Sindacato e stato liberale

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/08/1924

Sindacato e stato liberale

«Corriere della Sera», 26 agosto 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 804-807

 

 

 

Le considerazioni svolte su queste colonne intorno alla concezione di stato corporativo fascista che si vorrebbe sostituire a quella di stato liberale hanno avuto già alcuni interessanti risultati. Non è colpa nostra se al ragionamento dovemmo dare la forma ipotetica del «se il nuovo stato fascista sarà corporativo» esso sarà di gran lunga inferiore allo stato liberale. Gli ordini del giorno, le dichiarazioni ufficiali, i punti programmatici del fascismo sono formulati in modo così nebuloso, che è e sarà per un pezzo giuocoforza ragionare partendo da premesse ipotetiche. I risultati ottenuti non sono del resto spregevoli. Posti di fronte alla dimostrazione che lo stato organico corporativo è una cattiva copia di mal digerite contraffazioni delle corporazioni medievali, che lo stato liberale è il solo il quale consenta la vittoria delle migliori e più feconde forme associative, mentre lo stato organico conserva il prepotere delle corporazioni inizialmente privilegiate, i nostri contradittori, profittando della indeterminatezza delle proprie teorie, tranquillamente replicano: «Noi non abbiamo mai parlato di stato corporativo; mai abbiamo inteso abolire il parlamento; è elementare che le corporazioni non devono essere monopolistiche, fissate dalla legge; è intuitivo che un parlamento sindacale non riflette gli interessi collettivi, ma sarebbe organo di interessi particolari; è chiaro che il concetto dello stato liberale non può essere distrutto, perché esso è una “acquisizione definitiva della coscienza politica moderna”, perché “l’assenza di qualunque posizione acquisita personale o di gruppo” caratteristica della costituzione liberale, è una conquista definitiva del moderno diritto pubblico».

 

 

Prendiamo atto di queste ammissioni. Dopo tanto dispregio verso il liberalismo, dopo tante esaltazioni delle originali profonde novità introdotte nella scienza politica dal fascismo, gli intellettuali del fascismo riconoscono che lo stato corporativo sarebbe un anacronismo grottesco.

 

 

Quale sarebbe dunque la originalità nuovissima del nuovo stato? Non certo, come taluno oggi annaspa, il «riconoscimento giuridico» dei sindacati e la loro utilizzazione «come strumento politico nella elaborazione della legislazione tecnica». Entro i limiti di ciò che si può intuire attraverso la formula sempre nebulosa degli scrittori del fascismo, i quali immaginano ogni giorno di avere scoperto novità straordinarie, quando ripetono, da fonti di quest’ordine, vecchi imparaticci, parrebbe che l’Italia d’oggi sia il primo paese in cui si discorre di riconoscimento giuridico dei sindacati e della convenienza di sentirne i consigli nel preparare e formulare le leggi tecniche. Ma no, ma no. Di riconoscimento giuridico dei sindacati si parla almeno almeno da quando Turgot abolì in Francia le vecchie corporazioni; ed è memoranda la lotta che in Inghilterra le Trade-Unions, le antiche e genuine rappresentanti degli interessi operai, sostennero contro il proprio riconoscimento in senso lato, ed a favore del riconoscimento in un senso specifico. L’interessante non è discorrere di riconoscimento; ma di indicare precisamente che cosa si intende significare con quella parola generica: se riconoscimento voglia dire, come risulterebbe dalle parole di qualche strampalato scrittore fascista, l’iscrizione obbligatoria di tutti gli italiani in qualche corporazione, s’intende fascista; se esso debba intendersi rispetto agli obblighi dei soci verso la corporazione o della corporazione rispetto ai terzi; se riconoscimento importi, come accade in certe legislazioni (australiane) e non accade in altre (inglesi) responsabilità pecuniaria della corporazione per i danni o per certi danni arrecati dai singoli soci o dalla corporazione intiera ai terzi e principalmente agli imprenditori. Da quando parimenti si istituì in Italia il consiglio superiore del lavoro, i sindacati contribuirono alla formazione delle leggi interessanti i lavoratori. Il punto discusso non sta in ciò; ma nel sapere se il consiglio dei sindacati sarà consultivo o imperativo, se nel consiglio futuro fascista del lavoro o nella sessione del senato eventualmente scelta attraverso designazioni sindacali o in quel qualunque nome di corpo legislativo inventato dalla fantasia dei cercatori di novità saranno rappresentati sindacati di un sol colore, come volevasi un tempo dai socialisti i quali negavano ai sindacati bianchi la caratteristica di sindacati, e come si vorrà probabilmente dai fascisti, i quali attribuiranno la qualità di sindacati «veri», «costruttivi», «formativi» a quelli «nazionali» negandola ai rossi ed ai bianchi; ovvero se si legifererà in modo che tutti i sindacati, di qualunque colore, siano rappresentati.

 

 

Il punto di discussione non sta nel descrivere lo stato di beata ignoranza di questo giornale intorno ai nuovissimi tipi di sindacalismo contemporaneo: sindacalismo soreliano, gildismo inglese, nuova democrazia francese; sta nel creare le condizioni nelle quali tutte le forme corporative e sindacali, antiche, nuove e future, possano fiorire, lottare, conquistare il predominio e decadere.

 

 

Qui si apre il profondo abisso esistente tra la mentalità liberale e quella che, in mancanza di termini migliori, si può chiamare fascista corporativa. Questa, avendo scoperto che esistono i sindacati, le associazioni, le corporazioni, grida che nessuno mai conobbe questi istituti, che nessuno seppe «inserirli» nello stato, che essi sono il nuovo stato in formazione, che ben presto gli individui scompariranno dinanzi all’associazione; che quindi occorre, subito od a poco a poco, riconoscerli, esaltarli, trasformarli in legislatori e padroni. Ciò avevano detto prima taluni socialisti sindacalisti, che i fascisti moderni scimmiottano.

 

 

Tutto ciò, quando non è imparaticcio, è pura reminiscenza anacronistica medievale. Tutti costoro che vogliono riconoscere, legiferare, statificare il sindacato, trasformarlo in legislatore, sono falsi amici dei sindacati, delle associazioni, delle corporazioni, delle gilde. I socialisti volevano monopolizzare i sindacati, necessariamente rossi, per giovarsene nella conquista proletaria del potere; i fascisti vogliono farli tutti «nazionali» perché immaginano di avere scoperto in essi un mezzo di perpetuazione del loro potere più saldo del suffragio universale, del collegio unico e dell’attribuzione dei due terzi dei posti al partito arrivato primo al traguardo. Tutto ciò è utilizzazione del sindacato a fini politici.

 

 

Soltanto la concezione liberale dello stato consente che il sindacato fiorisca pienamente, entro i limiti delle sue forze spontanee. Lo stato liberale è aperto a tutti e quindi anche ai sindacati, rossi e bianchi e tricolori, alle gilde inglesi, alle corporazioni pseudo-medievali, alle associazioni di qualunque specie. Può riconoscerle, se dopo maturo esame, una certa specie di riconoscimento si appalesa utile a certi fini; può chiederne il consiglio, senza escludere il consiglio dei sindacati avversi; ammette che le gilde, le quali in sostanza si sono ridotte ad essere, nelle loro prove di fatto, qualcosa come le vecchie cooperative di produzione, abbiano parecchio da dire contro la produzione organizzata negli stabilimenti proprii delle cooperative di consumo; e queste contro quelle. Ma lo stato liberale non dà alcun monopolio «legale» a nessuna specie di sindacato o di gilda o di cooperativa o di consorzio. E così ne favorisce lo sviluppo, come nessuna altra forma di stato mai fece. Lo stato liberale è anche disposto a diventare corporativo o gildista o cooperativo. Abbiano la forza, queste od altre formazioni sociali, quelle persino che oggi non immaginiamo perché non sono ancora sorte le forze economiche o morali da cui nasceranno, di conquistare gli spiriti degli uomini, di guidarne gli atti e la volontà. Lo stato liberale, il quale ha la fede dei gruppi sociali più forti spiritualmente e materialmente, che ubbidisce all’idea di coloro che hanno l’idea più viva e più feconda; che è anzi questa medesima idea fatta azione, non si ribellerà. Ma finché sarà stato liberale, diventerà corporativo o gildista o cooperativo, ad una condizione perentoria: che altre idee possano combattere quella dominante; che altri ideali di vita possano dimostrare la loro eccellenza in confronto a quello oggi perseguito dagli uomini. Lo stato liberale vuole la verità, la incarna, la persegue attivamente; ma alla domanda quid est veritas sa che bisogna rispondere: verità è quella di cui è lecito ad ogni momento dimostrare l’errore. Se uno stato nega altrui la libertà di dimostrare che esso è in errore, quello non è più lo stato liberale. È un’altra cosa: ieri si chiamava infallibilità pontificia, inquisizione; oggi si chiama in Russia bolscevismo e taluni sconsigliati vorrebbero, sotto altro nome, ma con identica sostanza di monopolio e di intolleranza, introdurlo in Italia.

 

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