Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Si produce abbastanza? (I)

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 14 ottobre 1944

«La Città libera», 26aprile 1945[1]

«Il Progresso liberale», 2 marzo 1946[2]

 

 

 

Una fase fatta, una cioè di quella proposizione che gli inglesi chiamano «slogans», accettare da tutti quasi siano assiomi evidenti per se stessi, dice essere il problema sociale massimo attuale non più quelle della produzione della ricchezza, bensì quello della sua distribuzione. I progressi della tecnica son stati nel secolo XIX e nel presente così grandi che oggi è maggiore il pericolo del produrre troppo che troppo poco. Ne sia prova l’ingombro che talvolta si verifica sul mercato di caffè, di gomma elastica, di vino, di carbone e di altre merci improvvisamente divenute invendibili e perciò malamente utilizzate e buttate, mentre nel tempo stesso moltitudini affannate e malvestite non possono acquistare le cose di cui urgentemente abbisognano.

 

 

La produzione non è insufficiente; è male distribuita. Date occupazioni a tutti: date alle moltitudini la necessaria potenza d’acquisto e subito si vedrà che la produzione troverà il suo sbocco. A produrre molto pensa la tecnica.

 

 

Quel che importa è distribuire bene la ricchezza prodotta. Non è facile trarre fuori dall’insieme delle proposizioni ora riassunte quel nucleo di solida verità che esse contengono. Intanto si noti che gli articolisti ed i politici i quali immaginano, parlando della preminenza del problema della distribuzione della ricchezza su quello della produzione, di sostenere un principio nuovo, di guardare all’avvenire, di essere all’avanguardia della scienza, ruminano, al solito, rimasticature vecchie di almeno un secolo.

 

 

Risalgono, infatti, al 1820 le descrizioni commosse dello storico ed economista Sismondi della miseria degli operai cotonieri britannici, ridotti alla disoccupazione per l’impossibilità di vendere le cotonate britanniche sui mercati del Mediterraneo, del Levante e delle Indie, nonostante l’urgenza dei napoletani e greci e levantini ed indiani di provvedersi dei tessuti che altri riusciva a smerciare. Fin d’allora si parlava del problema della produzione come fosse già risoluto, mentre quello della distribuzione attendeva di essere affrontato.

 

 

Involontariamente, gli economisti adottando nei loro trattati, al seguito di Gian Battista Say, la quadripartizione della materia in produzione, distribuzione, circolazione e consumo della ricchezza, radicavano nella mente del pubblico l’idea che quei quattro fenomeni fossero distinti e quasi indipendenti l’uno dall’altro.

 

 

La scienza economica, nel progresso compiuto dal 1870 in poi, distrusse quella ingenua classificazione dei fenomeni economici e dimostrò che non esiste un problema della distribuzione distinto da quello della produzione. Oggi, anche il problema della moneta (circolazione) che si riteneva fosse una sovrastruttura artificiale esteriore sovrapposta alla realtà materiale dei fatti economici, si vede essere invece compenetrato negli altri e parte integrante di essi. Salvoché in alcuni trattati fossili dei tempi che furono, nessun autore impernia più i suoi libri sulla quadripartizione resa famosa dal Say all’epoca napoleonica.

 

 

Alla radice della tesi del superamento del problema «produttivo» sta un equivoco che si potrebbe dire «tecnico», se i suoi massimi corifei non inducessero nella tentazione di chiamarlo invece «tecnocratico». A leggere certi libri, parrebbe che il problema della produzione sia un problema esclusivamente tecnico.

 

 

Con le tali e tali macchine, di quella potenzialità e di quella velocità si produce tale o tale quantità di filati, di tessuti, di scarpe, di automobili, di radio, di frigoriferi. Con le tali e tali aratrici-seminatrici, con le tali mietitrici-legatrici- trebbiatrici-insaccatrici si arano, seminano e trebbiano tanti ettari di terreno al giorno, cinque, dieci volte tanti ettari quanti si aravano, seminavano e mietevano con l’opera manuale aiutata dai soliti strumenti tradizionali del singolo contadino. La produzione è perciò un affare tecnico: proprio di ingegneri di agronomi, di uomini periti nelle varie scienze applicate.

 

 

Facciamo sì che i periti organizzino la produzione. Affidiamo, come già proponeva Saint Simon al principio del secolo scorso e ripeté Comte poco dopo e ripeterono infiniti altri programmisti, tecnocrati, pianificatori al loro seguito – quando i ruminanti si accorgeranno di rimasticare quei Saint Simon e quei Comte, che additano, copiando Marx, al dispregio pubblico come utopisti? – affidiamo a corpi scelti di periti di compito di organizzare la produzione; e tale e tanta diventerà la produzione, che non rimarrà se non l’imbarazzo di distribuirla.

 

 

Alla tesi ora esposta contrasta il fatto che purtroppo l’ostacolo maggiore all’aumento del benessere dei singoli non è la disuguale distribuzione ma la deficiente produzione della ricchezza. Ancor ieri (1943) Schumpeter dimostrava, in un libro consacrato a dimostrare l’avvento «fatale», del socialismo, che la redistribuzione del reddito spettante ai ricchi oziosi non poteva aumentare, neppure negli Stati Uniti, paese classico della grande produzione e dei miliardari, di più dell’1 ed al massimo del 2% il reddito delle moltitudini; e dimostrava invece che, se nel cinquantennio tra il 1928 ed il 1978 il congegno della economia di mercato, impropriamente detta capitalista, avesse potuto funzionare con la medesima limitata efficacia con la quale erasi tollerato funzionasse nel cinquantennio precedente, il reddito medio individuale americano, il quale nel 1928, innanzi alla grande crisi, era di 650 dollari, sarebbe passato gradualmente a 1300 dollari, consentendo alla masse uno stupendo miglioramento nel tenor di vita. Occorre aumentare la produzione se si vuole attuare una qualunque politica sociale, conferma l’Economist del 22 aprile 1944.

 

 

Se il reddito totale sociale, e cioè se il valore complessivo dei beni e dei servigi prodotti durante l’anno rimanesse nel dopo guerra quel che era nel 1938, ossia 5600 milioni di lire sterline all’anno: e se le spese governative ne assorbissero 845 milioni, se la manutenzione, la sostituzione e un tenace incremento degli strumenti ed impianti produttivi richiedessero anche solo 707 milioni, che è stima appena bastevole a tener conto della necessità di apprestare i mezzi al soddisfacimento dei nuovi bisogni e se il tenor di vita della popolazione, rimasto invariato, richiedesse i soliti 4035 milioni di beni di consumo, da qual fonte si potrebbero ricavare i mezzi per una migliore educazione nazionale, per un più largo servizio di cure mediche, per la ricostruzione, su un piano migliore della città e dei villaggi e per le maggiori restanti spese del piano Beveridge?

 

 

Se la torta rimane la stessa non si trovano le nuove fette da distribuire. Se si vogliono distribuire nuove fette (servizi sociali) e se si vuole che le fette antiche (reddito medio individuale) diventino più grosse, uopo è che la torta ingrossi, ossia aumenti la produzione.

 

 

Se questa è verità evidente, lapalissiana per i due paesi, Stati Uniti ed Inghilterra, e per i minori Svizzera, Olanda, Belgio, Paesi scandinavi, Domini britannici, che si dicono i più ricchi del mondo, modo improprio di esprimere il concetto essere in quei paesi il lavoro umano organizzato in maniera altamente produttiva (si è ricchi perché si lavora bene in modo da produrre molto, non si produce molto perché si è ricchi); quanto più ciò è vero per i paesi più poveri o che volontariamente hanno reso se stessi più poveri, come, in ordine descrescente di reddito individuale, sono la Germania, la Francia, la Russia, il Giappone, l’India, la Cina? Per l’India, ad es. dove il reddito ossia il prodotto medio fu recentemente calcolato a circa quattro lire sterline a testa e ad anno?

 

 

Quale enorme cammino rimane da percorrere per portare il reddito medio ossia la produzione media delle centinaia di milioni di uomini formicolanti nell’Europa orientale e meridionale, dall’Oder in là, dal Danubio e diciamo pure dal Tevere e dai Pirenei in giù nell’Africa e nell’Asia ad un livello il quale regga non troppo malamente al confronto di quello anglo-sassone, pure riconosciuto insufficiente ad un tenor di vita veramente degno dell’uomo! Se non cresce la produzione delle masse umane più numerose, che cosa possono esse offrire in cambio per acquistare i prodotti che i paesi più industriosi, cosidetti più ricchi, sarebbero pur felici di vendere?

 

 

No: la frase «il problema della produzione è oramai risoluto e rimane da risolvere soltanto il problema della distribuzione» è una mera frase fatta, uno slogan sciocco, contrarissimo a verità. Questa ci impone di affermare invece essere la produzione tuttora troppo scarsa, di gran lunga insufficiente a soddisfare, nella maggior parte dei paesi del mondo, le esigenze di una vita umana decente.

 

 

(continua)



[1] Con il titolo Si produce abbastanza? La produzione è troppo scarsa per soddisfare le esigenze di una vita umana decente. [Ndr.].

[2] Con il titolo Industria. Si produce abbastanza? La produzione è troppo scarsa per soddisfare le esigenze di una vita umana decente. [Ndr.].

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