Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Situazione finanziaria e malcostume tributario

«Corriere della Sera», 29 ottobre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1963, pp. 421-425

 

 

 

L’on. Giolitti ha sintetizzato, come è suo costume, in due frasi semplici, non oserei dire lapidarie, il male di cui soffrono economia e finanza in Italia e il mezzo atto a porre riparo a quel male. Il male consiste nel disavanzo del bilancio dello stato. Da esso dipendono l’ascesa del cambio, il rincaro della vita, le perturbazioni dei rapporti tra capitale e lavoro, l’instabilità ed il disagio delle imprese industriali e commerciali. L’uomo politico non può indugiarsi nelle analisi e nelle finezze e nei dubbi degli studiosi; ma deve mirar diritto, al nocciolo della questione e di qui partire per una azione risolutrice. Probabilmente l’on. Giolitti non si è indugiato nel dubitare se l’aumento del cambio provenga da una maggiore abbondanza di moneta circolante. Quest’errore di fatto egli volentieri lo lascia dire dal suo antico collaboratore on. Labriola, il quale non si è curato, nella foga di criticare il ministero Bonomi, di appurare che, se dal 31 dicembre 1920 al 30 giugno 1921 la circolazione cartacea era scesa da 19.731 a 18.158 milioni, dal 30 giugno al 31 agosto di quest’anno era ulteriormente discesa a 17.841 milioni. Né l’on. Giolitti può rimproverare al suo successore di aver, pur scendendo, rallentato la discesa, perché in gran parte la riduzione della circolazione aveva avuto luogo sotto il suo ministero ed è ora determinata da un fatto automatico: si sgonfiano le amministrazioni di stato che gerivano approvvigionamenti di carbone, di frumento e di altre derrate e perciò decresce la circolazione per conto dello stato: ma cresce la circolazione per conto dei privati, che esercitano i commerci prima geriti dallo stato. Non si può affermare che oggi la circolazione di 17.841 milioni sia più o meno abbondante di quella di 19.731 milioni della fine del 1920. Hanno meno bisogno di carta circolante gli approvvigionamenti di stato e le industrie private in crisi; ma forse fa maggior richiesta di biglietti l’agricoltura, i cui prodotti sono tutti, ad eccezione dell’uva, più abbondanti nel 1921 che nel 1920. No. La situazione tecnica monetaria in complesso non avrebbe potuto portare ad un peggioramento della lira simile a quello per cui il prezzo della sterlina da 73,51 al primo giugno è risalito al disopra di 100 negli ultimi giorni. Ora come ora, le lire non sono divenute così abbondanti in confronto a quello che erano al momento della caduta dell’on. Giolitti da spiegare un rinvilio notevole della carta-moneta. La spiegazione vera è quella che sinteticamente fu detta al consiglio provinciale di Cuneo: la lira ribassa, perché né all’interno né all’estero si ha la sensazione di una condotta politica e finanziaria, la quale tenda risolutamente alla scomparsa del disavanzo. Finché questa sensazione non sia data al pubblico, è vano sperare in una rivalutazione della lira. Non monta che, durante i ministeri Giolitti e Bonomi, la carta circolante siasi ridotta in cifra assoluta di quasi due miliardi. La diminuzione è un semplice «accidente» casuale, dovuto al fatto che i buoni risparmiatori italiani seguitano ad acquistare 500 o 600 milioni di lire al mese di buoni del tesoro. Oggi il disavanzo si copre coi buoni; se per caso la vendita dei buoni rallentasse o cessasse, lo stato dovrebbe emettere altri biglietti per fronteggiare le spese. Il mercato dei biglietti è dunque instabile, alla pari di quello di una merce, di cui momentaneamente sulla piazza il disponibile è limitato, ma può crescere d’un colpo per nuovi arrivi imprevedibili o per un afflusso improvviso da parte di un detentore, le cui intenzioni sono ignote. Quella merce rimane agitata o depressa. Così i biglietti italiani, finché non si sia ben sicuri che si è innalzata o si sta a poco a poco sicuramente innalzando una diga contro le nuove inondazioni cartacee.

 

 

Il disavanzo: ecco il nemico, primo, ultimo ed unico. Probabilmente, il disavanzo oggi non è quello di 6 miliardi, di cui l’on. Giolitti velatamente fa rimprovero, e rimprovero ingiusto, all’attuale ministero. Ma fosse anche solo di 3 miliardi, come si dice d’altra parte, esso è eccessivo, finché e perché non sono ben chiari i mezzi ed i propositi di farlo cessare. Il pericolo massimo non sta nei 6 o nei 3 miliardi; sta nell’andare alla deriva, cosicché non vi è una ragione precisa di prevedere un aumento piuttosto che una diminuzione del disavanzo. La lira non aspetterà a migliorare che il disavanzo sia scomparso. Non occorre tanto. Basta la previsione che è preordinato un piano per fare scomparire il disavanzo e che esiste un governo capace di attuare quel piano.

 

 

L’on. Giolitti ed i suoi seguaci dicono che il piano c’era e lo si va distruggendo:

 

 

«C’erano l’avocazione, la quale confiscava a pro dello stato i guadagni degli speculatori di guerra, e la nominatività, la quale impediva le frodi tributarie. Il ministero attuale di fatto ha distrutto l’una e l’altra. Gli speculatori rialzano la testa; i frodatori si ridono delle imposte sul patrimonio e sul reddito. Qual meraviglia che si diffonda il senso della impotenza dello stato, che la piaga del disavanzo appaia inguaribile e che il cambio salga?».

 

 

L’analisi è troppo semplicista per essere seria. Il disavanzo non nasce dall’avere mitigato l’applicazione della legge di confisca o dall’avere sospesa la legge sulla nominatività. Così come erano voluti dall’on. Giolitti, i due provvedimenti non recavano alcun ristoro alle finanze dello stato ed erano essi medesimi causa di discredito e di disavanzo. Il tesoro dello stato non si arricchisce spogliando ingiustamente contribuenti, i quali non avevano avuto alcun guadagno ed imponendo tumultuariamente una nominatività, la quale deve essere il risultato ultimo di una serie di provvedimenti saggiamente scalati in un non breve periodo di tempo. I provvedimenti finanziari Giolitti – avocazione, nominatività immediata, rialzo delle tasse successorie sino al 100% – erano provvedimenti di pura demagogia, improduttivi fiscalmente, inapplicabili in pratica. Fu saggia opera, imposta dalla necessità di salvare l’economia del paese e il tesoro dello stato, l’averne mitigata o prorogata l’applicazione. Ciò che si è fatto in questo senso, e quel che si dovrà ancora necessariamente fare, non ha cresciuto di un solo centesimo il disavanzo dello stato. Anzi il ritorno, che è da augurarsi rapido, verso la sanità finanziaria, verso le aliquote tollerabili, è una condizione prima, indispensabile della definitiva scomparsa del disavanzo.

 

 

Quel che c’è di vero – almeno in parte – nelle accuse dell’on. Giolitti è ben altro. È innegabile che in certe classi di contribuenti si è andata diffondendo la persuasione che le imposte le pagano soltanto i buoni uomini. Vi sono contribuenti per imposta sui sovraprofitti, per quote indubbiamente dovute, su cui non cade dubbio intorno alla legalità formale ed anche alla giustizia sostanziale del debito verso lo stato, i quali hanno deciso di non pagare e non pagano. Ci sono rate di milioni e di decine di milioni messe a ruolo, per cui l’esattore ha mandato gli avvisi e che il contribuente non versa. Se si trattasse di contribuenti ordinari, l’esattore farebbe gli atti di pignoramento e di asta. In questi casi, i pignoramenti e le aste non si fanno. Vi sono altri casi, per cui non cade dubbio intorno alla esistenza del cespite tassabile; ma l’accertamento non si fa, perché gli agenti delle imposte sono intimiditi e non osano procedere. Se si procede, compaiono articoli intimidatori e sono inviati in buste chiuse ed anonime ai funzionari che debbono applicare la legge. Se l’esattore fa le intimazioni, accade che il prefetto o qualche funzionario incaricato di mantenere l’ordine pubblico preghi l’esattore di sospendere gli atti esecutivi, per non provocare chiusure di fabbriche e lagnanze di disoccupati.

 

 

Tutti questi fatti sono deplorevolissimi; ed ha ragione l’on. Giolitti di lamentare che il malo esempio provenga da contribuenti che sono fra i più ricchi, potenti e fortunati. L’esempio è contagioso e pericolosissimo. Se la grande massa dei contribuenti seguisse l’esempio di questi – pochi per fortuna – facinorosi ribelli, sarebbe la fine dello stato. La lira italiana scenderebbe al livello della corona austriaca o del marco polacco.

 

 

Gli uomini politici interroghino tuttavia la loro coscienza e cessino di indebolirsi a vicenda mentre la concordia è necessaria per salvare lo stato. È ben sicuro l’on. Giolitti che atti del genere di quelli a cui ho accennato non siano accaduti anche sotto il suo ministero? Bisogna restaurare l’autorità dello stato, ad ogni costo e contro tutti. Su queste colonne non si è avuto paura di scrivere e di dimostrare un tempo che le leggi fiscali confiscatrici sono disastri se per i privati e per lo stato. Oggi le stesse cose le scrivono Turati e gli amici suoi sulla «Critica sociale» e sull’«Avanti». Appunto perché si è invocato giustizia per tutti, anche per i ricchi, appunto perché abbiamo biasimato e torneremo a biasimare l’on. Giolitti per le sue leggi demagogiche passate e future, lo lodiamo per ciò che ha detto contro quei pochi prepotenti che danno il cattivo esempio di conculcare la legge. Propaganda peggiore di questa a favore del disordine e della rivolta non si potrebbe fare.

 

 

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