Sei mesi di commercio coll’estero

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 28/07/1899

Sei mesi di commercio coll’estero

«La Stampa», 28 luglio 1899

 

 

 

Buoni sintomi per l’Italia Dalle cifre or ora pubblicate dal Ministero delle finanze si può trarre

argomento a parecchie considerazioni abbastanza liete. Le importazioni sono diminuite da 741 milioni nel primo semestre del 1898 a 718 milioni nel primo semestre 1899. Per se stessa questa diminuzione non significa nulla.

 

 

Molti credono che sia un bene che le importazioni diminuiscano, perché siamo così meno tributari dell’estero. In linea generale questo è un errore. La diminuzione significa soltanto che noi possiamo comprar meno all’estero, ed è un indice di povertà. In Inghilterra, nazione ricchissima, le importazioni crescono continuamente. Nel caso nostro, però, la diminuzione non è indice di povertà. Infatti se nel complesso le importazioni sono diminuite di 23 milioni, il contributo massimo è dato dai generi alimentari scemati di 113,800 mila lire. Abbiamo in questo primo semestre importato infatti più di 111 milioni di lire di meno che nell’anno scorso in grani e granaglie, perché il raccolto passato era riuscito buono, mentre quello precedente era pessimo ed avea avuto le dolorose conseguenze che tutti sanno.

 

 

La diminuzione di 113 milioni nella categoria dei generi alimentari fu compensata dall’aumento in altre categorie, in modo che, come abbiamo detto, la diminuzione fu di soli 23 milioni nel complesso. Aumentò la categoria delle materie gregge necessarie all’industria da 248 a 292 milioni, ossia di quasi 44 milioni.

 

 

Gli aumenti massimi si ebbero nel carbon fossile (17 milioni), animali equini (5), legno comune (4), tabacco in foglie (2,6), bozzoli (2,5), lane naturali (2), pelli crude (2), rottami di ferro, ghise ed acciaio (4.1), avene (2.2), semi oleosi (2,4), ecc. Crebbe pure la categoria delle altre materie (non gregge) necessarie all’industria da 116 a 143 milioni, ossia di 27 milioni. Gli aumenti massimi si ebbero nella seta tratta greggia (12 milioni), nelle lane tinte, cardate, pettinate e meccaniche (4), nella seta tratta tinta (4.8), nella ghisa in pani (1), nei solfati (1.5). L’aumento minore lo si ebbe nella categoria dei prodotti fabbricati, i quali crebbero solo da 126 a 146 milioni, ossia di 19.6 milioni. I contributi maggiori furono dati dai colori e vernici (2.1), ferro ed acciaio di seconda fabbricazione (1.5), macchine e parti di macchine (5.1), apparecchi di rame (2), ecc. ecc.

 

 

Si vede che l’Italia abbisogna di una maggiore quantità di materie prime e di combustibili per le sue industrie; il che è un argomento non di condoglianze, come vorrebbe far credere qualche giornale, ma di rallegramenti sulla espansione grandiosa delle nostre industrie. L’errore di quelli i quali ritengono che l’aumento delle importazioni sia un danno lo si può accertare meglio guardando alla parte attiva del bilancio commerciale. è chiaro che, se noi non importiamo materie prime, noi non potremo esportare manufatti all’estero; e che se noi dagli stranieri non compriamo, nemmeno gli stranieri faranno acquisti presso di noi. Le esportazioni sono cresciute nel primo semestre del 1899, di fronte al corrispondente periodo del 1898, da 573 a 624 milioni di lire, ossia di quasi 51 milioni.

 

 

Si esportano in più 9,5 milioni di materie gregge necessarie all’industria, fra cui 4 milioni in più di canapa greggia, 1.1 di piume da letto, 1.1 di pelli crude, 2 di prodotti diversi. Diminuì di 2.1 milioni lo zolfo, di 1.6 i cascami di seta greggi. Le altre materie non gregge necessarie all’industria crebbero di 16,4 milioni. I contributi massimi li diedero i filati di cotone per 1.7 milioni, la seta tratta semplice o torta per 8.9 milioni, i cascami di seta per 3.1 milioni. Scemò l’argento greggio in rottami per 3.6 milioni.

 

 

Si esportarono pure 14,9 milioni in più di prodotti fabbricati, fra cui 6.4 milioni di manufatti di cotone, 1.1 di manufatti di lana, 6,3 di manufatti di seta, 1.3 di mobili, 2.2 di coralli, ecc. La diminuzione più grave in questa categoria è data dai bastimenti per 7.6 milioni. I generi alimentari crebbero da 162 a 172 milioni, ossia di 10 milioni di lire. Qui si hanno cifre diverse per i diversi prodotti. L’olio d’oliva aumentò di 7.3 milioni, gli agrumi di 5.2, i legumi ed ortaggi freschi di 1.4, gli animali bovini di 2.4, le carni e il pellame di 1.6, le uova di 1.4. Scemarono invece il vino per 7 milioni, le frutta fresche per 1.5, le mandorle, noci e nocciuole per 2 milioni, ecc. La diminuzione del vino non deve spaventare, perché il 1898 era stato un anno eccezionale per abbondante esportazione. Le cifre del 1899 (in ettolitri) sono ancora superiori a quelle del 1895, 1896 e 1897.

 

 

L’Italia sa dunque trarre partito delle crescenti quantità di importazioni per esportare all’estero in quantità maggiori i prodotti della propria agricoltura e della propria industria. In ciò si segue un movimento che non data da ieri soltanto, ma che è il risultato di molti anni di nuovo indirizzo nella economia nazionale. Finora non si vedono i segni molto netti e precisi nelle correnti commerciali del nuovo trattato colla Francia; e del resto, a chi abbia una conoscenza anche mediocre del modo con sui si devono interpretare le statistiche, sembra difficilissimo rintracciare in mezzo alla selva di cifre forniteci dal Governo, quale è stata l’influenza esercitata da un trattato conchiuso da poco, con una sola nazione e su un numero non grandissimo di voci.

 

 

Ad ogni modo un’altra volta esamineremo le correnti speciali tra la Francia e l’Italia. Fin d’ora possiamo affermare che il risultato dell’esame non sarà diverso da quello a cui siamo giunti ora: che cioè il movimento di importazione e di esportazione sembra essere felicemente avviato.

 

 

Si tratta solo di accelerare l’aumento delle correnti in ambedue i sensi. Se si pensa che l’Italia con 32 milioni di abitanti ha un commercio internazionale di appena 2 miliardi e 600 milioni di lire, mentre il Belgio con 6,5 milioni di abitanti ha un traffico di 3 e 1/2 miliardi, si vede che non abbiamo da impaurirci nel veder crescere le dimensioni del nostro bilancio commerciale. E ripetiamo, non è possibile accrescere le esportazioni senza aumentare anche le importazioni. Sono i due piatti di una bilancia; con questa differenza che se l’uno scende, l’altro non sale, ma scende del pari.

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