Sì, se da imposta si fa taglia

Tratto da:

Miti e paradossi della giustizia tributaria

Data di pubblicazione: 01/01/1967

Sì, se da imposta si fa taglia

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 202-209

 

 

 

 

193. L’imposta ottima, alla quale i legislatori aspirano, sappiamo già essere quella che non grava, che non pesa, che non preleva nulla, anzi cresce la ricchezza dei contribuenti. E questa non si può chiamare imposta. Inversamente, è vera imposta quella che sul serio grava preleva taglieggia; quella prelevata dallo stato che porta via assai e poco restituisce ai cittadini. E questa la chiameremo «taglia».

 

 

194. Nei tempi moderni gli uomini quasi non conoscono più che cosa sia la vera taglia. Bisogna risalire agli scrittori del decimosettimo e del decimottavo secolo per leggere qualche pagina viva su di essa.

 

 

Un secolo innanzi alla rivoluzione La Bruyère descriveva il contadino francese:

 

 

Si veggono, sparsi per la campagna, neri, lividi e bruciati dal sole taluni animali salvatici, maschi e femmine, asserviti alla gleba che essi frugano e rimuovono con invincibile ostinazione. Costoro hanno quasi una voce articolata e, quando si alzano in piedi, dimostrano una faccia umana, ed in verità sono uomini. Durante la notte si ricoverano in tane ove vivono di pane nero, d’acqua e di radici. Poiché essi scansano agli altri uomini la fatica di seminare, di arare e di mietere per vivere, costoro meritano di non mancare di quel pane che hanno seminato.

 

 

Delle cause le quali avevano persuaso Saint-Simon a dire del più gran re d’Europa che egli era anche il re des gueux, una è messa in risalto da Alessio di Tocqueville : l’incertezza arbitraria dell’imposta.

 

 

L’esattore a cui tocca la mala ventura di ripartire la taglia fra i contribuenti del suo comune è nel tempo stesso tiranno e martire. Poiché egli è responsabile con tutta la fortuna per il versamento della somma assegnata al comune, ognuno schiva il carico ruinoso e tutti sono chiamati a forza a sostenerlo a turno. «L’ufficio – afferma Turgot – è cagione di disperazione e quasi sempre di rovina per coloro ai quali è affidato; tutte le famiglie agiate del villaggio sono così ridotte ad una ad una alla miseria». Ridotto egli alla rovina, tiene in pugno la rovina di tutti. «La preferenza per i suoi parenti – diceva nel 1772 l’assemblea provinciale dell’alta Guienna – per gli amici e per i vicini, l’odio, la sete di vendetta contro i nemici, il bisogno di un protettore, la paura di recar dispiacere a un cittadino agiato che fornisce lavoro, lottano nel suo cuore col sentimento della giustizia». Il terrore toglie all’esattore ogni senso di pietà. In talune parrocchie l’esattore non va in giro se non accompagnato da soldati e da uscieri. Nessun contribuente tuttavia paga se prima i soldati non hanno preso stanza a casa sua. Il contadino aspettando, come l’asino, di essere battuto prima di pagare, è politico fino. «Per fuggire alle imposte violente ed arbitrarie, il contadino francese, in pieno secolo XVIII, agisce come l’ebreo del medio evo. Egli si fa vedere in apparenza miserabile, anche se per avventura non lo sia in realtà. L’agiatezza esteriore a gran ragione lo impaurisce. La società d’agricoltura del Maine narra nel rapporto per il 1761 di avere accarezzato per un momento l’idea di distribuire bestiame a titolo di premio ed incoraggiamento. Ne fu dissuasa dal pensiero delle conseguenze dolorose che una bassa gelosia avrebbe potuto attirare a danno dei premiati, soggetti a vessazioni di cresciute imposte negli anni seguenti».[1]

 

 

Il contribuente, temendo di vedersi domani cresciuta l’imposta, ove pagasse puntualmente, preferisce sopportare la spesa dell’esecuzione forzata piuttostoché farsi vedere in grado di pagare.

 

 

Ognuno, – esclama l’assemblea provinciale del Berry – teme di mettere in vista le proprie ricchezze; si rinuncia a mobilio, a vestiti, a cibo ed a tutto ciò che è soggetto alla vista altrui». Il signor di Choiseul Gouffier voleva far coprire a proprie spese con tegole le case dei suoi contadini esposte ad incendio. Costoro lo ringraziarono per la bontà, supplicandolo però di lasciare nel loro stato le capanne, ché, se fossero state coperte di tegole invece di paglia, gli esattori avrebbero cresciuto la taglia. Se io guadagnassi di più, esclama un contadino, lavorerei a profitto dell’esattore.[2]

 

 

Le Pesant de Boisguilbert un secolo prima della rivoluzione aveva veduto nettamente le cause del male. La rovina della Francia è sovratutto dovuta

 

 

alla incertezza della taglia, la cui tariffa, essendo in tutto arbitraria, vanta questa sola certezza: che più si è poveri, più si paga… Il minor danno della taglia, è, per il popolo, dover pagare qualcosa al re; la sua perfezione è tanta da ruinare nel tempo stesso chi, schiacciato dal peso, cade e chi riesce a schivarla… Il numero dei tagliabili diminuisce ogni giorno; ed oggi bisogna pagare in trenta quel che ieri si sopportava in sessanta… Poiché importa scansare qualsiasi mostra di ricchezza; non si osa, per paura di pagare il doppio d’imposta, possedere, anche quando si potrebbe, il necessario bestiame, senza il quale non si ingrassano i terreni, come pur si vorrebbe da chi sa essere gli ingrassi l’anima dell’agricoltura e della cerealicoltura.[3]

 

 

195. L’arbitrio aveva prodotto i medesimi effetti in Italia. Leggiamo le pagine solenni della Relazione dello stato, in cui si trova l’opera del censimento [catasto] universale del Ducato di Milano nel mese di maggio dell’anno 1750, il documento di maggior sapienza che la storia della finanza vanti in Italia e fuori d’Italia.

 

 

Contro il detto del legislatore romano:

 

 

Is vero, qui agrum in alia civitate habet, in ea civitate profiteri debet, in qua ager est; agri enim tributum in ea civitate debet levare, in cuius territorio possidetur,

 

 

ossia contro la regola di universale tassazione delle cose nel luogo dove erano situate, le classi privilegiate condussero lunga guerra, vittoriosa per esse, disastrosa alla cosa pubblica.

 

 

Dalla legge del territorio, legge chiara e immutabile, non si può recedere senza cadere in mille assurdità, e in un mare di incertezze; poiché volendo descrivere e censire i beni, non secondo la regola del sito, dove sempre sono stati e in eterno staranno, ma secondo qualunque altra regola fondata nelle qualità personali del possessore, ogni regola resta turbata dalle variazioni giornaliere, che seguono in queste qualità personali e nel passaggio dei beni da un nome all’altro, sicché il catasto resta sempre vacillante e si privano le comunità di quel naturale patrimonio, da cui nei loro bisogni devono ricevere aiuto (p. 30).

 

 

196. Litigi infiniti sorsero in Lombardia tra il 1559 ed il 1718 a causa dell’arbitrio proprio del criterio dell’imposta personale: cittadini contro rurali, rurali contro cittadini, città le quali, colla pretesa di tassare i cittadini per tutto il loro reddito, da qualunque fonte ricavato, rubavano, per quel che tocca l’imposta, la terra ai villaggi; comuni rurali i quali per resistere alle conseguenze dello spopolamento, a sua volta dovuto alle imposte vessatorie ed arbitrarie, fingevano subietti immaginari di imposta ed, attraverso a quelli, si accanivano contro i subietti vivi e veri. Ignoro se nella letteratura finanziaria si legga una pagina che possa paragonarsi a questa, classica, che Pompeo Neri dettò nella relazione del censimento milanese:

 

 

Siccome tali pratiche arbitrarie [nel riparto delle imposte sui beni, sulle persone e sulle bocche, che allora distinguevansi variamente le une dalle altre] hanno per lo più inclinato all’aggravio delle persone, talché in qualche luogo, parte per il rigore delle tasse e parte per altre disgrazie è seguita la spopolazione, così per rimediare alla mancanza, che facevano i fuggitivi fu inventato un rimedio, che certamente non ha mai servito a popolare verun paese, e questo fu d’immaginare, che dove le persone non erano vi dovessero essere, e che quelle pertiche di terreno, che servivano ordinariamente al lavoro e mantenimento di una testa, cioè di un capo di famiglia, dovessero costituire una simil testa, che fu detta Testa morta, obbligata a pagare quel che nell’annue comunali imposte tocca a pagare a una testa viva e a due bocche vive. E di tal pagamento della testa morta furono incaricati i padroni del terreno, che oltre al trovarselo derelitto dagli agricoltori, se lo trovarono fecondato di questa nuova gabella, la quale fu creduto, che dovesse incitare i padroni a tener conto con maggior cura degli agricoltori, e che dovesse rimediare all’avarizia di alcuni, che per evitare la tassa personale facevano lavorare i proprii terreni a sua mano per mezzo di lavoranti forestieri; ma quando gli agricoltori abbandonano il terreno, o per incursioni militari, o per esorbitanza di tasse, come è seguito più volte in questo dominio, l’esperienza ci ha fatto conoscere, che il paese non si ripopola a forza di teste morte, e che senza dar loro un modo di vivere, le teste vive non tornano più (pp. 45-46).

 

 

197. L’arbitrio guastava, durante il dominio spagnuolo, tutto il sistema d’imposta. Il principe urgeva lo stato, lo stato si rivolgeva alle province e queste ai comuni. Purché la somma chiesta fosse versata all’erario, nessuno curavasi di vegliare ai modi della ripartizione e del pagamento.

 

 

Il metodo oscuro e disuguale di ripartire… somministra agli amministratori delle comunità una occasione di nascondere nelle imposte la verità delle somme convenienti al preciso bisogno, poiché i comunisti non potendo sapere con notizie certe la quantità del loro contingente, non si possono accorgere se siano sopraccaricati e bisogna che corrano ciecamente la fede dei loro amministratori… L’obbligazione solidale, che ha la comunità di corrispondere per i non solventi, il che non può fare senza sovrimporre per loro sopra i solventi, dà loro il pretesto di fare tali soprimposte a loro talento, pretesto, che non può essere disturbato dai contribuenti, perché sanno lamentarsi che il carico è grave, ma non sanno mai fare il conto perché sia ingiusto, e non può essere disturbato dai superiori, a cui si porta il denaro perché la giustificazione del gravame è troppo difficile, e perché a chi porta il denaro si stima un atto di prudenza e di giustizia l’accordare tutte le agevolezze, per metterlo assieme senza difficoltà (pp. 72-73).

 

 

Contingenti, solidarietà, ripartizione fatta dagli interessati sono parole le quali ritornano di moda. Chi le riaffaccia ricorda le ombre che le accompagnarono nel passato? Il procuratore alle imposte, funzionario di stato, è forse un imperfetto sostituto del magistrato. In lui, accanto all’animo del giudice, vive il vecchio animo del rappresentante del fisco regio, il quale non solo difende il suo patrimonio contro gli assalitori, ma lo vuole ad ogni costo e con ogni mezzo crescere a danno del privato. In fondo all’animo fiscale vive però la consapevolezza dell’interesse pubblico e nasce il germe dell’imparzialità con la quale il giudice attribuisce il suo allo stato ed al privato. Importa rafforzare i germi buoni e farli crescere; importa attribuire la definizione ultima di tutti i litigi tributari, di fatto e di diritto, al magistrato indipendente, ed importa che egli, non avendo nulla da temere né da sperare dagli uomini e sapendo di dover solo rendere conto dell’opera propria alla coscienza ed a Dio, si senta e sia davvero indipendente. Attribuire ai confratelli, ai consorti, sia pure riuniti in associazione, il compito, – gelosamente riservato al padre, al capo, al re e da questi delegato al magistrato che, pur incarnandoli, è tenuto ad ubbidire ai loro comandi solo quando siano tradotti nel verbo della legge – di ripartire le imposte, sarebbe un ritornare indietro di centinaia d’anni, un abbandonare le bilance della giustizia in mano ai forti ed agli astuti, con inenarrabile iattura dei deboli e degli onesti.

 

 

198. Don Vincenzo De Miro, presidente della prima giunta del censimento scelse a caso ottanta comuni, dieci per ciascuna delle otto province dello stato e calcolò quanto ammontasse il gravame delle imposte «regie» supponendo che per tre quarti cadesse sui fondi e per un quarto sulle persone.

 

 

Disuguaglianze meravigliose furono osservate. Lo scudo di valor capitale dei terreni e degli altri beni catastati apparve soggetto a balzello variabilissimo nella stessa provincia e più tra province diverse. Fu constatato che nel contado di Milano i terreni del comune meno tassato pagavano in media solo 8 denari e 5 punti per scudo, laddove quelli del comune più tassato pagavano 2 soldi, 5 denari e 3 punti, il che vuol dire quattro volte tanto; che nel contado di Cremona il minimo carico era di 6 denari e 5 punti ed il massimo di 4 soldi, 7 denari e 9 punti, con un divario di più che da 1 ad 8; e che nell’intiero stato milanese il comune meno tassato tra gli ottanta scelti a caso pagava solo 1 denaro e 9 punti, laddove quello più tassato soggiaceva ad un carico di 13 soldi 5 denari e 1 punto per scudo di estimo, più che 92 volte il carico minimo.

 

 

Disuguaglianze non minori si osservarono nel «carico personale», le quali si possono riassumere dicendo che la testa media del comune meno tassato pagava 13 soldi, 11 denari ed 1 punto, laddove la testa media del comune più tassato soggiaceva ad un onere di 36 lire e 9 punti, più di 51 volte tanto.

 

 

Prudentemente, il presidente De Miro osserva: «Le sproporzioni e disuguaglianze osservate in detti ottanta comuni hanno luogo anche in tutti gli altri dello stato, e ve ne saranno molti, nei quali si darà più grave sbilancio di quello si è notato nei suddetti» (p. 49). Come potrebbero le disuguaglianze essere minori, se si tenta di riassumere la descrizione che con animo indignato di giureconsulto il De Miro tracciò del disordine e dell’oscurità di quei metodi di riparto dei tributi?

 

 

Bocche e teste, bocche e mezze bocche, metà e quarti di testa di femmine, di muti e di storpiati, teste vive morte e finte, teste di massari e teste d’ottava colonica, teste diversificate in ragion della santa comunione o del matrimonio, teste di famigli, di capi di casa, di ammogliati, di uomini sciolti, di vedove, pertiche civili ecclesiastiche e forensi, punti di pertiche, di uomini e di fuochi; ecco il linguaggio che nei gridari milanesi si usava ad attuare la «giusta» ripartizione delle imposte. Fatti i conti e ridotti i risultati ad unità semplici di misura, testa d’uomo o scudo d’estimo, accadde che Don Vincenzo De Miro riscontrasse diversità da 1 a 51 sulle teste e da 1 a 92 sugli scudi d’estimo. Siamo davvero sicuri che nei perfezionatissimi sistemi personali di distribuzione delle imposte acclamati nei tempi moderni non si sia giunti, sempre in ossequio alla dea giustizia, a disuguaglianze di gran lunga più gravi e meno spiegabili di quelle che stupivano il giureconsulto del ’700?

 

 

199. Perciò il grido di tutti gli scrittori di finanza nei secoli XVII e XVIII più che giustizia era certezza. Si voleva giustizia sovratutto ad assicurare i popoli contro il danno dell’arbitrio. Quando dettava la sua seconda massima:

 

 

L’imposta che ognuno deve pagare dovrebbe essere certa e non arbitraria. Il tempo del pagamento, il modo del pagamento, l’ammontare dovuto, tutto dovrebbe essere chiaro e semplice sia per ogni contribuente, come per qualsiasi altra persona. Là dove così non si opera, ognuno il quale sia soggetto all’imposta è posto nella balia più o meno stretta dell’esattore, il quale può gravar la mano sui contribuenti sgraditi ovvero estorcere, colla minaccia dell’aggravio, qualche regalo o mancia a proprio vantaggio. La incertezza dell’imposta incoraggia la insolenza e favorisce la corruzione di una categoria di uomini, la quale è impopolare per se medesima, anche quando i suoi membri non siano né insolenti né corrotti. La certezza dell’ammontare che ognuno è chiamato a pagare è affare di così grande importanza in materia di imposta che un grado assai considerevole di disuguaglianza sembra essere, ove si giudichi secondo l’esperienza universale dei popoli, un danno di pochissimo conto in confronto ad un piccolissimo grado di incertezza (Wealth of Nations V, II, II, II).

 

 

Lapidariamente, come soleva, Adamo Smith riassumeva in breve sentenza la esperienza dei secoli. Il secolo XIX e più forse il secolo XX dimenticarono quell’insegnamento e corsero dietro al mito della giustizia assoluta. Per gran tratto del cammino giustizia e sicurezza non contrastano l’una l’altra ed anzi l’una giova all’altra, potendosi riscuotere più agevolmente con minore opposizione del contribuente l’imposta equa che quella iniqua. Giunge tuttavia il momento in che la ricerca della giustizia, affinandosi, passa il segno e diventa incompatibile con la certezza. La giustizia nella distribuzione dell’imposta si misura con la bilancia grossolana dell’occhio e della mano, non con quella delicata dell’orafo. Quando il legislatore tenta di adoperare bilance sottili, bisogna ricordargli la conclusione solenne smithiana: «un grado assai considerevole di disuguaglianza sembra essere, ove si giudichi secondo l’esperienza universale dei popoli, un danno di pochissimo conto in paragone con un piccolissimo grado di incertezza». L’incertezza distrugge la materia imponibile. Il comando: pereat mundus, sed fiat justitia non giova qui dove si tratta di far giustizia allo scopo di serbare in vita, coll’imposta, la città terrena.

 

 



[1] Taine, L’ancien regime et la revolution, pp. 192 sgg.

[2] Ibid., pp. 464 sgg.

[3] La France ruinée sous le règne de Louis XIV. Par Qui et Comment. Avec

les moyens de la retablir en peu de tems. A Cologne 1696.

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