Scuola educativa o caleidoscopio?

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/05/1913

Scuola educativa o caleidoscopio?

«Corriere della Sera», 18 maggio 1913[1]

Gli ideali di un economista, «La Voce», Firenze, 1921, pp. 33-42

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 533-540

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 507-514[2]

 

 

 

 

Chi legge la relazione che l’on. Credaro ha premesso al disegno di legge da lui proposto per le scuole medie, deve riconoscere che egli – oltre essere mosso dal generoso proposito di elevare le sorti materiali e morali degli insegnanti – ha visto nitidamente la ragione fondamentale dei mali che affliggono oggi l’istruzione secondaria. A più riprese sono messi a contrapposto il ginnasio, la ottima fra le scuole italiane, come quella in cui v’è unità di indirizzo, con un professore unico che accompagna i ragazzi attraverso le prime tre classi, li segue nel loro sviluppo intellettuale e morale, e li consegna al professore delle due ultime classi; il quale ne prosegue l’opera, in cui gli scolari sentono di avere sopra di sé un educatore, sussidiato da taluni insegnanti di materie speciali come la matematica, la storia naturale, il francese e non una variopinta teoria di professori di cose diverse, succedentisi ad intervalli di ore a cacciare nella testa degli ascoltanti le nozioni prescritte dal programma; e gli altri istituti, dai licei agli istituti ed alle scuole tecniche, «vere caserme», come efficacemente osserva l’on. Credaro, «attraverso le quali una enorme e confusa massa di scolari passa ogni anno davanti a trenta, a quaranta, a cinquanta ed anche più insegnanti, avendo quasi appena il tempo di farsi riconoscere, quasi mai quello di farsi ricordare e di ricordare; scuole, cui di necessità viene a mancare lo strumento più efficace per una vera educazione morale ed intellettuale: il contatto, cioè, continuo e personale fra maestro ed alunno nell’atto in cui l’anima ed il pensiero si formano; scuole che si reggono piuttosto colla disciplina esteriore che con quella derivata da un’azione educatrice diretta di chi insegna su chi impara».

 

 

Le quali ottime osservazioni mettono in chiaro la differenza profonda fra ciò che dovrebbe essere la scuola educatrice, come è in parte ancora il ginnasio, e la scuola caleidoscopio, come sono i licei e sovratutto le scuole tecniche e gli istituti tecnici.

 

 

Nella scuola vera i giovani dovrebbero essere educati da un professore che si potrebbe chiamare “formativo”, simile a quello che nel ginnasio è il professore unico di italiano, latino, e storia e geografia, con cui dovrebbero acquistare dimestichezza morale ed intellettuale, ed il quale dovrebbe imparare a conoscere intimamente ognuno dei suoi scolari, accompagnandoli per tutto un periodo del corso dei loro studi, ginnasio inferiore, superiore, scuola tecnica, istituto tecnico inferiore, superiore. In queste scuole gli scolari dovrebbero essere pochi, non più di venti; e gli orari dovrebbero esser brevi, non più di 12-15 ore la settimana pel professore “formativo” della classe; con l’aggiunta, al più, di 6-3 ore per gli insegnamenti particolari che il professore “letterario” non può impartire; e che è opportuno siano forniti da insegnanti specializzati. Naturalmente il tipo della scuola con insegnante unico, dovrebbe essere strettamente attuato nel ginnasio e nella scuola tecnica, mentre per le scuole superiori sembra opportuno far luogo ad una maggiore specializzazione di insegnanti, a mano a mano che il ragazzo si muta in giovane e diviene meglio capace di lavorare da sé colla mente, che fu già addestrata nelle scuole inferiori.

 

 

Il progetto Credaro tende ad attuare questo concetto della scuola, che il proponente in passato ha difeso ed oggi ancora difende ed esalta? È ragionevole il dubbio. La scuola resterà, così come è, un caleidoscopio e v’è gran pericolo che il male ognor più si aggravi per virtù delle norme che il disegno di legge vuole attuare.

 

 

Infatti:

 

 

  • nessun rimedio è portato alla lunghezza eccessiva degli orari, che vanno da 21 a 25 ore settimanali, nei ginnasi, da 24 a 25 nel liceo, da 24 e mezzo a 31 per le scuole tecniche, da 29 a 31 nella sezione fisico – matematica degli istituti tecnici, da 31 a 33 nelle sezioni di agrimensura e di ragioneria, da 25 a 30 per la sezione di agronomia. Sono orari incredibili, asfissianti, che non parrebbero veri, se non ne facessero fede le tabelle annesse ai regolamenti. Come è possibile che la scuola dia qualche frutto, quando per 5 – 6 e talvolta 7 ore al giorno gli studenti si vedono passare dinnanzi agli occhi, uno dopo l’altro, tre o quattro o forse più professori diversi, ognuno dei quali frettolosamente vende una fetta di scienza, che non ha nulla a che fare con la fetta che fu distribuita l’ora precedente, che forse contraddice a ciò che fu detto prima? Dannoso nelle scuole medie superiori, infecondo nelle università, il metodo di propinare nozioni disparate ad ore è soprattutto contrario ad ogni sana norma educativa per i ragazzi di 11-13 anni delle scuole tecniche ed è forse il motivo principale per cui queste scuole, affollatissime, perché rispondenti ad uno vero bisogno della borghesia minuta e delle classi operaie, danno frutti di tanto inferiori ai ginnasi. L’orario lungo ed il caleidoscopio dei professori convertono la scuola in una caserma, come ben dice il ministro, il cui unico scopo è quello di tener fermi per un certo numero di ore al giorno i ragazzi irrequieti, e di rilasciare alla fine dell’anno un diploma, il quale non giova neppure più a persuadere il pubblico che il diplomato abbia a scuola imparato qualcosa.

 

 

  • al malanno degli orari lunghi obbligatori per gli scolari, che il disegno di legge non toglie, questo aggiunge il malanno degli orari lunghi obbligatori per i professori. È certo che la grande maggioranza dei professori oggi invocava e desiderava gli orari lunghi e, quando poteva, giungeva alle 24 ed anche alle 28 ore settimanali; ed è certo che oggi infierisce, male ancor più deleterio, l’uso delle ripetizioni, poco decoroso per gli insegnanti e la cui utilità per gli studenti dipende soltanto dal fatto che, con scolaresche di 40 alunni, l’insegnante non può interessarsi di ognuno dei giovani, studiarne singolarmente la capacità intellettuale, aiutare in special modo i volonterosi, ma timidi o lenti ad apprendere, e stimolare gli infingardi. Gli orari lunghi, in classe, le scolaresche numerose ed il caleidoscopio degli insegnanti sono le cause per cui la più gran parte degli scolari trae scarso profitto dalla scuola e sono le cause per cui gli orari diventano ancor più lunghi, per scolari ed insegnanti, con le ripetizioni fornite a casa.

 

Il rimedio, oltre quelli già indicati, ed oltre all’aumento degli stipendi, a cui il ministro ha provveduto in misura che sembra decorosa, dato il livello medio della ricchezza italiana, doveva consistere nella proibizione ai professori di impartire più di un massimo di ore di lezione. A me sembra che 18 ore di lezione alla settimana sia il massimo che possa fare un insegnante, il quale voglia far scuola sul serio, e quindi prepararsi alla lezione, correggere i compiti coscienziosamente, ed attendere ai gabinetti di fisica o chimica; il quale, soprattutto, voglia studiare. Se il legislatore voleva davvero provvedere al bene della scuola, doveva aumentare gli stipendi, come fece; ma insieme vietare in modo assoluto agli insegnanti di far lezione oltre le 18 ore settimanali in istituti sia pubblici che privati; non solo, ma doveva proibire assolutamente di dare ripetizioni private a scolari propri od altrui. Meglio costringere all’ozio assoluto l’insegnante protervo nel non voler prendere un libro in mano, che costringerlo o permettergli di sfibrarsi in un lavoro di vociferazione, che può essere giudicato leggero solo da chi non ha l’abitudine dell’insegnamento. Aggiungo anzi che la legge avrebbe dovuto contenere clausole severissime, per quegli insegnanti che violassero il divieto di dar lezioni o ripetizioni oltre le 18 ore settimanali. Meglio l’ozio, meglio l’esercizio di una professione accessoria, che un lavoro, il quale talvolta sminuisce nella estimazione degli scolari e delle famiglie, e che, nell’ipotesi migliore, produce scadimento nella qualità delle lezioni componenti l’orario normale.

 

Il disegno di legge dell’on. Credaro va contro a questi postulati da lui medesimo ancor oggi propugnati ed alle esigenze della scuola educativa, quando, invece di vietare il prolungamento dell’orario e di porre un termine al danno delle ripetizioni private, di queste non parla, e rende obbligatorio il prolungamento dell’orario in tutti i casi fino alle 18, 21 e 24 ore e, a volontà del ministero, anche fino alle 24 e 25 ore. Esigere un minimo di lavoro in relazione agli stipendi cresciuti, è cosa ragionevole; ma sembra dannoso rendere obbligatorio un prolungamento, finora volontario, i cui risultati tutti riconoscevano dannosi alla scuola. Adesso v’era nelle scuole secondarie ancor taluno il quale rinunciava alle ore aggiunte, pur di aver tempo libero allo studio ed al cosidetto ozio intellettuale, fecondissimo tra tutte le maniere di ozio. V’era ancora qualche spirito bizzarro che rinunciava alle 150 lire all’ora, pur di aver l’orario breve ed essere in grado di fare bene le 12 o le 13 ore settimanali. Domani non più: tutti siano obbligati a far ciò che oggi molti purtroppo facevano per arrotondare lo stipendio: trascorrere in classe le 24 ore settimanali, col minimo sforzo possibile.

 

 

Per arrivare alle 24 o 28 ore volontarie, i professori delle grandi città usano oggi insistere per avere ore aggiunte nello stesso istituto od in istituti diversi, dando così origine al guaio delle classi aggiunte, a ragione deplorate dal ministro con parole vivaci, come quelle che accrescono i cattivi effetti del caleidoscopio, distribuendo gli insegnamenti a fette, tra gli insegnanti spinti dal bisogno economico a completare l’orario massimo consentito dalla legge con ore spicciole fornite a due o tre classi di istituti diversi. Domani, quello che oggi è un malanno particolare delle grandi città, diverrà una sciagura obbligatoria anche per i piccoli centri. Il professore che nel liceo ha possibilità di fare solo 12 o 13 ore della sua disciplina, dovrà andare a completare l’orario fino alle 18 ore e potrà essere obbligato a giungere fino alle 24 ore con spezzati d’orario nel ginnasio o nella scuola tecnica. Il professore di filosofia, a cui non basteranno le 6 ore del liceo, dovrà andar peregrinando per ginnasi, scuole tecniche, istituti tecnici, insegnando qua 4 ore di storia, là 5 ore d’italiano, altrove 8 ore di latino. E ciò sarà possibilissimo; poiché il disegno di legge autorizza a sopprimere posti d’organico, quando ciò sia utile al completamento d’orario dei professori che hanno sovrabbondanza d’ore. La bella unità didattica del ginnasio, tanto e così giustamente lodata dall’onorevole Credaro, correrà pericolo di naufragare: poiché il professore di prima ginnasio che ha 16 ore d’orario proprio, potrà essere costretto a completare le 24 assumendo metà delle 16 ore della classe seconda; e le 8 ore residue saranno date al professore di liceo in cerca di completamento d’orario. La confusione odierna crescerà; alcuni sballottati tra brani e residui di professori ad orario incompleto; professori in corsa perpetua tra una classe ed un’altra, tra un istituto ed un altro, con tutta la giornata occupata dalle ore di lezione e dagli intervalli inutilizzabili tra una lezione e l’altra.

 

 

Sento la replica che alle querimonie sovra elencate viene spontanea sulle labbra del lettore: la vostra scuola educativa, con orari brevi, con classi di 20 alunni, con professori a cui è fatto divieto di dar lezioni oltre le 18 ore settimanali ed a cui sono comminate pene disciplinari gravissime, se osano dare una ripetizione in casa, sia pure a scolari altrui od a scolari di nessuno, questa scuola ideale è una scuola cara. Chi ne pagherà le spese?

 

 

Se anche l’obbiezione fosse vera, io dico che sarebbe errore imporre alle 175 mila famiglie italiane, i cui figli frequentano le scuole medie, un aumento di tasse di circa 8 milioni di lire all’anno, per fornir loro una scuola meno efficace dell’attuale. L’unica ragion d’essere dell’aumento delle tasse è il proposito di fornire ai giovani ed alle loro famiglie una scuola migliore. E tale non è quella che si allontana dal tipo della scuola educativa ed accentua ognora più i caratteri della scuola – caserma, della scuola caleidoscopio.

 

 

Io nego inoltre che la scuola educativa costi molto di più della scuola – caserma. Le classi di 20 alunni richiedono orari assai più brevi delle classi di 40 alunni. Se due ore di vociferazione concitata da parte di un insegnante di passaggio non sono sufficienti a far capire un teorema ad una folla di 40, basta un’ora di dimostrazione tranquilla per renderlo comprensibile a 20 alunni, i quali da tempo abbiano acquistata dimestichezza col modo di pensare e di discorrere dell’insegnante. Dunque la scuola educativa consente gli orari brevi, e gli orari brevi, consentendo un notevole risparmio di insegnanti, permettono all’erario di pagarli meglio, senza onere eccessivo dei contribuenti. Tutto si concatena nella riforma della scuola. Perché non scegliere il metodo di spendere poco ed utilmente piuttostoché quello di spendere molto e senza vantaggio?

 

 

Se anche poi calcoli esatti dimostrassero che la scuola educativa costa di più della scuola-caleidoscopio, chi ci dice che all’uopo non possano bastare gli 8 milioni, i quali saranno forniti dalle cresciute tasse scolastiche? È vero che al disegno di legge Credaro non è unito alcun piano finanziario degli effetti della proposta riforma. Noi non sappiamo quanto frutteranno in più le nuove tasse, quale sarà il risparmio dell’erario per il prolungamento d’orario imposto ai professori e compreso nello stipendio cresciuto e quale l’onere dello stato per l’aumento degli stipendi ai professori. Analisi sommarie, compiute dal prof. Medici sull’«Unità», e dal prof. Contessa sulla mia «Riforma sociale», concluderebbero che l’erario dello stato verrebbe, dalla proposta riforma, a lucrare netti da 3 a 4 milioni di lire all’anno. Se questi calcoli sono esatti ed il metodo con cui furono condotti e la serietà degli indagatori me li fanno ritenere tali ci troviamo di fronte ad un fatto che richiede un profondo esame da parte del ministro e del parlamento.

 

 

Io credo esatta la teoria del Credaro che, in buona finanza, il maggior costo delle scuole debba essere pagato con un aumento di tasse sui frequentatori delle scuole stesse. È una distinzione elementare della scienza delle finanze quella fra tasse ed imposte; chiamandosi tasse quelle che sono volontariamente pagate da certe persone (per esempio, alunni), per ottenere un servizio di vantaggio particolare per essi (per es., istruzione secondaria); ed imposte quelle che sono obbligatoriamente pagate da tutti i cittadini per provvedere ai servizi generali che tornano di vantaggio, in modo indivisibile, a tutti i membri della collettività (per esempio, imposte sui redditi o sui consumi per provvedere ai servizi generali della difesa, giustizia, sicurezza, ecc.). Sarebbe scorretto che il miglioramento di un servizio come quello scolastico, il quale torna di vantaggio a determinate persone, non fosse pagato con le tasse di coloro che volontariamente si iscrivono alle scuole; ma con le imposte di coloro che per obbligo di legge sono privati di parte del loro reddito o vedono crescere il costo dei loro consumi per far fronte alle spese generali ed indivisibili dello stato.

 

 

Perciò io credo corretto l’aumento delle tasse scolastiche. Ma se è vero che l’aumento delle tasse non va tutto a favore della scuola, ma lascia parecchi milioni di utile all’erario, verrebbero per un altro verso ad essere violati i sani principi finanziari. Gli scolari pagherebbero invero tasse esuberanti ai fini della scuola; le quali, col loro sopravanzo, verrebbero ad alleggerire il peso dei contribuenti per i servizi generali. Le spese della guerra, della marina, della giustizia, del debito pubblico, dei servizi civili devono essere sopportate da tutti i contribuenti; e non v’è alcuna ragione per cui i padri di famiglia, oltre a contribuire, come tutti gli altri contribuenti, con le imposte, a tali spese, siano chiamati a dare inoltre un contributo speciale sotto colore di tasse scolastiche. I vecchi trattatisti usavano chiamare “odiosa” ogni imposta gravante su una particolare classe di contribuenti ad esclusione degli altri, che pure traggono beneficio dalla spesa. Si provveda dunque ad allestire un piano finanziario preciso e rigoroso della proposta riforma delle scuole medie; e, se si constati che il piano lascia un margine a favore dell’erario, lo si faccia scomparire, o diminuendo i proposti aumenti di tasse, ovvero, ciò che sarebbe preferibile, avviando la scuola verso il tipo della scuola educativa. I padri di famiglia italiani saranno ben lieti di pagare le tasse cresciute, quando si darà loro affidamento che la scuola si avvia ad essere, non più luogo di mortificazione e di corsa al diploma, bensì fonte di letizia e di sapere.



[1] Con il titolo Scuola educativa o caleidoscopio? (A proposito del disegno di legge Credaro) [ndr].

[2] Con il titolo La crisi scolastica e la superstizione degli orari lunghi. Scuola educativa o caleidoscopio? [ndr].

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