Semplificare e ridurre

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/03/1922

Semplificare e ridurre

«Corriere della Sera», 7 marzo 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 592-596

 

 

 

In Italia, sebbene i contribuenti abbiano l’impressione di pagare imposte fortissime, e sebbene siano qua e là sorte leghe di contribuenti, primo indizio di una reazione contro la persecuzione tributaria, sarebbe tuttavia esagerato affermare che i contribuenti medesimi, il pubblico, i legislatori e persino gli uomini di governo abbiano un’idea precisa della pressione enorme a cui giungono le imposte. A questa pressione si è giunti a poco a poco, per via di inasprimenti successivi, di addizionali, di aggiunte stabilite per conto di innumerevoli enti, senza mai tirare le somme e vedere a che punto si giungeva nel totale. Un tempo, si strillava quando le imposte venivano aumentate dell’1 e tutti ricordano come la camera dei deputati riducesse dal 5 al 2% del principale il contributo per il terremoto di Messina e Reggio Calabria. Adesso, per iniziativa di ministri diversi da quello delle finanze, si scarica sui contribuenti una gragnuola di 5, 10, 20%, come se si trattasse di confetti 20% per i mutilati, 1% 2% per le più diverse faccende, come il turismo, gli addetti commerciali all’estero, e simiglianti entità, a cui nessuno un tempo avrebbe immaginato di dare il diritto di prelevare imposte sulla pelle dei contribuenti. Si guarda quasi con indifferenza alla pretesa degli esattori delle imposte di ottenere la conferma delle esattorie per un altro decennio, senza la garanzia di una pubblica asta ed agli aggi antichi; senza ricordare che talvolta gli aggi sono diventati l’ira di dio e crescono di centinaia e di migliaia di lire all’anno la spesa gravante su un solo contribuente! Il risultato è che le aliquote diventano sempre più alte e sempre più improduttive; che nessuno ci si raccapezza più e che le imposte in molti casi sono diventate confiscatrici, ad insaputa di coloro stessi i quali erano colpevoli del misfatto. Oramai, occorre uno specialista per calcolare le imposte; in ogni azienda un po’ importante, uno o parecchi impiegati debbono dedicare tutto il loro tempo alla materia tributaria; sicché il loro salario e la spesa del loro ufficio vanno considerati come una vera imposta da aggiungersi a quelle pagate allo stato.

 

 

Il peggio è la mancanza di coordinazione fra imposta ed imposta, fra imposta e sovrimposta. Ognuna fa da sé ed ognuna punta verso l’alto, senza preoccuparsi se la somma non diventi assurda. Vi sono sindaci, consiglieri comunali e funzionari delle imposte locali scandolezzati al pensiero che la tassa di famiglia non possa superare il 7% del reddito imponibile, anche per redditi più elevati. Costoro ripetono in coro: 7%? si tratta di una cosa da ridere; si può andare comodamente al 20 od al 25%! Il brutto della facezia si è che, a dire le stesse cose, sono in tanti: stato, province, comuni, camere di commercio, enti pubblici vari con potestà tributarie, ed i nomi delle imposte sono tanti – terreni, fabbricati, ricchezza mobile, centesimo di guerra, sovrimposte, tassa camerale, tassa di famiglia, addizionale mutilati, contributo straordinario di guerra, imposta sui redditi superiori a 10.000 lire, patrimoniale, successioni, ecc. ecc. – e tutti colpiscono il medesimo oggetto, ossia il reddito, che arrivare al 100% del reddito è oggi cosa facilissima.

 

 

E dico 100% del reddito effettivo; ché, se si bada al reddito legale o catastale, si arriva bene spesso al 200, al 500 ed al 1.000 per cento. La tendenza moderna verso la progressività delle aliquote sta aggravando il malanno; poiché laddove le scale delle aliquote sono rimaste invariate e si applica, come prima, ad esempio per la tassa di famiglia, il 3% ad un reddito di 20.000 lire, il 5% ad un reddito di 50.000 lire ed il 7% ad un reddito di 100.000 lire – ma in realtà anche le scale furono grossolanamente aumentate, senza criterio e senza misura – bisogna ricordare che i redditi valgono un quarto od un quinto di prima. E così, il 3% su un reddito di 20.000 lire, significa il 3% su un antico reddito di 5.000 lire, che un tempo pagava a mala pena l’1%; il 5% su un reddito di 50.000 lire, vuol dire il 5% su un reddito di 12.500 lire; e il 7% su un reddito di 100.000 lire equivale al 7% su un reddito antico, in lire buone, di 25.000 lire. Tutto ciò s’intende, in aggiunta al grosso battaglione delle altre imposte. La svalutazione monetaria ha avuto il netto, preciso significato di un triplicamento o quadruplicamento di tutte le vecchie aliquote progressive. Anche se queste fossero state lasciate invariate, il che non fu, per la sola azione fatale della svalutazione monetaria tutte le imposte a base progressiva avrebbero subito un inasprimento spettacoloso.

 

 

Perciò io credo che la prima opera da farsi sia quella della chiarificazione tributaria. L’on. Soleri ha presentato al parlamento un progetto di riforma tributaria che è quello antico Meda-Tedesco, con alcuni lodevoli ritorni all’originario progetto Meda e con alcuni altri miglioramenti degni di approvazione. Stanno pure dinanzi al parlamento un altro suo progetto di riforma dell’imposta patrimoniale e uno, ampiamente innovatore, sui tributi locali.

 

 

Bisogna affrettarsi a discuterli, non foss’altro per la ragione ora detta della semplificazione. Nessuna norma dei disegni Soleri mi sembra più lodevole di quella contenuta all’art. 13 del disegno di riforma dei tributi di stato: «È fatto divieto di creare, se non per iniziativa del ministro delle finanze, tributi di carattere speciale destinati a spese di gestione di altri ministeri o ad enti autonomi da questi creati». Bisogna farla finita ad ogni costo con il brutto vezzo di creare imposte dalle denominazioni più stravaganti ed a beneficio degli enti più inverosimili. Le imposte debbono essere poche, semplici, senza addizionali, senza imbrogli. Debbono andare tutte e solo a vantaggio dell’erario statale, provinciale e comunale. Gli aggi debbono essere ridotti al minimo; le false spese di esazione debbono scomparire. Si vuole da un contribuente il 40%? E sia. Ma glie lo si dica chiaramente, in tempo, senza pentimenti e senza aggiunte; in modo che egli possa, al principio dell’anno, fare i suoi conti e calcolare se gli conviene o no lavorare o produrre con l’obbligo di pagare il 40% d’imposta.

 

 

Altrimenti, si sa che cosa accade. Siccome è assurdo che il contribuente lavori, risparmi, sfatichi per dare il 100% od anche solo il 50 ed in certi casi il 30% del suo guadagno allo stato, le leggi tributarie odierne organizzano, per chi lo può, la necessità della frode. È pensabile che un avvocato, un medico, un ragioniere, un professionista qualsiasi, il quale guadagni, sì e no, 30.000 lire all’anno, con molte incertezze ed alti e bassi, con carichi di famiglia, con la preoccupazione di un peculio per la vecchiaia, le malattie, la morte prematura, voglia pagarne 10.000 al fisco, come legalmente dovrebbe fare, al gran minimo, tenuto conto di tutte le gravezze d’ogni specie che su lui pesano per legge? Ohibò! Ciò è irragionevole e non può accadere. Schiacciato sotto un peso iniziale così grave, come troverebbe egli la forza ancor di lavorare? Non gli gioverebbe piuttosto cacciarsi in qualunque impiego pubblico, diventare impiegato di banca o di commercio, dove almeno non si esercita la rivalsa dell’imposta, e ci sono la pensione ed i congedi per malattia? La via d’uscita è una sola: fingere che il reddito sia di sole 10.000 lire e ridurre così il pagamento per imposta a 3.000 lire circa, che è già peso grosso, ma non tale da distruggere del tutto la fonte imponibile.

 

 

Purtroppo, non tutti possono profittare di una certa elasticità di valutazione dei redditi. Ci sono i disgraziati a reddito fisso, le cui voci diventano di giorno in giorno più angoscianti. Una nonna, rimasta sola con la nuora ed una nipotina, orba del padre morto in guerra, scrive di aver denunciato l’intiero suo patrimonio di 52.000 lire e non sa persuadersi di dover pagare su 3.680 lire di reddito lordo, ben 1.917 lire d’imposte diverse. Come fare, con le 1.763 lire residue sue e con le 1820 della pensione privilegiata della nuora a far fronte alle spese di riparazioni dell’immobile urbano ed alle eventuali spese per la terra, ed a vivere in tre? Ha dovuto vendere 6.000 lire di consolidato; ma l’agenzia delle imposte, per legge, non può diffalcare nulla dalla cifra del patrimonio. Essa non sa ancora, la poveretta, che più o meno presto la sua casetta ed il suo campo saranno rivalutati e che l’imposta patrimoniale sarà raddoppiata o triplicata!

 

 

Bisogna correre ai ripari, sinché si è in tempo. La gravezza delle aliquote è oggi tale che può durare solo fondandosi sull’ipotesi che il contribuente frodi a man salva. Per coloro che non possono frodare, a che parlare ancora di redditi e di ricchezze? La proprietà del contribuente che paga le imposte di legge è un puro nome, un titolo onorifico. Come è un puro titolo, privo di contenuto economico, dire marchese di Ivrea o conte di Cavour, così fin d’ora è spesso un puro titolo, nemmeno onorifico, essere iscritti nel catasto come proprietari di fondi rustici od urbani affittati, di valori pubblici e simili pezzi di carta. È socialmente utile costringere alla frode i contribuenti o far passare i loro averi intieramente nelle casse del fisco, trasformandoli da parti del patrimonio del paese in beni di consumo destinati ad essere distrutti nell’anno?

 

 

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