Se si vuol vendere, bisogna comperare

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 31/05/1923

Se si vuol vendere, bisogna comperare

«Corriere della Sera», 31 maggio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 260-263

 

 

 

Quei deputati, e fra essi si sono veduti anche rappresentanti del lavoro, i quali hanno invocato i dazi doganali allo scopo di difendere il lavoro nazionale, hanno messo il dito sull’argomento principe contro il protezionismo. Guardare ai fumaioli che vomitano fumo, alle macchine che girano, ai telai che lavorano, per merito dei dazi doganali, i quali impediscono l’entrata delle merci forestiere e favoriscono così la vendita dei prodotti nazionali, è guardare ad un aspetto solo del fenomeno. Sì, tutto è bello finché si guarda alle fabbriche le quali sorgono e lavorano, agli operai che sono impiegati, alla ricchezza che si produce. Perciò fanno una magnifica figura quelli che invocano protezione per l’industria nazionale, descrivendo pateticamente i vantaggi derivanti dai dazi ai lavoratori ed il pericolo di vedere sul lastrico decine di migliaia di operai, ove si apra la porta all’invasione straniera. L’on. Buozzi riscosse plausi parlando della necessità di difendere la siderurgia, non a favore di questa ma dei lavoratori minacciati di disoccupazione. Egli poté persino, a somiglianza di tutti i protezionisti classici di tutti i tempi e di tutti i paesi, affermare di non essere, così parlando, protezionista.

 

 

Il male si è che questi sviscerati amanti dell’industria e del lavoro nazionali, ne sono invece, inconsapevolmente, fieri nemici. Provocano dazi di ritorsione avversi alla esportazione delle nostre merci; quindi contrari anche alla produzione di esse; e quindi annientatori di altrettanto lavoro nazionale.

 

 

Né si risponda: i dazi stranieri non sono istituiti per ribattere i nostri; ma viceversa noi siamo costretti a metter dazi per ribattere i dazi altrui. Se anche questo palleggiamento di responsabilità, che fiorisce contemporaneamente sulla bocca dei protezionisti italiani, francesi, americani, tedeschi, ecc., e quindi si annulla reciprocamente, fosse vero; se anche, per miracolo, i nostri dazi non fossero i provocatori, ma i provocati, rimarrebbe vera la tesi del buon senso; coi dazi non si crea lavoro, lo si sposta. Immaginiamo persino l’assurdo: che l’Italia possa colpir con dazi le merci estere e che i paesi stranieri non se ne curino ed olimpicamente accettino, senza dazi, le merci italiane esportate nel loro paese. Sarebbe, a sentire i protezionisti, il colmo della fortuna per il paese: tutti i vantaggi derivanti dal divieto alla inondazione delle merci estere e nessun ostacolo alle esportazioni nazionali.

 

 

Anche in questo caso estremo, vagheggiato da Columella in poi, i dazi non danno lavoro. Supponiamo infatti che, prima dei dazi, l’Italia importasse 10 miliardi di lire di merci estere e ne esportasse altrettanto. Vengono i dazi italiani sulle merci estere e l’importazione scende da 10 miliardi a 5. Forseché le nostre esportazioni rimarranno ferme a 10 miliardi? Con che cosa gli stranieri ci pagherebbero la differenza? Con danaro contante, ossia, con oro, ché della carta straniera giustamente non vorremmo saperne? Chi ha mai visto tutto quest’oro in giro per il mondo? E quando l’avessimo ricevuto, non sarebbe un malanno? Aver tant’oro, non è la stessa cosa che aver tanta carta moneta? Il molto oro non ha lo stesso stessissimo effetto della molta carta, che è di far salire i prezzi? E se i prezzi salgono in Italia, come può l’Italia esportare ancora 10 miliardi verso i paesi dove i prezzi sono bassi ed importarne da essi solo 5, quando le merci notoriamente vanno dai paesi a prezzi bassi a quelli a prezzi alti e non viceversa?

 

 

Gli stranieri ci pagheranno la differenza, rilasciandoci dei pagherò? Siamo davvero così gran signori da poter vendere, per anni ed anni, a credito? E troveremmo tanto facilmente chi meriti il credito? E quando la faccenda del non essere pagati un bel giorno finisse, come andremmo innanzi?

 

 

Gira e rigira, le merci si scambiano con merci. Se noi vogliamo vendere agli stranieri 10 miliardi di lire di merci nostre, bisogna adattarci a comprare 10 miliardi di lire di merci estere. Se noi non vogliamo saperne di queste, gli stranieri non avranno i mezzi di comprare la roba nostra. Accade tra le nazioni, ossia tra gli individui appartenenti a diverse nazioni – gli scambi non avvengono tra nazioni, ma tra individui – quel che accade tra individui appartenenti alla stessa nazione. Il calzolaio può comprare vino o pane o vestiti, perché e finché vende scarpe. Columella diceva, ed i protezionisti ripetono ancora adesso: «il vignaiolo (e si può dire il produttore nazionale) vende il suo vino al calzolaio (l’odiato straniero), ma, se vuole arricchire, non compri scarpe. Se le faccia lui». Ma il calzolaio non può comprar vino, se non vende le scarpe. Perciò il buon senso ha insegnato al vignaiolo ed al calzolaio di fare ciascuno il proprio mestiere e di scambiarsi tra di loro vino e scarpe. Così, per forza, debbono fare le nazioni, ossia gli individui appartenenti alle diverse nazioni, tra di loro. È inutile fare delle smorfie con i dazi e tirare a farsela. Non ci si riesce. Non ci si può riuscire. Se l’Italia vuol vendere molta sua roba, è necessario si rassegni a comprarne molta dagli altri. Se ne compra molta, ciò è segno infallibile che ne vende anche molta. L’inondazione, l’invasione delle merci estere sono ridicole figure rettoriche, senza nessun significato.

 

 

Il dilemma è chiaro: o l’Italia accoglie la tesi protezionistica e tenta di ridurre le importazioni straniere, ad esempio da 10 a 5 e conviene in tal caso si rassegni a veder diminuire le sue esportazioni da 10 a 5. Di quanto cresce il lavoro nazionale da una parte, perché bisogna fabbricare all’interno le merci che non si importano più; di altrettanto scema dall’altra parte lo stesso lavoro nazionale perché non si fabbricano più le merci che non si possono più esportare.

 

 

O l’Italia accoglie la tesi liberistica di lasciar importare molto ed essa in tal caso esporterà molto. O chiudersi in se stessa, al par d’una lumaca, o dar aria alle camere per espandersi nel mondo.

 

 

L’on. Canepa scrive:

 

 

«Il senatore Einaudi, probabilmente ingannato dalla meno esatta dicitura del resoconto sommario della seduta della camera di venerdì, attribuisce a me, designandomi colla perifrasi «un deputato social riformista», opinioni diverse e in parte opposte a quelle che ho realmente espresse.

 

 

Il coefficiente di maggiorazione di 0,15 sui semi da cui si estraggono gli oli non ha carattere protezionistico perché né la commissione né io sosteniamo di applicarlo anche agli oli sicché esso incide soltanto sul profitto industriale degli oleifici il quale (i loro bilanci ne fanno fede) è pingue assai e può facilmente sopportare questo lieve onere a beneficio di quell’erario per cui sono sottoposti a così duri pesi gli olivicultori che versano in inopia.

 

 

Come mai, poi, avrei potuto «lamentarmi del basso dazio sull’olio di seme di cotone» quando questo dazio è di ben cinquanta lire oro per quintale, mentre quello sugli oli dei semi di lino, di arachide, di solza, di ravizzone è di 24 lire?

 

 

In realtà, sono proprio io che ho invocato un trattato di commercio cogli Stati uniti che permetta, mediante proporzionali concessioni, l’esportazione del nostro olio d’oliva, rialzando così le sorti dell’olivicoltura, senza danneggiare i consumatori meno abbienti.

 

 

In questo senso, ho detto, gli olivicultori sono libero scambisti, ed ho soggiunto che lo sarebbero anche in senso assoluto il giorno in cui del libero scambio potesse godere non solo ciò che essi producono, ma anche ciò che essi consumano».

 

 

Aumentato che sia, come vogliono gli olivicultori, il dazio sui semi da olio, gli oleifici nazionali dimostreranno alla solita luce meridiana che essi sono votati alla rovina ed otterranno un aumento sui dazi degli oli di seme. Così aumenteranno i prezzi degli oli di seme e per ripercussione quelli dell’olio di oliva. Senza questa speranza perché si agiterebbero gli olivicultori?

 

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