Sindacati e stato liberale

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/08/1925

Sindacati e stato liberale

«Corriere della Sera», 25 agosto 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 432-435

 

 

 

Noi non intendiamo intervenire nella controversia fra l’onorevole D’Aragona ed il suo intervistatore. Non perfettamente trasparente il significato tecnico dell’intervista; non chiarissimo quello della lettera D’Aragona.

 

 

Vi sono, tuttavia, nella lettera di quest’ultimo – la quale, essendo stata scritta ed evidentemente pesata parola per parola, ha il carattere di una interpretazione autentica del suo pensiero -, alcune affermazioni meritevoli di essere rilevate. Ad un certo punto, ad esempio, il D’Aragona ha ritenuto opportuno di affermare una diversità di posizione sua in confronto «a quei liberali che ritengono che lo stato non deve vedere che il cittadino, vedo il lavoratore che si organizza in sindacato per la difesa e la tutela dei suoi interessi».

 

 

Il D’Aragona riecheggia una vecchia accusa di «taluni» organizzatori socialisti contro il liberalismo; vecchia accusa che si sperava tramontata al lume delle esperienze successive, ma che si vede essere dotata di vita tenace, se ritorna a galla ancora oggi, e se, nel ritornare, si vale di precedenti, cosidetti liberali, di disegni di legge, i quali concedevano potestà legislative al consiglio superiore del lavoro.

 

 

In verità, bisogna dire che, in questa faccenda del peso sociale dei sindacati e dei loro eventuali poteri legislativi, ci sono parecchi liberalismi e parecchi socialismi.

 

 

C’è il liberalismo del tipo che al D’Aragona piace di immaginarsi, secondo cui lo stato vede nell’uomo solo il cittadino e non il lavoratore organizzato. Meglio di dire «c’è» si dovrebbe dire «c’è stato» ed ancor meglio: «taluni autodefinitisi liberali affermarono che lo stato liberale dovesse vedere nell’uomo solo il cittadino». Questi sedicenti liberali fecero molto efficacemente il giuoco di quei socialisti, i quali volevano dimostrare, agli occhi delle masse operaie, la incapacità assoluta dello stato borghese di tutelare le loro sorti. I socialisti di questa scuola ebbero cioè buon gioco nella finzione di uno stato liberale atomistico, disorganizzato per dimostrare agli operai la necessità di creare un altro stato in cui gli operai fossero rappresentati come operai, come organizzati, ed in esso acquistassero forza, sempre maggior forza, sino a diventare essi stessi lo stato o padroni dello stato. Il D’Aragona è rimasto, appar chiaro dalla sua lettera, a questa concezione o deformazione dello stato liberale ed al tipo di socialismo che si potrebbe chiamare «della conquista del potere» per la via più breve, che sarebbe la concessione del diritto legislativo ai sindacati operai e cioè ai sindacati imbevuti di socialismo.

 

 

Ma, né questo è liberalismo, né il socialismo, che vi si oppone, conduce veramente alla elevazione delle masse operaie.

 

 

Non è il liberalismo; poiché nessun liberale, il quale abbia veramente studiato l’indole e gli uffici dello stato, ha ritenuto mai o ritiene oggi che lo stato veda coll’uomo soltanto il cittadino, il cittadino neutro, indistinto, ognuno uguale ad ogni altro, e muniti tutti di una eguale frazione di sovranità. Questa è roba da «Contratto sociale», è una invenzione calunniosa degli antiliberali fioriti dopo il 1815 all’epoca della restaurazione. Il liberalismo invece non vede nell’uomo il cittadino astratto, un numero uguale ad ogni altro numero; come non vi vede il lavoratore puro, il lavoratore dei Sovieti russi, capace di diritto solo in quanto è lavoratore. Lo stato liberale è tale appunto perché vede gli uomini sotto la specie delle loro infinite varietà: di cittadini politici, di membri del comune, della provincia, di componenti la famiglia; di addetti ad un lavoro, ad un’arte, ad una professione, di provveduti di proprietà terriere o mobiliari o di proletari puri; di uomini appartenenti, nella complicazione della vita moderna, a parecchie situazioni sociali. Lo stato liberale vede questa imponente varia e magnifica gamma di interessi umani; e dall’esperienza storica è fatto persuaso che le teorie di quei socialisti, i quali vorrebbero irreggimentare gli uomini in professioni, arti, mestieri, e cioè in sindacati professionali legalmente definiti sia grandemente nociva allo sviluppo di quelle classi o professioni o lavori o qualità umane che si vorrebbero tutelate e promosse. Il sindacalismo vecchio tipo, che dà il potere politico od una parte del potere politico alle categorie sociali rappresentate in un consiglio superiore del lavoro, che cosa rappresenta se non la fossilizzazione, la cristallizzazione delle classi esistenti, l’attribuzione del potere alle classi, ai ceti, ai sindacati che oggi si sono formati e che hanno avuto la forza di conquistare il potere?

 

 

Il liberalismo non vuole questa forma di protezionismo degli elementi socialmente arrivati; non vuole che l’avvenire spetti agli uomini, i quali hanno saputo impadronirsi in un dato momento delle organizzazioni professionali esistenti. Tanto varrebbe dare lo stato in mano ad una piccola oligarchia di professionisti, di organizzatori di sindacati. Se ciò ha potuto far piacere o può ancora sorridere agli organizzatori della confederazione del lavoro, ciò non è utile alla società, non è vantaggioso ai lavoratori.

 

 

A questi giova che lo stato riconosca ai lavoratori, entro i limiti dell’uguale diritto degli appartenenti alle altre classi e dell’interesse collettivo, di organizzarsi, di federarsi, di fondersi e di dividersi; di acquistare insomma, quella qualunque influenza politica e sociale che i lavoratori organizzati meritano. Il sistema dello stato liberale non consiste nel negare l’inserzione dei sindacati nello stato; ma nel negare a taluni sindacati il diritto esclusivo di impadronirsi dello stato. I sindacati, attraverso il libero universale segreto suffragio di tutti gli uomini, possono esercitare sullo stato tutta quella influenza di cui essi si sono resi meritevoli, alla pari di tutte le altre formazioni sociali. Perché il sindacato sì e non la famiglia? Perché il produttore organizzato sì e non il pensatore individuo? Perché sì le classi che dalla vita in comune della fabbrica sono portate ad organizzarsi; e non le classi contadine, proprietarie di terra, professionali, intellettuali le quali sono aliene dalle forme organizzative?

 

 

L’essenza dello stato liberale consiste in ciò che esso non vuole imporre il perfezionamento dall’alto, meccanicamente, come speravano i sovrani «illuminati» del secolo XVIII; ma vuole che il perfezionamento venga dal basso e consista in una elevazione spirituale, intima, profonda dell’individuo, reso capace di vivere una vita collettiva ognora più ricca ed alta. Perciò l’individuo deve creare e continuamente ricreare i proprii organi di difesa, di cooperazione, di produzione; deve ogni giorno perfezionarli per non vederli sopraffatti da altri; deve diventare un cittadino sempre migliore, perché padre, produttore, terriero, politico sempre più vigile ed operoso e consapevole. Diamo ad un organo qualunque un privilegio e noi avremo reso mancipio lo stato di quegli organi artificiosi, viventi soltanto per lo sfruttamento del potere politico. La massima potenziazione dello stato si ha laddove a nessun sindacato, a nessun corpo, a nessuna formazione sociale è riconosciuto un potere politico, perché soltanto allora è possibile che lo stato sia soggetto all’influenza dei sindacati più progressivi, dei corpi più produttivi, delle formazioni sociali più vive. Questo non ha inteso l’on. D’Aragona quando ha risfoderato le vecchie accuse contro un immaginario liberalismo; e nel riecheggiare l’accusa egli non si è avveduto di essersi messo contro i rappresentanti del sindacalismo più moderno, assai più vicini alla vera teoria e pratica liberale di quanto essi stessi non immaginino. Liberalismo non è, invero, o non è soltanto gara di individui; ma è gara di associazioni, di enti, di formazioni sociali, entro i limiti dello stato di diritto. Quale altro quadro, di grazia, ci è fornito dalle ricostruzioni recentissime sindacaliste o gildiste o cooperativistiche della società futura? Fatta ragione alla ristrettezza del quadro sindacalista in confronto a quello liberale, non ci troviamo noi dinanzi all’eterna lotta fra i due principii dell’elevazione mercé il paternalismo (organizzazione coattiva in sindacati ufficiali, ammessi, come tali, al potere politico) e dell’elevazione mercé lo sforzo volontario degli uomini, uniti o dissociati, liberi di passare da una organizzazione all’altra?

 

 

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