Se esista storicamente la pretesa ripugnanza degli economisti verso il concetto dello stato produttore[1]

Tratto da:

Nuovi studi di diritto, economia e politica

Data di pubblicazione: 01/09/1930

Se esista storicamente la pretesa ripugnanza degli economisti verso il concetto dello stato produttore[1]

Nuovi studi di diritto, economia e politica, settembre-ottobre 1930, pp. 302-314

In estratto: Roma, Anonima romana editoriale, 1930, pp. 15

 

 

 

Caro Benini,

 

 

1. Mi è accaduto solo adesso di leggere una tua suggestiva lettera aperta pubblicata nel fascicolo di gennaio-febbraio di quest’anno dei Nuovi Studi; suggestiva, perché costringe a pensare e a dubitare. Le questioni di «interventi o non interventi dei poteri pubblici nei rapporti d’interesse privato; questioni anche di scuole o di partiti economico politici» sarebbero di quelle questioni che dagli economisti sono discusse «fuori sistema»; apparterrebbero a quella «seconda metà della scienza, quella che non s’insegna come scienza, ma piuttosto come storia ed invano ne cercheremmo nella prima metà i cardini d’attacco o i motivi premonitorii».

 

 

Quale la spiegazione del fatto? Secondo te, esso «dipende anzitutto dalla ripugnanza che provano non pochi economisti ad accogliere nei loro preliminari scientifici il concetto dello Stato, quale fattore della produzione». E benissimo aggiungi: «Tale disposizione d’animo non si giustifica menomamente. Il processo della ricchezza è la risultante di due fasci di forze componenti: l’attività individuale; singola o associata, e l’attività dell’organizzazione politica, di cui lo Stato è l’espressione suprema … Fa della scienza a metà colui che si ferma alla prima componente e tace della seconda o l’assume come costante lungo tutta la linea di condotta della sua disciplina. Lo Stato, che provvede alla difesa nazionale, alla sicurezza, alla giustizia, alla viabilità, all’istruzione ecc. ecc. e trasforma così buona parte della ricchezza privata in potenza collettiva (che rigenera ricchezza) è un produttore continuo di beni, servizi e ordinamenti aventi carattere di stretta complementarità coi beni, servizi e ordinamenti dell’iniziativa privata».

 

 

2. Chiudo qui la citazione, perché, altrimenti, dovrei riprodurre tutta la tua bella lettera. Né la chiudo, per ridiscutere il problema della parte avuta dallo Stato nella produzione della ricchezza; ma esclusivamente per porre un problema di storia: chi sono quei cotali economisti (non pochi, dici tu, e dal contesto del discorso sarebbero i più, sicché occorre affermare contro di essi, quasi come teoria nuova, la tesi dello Stato come fattore necessario e inscindibile della produzione),[2] i quali repugnerebbero ad accogliere nei loro preliminari scientifici il concetto dello Stato come fattore della produzione?

 

 

La domanda non è impertinente. È così supremamente difficile sapere chi, in economia, ha detto o non detto qualcosa, si è dichiarato fautore od avversario di un certo indirizzo, o teoria, sovratutto è così straordinariamente difficile riprodurre, anche usando il massimo scrupolo, esattamente il pensiero altrui che forse, penso, sarebbe opportuno non citare mai nessuno e non attribuire ad altri, neppur ricordati genericamente, un qualunque pensiero.

 

 

3. La mia impressione è che di codesti negatori o dimentichi dello Stato, non ce ne siano oggi e non ce ne siano stati mai tra gli economisti. Non bisogna scambiare per negazione o repugnanza, atteggiamenti mentali profondamente diversi. Se l’economista intendeva compiere una ricerca del tipo che dicesi «astratto» – ed i classici conseguirono i loro maggiori successi per tal via – era ovvio ragionassero sulla base di premesse semplici, ridotte talvolta ad una sola, e giungessero a conseguenze vere nell’ambito delle premesse fatte. Se tra le premesse non aveva luogo lo Stato, sarebbe illogico, tuttavia, affermare che essi lo negassero o vi repugnassero. Anzi, il loro stesso procedimento logico dimostrava che essi affermavano l’esistenza dei fattori esclusi e riservavano ad altra indagine il tenerne conto. Si può criticare il metodo, si può cercare di dimostrare che con quel metodo non si può giungere alla scoperta della verità; non si può tuttavia dire, senza offesa alla verità storica, che a causa dell’adozione di quel metodo essi negassero l’esistenza dei fattori da cui in prima approssimazione astraevano. Tanto poco negavano o repugnavano che, per lo più, quando essi dall’indagine astratta si voltavano alla concreta, dalla costruzione di schemi ipotetici passavano allo studio dei problemi reali, ossia complessi e vivi, essi per lo più facevano nelle loro discussioni gran parte allo Stato.

 

 

4. Si può ammettere, sebbene storicamente si debba andare assai guardinghi nel fare affermazioni generali in proposito, che gli economisti, a partire dai membri della «setta» fisiocratica, attraverso allo Smith sino allo Stuart Mill non compreso (e cioè, grosso modo, dal 1750 al 1850), siano stati contrari all’intervento dello Stato e favorevoli al laissez faire, laissez passer. Ma fu già dimostrato (cfr., per le fonti, una mia recensione del libretto The end of laissez – faire del Keynes in «La Riforma Sociale», 1926, pag. 750 e segg.) che siffatta contrarietà non era teorica, ma puramente contingente. L’avversione all’intervento dello Stato non aveva cioè alcuna connessione logica necessaria coi postulati fondamentali della dottrina economica, non faceva corpo, come dici tu, con i cardini d’attacco della scienza; ma discendeva da ragioni contingenti. L’osservazione degli effetti dannosi delle vecchie corporazioni d’arti e mestieri, e del vincolismo economico e doganale spiegano a bastanza il liberalismo di Adamo Smith e dei classici. Dopo le ricerche di Nicholson in A Project of empire (di cui il concetto dominante è che per lo Smith la considerazione dell’acquisto della ricchezza deve cedere dinnanzi a quella della difesa ossia della grandezza dello Stato: defence is of much more importance than opulence); dopo l’aureo libretto dello Schiller, Les economistes classiques et leurs adversaires (in cui viene dimostrato, testi alla mano, che l’accusa rivolta agli economisti di aver creato un fantoccio (il cosiddetto homo economicus) avulso dai luoghi, dai tempi, dalla storia, e di aver dato ad un puro strumento di indagine figura di realtà concreta o storica, è un’invenzione gratuita, dei loro avversari socialisti, socialisti della cattedra, economisti storicisti, ecc. ecc.) non è più lecito attenersi ad una tesi dimostrata, all’infuori di ogni dubbio, contraria alla verità storica. Quegli stessi economisti, i quali affermavano i danni di certe determinate maniere di intervento dello Stato reputate feconde di male, altrettanto recisamente affermavano la necessità di quell’azione («azione» e non «intervento», se la parola intervento implica il concetto che lo Stato si immischi sempre in cose non sue) nelle maniere che reputavano più confacenti all’indole dello Stato e più vantaggiose alla collettività.

 

 

5. S’intende che sempre, prima e dopo il 1850, fa d’uopo non occuparsi degli imitatori, dei pedissequi, dei sicofanti, i quali colgono a volo le idee che corrono nell’aria ed impasticciando scienza e pratica, un po’ di senso comune e molti pregiudizi correnti, si gittano dalla parte che è alla moda e dimentichi oggi di quel che avevano asseverato ieri, oggi sono liberisti e domani, indifferentemente, interventisti. Costoro non sono scientificamente nulla, sebbene siano i maggiori fabbricanti di scuole, di conventicole protezioniste, interventiste, liberiste, cattedratiche e delle vane ingiurie che i rispettivi adepti si scagliano l’un l’altro.

 

 

6. Dopo il 1850, la caratteristica fondamentale del pensiero degli economisti in questo particolare campo (naturalmente essi si occuparono sovratutto di problemi più difficili, che dai laici sono detti, per dispregio, tecnici e che sono e probabilmente sempre saranno i problemi economici specifici) è stato un approfondimento vie maggiore del problema dei rapporti fra Stato, individuo, società, gruppi sociali. Da Stuart Mill a Marshall, da Marshall a Pigou è tutta un’indagine minuta e delicata, la quale talvolta diventa un ricamo tenuissimo, rivolta a precisare, a limitare, a scrutare i metodi di massimizzazione della ricchezza, del benessere, della felicità, della potenza degli uomini organizzati in società. Come è accaduto in tutte le scienze progressive, ogni passo innanzi si innesta su perfezionamenti precedenti ed è preludio a perfezionamenti successivi. Nella nostra chiesa non è di moda la parola superamento, che veggo assai usata tra i filosofi; ma ben potrebbe tale parola essere usata ad indicare gli stadi successivi del pensiero economico, di cui ognuno non nega ma contiene e trasforma gli stadi precedenti e sarà contenuto e trasformato negli stadi futuri.

 

 

7. Perché, caro Benini, non ricordare il contributo che taluni italiani colleghi tuoi e miei maestri hanno dato a questa meravigliosa ascesa della scienza economica? Per ragioni scientifiche di divisione del lavoro, è toccato a quella sottospecie degli economisti, la quale studia ed insegna la cosiddetta scienza delle finanze, di occuparsi dello Stato e dell’indole teorica del suo operare. Piace anche a me il pensiero che supera Stato ed individuo ed insieme li fonde; ma piace non meno e per la difficoltà dell’impresa soddisfa intellettualmente di più lo sforzo di coloro che hanno tentato di ficcare lo sguardo in fondo all’azione dello Stato ed hanno tentato definire in che cosa consistesse la sua azione. Scartata la concezione errata di uno Stato il quale interviene a cose fatte, a ricchezza prodotta e preleva l’imposta per consacrarla, ossia distruggerla, sia pure per altissimi fini pubblici (ed un ultimo vaghissimo ricordo di questa concezione lo vedo nelle tue stesse parole, laddove parli di uno Stato, il quale «trasforma buona parte della ricchezza privata in potenza collettiva», dove l’errore involontario sta nel supporre che esista una ricchezza «privata» da trasformare, dopo che essa è stata prodotta, in qualcosa di collettivo, mentre la realtà è che la ricchezza che lo Stato trasforma in potenza collettiva, non fu mai privata, ma fin dall’inizio era prodotta dallo Stato, se per prodotta intendiamo cosa che non sarebbe nata se lo Stato non fosse esistito e non avesse operato secondo l’indole sua), i teorici italiani intorno al 1890 assai discussero intorno all’indole dell’apporto od azione dello Stato. Tu bene hai scritto, continuando, che nella stessa maniera come i beni, i servizi e gli ordinamenti dell’iniziativa privata «si sviluppano in quantità e varietà, col progredire dell’incivilimento, e fanno luogo a rapporti vieppiù complessi e differenziati tra gli individui o i gruppi, così i [beni, servizi ed ordinamenti] loro complementari forniti dallo Stato non hanno colonne d’Ercole che li fermino ad un punto obbligato». Quarant’anni fa Ugo Mazzola aveva già scritto: «Dato che i fini individuali tendano continuamente ad accrescersi e differenziarsi, dato che la cooperazione politica sia una forma di condotta umana pel conseguimento o migliore conseguimento loro, anch’essa tende a specificarsi ed accrescersi, e quindi la tendenza delle funzioni dello Stato è verso la specificazione e l’accrescimento».

 

 

8. I dati scientifici della finanza pubblica (Roma, 1890) sono un autentico capolavoro che la scienza deve a quel brillantissimo ingegno di Ugo Mazzola, spentosi, ahimè! troppo innanzi tempo. Ed un capolavoro è anche Il carattere teorico dell’economia finanziaria, pubblicato due anni prima da Antonio De Viti De Marco, libro di un economista tutto rivolto non a repugnare ma ad approfondire la concezione dello Stato come fattore della produzione. Sulla traccia di siffatti maestri e senza menomamente sospettare di dire cosa repugnante al pensiero dagli economisti anzi persuaso di rimanere nella scia classica io potevo, dopo averlo affermato nel 1912, scrivere nel 1919: «La teoria economica finanziaria afferma che nella combinazione di fattori (la quale conduce al massimo di produttività) entra anche lo Stato e che quindi il pagamento di una data imposta, quella dimostrata più conveniente dall’esperienza, è condizione necessaria poiché lo Stato intervenga nella misura più opportuna, come fattore di quella combinazione complessa, la quale appunto dà luogo al massimo di produttività. Lo Stato non è l’unico, né il primo in grado tra i fattori produttivi; ma alla pari degli altri è un fattore che, dove più dove meno, a seconda dei risultati ambiti, deve intervenire perché si abbia la combinazione più economica … Naturalmente lo Stato agisce come fattore produttivo in conformità dell’esser suo: non cioè come industriale od organizzatore della produzione, ma come ente politico: soldato, magistrato, educatore, difensore degli interessi generali, esercente quelle imprese che non sarebbero affatto o sarebbero male esercitate dai privati imprenditori. In tal guisa esso collabora al raggiungimento della metà che è la massima produzione di beni materiali e spirituali, alla massima elevazione degli uomini. Non sempre l’azione dello Stato è intesa all’arricchimento dei singoli; chè anzi può darsi il contrario; che a certuni singoli lo Stato tolga assai e poco dia. Non l’uguaglianza fra il dare e l’avere dei singoli è il fine dell’imposta; sibbene l’elevazione massima della collettività».[3]

 

 

9. Della repugnanza da te constatata negli economisti ad «accogliere nei loro preliminari scientifici il concetto dello Stato come fattore della produzione» io non vedo adunque possibile dare una dimostrazione fondata sui testi scritti dagli economisti medesimi; e parmi difficile dare siffatta dimostrazione, in quanto, scrivevo nel 1919, «affermare che gli economisti sono contrari allo Stato[4] è dir cosa altrettanto insensata come chi dicesse che certi astronomi sono nemici del sole, della luna o delle nuvole» (nota citata, pagina 1094).

 

 

10. Confesso essere difficile contrapporre con successo alla comune credenza nell’antistatalismo e nell’astrattezza degli economisti un’opinione, meglio ragionata sui testi, simile a quella che fa al già citato Nicholson presentare la figura di Adamo Smith come quella di un fervido nazionalista, espositore dello schema più radicale di unione imperiale britannica che mai sia stato messo innanzi, aborrente, fuor del campo strumentale, proprio di esse, dalle ipotesi e dalle astrazioni, tutto attaccato ai fatti ed all’esperienza.

 

 

11. Tanto maggiore è la difficoltà, se si pensa che gran parte di colpa in questo travolgimento della verità storica hanno gli stessi economisti od almeno quella sezione di essi, la quale si è dedicata alla fatica, nobilissima del resto, di scrivere manuali di storia delle dottrine economiche. Si pigli in mano l’aureo libretto dell’Ingram (traduzione italiana di Torino, 1892) o la bella e bene scritta storia di Gide e Rist o l’eruditissima, bibliograficamente mirabile, introduzione del Cossa e il quadro non muta: la storia delle dottrine economiche è una specie di campo di battaglia in cui a vicenda trionfano gli interventisti mercantilisti, fautori dell’intervento statale, e poi i fisiocrati e gli smithiani detti anche ottimisti, contrari allo Stato ed amanti della libertà, combattuti prima dalle varie sette socialiste e poi battuti in breccia dagli storicisti nuovamente teneri di un intervento dello Stato più o meno intenso. A mala pena qua e là affiorano altre denominazioni di scuole, ad es. di «classici», le quali accennano ad un contenuto non polarizzato nel problema dello Stato; ma pur quelle poche volte il classico non è assunto in sé, ma come sottospecie di un genere, di cui la caratteristica sempre si riferisce a quel contrasto fra individuo e Stato. Gide e Rist, ad es., collocano gli ottimisti ed i post classici tutti nel libro intitolato al «liberalismo» e in quello delle dottrine recenti mettono a fianco a fianco, quasi si trattasse di partigiani del medesimo principio, gli edonisti, i nazionalizzatori, gli anarchici e i solidaristi.

 

 

12. Aborro dalle scomuniche in materia di metodo; e mi affretto perciò a dichiarare subito che considero perfettamente legittimo il metodo prevalente nello scrivere la storia delle dottrine economiche. Ad una condizione: che sia ben chiaro che quella non è una storia delle dottrine economiche o del pensiero degli economisti come tali, ma è una storia dei rapporti fra la filosofia e l’economia politica, fra la teoria politica e quella economica, fra la storia in generale ed il comportarsi concreto degli economisti. Quegli storici hanno immaginato di fare una storia delle dottrine economiche ed hanno invece scritto una storia dell’influenza che le idee filosofiche correnti e le circostanze politiche, economiche, sociali esercitarono sul pensiero degli economisti, e specialmente su quella parte dei loro pensamenti che toccava i fatti concreti del giorno. Storia per fermo importantissima e utilissima; alla quale avrebbe tuttavia assai giovato essere intrapresa come tale. Epperciò si gusta di più il libro di James Bonar, Philosophy and Political Economy in some of their historical relations, volto appunto dichiaratamente allo studio delle influenze della filosofia sugli economisti e di qualche modesta contro-influenza di questi ultimi sulla prima. Ed anche si apprezza la Geschichte der National Ekonomie di Augusto Oncken, malauguratamente ferma al primo volume dell’antichità, del medio evo, dei mercantilisti e dei fisiocrati, perché apertamente dichiara di aver voluto perseguire lo studio delle influenze del pensiero generale su quello particolare economico e perché ha compiuto lo sforzo col consueto «a fondo» germanico.

 

 

13. Che cosa debba essere invece la storia propria delle dottrine economiche si potrebbe in parte dire riproducendo una celebre pagina di Maffeo Pantaleoni: «Già nel 1841 Francesco Ferrara rilevava che gli autori che scrissero sulla storia dell’economia di solito non distinsero due cose intrinsecamente diverse, anzi il più delle volte opposte fra di loro. Lo stato economico delle nazioni e i mutamenti che esso ha sofferto col volgere dei secoli vennero mescolati con l’esposizione dei tentativi fatti dall’ingegno umano per iscoprire le leggi del fenomeno economico. Egli rileva che il Blanqui sostiene una vicendevole dipendenza fra lo studio degli avvenimenti e quello delle dottrine e contrappone alla sua tesi l’altra: che queste due maniere di storia non hanno alcuna data comune … Vi sono teorie e sistemi che sembrano totalmente estranei ad ogni influenza d’ambiente, quando per ambiente s’intendono le istituzioni economiche o quelle politiche. Al Walras, p. es., si deve di aver per primo formulate tutte quante le condizioni dell’equilibrio economico. Ebbene, di fronte a questo prodotto teorico ora si dica quali elementi d’ambiente del secondo impero abbiano determinato in lui quella concezione e trasformato il suo cervello in un automatico registratore dei medesimi! Oppure, se questo non riesce, si dica p. es. di quale terremoto sia stata l’ultima vibrazione la teoria della curva dei redditi del Pareto! Nei venti, o più di venti, teoremi che valsero al Ricardo fama imperitura di esimio economista, v’ha quello dei costi comparati. Invano ne cerco il suggerimento negli eventi del tempo. Concepì il Dupuit il concetto della rendita del consumatore e un modo di calcolarla; fece il Cournot per primo una teoria del prezzo in caso di monopolio; seppe il Marshall definire rigorosamente l’elasticità di una curva di domanda e di una curva di offerta e servirsene per formulare una bella serie di teoremi: dove l’ambiente?» (Dei criteri che devono informare la storia delle dottrine economiche, in Teoremi di Economia, Bari, Laterza 1925, Vol. I, pag. 237).

 

 

14. Non intendo prender partito intorno al peculiare criterio di scrivere la storia delle dottrine economiche propugnato con sarcastico brio dal Pantaleoni e su cui tanto inchiostro si versò nel 1898 quando egli espose la tesi: Storia delle verità e non degli errori. Parmi, tuttavia, certo che la storia delle dottrine economiche, a paragone delle anzidette storie dei rapporti fra filosofia ed economia, fra idee ed istituzioni politiche e sociali ed idee economiche, sarebbe per un verso cosa assai più smilza e per un altro assai più ardua. Essa dovrebbe occuparsi solo di quelle che sono dottrine economiche proprie, ossia postulati, assiomi, teoremi, corollari enunciati dagli economisti come tali e non come filosofi, o politici o religiosi od industriali. Quei teoremi o corollari non sono moltissimi e si chiamano prezzi di monopolio o di concorrenza, o dei beni congiunti, costi comparati, distribuzione dei metalli preziosi fra i diversi paesi del mondo, rendite del produttore, del risparmiatore, del consumatore, equilibrio economico, equazione degli scambi, rapporto fra moneta propriamente detta e surrogati dalla moneta, elasticità delle curve di domanda e di offerta, traslazione e capitalizzazione dell’imposta, doppia tassazione nella tassazione del risparmio e simili astruserie, fortunatamente noiose per la comune degli uomini e poco appetitose per filosofi, storici, politici, pratici esercenti banca e commercio e industria, sebbene atte a formare l’unica e suprema delizia degli economisti di professione. Da qualche secolo gli economisti faticano per costruire, in questo campo chiuso, un bell’edificio astratto di teorie logiche e coerenti. Sono lontanissimi dalla meta e questa non sarà mai raggiunta, perché ad ogni passo compiuto, nuove mete, nuovi teoremi attraggono la loro attenzione. Per tanto tempo si erano industriati a creare schemi astratti statici, rappresentazioni atte a raffigurare un meccanismo in equilibrio in un dato momento. Disperavano, per l’imperfezione degli strumenti di ricerca da essi posseduti, di riuscire mai a creare schemi atti a raffigurare il «movimento» da un equilibrio a quello successivo; ossia a trasformare i loro schemi astratti relativi ad un momento del tempo in schemi pure astratti, ma relativi al susseguirsi dei momenti col tempo. Da qualche anno si sono gettati su questo terreno vergine e, nonostante la difficoltà dell’impresa, non dobbiamo disperare che un giorno un uomo di genio, capitato a prediligere la dinamica economica, abbia qualcosa da dire ai filosofi ed ai politici che quei campi del movimento, ossia del reale e del vivo hanno sempre, a modo loro e giustamente a modo loro, coltivato. Per ora, non sarebbe bene che noi confessassimo di non essere riusciti, in tante generazioni adorne di qualche uomo di genio e di molti ingegni di prim’ordine, i quali avrebbero onorato, se ci si fossero dedicati, i più illustri campi della matematica pura, della fisica, della chimica e delle altre scienze, ad uscire dal regno del se, dell’ipotetico, dell’irreale? Non per mancanza di buona volontà, ma per sordità della materia, la quale appena ora si piega, in mano a sottilissimi statistici armati di tutti i più penetranti strumenti del calcolo, a fornire qualche pallidissima luce, per ora diffusa attraverso a schemi astratti, intorno al reale, che è vita e movimento.

 

 

15. Una storia propria delle dottrine economiche dovrebbe studiare quale sia il laborioso processo per cui si giunse alla costruzione dell’edificio scientifico quale oggi esiste: come dai pochissimi teoremi sconnessi, rozzamente espressi che si era riuscito ad adombrare, dicasi, verso la metà del secolo XVIII, si sia riusciti a moltiplicare quei teoremi, a perfezionarli, ad esprimerli sempre più correttamente e sovratutto a connetterli tra loro, a formarne uno schema sempre più compatto, coerente, logico. In questa storia non comparirebbero protezionisti e liberisti, mercantilisti e fisiocrati, ottimisti e pessimisti, individualisti e socialisti, tutte classifiche di gran rilievo nella storia della politica, della pratica economica, delle classi sociali, dei modi di governo, ma prive di significato nella storia propria delle dottrine economiche.

 

 

Comparirebbero Tizio e Caio, ciascuno col proprio nome, ciascuno per quel piccolo o grande contributo, che egli apportò alla costruzione dell’edificio. Comparirebbero anche quelli che taluno chiama gli eretici dell’economia od almeno quelli che apparentemente negando o criticando o vituperando gli economisti loro contemporanei, suggerirono, colla critica, un perfezionamento ai teoremi accettati. Giganteggerebbe, fra tutti, la figura di Davide Ricardo, il vero creatore della scienza economica se per creatore si intenda colui che agli sparsi e slegati teoremi diede un centro, un riferimento comune, creando un primo, imperfetto ma primo, schema di equilibrio economico generale.

 

 

16. Esistono talune approssimazioni a questa ideale storia delle dottrine economiche, la quale si occupi sul serio di dottrine e soltanto di dottrine economiche. Furono scritte, per accidente, da economisti che non volevano fare storia di dottrina ma esporre la scienza economica e, ad occasione delle proprie, esposero o discussero o ricordarono le dottrine altrui. Recentissime le prime 113 pagine delle Lezioni di Economia pura di Gustavo del Vecchio (Padova, 1930) incompiute quanto si voglia, scritte, protesta l’autore, a guisa di prolegomeni al suo trattato e non per fare storia di dottrine; ma appunto perciò il miglior modello di storia che oggi sia sul mercato librario italiano. Scomparsi invece dalla circolazione i Principii di economia pura di Pantaleoni, le cui note e le cui attribuzioni di paternità ai teoremi del testo sono la migliore storia «pura» di dottrine economiche che si conosca. Con i Principii di Pantaleoni alla mano facile è, anche per un principiante, mettere alla gogna gli imbroglioni i quali si pavoneggiano di furti! Sarebbe quasi perfetta l’A Review of Economic Theory di Edwin Cannan (Londra, 1929) se l’autore non si fosse limitato ai problemi della produzione e della distribuzione della ricchezza, volutamente ignorando, forse nella speranza di avere forza e tempo di trattarne in altro volume, i problemi di moneta, banche, commercio internazionale, e se, accanto a qualche dimenticanza di autori non inglesi, il Cannan non fosse posseduto dal demone, simpaticissimo demone, di distruggere, di mettere in luce gli errori, le imperfezioni, il caso delle scoperte invece del succo di verità e del lento crescere. Come ammonitrice però una semplice scorsa all’indice di quest’opera, forse la migliore che possa essere consigliata a chi, affacciandosi alle soglie della scienza economica e sentendo gran frastuono di scuole e grande strepito di battaglia fra individualisti, liberisti, socialisti, storicisti, ecc. ecc., voglia sapere qualcosa di quello che economisti di razza reputano sia il contenuto di quella scienza! Si discute, sì, tra gli adepti della chiesa economica, ma non su quei primi principii dell’egoismo, dell’homo oeconomicus, della libera concorrenza, da cui i laici immaginano siano gli economisti tanto preoccupati. Ciò che li preoccupa, nel campo della produzione e della distribuzione, almeno a scorrere le pagine del Cannan, sono soltanto che cosa si debba intendere per prodotto, per capitale, costo di produzione, terra, rendita, quasi rendita, profitto, interesse, divisione del lavoro, produttività decrescente e simili. Cannan potrà essersi sbagliato nella scelta dei problemi, di cui ha intessuto questa sua storia della scienza; ma egli è indubbiamente, fra i viventi, uno degli uomini che più acutamente sono forniti di quel sesto senso, che si chiama a volta a volta giuridico od economico o filosofico e che chi non ce l’ha dalla nascita non se lo può creare. Del sesto senso, per lui economico, Cannan è tutto penetrato: ne vibra, nel più profondo dell’essere, appena da lontano fiuta nell’aria l’onda breve o corta dello sproposito economico e subito protesta (vedi la sua An economist’s protest). Il socialismo, l’interventismo ecc., lo fanno protestare; ma solo quando a lui ne arriva l’eco attraverso lo sproposito, l’errore di ragionamento o di buon senso. Se lo Stato interviene senza errore, Cannan non protesta; il che significa che l’interventismo, il liberismo, il socialismo, non sono problemi che interessino il sesto senso, se non quando si traducono in una verità od in un errore relativi a quei problemi specifici i quali interessano l’economista. E ciò vuol dire ancora che, se è utile fare una storia delle dottrine di confine fra l’economia e la politica e la filosofia, è bene fare anche un’altra storia, delle dottrine proprie economiche, una storia questa assai più minuta e complicata e sottile dell’altra; e forse meritevole di essere scritta prima; perché l’altra sappia precisamente di che cosa si occupano gli economisti. Quella del Cannan, al solito, non è stata scritta col proposito di far storia di dottrine; poiché essa è un trattato, in cui si discutono e si ricordano, scrupolosamente, le teorie degli autori i quali scrissero prima di lui.

 

 

Né sono una storia voluta le Prefazioni del Ferrara, sebbene siano risultate il più gran monumento finora eretto a celebrare i fasti della nostra scienza. Le prefazioni agli economisti italiani, ai fisiocrati, a Carey, a Rae, a Storch, ai monetaristi offrono a Ferrara l’occasione di riesporre, ripensare, discutere le teorie degli altri e creare una sua teoria. Egli è un politico, un patriota, un lottatore, oltrecchè un economista; epperciò nelle sue prefazioni la materia specifica economica non è separata dalle altre. Ma egli è sovratutto grande economista; e di lui sopravvivono appunto quelle pagine nelle quali egli espone, critica e ricrea le teorie economiche. Nessun paese al mondo possiede un capolavoro paragonabile a questo: trattato e storia, in forma bislacca di prefazioni scucite.

 

 

17. Ho lasciata per ultimo la sola storia scritta come tale e con intendimenti non troppo dissimili da quelli a cui si dovrebbe informare la storia delle dottrine: il catalogo di Mac Culloch. Un tempo la The Literature of Political Economy di J.R. Mac Culloch correva tra le mani di tutti gli economisti e Ferrara, ad es., la usava e citava spesso. Adesso è diventata un ferro del mestiere dei librai antiquari (specializzati in economia) i quali vi imparano il valore vero dei libri vecchi (anteriori al 1845) che hanno in magazzino. Quello di Mac Culloch è un semplice catalogo; ma è classificato per materie, con giudizi, talvolta con estratti. I giudizi sono maligni; ma sono dominati dalla premessa: Tizio ha detto qualcosa che poi Ricardo perfezionò? Caio aggiunse qualcosa a quel che Ricardo disse? Mac Culloch non era un genio; ma, essendo solo un eruditissimo uomo e buon ragionatore, ebbe il merito di vivere tutta la vita laboriosa in estatica ammirazione di Ricardo. E poiché Ricardo è l’alfa e l’omega della nostra scienza, e tutto finisce in lui e tutto da lui comincia, per accettazione o negazione, così accade che il catalogo del suo pedissequo sia un gran libro. Dove si impara a distinguere il loglio dal grano; dove, dallo spazio attribuito, si comincia a capire quali siano i problemi economici e quali no; dove si vede l’adoratore di Ricardo, per far dispetto a Malthus, togliere persino al suo idolo la palma della scoperta della teoria della rendita per attribuirla giustamente ad Anderson.

 

 

L’onesto uomo non previde i progressi della scienza posteriori al 1845 e per conseguenza non capì Cantillon, sebbene anteriore a lui di quasi un secolo, non avvertì Lloyd e Cournot, i quali precorrevano i tempi. Ma tentò di unicuique suum tribuere e lo tentò, per quanto stava in lui, nel puro campo alla scienza economica. Speriamo sorga qualche redivivo Mac Culloch, diligente e paziente come lui, il quale scriva, diviso per teorie, dalle più generali alle più speciali, questo libro desideratissimo ed illeggibile, coll’ausilio del quale si possa appiccicare ad ogni teoria o teorema o corollario il cartellino degli autori e dei perfezionatori e si possa rispondere alla domanda: chi l’ha detto? ed all’altra: è già stato detto? A quest’ultima, novantanove volte su cento, sono tentato di rispondere di sì. Il bello o il brutto viene quando, dopo, bisognerebbe rispondere alla prima domanda. Lì, posti di fronte al quesito: chi ha esposto per il primo uno di quei teoremi intorno ai quali noi poveri diavoli di economisti ci arrapiniamo e rispetto a cui diventiamo belve feroci se c’è chi li storca o li ripeta male o li reinventi a proprio particolare profitto, ridiventiamo gente da nulla. Con la quale confessione personale di ignoranza finisco chiedendoti venia, caro Benini, per aver consumato tante parole intorno ad un problema di attribuzione di paternità, laddove quel che importa non è di rimestare le verità acquisite ma di conquistare verità nuove. La venia richiesta mi sarà forse liberalmente da te concessa riflettendo che la notizia delle verità acquisite è necessario fondamento per la conquista delle verità nuove.

 

 



[1] Lettera al prof. Rodolfo Benini a proposito di una sua lettera pubblicata in precedenza sulla stessa rivista (fasc. I, genn./febbr., pp. 45-50) col titolo L’ordinamento corporativo della nazione e l’insegnamento dell’economia politica. (Lettera aperta al prof. Ugo Spirito). Alle pp. 315-320 segue la risposta di R. Benini, Coesione e solidarietà. Risposta al prof sen. Einaudi. Alle pp. 321-324 segue una postilla all’articolo di L. Einaudi di Ugo Spirito, La storia dell’economia e il concetto di stato [Ndr.].

[2] Appunto perché non intendo menomamente intervenire nella sostanza della discussione aperta fra te ed il prof. Spirito: ma soltanto porre un dubbio storico su chi e quanti siano coloro i quali repugnarono alla tesi da te posta, così non discuto la critica che a questa tesi muove lo Spirito: implicare dessa, sebbene materiata di realtà, un «dualismo irriducibile di Stato ed individuo» oramai superata dalle nuove concezioni dello Stato, le quali identificano lo Stato con l’individuo «in una sintesi idealmente assoluta, e, di fatto, sempre più realizzabile e realizzata». Vero è che, incidentalmente lo Spirito afferma che il suo dualismo è implicito nel «linguaggio» da te adoperato. Il che porterebbe a chiedersi se, per avventura, non si tratti di un contrasto – fra la tua (e quindi fra quella degli economisti che io tento di dimostrare essere identica alla tua) e la tesi dello Spirito – più di linguaggio – di terminologia, che di parole. Se io possedessi la meravigliosa facoltà che in sommo grado aveva il compianto amico Vailati di tradurre una qualunque teoria dal linguaggio geometrico in quello algebrico, da quello edonista in quello della morale kantiana, dalla terminologia economica pura normativa in quella applicata precettistica, potrei tentare di ritradurre la pagina dello Spirito nella formalistica tua, ossia economistica classica. Sarebbe un esercizio fecondo, simile a quelli di cui racconta Loria, da lui intrapresi in gioventù; di esporre successivamente una data dimostrazione economica prima in linguaggio di Adamo Smith, e poi di Ricardo e quindi di Marx, di Stuart Mill e di Cairnes. Ma sono esercizi che vanno, come faceva Loria, dopo fatti, riposti nel cassetto. Giovano ad insegnare l’umiltà ad ognuno di noi, quando per un momento ci illudiamo di aver visto qualcosa di nuovo. Perché se questa novità poteva essere stata detta con le loro parole e inquadrarsi nel pensiero dei vecchi, segno è che quel qualcosa era contenuto in quel pensiero. Ma non possono né devono impedire che ogni generazione usi quel linguaggio che meglio si adatta al modo suo di pensare e d’intendere il mondo. Si riscrive la storia; perché non si dovrebbe riscrivere la scienza economica, prima in termini di costo di produzione, e poi di utilità e quindi di equilibrio statico e poi di equilibrio dinamico?

[3] Cfr. Osservazioni critiche intorno alla teoria dell’ammortamento dell’imposta e della teoria delle variazioni nei redditi e nei valori capitali susseguenti all’imposta, in «Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino», vol. 54, 1918-1919, pag. 1083; e prima a pag. 287-89 del vol. 63 della serie seconda delle Memorie della detta Accademia. Nella mia nota l’analisi della natura dell’azione dello Stato, sebbene a lungo svolta, era la premessa necessaria della discussione di un problema particolare: come l’imposta influisca sul saggio dell’interesse e sui valori capitali e la premessa generale era necessaria per giungere alla conclusione che l’imposta, contrariamente all’opinione comune, aumenta i redditi e i valori capitali. Ma Antonio De Viti De Marco, indipendentemente e svolgendo concetti contenuti in germe nella citata sua memoria del 1888, conduceva quella medesima premessa teorica del carattere produttivo dello Stato a vaste illazioni interessanti tutta l’economia pubblica nei suoi recenti I primi principii dell’Economia finanziaria (Roma 1928) ed io cercai nuovamente di utilizzarla in un volume, il cui titolo medesimo Contributo alla ricerca dell’ottima imposta (Milano, Università Bocconi, 1929) indica che si tratta di uno sforzo, non monta se bene o male riuscito, per scoprire quella maniera di sistema tributario che agisce come parte di quel complesso meccanismo dal quale deve risultare l’ottima società di uomini, in un ottimo Stato, in un’ottima popolazione, ecc. ecc. Schema astratto senza dubbio: ma astrazione da una realtà, la quale, se gli uomini cooperanti nello Stato agissero in un certo modo, potrebbe avvicinarsi allo schema. Coloro che così esaltavano il compito dello Stato erano, come Mazzola, vivacissimi liberisti; od hanno fama, come De Viti – De Marco e lo scrivente, di tali. V’è contraddizione tra la loro teoria e quella che si qualifica come loro azione pratica? Rispondeva già nel 1919 di no «essendo ovvio che l’epiteto di liberista applicato agli economisti è privo di significato ed essendo caratteristica degli economisti dichiarare preferibili certe azioni non perché compiute dagli individui, ma perché più economiche, più feconde, a parità di costo, di altre, sia che esse siano compiute dagli individui o dalla Stato» (cfr. nota citata a pag. 1094).

[4] La proposizione «gli economisti repugnano ad accogliere il concetto dello Stato come fattore della produzione» si può convertire nell’altra: «gli economisti inclinano a considerare lo Stato come distruttore o consumatore della produzione privata» e poiché non si può volere ciò che è dannoso, la seconda proposizione si converte agevolmente in quella del testo: «gli economisti sono contrari allo Stato». Caduta la tesi della repugnanza, cade tutta la sequela.

Torna su