Tratto da:

Risorgimento liberale

Si comincia a votare

«Risorgimento liberale», 5 aprile 1945

 

 

 

Gli italiani sono invitati da oggi a dare liberamente il loro voto all’Italia. Sottoscrivere al prestito è invero dare un voto, dare un voto libero e darlo all’Italia.

 

 

Anche colui il quale paga imposte in un certo senso si può dire voti; perché ubbidisce alle norme che egli stesso ha contribuito a formare, votando per gli uomini che nei parlamenti e nei governi deliberano le imposte che i cittadini sono poscia chiamati a pagare. Ma il voto è indiretto e non è sempre chiaro. Quando si tratti di governi tirannici, vota chi impugna le armi contro il tiranno; che non è cosa da tutti né si può fare senza grave rischio. Quando i governi sono liberi, non sempre i cittadini sono chiamati a deliberare apertamente sulle imposte che essi medesimi sono disposti a pagare per conseguire i fini che essi reputano propri dello Stato. Spesso si vota sulle imposte che si vogliono far pagare altrui; e più spesso ancora si vota sulle spese a vantaggio proprio di cui si spera di non sopportare l’onere.

 

 

Invece la sottoscrizione ad un prestito, quando non sia fisicamente o moralmente coatta, come fu non di rado nel ventennio fascista, è il frutto di una matura deliberazione individuale. Essa è un voto di fiducia dato allo Stato. Il sottoscrittore pensa: «credo che sottoscrivere ai buoni del tesoro i quali oggi mi sono offerti sia cosa vantaggiosa per me e per il paese. Vantaggiosa per me, che metto a buon frutto i risparmi disponibili. Vantaggiosa per il paese, perché dando al tesoro i miei biglietti od i miei averi in conto corrente di banca o di casse di risparmio, faccio sì che il tesoro non debba farsi anticipare nuovi biglietti dalla Banca d’Italia. Per quanto sta in me, io faccio sì che non si stampino biglietti nuovi e che perciò non cresca la fiumana di carta monetata la quale sta contro alla massa esistente di beni di consumo e di beni strumentali. Dunque faccio quanto sta in me perché il rapporto fra quantità di carta moneta e quantità di beni non peggiori; delibero cioè di operare ed efficacemente opero a fermare il rialzo dei prezzi. Non essendo i prezzi altro che un rapporto fra unità di moneta ed unità di beni, io contribuisco anzi, se per altra via la quantità dei beni prodotti aumenterà, come è sperabile e probabile, alla diminuzione futura dei prezzi, ossia al ribasso nel costo della vita. Dunque, facendo il vantaggio del paese, ritorno a fare il vantaggio mio personale; ed al lucro certo del buon frutto del mio investimento aggiungo il lucro altrettanto certo, sebbene non determinabile in una somma data di lire soldi e denari, del probabile minor costo della vita.

 

 

Tutto ciò è ragionamento, a cui segue l’azione del sottoscrivere, ossia il voto. Il voto del sottoscrittore, essendo ragionato, è anche libero. Pur in perfette ideali condizioni di libertà di voto, immuni da ogni sorta di intimidazione e di coercizione materiale e morale, il voto dell’elettore non sempre è ragionato, epperciò veramente libero. Si vota a pro dell’uno o dell’altro candidato per affiliazione di parte, per tradizioni di luogo, di gente e di famiglia, per ubbidienza inconsapevole a quelli che i classici dicevano andazzi a reali e più spesso ad immaginati interessi di classe, forse a ragionamenti corretti ma non di rado a sofismi universalmente accolti. Ma il voto del sottoscrittore è certamente ragionato. Nessuno sottoscrive se non è convinto di fare, insieme con il vantaggio pubblico, anche l’interesse proprio. Il voto è certamente serio, perché non si investono volontariamente risparmi se non dopo avere tra sé e sé meditato sulla convenienza del sottoscrivere; e dopo aver concluso, come fu chiarito sopra, che l’interesse proprio coincide coll’interesse dell’universale. Il voto, ragionato e libero, non è un voto di parte. Non si vota per il trionfo di un candidato sopra l’altro; di una parte a danno dell’altra; sibbene per la salvezza dello Stato italiano contro il tedesco, per la vittoria dei liberi cittadini contro gli schiavi abiettamente supini e per la liberazione dei moltissimi tenuti schiavi colla forza. Il sottoscrittore al prestito vota per il bene comune, per la restaurazione della cosa pubblica, per quella restauratio aerarii dalla quale dipende la salvezza della potenza d’acquisto della lira. Chi sottoscrive al prestito vota ed afferma col fatto del sottoscrivere di volere col fatto operare contro il mercato nero, contro i profittatori a pro del sacrificato ceto medio e delle moltitudini lavoratrici. Più e meglio di qualunque infiammato articolo contro i borsari neri e contro i profittatori del regime tramontato e del trambusto presente varrà l’atto semplice schietto di fede di chi rimanendo, se vorrà, sconosciuto, porterà oggi e domani il suo risparmio ad una banca e dirà: intendo acquistare uno o dieci o cento o mille buoni del tesoro.

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