Sintesi o contaminazione

Tratto da:

La Città libera

Data di pubblicazione: 20/09/1945

Sintesi o contaminazione

«La Città libera», 20 settembre 1945, pp. 1-2

 

 

 

È necessario, è logicamente necessario od anche è semplicemente corretto aggiungere alcun secondo aggettivo a quello «liberale» col quale si voglia qualificare una politica economica informata a principii di libertà? Chi voglia accattare popolarità o dimostrare di non ignorare la voce del tempo che passa può, se vuole, ampliare il titolo definendo quella così propugnata come «politica economica liberal socialista» o «social liberale» o somiglianti combinazioni di parole. Ma chi si adattasse a siffatte aggettivazioni sarebbe un liberale timido, intento a farsi perdonare il suo liberalismo come se fosse attaccamento a qualcosa di antiquato, ed a far sapere a tutti che egli non ignora Marx ed i relativi seguitatori. Confesso di avere poca o punta simpatia per le ollapodride di programmi ispirati alle più opposte ideologie; troppo rammentandomi le comuni dissertazioni di laurea nelle quali l’inesperto candidato trasceglie, da autori disparati, come fior da fiore, proposizioni contrastanti, per comporre un’opinione la quale sia atta a segnare la giusta via di mezzo, laddove segna invece la assenza di meditazione e di pensiero. Qual bisogno hanno i liberali di scegliere il meglio nel campo altrui? Affermo che un programma economico liberale è veramente rivoluzionario, perché vuole e deve abbattere quel che ha in sostanza caratterizzato il regime fascistico economico: che non furono i favori all’iniziativa privata ma alla sua degenerazione plutocratica; non alla proprietà agricola, ma al latifondismo terriero; non il promovimento dello spirito di libera associazione operaia e contadina, ma lo sforzo di irregimentazione burocratica e di soggiogazione poliziesca del movimento operaio. Il programma liberale si oppone alla legislazione economica e sociale, che sotto colore di andare verso il popolo, incatenò datori di lavoro e lavoratori al carro del partito dominante ed, asservendoli, diede il via, in tutti i campi, ai procaccianti ed ai furbi, i quali servirono il tiranno e, servendo, seppero spogliare la cosa pubblica.

 

 

Talvolta quando ritorno col pensiero alle pagine dei generosi promotori delle dottrine socialistiche del secolo scorso, ai Saint Simon, ai Considerant, ai Fourier, ai Pisacane, ai Prampolini, ai Turati, penso che anch’essi, come oggi i migliori dei loro seguaci, avrebbero combattuto le stesse battaglie contro i modesti avventurieri dell’epoca pre-fascistica, contenuti nelle loro brame dalla discussione parlamentare e dalla libertà di stampa, contro i grandi ladroni dell’epoca fascistica e contro i più pericolosi filibustieri dell’epoca presente, più pericolosi perché vindici di vendette collettive a vantaggio proprio. Lo sforzo dei socialisti contemporanei di liberarsi dalla scoria della predicazione dell’odio di classe e della dittatura del proletariato, che è rinnovata tirannia di pochi sui molti, e di rinfrescare la loro dottrina alla pura fonte del loro ideale che è la volontà di elevare le moltitudini ad un livello di vita materiale e spirituale degna di essere vissuta, questo sforzo in alcune pagine di uomini di fede è commovente e confortante. Non perciò è vantaggioso che i socialisti e i liberali contaminino a vicenda le loro fedi. Quanto più bello, quanto più nobile lo sforzo che ognuna delle fedi contrastanti compie su se stessa per trarre dai propri principii quel che di certamente logico è in essi contenuto! Se siano condotti con ossequio alla verità, quegli sforzi debbono necessariamente condurre alla medesima meta. Oggi lo sforzo di purificazione conduce noi liberali a continuare sovratutto la nostra vera, la nostra sola tradizione, contro il parassitismo economico, il quale inavvertitamente tenta di perpetuare quel che di peggio vi era nel regime tramontato.

 

 

Contro il rinnovarsi, sotto mentite spoglie, delle peggiori tendenze fascistiche, i liberali hanno il dovere di protestare in nome della loro ideologia. La quale è una sola: l’elevazione della persona umana. Gli strumenti, i mezzi per raggiungere il fine, noi li deduciamo logicamente da una constatazione pratica: non si può dare elevazione della persona umana là dove tutte le persone viventi in società dipendono, ai fini della vita materiale, da una o da poche altre persone: sia che questa si chiami monopolista privato o si chiami stato. Noi vogliamo rimanere ugualmente lontano da questi due mostri, ugualmente orrendi. Noi vogliamo crescere, senza limite, la quantità di beni pubblici: scuole, strade, giardini, case, ecc., offerti gratuitamente in uso ai cittadini; ma vogliamo anche cresca il numero dei cittadini viventi di lavoro e di risparmio indipendente dallo stato. Crediamo che opporre «nazionalizzazione», ad «iniziativa privata», sia sovratutto prova di stupidità e di ignoranza proterva; siamo persuasi che, se la persona umana deve perfezionarsi ognor più, tra quei due concetti non vi sia opposizione, ma necessaria coesistenza ed armonia; e che dove l’armonia non sia spontanea possa e debba l’armonia essere frutto di sapiente legislazione. Tutto ciò noi crediamo, non perché l’abbiamo letto sui libri sacri delle fedi opposte alla nostra; ma perché l’abbiamo logicamente e dirittamente dedotto dal pensiero dei nostri maggiori scrittori, di quelli che, a torto e spesso, per ingenua ignoranza, i socialisti additano tuttodì alle folle come antiquati e superati.

 

 

Se i Galiani, i Verri, gli Smith, i Turgot oggi rivivessero, essi, i grandi liberali del secolo XVIII, non esiterebbero a sottoscrivere quel che in un programma liberale è necessariamente scritto contro i plutocrati, contro i latifondisti, a pro della legislazione sociale e delle associazioni operaie e contadine ed a favore di un sistema tributario il quale promuova il risparmio e profondamente attenui, senza giungere al mortifero livellamento, la disparità delle fortune.

 

 

Da quei grandi sino ad oggi, sino a Jevons, a Marshall, a Pigou, a Clark, a Walras, a Pareto, il progresso della scienza economica è stato costante e logicamente diritto. Dal loro pensiero e non da quello degli eretici i liberali hanno ben diritto di dedurre, pur senza mescolare scienza e politica, i lineamenti essenziali della loro politica economica.

 

 

La quale è radicata sopra due osservazioni fondamentali. La prima delle quali è che, nelle società moderne complesse, a base di complicatissima divisione del lavoro e di interdipendenza necessaria fra impresa ed impresa, fra regione e regione, fra stato e stato, è vano immaginare che la libera iniziativa degli imprenditori singoli possa manifestarsi e crescere senza danno altrui ove nel tempo stesso non sorga e non cresca una altrettanto intensa attività pubblica, intesa a porre le condizioni oggettive ed i limiti necessari alla attività privata. Incremento di ricchezza privata presuppone incremento almeno uguale della ricchezza pubblica.

 

 

La seconda osservazione è che il fine della elevazione della persona umana non si consegue se il necessario incremento della ricchezza pubblica abbia luogo mercé una regolazione puramente amministrativa da parte dello stato. Se lo stato oltre ad assolvere i compiti suoi proprii, oltre ad ampliare il demanio pubblico con esercizio diretto o con esercizio delegato ad enti territoriali minori (regioni, province, comunità comuni) o ad enti autonomi di specie variabilissime, intende a regolare altresì il campo lasciato all’attività privata, con calmieri, contingenti, distribuzioni d’autorità a prezzi pubblici, ordinanze amministrative, non vi è limite all’azione dello stato. Fatalmente, necessariamente, lo stato deve finir di regolare tutto, e la società intera muore irrigidita, come morirono, per la medesima ragione, le antiche società egiziana e romana.

 

 

Se vogliamo salvarci dallo stato onnipotente ed onnipresente, dallo stato leviatano e tirannico, occorre siano ben definiti i limiti tra la proprietà pubblica e quella privata e che questa sia limitata e regolata dall’impero della legge, non mai dall’arbitrio di chi comanda, anche se tragga le ragioni del comando da elezioni. Solo a questa condizione, noi possiamo auspicare e fermamente credere nell’avvento di una società in cui l’incremento della proprietà pubblica presupponga quello della proprietà privata e al tempo stesso non possa crescere la ricchezza privata se non cresca, almeno nella stessa misura, la ricchezza pubblica.

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