Si produce abbastanza? (II)

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 21/10/1944

Si produce abbastanza? (II)

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 21 ottobre 1944

 

 

 

Il problema non è, se non in piccola parte, tecnico. Se bastasse la tecnica, se bastassero i piani di produzione, dovremmo essere assai più avanzati di quel che siamo.

 

 

Un vago sospetto intorno alla bastevolezza dei piani nasce dal vedere che i paesi nei quali il reddito medio ossia la produzione media individuale è massima – paesi anglosassoni, scandinavi, Svizzera, Belgio, Olanda – sono quelli nei quali è meno accentuata la pianificazione dall’alto, a mezzo dei periti, tecnici, tecnocrati ed in genere uomini sapienti incaricati dallo Stato di regolare le faccende della produzione e della distribuzione secondo un programma organico, generale, concepito ed attuato logicamente e sistematicamente.

 

 

Sinora, l’esperienza ha provato che là dove quella che i sansimonisti ed i loro seguaci si divertono a chiamare «anarchia» della concorrenza ha potuto od è stata lasciata funzionare meno imperfettamente, ivi la produzione cresce. La torta da ripartire aumenta, cresce la parte delle moltitudini – tutto porta a credere che alla fine della guerra salari e stipendi dei lavoratori saranno nei paesi anglosassoni cresciuti non solo assolutamente ma anche relativamente ai redditi di capitale in confronto a quel che erano nell’ante guerra – migliora il tenor di vita, si allargano i servizi pubblici gratuiti.

 

 

Al contrario, tutto fa ritenere che, là dove i tecnici ed i periti celebrarono i trionfi maggiori del sistema programmista, minori siano stati gli arrangiamenti del tenor di vita dei lavoratori: in Russia, perché lo sforzo fu concentrato nel produrre impianti e beni strumentali di guerra, in Germania, perché i piani, manco a farlo apposta, arricchirono e diedero potenza a coloro che si erano impadroniti delle leve di comando dei piani. Non parlo di qualche altro paese dove il far piani si concretò nell’arraffa arraffa dei filibustieri. Il che sempre accade e sempre accadrà dove siano distrutti o ridotti al silenzio i ceti indipendenti dallo Stato.

 

 

Le ragioni per le quali la produzione reale non tenne dietro alle promesse della tecnica sono parecchie. Accennerò stavolta a due sole: il crescente irrigidimento della struttura economica ed il favore conseguito dall’idea dell’autogoverno economico.

 

 

Il problema economico consiste nel distribuire le risorse esistenti (terre, acque, strumenti, impianti ed in genere mezzi produttivi) in modo da soddisfare meglio le esigenze, i bisogni degli uomini, quali si manifestano con una domanda effettiva. Le risorse esistenti hanno, salvo pochissime (l’aria e l’acqua e neppur queste sempre), la caratteristica di essere «scarse», ossia tali che gli uomini non ne hanno a loro disposizione, senza fatica, quante vorrebbero.

 

 

È necessario perciò che quelle risorse «scarse» siano utilizzate economicamente. Quella terra produrrebbe ottimo fieno; ma se gli uomini pagano (domandano con moneta) il frumento ad un prezzo tale che sia più conveniente coltivare quella terra a frumento che a prato, conviene dedicare quella risorsa (terra coltivabile) a produrre frumento piuttosto che fieno.

 

 

A quell’operaio piacerebbe fare il compositore a macchina per giornali; ma se gli uomini domandano più coltelli che giornali, e cioè se pagano proporzionatamente meglio i coltelli dei giornali, saliranno i salari dei coltellinai e scemeranno quelli dei compositori; ed il nostro operaio avrà convenienza a rinunciare ad un puro ideale per imparare il mestiere del coltellinaio.

 

 

Ora la domanda che gli uomini fanno dei diversi beni e servigi se è costante per il grosso dei beni e servigi fondamentali ed uguali, è mobile, anzi mobilissimo, al margine: per quel di più o di meno che basta a rendere profittevole od a mettere in perdita una produzione; per i beni vecchi, i quali vanno giù di moda e per i beni nuovi i quali si affermano ed accaparrano il gusto del pubblico.

 

 

Possiamo rimpiangere i bei tempi andati, nei quali Berta filava e tesseva sempre lo stesso panno solido e durevole; ma poiché di rimpianti non si vive, dobbiamo rassegnarci alla mobilità, alla variabilità, alla novità ed anche alla capricciosità della domanda. Fatta la qual premessa, logica decisiva la conseguenza che il meccanismo economico moderno non funziona bene, se non è agile, duttile, elastico, mobile, adattabile alle esigenze della domanda. Ma agilità, duttilità, elasticità, mobilità, adattabilità vogliono dire rompimento di testa e dolori per produttori e lavoratori.

 

 

È umano che i produttori i quali hanno cominciato a produrre, e bene, una data merce, desiderino di non essere disturbati da novità fastidiose, da surrogati, da concorrenza di altri prodotti, che attirano e deviano l’attenzione della domanda dei consumatori. Perciò i produttori ed i lavoratori hanno cercato di scavare attorno a sé trincee per difendersi contro le novità, contro il flusso ed il riflusso delle maree della domanda.

 

 

Ah! quei benedetti consumatori! come sono volubili, come non conoscono il loro vero interesse, che è di comprare sempre la stessa buona nostra merce! L’ideale dei produttori sarebbe un bel paese, dove in permanenza esistesse un ancor più bello sistema di carte alimentari, di carte di vestiario, di camere di affitto, di viaggi, di teatri e di ogni altra cosa necessaria alla vita, con prescritti i prezzi d’acquisto e, last but not least, con l’obbligo di acquistare ogni giorno tanto pane, tanta carne, tanto burro, tanti biglietti di teatro ecc. ecc. Tutto regolato, tutto fissato, tutto programmato e regolato e previsto. Non siamo ancora arrivati alla meta ideale dei produttori; ma più o meno dappertutto si sono fatti gran passi sulla via della pianificazione. Che vuol dire irrigidimento, mummificazione del meccanismo economico. I produttori ottengono sia limitata la concorrenza perturbatrice dell’estero. Entrino ogni anno 100.000 buoi e vitelli grassi e non più. Se manca frumento, lo Stato acquisti il saldo e fissi il prezzo remuneratore a cui il frumento nazionale e straniero deve essere venduto. I sindacati operai vogliono che i salari siano fissati al tale livello, conforme al tenor di vita ritenuto decoroso. Nella tale industria, dove la domanda scema e ci sono troppi operai, il salario dovrebbe ribassare, per allontanare i tirocinanti e persuadere qualcuno ad andarsene. Nella tale altra industria, dove la domanda aumenta ed occorrerebbe attirare nuovi operai, i salari dovrebbero potere rapidamente aumentare. Non si può. Si oppongono alla variazione i contratti collettivi, i quali possono essere modificati solo con estrema lentezza.

 

 

Per un po’, il meccanismo economico resiste, sebbene con assai stridore e forti attriti. Alla fine, sottoposto a pressione eccessiva, il meccanismo salta; ed i salti si chiamano crisi e disoccupazione. Invece di ricercare la causa del malanno, produttori e lavoratori chiedono ed ottengono dai politici nuovi giri di vite; nuovi piani, nuovi programmi, più duro irrigidimento. Antiche civiltà, come quelle persiana ed egiziana e più vicina a noi quella romana perirono per irrigidimento di tal fatta. Quando arrivarono i greci, i romani ed i barbari non occorse gran sforzo per buttare a terra il colosso. Era indurito e non poteva più alzare il braccio per difendersi. Vogliamo noi che la civiltà moderna muoia per quella specie nuovissima di mummificazione che ha nome programmismo?

 

 

L’altra cagione di incapacità della produzione a tener dietro alle possibilità additate dalle tecnica è l’idea dell’autogoverno economico. Come il nazionalismo è la degenerazione dell’idea della nazionalità, come il socialismo ed il comunismo sono la degenerazione dell’idea della interdipendenza reciproca di tutti gli umani in una società a lavoro diviso, così l’autogoverno economico è la degenerazione, forse la più dannosa di tutte, per la imponenza del male, dell’idea della necessità della esistenza, in una società libera, di numerose forze sociali indipendenti dallo Stato, interdipendenti tra loro, viventi di vita autonoma, entro un quadro di norme dettate dall’interesse generale. è necessario e vantaggioso alla cosa comune che esistano, insieme ed accanto alle chiese, alle università, ai corpi scientifici, alle associazioni di cultura, di divertimento, di umano soccorso, anche associazioni di imprenditori e di lavoratori, intese alle difese dei proprii interessi materiali, alla consecuzione di fini sociali o spirituali, alla raccolta di informazioni, alla discussione di idee e di propositi.

 

 

Ma non è affatto necessario, anzi è dannoso che a codeste associazioni di gruppi sociali si affidino legalmente compiti i quali spettano ai parlamenti ed alle rappresentanze degli interessi generali. Abbiamo veduto, in qualche paese di questo mondo, attribuire ai sindacati padronali ed operai il compito di fissare, con efficacia di norma obbligatoria per soci e non soci, i salari da pagare agli operai. Ma fissazione dei salari vuol dire determinazione dei costi di produzione. Ma se i costi variano, debbono variare in corrispondenza i prezzi.

 

 

Come fare a variare i prezzi, se i consumatori si rifiutano di acquistare al nuovo prezzo e se la concorrenza, interna od estera, impedisce di imporre il prezzo desiderato? Ecco venir fuori l’idea dell’«autogoverno economico», della industria la quale legifera, coll’intervento degli interessati, datori di lavoro e lavoratori, sulle cose proprie, ossia detta, a proprio favore, leggi all’universale.

 

 

Ecco venir fuori – qui anche sovratutto a fini di dittatura; ma l’autogoverno economico è sempre prodromo e strumento di dittatura – il sistema immondo delle Camere italiane; le quali legiferavano negli ultimi anni per commissioni di competenti invece che in assemblea plenaria. Se sul serio quelle commissioni fossero state, e non erano, composte di competenti il danno sarebbe stato massimo; ché gli agricoltori avrebbero dettato legge alla nazione per quanto li riguardava: gli industriali, datori di lavoro e lavoratori, avrebbero imposto il proprio dettato, rispetto a salari, prezzi, quantità, ai consumatori. Ogni gruppo sociale, nel sistema di autogoverno, fa leggi per sé e le impone alla collettività. Dove è questa; dove sono i consumatori, che sono poi gli stessi produttori, considerati nel loro complesso e non più per gruppi?

 

 

Nessuno li vede e li ode, in questo trionfo del particolarismo. L’autogoverno economico è una lue la quale non ha infettato solo l’Italia; ma un po’ si è diffusa in tutte le nazioni del mondo; ed è insieme all’irrigidimento, una delle cause più potenti della scarsa produzione attuale della ricchezza e, quindi, della sua cattiva distribuzione.

 

 

Il produttore ha interesse, per spuntare prezzi alti, a produrre poco. La sola forza la quale lo costringe a produrre molto e quindi a ribassare costi e prezzi, è la concorrenza.

 

 

Purtroppo i legislatori, talvolta in buona fede, invece di dare opera ad abbattere trincee, a sopprimere le cause artificiali dei monopoli, a sottoporre a controllo pubblico i monopoli naturali, ad allargare il campo dei beni pubblici gratuiti (ossia pagati con le imposte), in quei casi nei quali l’iniziativa individuale non opera, hanno favorito con i loro piani e con i loro interventi l’irrigidimento del meccanismo economico ed hanno dato ai produttori, datori di lavoro e lavoratori, la facoltà di autogovernarsi, ossia di opprimere e sfruttare la collettività.

 

 

Dopo avere compiuto le quali belle prodezze, il pubblico dei politici e degli agitati conclude, con la consueta logica curiosa: guarda guarda quanti guai sta combinando la concorrenza, che noi avevamo uccisa o non avevamo difesa! E giù altri pianti, altri irrigidimenti, altri autogoverni di mummie destinate a cadere a terra al primo urto del barbaro. Sinora, non si vede spuntare, né ad oriente né ad occidente, sull’orizzonte il barbaro vendicatore del buon senso; ma, come è sempre accaduto, verrà. Forse, e qui sta il guaio, noi non arriveremo in tempo a vederlo.

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