Si deve introdurre in Italia un’imposta sul reddito?

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 01/09/1916

Si deve introdurre in Italia un’imposta sul reddito?

«Minerva», 1 settembre 1916, pp. 769-771

 

 

 

Un deputato, a cui non voglio far l’onore di ricordarne il nome in una rivista la quale si occupa di cose serie, volle procacciarsi nome di riformatore audace, esponendo in una delle ultime tornate della Camera italiana una sua bislacca idea di imposta eguale al 50 per cento dei redditi superiori a 50 mila lire. Istintivamente, sapendo per antica esperienza che i propugnatori invitti di imposte democratiche e progressive si reclutano tra coloro che, anche quando sono provvisti di beni di fortuna, hanno saputo accomodare le cose loro in guisa da non pagare le imposte vigenti, la mia mano corse a sfogliare l’elenco dei deputati e senatori contribuenti alla imposta di ricchezza mobile, che la mia rivista «La Riforma Sociale» pubblicò nell’ultimo fascicolo (5, 6 e 7) del 1916. Naturalmente il nome del deputato, famelico del denaro altrui a pro dell’erario, non figurava nell’elenco.

 

 

Forse egli, sdegnoso di un’imposta la quale, pur essendo una delle più alte del mondo, si contenta in cat. B di giungere a circa il 12 per cento del reddito, si riserva di adempiere all’obbligo suo tributario quando sarà giunto l’auspicato giorno dell’imposta eguale al 50 per cento del reddito. Sia concesso a me di augurarmi che il ministro Meda solo per cortesia parlamentare abbia dichiarato di volere tenere in alta considerazione la proposta del deputato riformatore. Poiché l’idea è invece bislacca e perniciosa, così fa d’uopo ricacciarla in quel nulla da cui non meritava di uscire.

 

 

Un’aliquota del 50 per cento per i redditi di 50 mila lire non è una cosa la quale stia campata in aria da sola. Essa deve avere un addentellato con le aliquote gravanti sui redditi inferiori e superiori. Non si può colpire col 50 per cento i redditi di 50,000 lire e lasciare esenti i redditi di 49,999 lire. Chi avesse un reddito di 50,000 lire avrebbe la convenienza di distruggere una parte dei suoi redditi per sfuggire all’imposta. Un egregio studioso, il dott. Vittorio Balbi, il quale rallegra le sue horae subsecivae studiando il meccanismo dell’imposta progressiva, ha calcolato quale potrebbe essere una formula razionale dell’imposta, nell’ipotesi che, ferma rimanendo al 50 per cento l’aliquota per i redditi di 50 mila lire, essa scemi per i redditi inferiori e cresca per i redditi superiori a quella cifra; che le variazioni siano graduali e continue, e che l’aumento dell’aliquota si arresti ad un certo punto, che egli ha trovato in lire 72,000. Ecco quale sarebbe questo che è uno degli andamenti razionali che si possono calcolare:

 

 

Reddito lire

Aliquota % sul reddito

Reddito lire

Aliquota % sul reddito

1000

1.38

15,000

18.77

2000

2.73

20,000

24.21

3000

4.07

25,000

29.29

4000

5.39

30,000

34.02

5000

6.70

35,000

38.44

6000

7.98

40,000

42.56

7000

9.25

45,000

46.41

8000

10.50

50,000

50.-

9000

11.73

60,000

56.47

10000

12.94

70,000

62.11

Per i redditi a partire da

72,000

63.14

 

 

Tecnicamente, la progressione dell’aliquota è corretta. Se si vuole prelevare il 50% dai redditi di 50,000 lire e se non si vuole che i redditi superiori abbiano interesse a trasformarsi negli inferiori, fa d’uopo ricorrere a una progressione regolare e continua di una forma somigliante a quella calcolata dal dott. Balbi. Fa d’uopo anche ad un certo punto che nell’esempio citato è quello di 72,000 lire arrestarsi con l’incremento dell’aliquota se non si vuole che l’aliquota finisca con assorbire tutto il reddito. Il che sarebbe per l’erario una politica suicida, poiché il contribuente preferirebbe non produrre il reddito e distruggere il capitale potenzialmente fecondo del reddito, se questo dovesse andare tutto o quasi tutto in bocca al fisco. L’andamento calcolato dal Balbi è dunque il più ragionevolmente mite che possa essere adottato nell’ipotesi che si voglia partire dal punto fermo di una aliquota del 50% per i redditi di 50,000 lire.

 

 

Eppure un’imposta sul reddito, la quale dovesse istituirsi in Italia sul tipo di quella ora delineata, condurrebbe a risultati lagrimevoli. Innanzi tutto, dovrebbe essere stabilita al posto delle o in aggiunta alle imposte esistenti sul reddito? I riformatori i quali propongono in Italia balzelli nuovi, essendo reclutati, come sopra si osservò, fra la gente la quale per fas o per nefas non paga imposte vecchie, dimenticano facilmente che in Italia esistono tre imposte sul reddito, la prima delle quali tassa, per le sole aliquote erariali, compreso il centesimo di guerra, col 10.80% il reddito dei terreni, la seconda col 19% il reddito dei fabbricati, e la terza con l’8 al 25% i redditi di ricchezza mobile. Dimenticano codesti riformatori che, per i terreni e per i fabbricati, cotali aliquote sono accresciute dei centesimi addizionali delle Province e dei Comuni, i quali, pur chiamandosi centesimi, sono così numerosi da spingere l’aliquota complessiva al 30-50% del reddito imponibile nei casi normali, e al 50-100% nei non infrequenti casi anormali, e a più del 100% nei non rari casi anormalissimi.

 

 

Fermandoci sui casi normali, si può affermare che in Italia i redditi imponibili noti sono tassati con aliquote dal 30 al 50% se si tratta di redditi di terreni e di fabbricati, e dall’8 al 25% se si tratta di redditi di impieghi, professioni, industrie, commerci, mutui. Aggiungere a queste aliquote, già grottescamente enormi, gravanti sulle varie parti del reddito, una nuova aliquota dell’1.38 al 63.14 per cento sulla somma dei redditi vorrebbe dire spingere le aliquote ad altezze assurde. Chi avesse 3000 lire di reddito pagherebbe al solo Stato il 15% nell’ipotesi più favorevole, e il 35-55 per cento nel maggior numero dei casi; chi avesse 5000 lire dovrebbe pagare dal 17 al 57%; chi possedesse 10,000 lire dal 23 al 63 per cento; e mi fermo qui per non salire oltre, ai redditi i quali dovrebbero essere completamente confiscati. Solo un pazzo può pensare a un mondo in cui gli uomini lavorerebbero, risparmierebbero, faticherebbero all’unico scopo di pagare imposte.

 

 

Se l’imposta nuova non deve essere un’imposta di cumulo con le esistenti, potrà essere forse di sostituzione ad esse? Il problema può essere posto e discusso in modo accademico. Le imposte esistenti sono difettose, sebbene non quanto si dice; e si può discutere se non convenga riformarle nel senso di fare maggior posto in esse al criterio della progressività; sebbene questa non sia la sola riforma pensabile nell’effetto dei nostri tributi. Ma sono ritocchi e riforme da farsi con prudenza e gradualmente. Il tempo di guerra non sembra sia il più propizio per mettere sossopra, da cima a fondo, un congegno tributario il quale rende forse un 600 milioni di lire all’anno. Se si buttano all’aria le tre imposte sorelle sui redditi oggi esistenti, possono passare anni prima che l’erario torni a incassare i 600 milioni.

 

 

Il progettista riformatore, il quale ha immaginato di scoprire la pietra filosofale proponendo un’imposta del 50% sui redditi di 50,000 lire, ha dimenticato che l’ostacolo maggiore alla riforma tributaria, al maggior rendimento delle imposte, è l’altezza enorme delle aliquote vigenti. Per incassar di più, converrebbe diminuire, non crescere le aliquote. Qui ed altrove, io mi sono chiarito, per disperato, non contrario all’introduzione di una imposta progressiva sul reddito. Ma se non si vogliono raccogliere frutti di acerbo sapore, converrà che sia mitissima; al massimo con aliquote eguali a un decimo di quelle sovra formulate nella tabellina del dott. Balbi: dal 0.10 per cento per i redditi di 1000 lire al 5% per i redditi di 50,000 lire ed al 6% circa per i redditi da 75,000 lire in su. Una imposta di questo genere, sovrapposta a quelle esistenti, sarebbe già la più alta conosciuta nel mondo.

 

 

Potrebbe avere qualche vantaggio, grazie alla apparente mitezza dell’aliquota sua, considerata in sé stessa, non sommata con quella delle altre imposte gravanti gli stessi redditi. Potrebbe quell’aliquota mitissima essere uno stimolo, uno strumento per compiere quell’opera di accertamento migliore dei redditi, che da tanti anni si chiede invano e che è l’unica via per ottenere sul serio maggiori proventi a pro dell’erario, senza danno, anzi con vantaggio dei contribuenti onesti.

 

 

Perché in Italia le imposte sul reddito fruttano all’erario dello Stato solo 600 milioni di lire? Perché i redditi imponibili accertati non superano probabilmente i due miliardi e mezzo di lire. E perché il fisco non riesce a conoscere più di 2.5 miliardi di lire? Per molte cause, di cui una piccolissima è la pretesa del fisco di tassare il reddito con aliquote enormi.

 

 

Ci aggiriamo in un circolo vizioso. Le aliquote enormi generano occultamenti o frodi fiscali da parte dei contribuenti; diguisaché il fisco accerta redditi inferiori al vero. L’accertamento di scarsa quantità di reddito induce il fisco a gravare le aliquote per ottenere almeno 600 milioni; e la gravezza delle aliquote spinge i contribuenti all’occultamento.

 

 

Uscire da questo circolo vizioso non è cosa agevole. Bisognerebbe forse riprendere, con mezzi ed avvedimenti nuovi, una vecchia idea del secondo Pitt e del nostro Scialoia: dichiarare fisse, contingentate le attuali tre imposte sui terreni, fabbricati e ricchezza mobile. Se lo Stato fissasse, ad esempio, in 600 milioni, mettiamo per larghezza in 800 milioni, il provento delle attuali tre imposte sul reddito, e abbandonasse ai contribuenti stessi la cura di fornire al pubblico erario quella somma fissa, i contribuenti sarebbero, da questo lato, assicurati contro il crescere continuo delle aliquote. Il problema, rispetto a questi 600-800 milioni, sarebbe soltanto quello di escogitare le norme, secondo cui i contribuenti dovrebbero tra di loro ripartirsi questo peso morto, questa eredità del passato, non più soggetta a diminuzioni o ad aumenti. Problema arduo, ma forse di non impossibile soluzione.

 

 

La soluzione, per quanto non facile, sarebbe sempre più agevole di quella che allo stesso problema si da tuttodì. Oggi il fisco distribuisce quei 600 milioni sui contribuenti un po’ alla cieca; e v’ha chi paga assai, e chi poco, e chi nulla pur dovendo forse pagar molto. Domani, quando i contribuenti stessi dovessero per conto loro risolvere il problema di pagare allo Stato un fisso di 800 milioni all’anno, vi sarebbero almeno alcuni, anzi moltissimi contribuenti, interessati a stare attenti al modo della ripartizione. Sarebbero tutti coloro i quali oggi pagano troppo e che spererebbero uno sgravio da una più equa ripartizione, la quale facesse pagare il dovuto ai contribuenti più fortunati. Su questo sistema di auto-ripartizione leggasi uno studio del Griziotti nella Riforma Sociale del 1915.

 

 

Lo Stato potrebbe riservare a sé la ripartizione della nuova imposta progressiva sul reddito totale del contribuente. Poiché tutti la vogliono, poiché la democrazia la consiglia, poiché la impone lo spirito d’imitazione dei paesi in cui il legislatore, più accorto del nostro, ha avuto la furberia di chiamare fin dal principio «imposta sul reddito» quella stessa precisa cosa che il nostro ebbe dopo nel 1860 la dabbenaggine di chiamare «imposte» sui redditi dei terreni, dei fabbricati e di ricchezza mobile, così sia e si applichi l’imposta sul reddito.

 

 

Ma se non si vuole che ricominci la brutta farsa di prima, se non si vuole che le frodi imperversino, se non si vuole che gli accertamenti siano miserandi, importa che le aliquote siano mitissime. A questa condizione e giovandosi sovratutto dei risultati della auto- ripartizione che i contribuenti faranno su se stessi dell’attuale peso morto dei 600-800 milioni delle tre attuali imposte, lo Stato potrà riuscire ad una ripartizione tollerabilmente equa della nuova imposta. Questa gioverà a colpire redditi che sono per legge esenti dalle imposte vigenti, redditi che, per essere provenienti dall’estero, male si prestano ad una auto- ripartizione.

 

 

Esso potrà giovarsi di strumenti di accertamento – come il giuramento, connesso con la denuncia obbligatoria, ovvero e forse meglio il ricorso sistematico, ragionato e prestabilito, al sussidio collaterale, in mancanza di dati certi, degli indizi del reddito ricavati dal fitto di casa, dall’assicurazione della mobilia, dal numero e qualità delle persone di servizio, dagli equipaggi, automobili, ville – che sono maneggiabili in un sistema di aliquote basse e diventano fecondi di nuovi errori in un sistema di aliquote enormi.

 

 

Partire non dal 50 ma dal 5 o meglio dal 3% d’imposta nuova per i redditi di 50 mila lire; scindere interamente nella mente dei contribuenti l’idea della nuova imposta da quella delle vigenti imposte enormissime e sperequate, trasformando queste in un peso morto, fisso, consolidato, ripartibile dai contribuenti stessi: ecco forse una via per dipanare l’arruffata matassa. Dico «forse», poiché nulla più della sicurezza nelle previsioni è antipatico a chi sa quanto sia difficile attuare. I lettori mi sapranno venia dell’abbozzo di progetto, riflettendo che esso è l’imitazione di un progetto attuato con fortuna da uno dei maggiori statisti inglesi, e di un altro proposto da un insigne ministro italiano delle finanze, il quale non poté portare a compimento il suo piano non per difetti intrinseci suoi, ma soltanto per l’impreparazione dell’opinione pubblica.

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