operai fossero cresciuti, che le condizioni di vita di gran parte delle nostre masse rurali fossero migliorate. È questo non un desiderio filantropico, ma la convinzione che quel generale miglioramento ed elevazione sia un coefficiente di progresso civile e di prosperità pel paese.

 

 

Per ottenere aumenti di salario ed altre più elevate condizioni di vita è d’uopo agire con accortezza; scegliere il momento opportuno; inspirarsi a concetti unicamente economici, i quali soli possono dire quando l’industria sia prospera o non, e possono inspirare quella moderazione di domande e di contegno che è la migliore garanzia di felice successo. A tutto ciò si oppone il carattere politico che pur troppo si è impresso a tanta parte dell’odierno movimento operaio ed agrario. Gli scioperi non vengono proclamati come un’extrema ratio in caso che le amichevoli trattative non abbiano approdato a nulla, ma come uno spiegamento di forza contro l’intera classe proprietaria, come auspicio di predominio dei proletari e di scomparsa prossima della proprietà individuale.

 

 

Con questi mezzi non si raggiunge nulla di solido; si spargono unicamente semi di irritazione e di malcontento, e si precipitano i lavoratori a passi inconsulti. Che cosa vi è di più inconsulto del proclamare lo sciopero per aumento di salari quando a poche miglia di distanza vi sono centinaia e forse migliaia di disoccupati, desiderosi di occupare, forse a prezzo più basso, il posto lasciato vuoto dagli scioperanti?

 

 

I capi hanno un bel gridare contro il crumiraggio degli incoscienti; sta il fatto che il far perdere il posto a chi lo aveva, colla speranza di miraggi di impossibile attuazione, se è cecità nelle masse, è un vero delitto sociale per i consiglieri di tanto errore.

 

 

Oramai le lezioni, dolorose e dure, sono state tante che è maraviglia come gli operai ed i contadini non abbiano ancora compresa quale sia la via da seguire. Agitatevi pure per il miglioramento delle vostre condizioni; ne avete il diritto ed il dovere. Ma sia la vostra azione economica e sia in accordo colle condizioni economiche del momento. L’opinione pubblica imporrà ai proprietari il riconoscimento delle vostre leghe, ed i proprietari non potranno non concedere quei miglioramenti che la civiltà progredita richiede. Se voi invece vi abbandonate in braccio ai politicanti, andrete alla sconfitta sicura; il vostro non apparirà più un movimento economico, ma un pretesto politico; e nessuna meraviglia che il ceto proprietario tragga profitto dall’errore fondamentale per opporre un assoluto rifiuto alle vostre domande, e nessuna meraviglia che l’industria e l’agricoltura, perturbate da movimenti incomprensibili, si restringano e diminuiscano la loro domanda di lavoro, con danno vostro principale e gravissimo.

 

 

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