Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Situazioni di bilancio

«Corriere della Sera», 29 aprile 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 691-694

 

 

 

 

Il conto del tesoro al 31 marzo 1924, dopo trascorsi nove mesi dall’esercizio in corso, consente di valutare con maggiori particolari la situazione di sostanziale pareggio annunciata dal ministro delle finanze alla Scala.

 

 

Il documento più significativo, tra i molti pubblicati nel conto, dovrebbe essere la «situazione di bilancio» ossia quella che riassume non solo il fatto ma anche il diritto, non solo le spese erogate, ma anche quelle semplicemente impegnate; e ciò unicamente per la competenza dell’esercizio in corso, senza residui di anni precedenti ad incursioni in quelli avvenire. La situazione di bilancio ci dice, in milioni di lire, e limitatamente alle partite effettive, ordinarie o straordinarie, quanto segue:

 

 

Previsione per l’intero esercizio

 

Entrate Spese Disavanzo
Previsione all’inizio dell’esercizio

 

15.565,5

18.181,6

– 2.616,1

Variazioni avvenute dal luglio al marzo

 

113,7

918,1

– 804,4

Previsione ultima

 

15.679,2

19.099,7

– 3.420,5

 

 

La tabellina vuol dire che, se si fossero attuate esattamente le previsioni fatte al principio dell’anno, si sarebbe avuto un disavanzo di 2.616,1 milioni di lire. Poiché invece, durante i 9 mesi dal 10 luglio 1923 al 31 marzo 1924 il ministro delle finanze dovette rassegnarsi ad iscrivere in bilancio 918,1 milioni di nuove spese, mentre poté far variare le entrate in più solo per 113,7 milioni di lire, la previsione di disavanzo al 31 marzo 1924 era variata in modo da doversi prevedere un disavanzo di 3.420,5 milioni di lire.

 

 

Si sa però che le «previsioni» si dilungano molto dalla «realtà». Nel caso presente, la regola dei nove mesi trascorsi fu assai migliore delle previsioni. Per raffrontare la realtà dei nove mesi alla previsione di un anno, il ministro riduce quest’ultima alla quota che presumibilmente si può intendere relativa ai nove mesi ed ottiene i seguenti risultati:

 

 

 

 

Entrate Spese Disavanzo
Quota di previsione per i nove mesi

 

11.760,4

14.324,7

– 2.564,3

Accertamenti di entrate e di impegni

di spese per i nove mesi

 

13.286,2

13.495,8

– 209,6

Miglioramento

 

1.525,8

828,9

– 2.354,7

 

 

Le entrate «accertate», il che vuol dire riscosse o di sicura riscossione, nei nove mesi superarono di 1.525,8 milioni di lire quelle che presumibilmente erano prevedibili per i nove mesi (1.760,4) in confronto alla previsione ultima, di 15.679,2 milioni, fatta per l’intiero esercizio. Ma le spese «impegnate» e cioè erogate o da erogarsi per impegni presi, restarono di 828,9 milioni inferiori a quelle che dovevano impegnarsi nei nove mesi sul totale di 19.099,7 milioni previsto per l’anno intiero. Il risultato si è che il disavanzo prevedibile per i nove mesi in 2.564,3 milioni, si realizza solo per 209,6 milioni di lire.

 

 

Come i lettori vedono, mi sono tenuto strettamente alle entrate e spese effettive, senza badare affatto a quelle entità misteriose che si chiamano «movimento di capitali» e «costruzione di strade ferrate». Lo stesso compilatore annulla il valore reale di queste entità dichiarando che un disavanzo che figurerebbe per i nove mesi, nientemeno che di 1.989,5 milioni di lire, è un fantasma perché trova compenso nella diminuzione dei debiti di tesoreria.

 

 

Se il bilancio di competenza dei nove mesi si chiude con un disavanzo di 209,6 milioni, la cassa si deve trovare assai meglio. Racimolo qua e là qualche «indizio» della situazione della cassa, non potendo prendere sul serio la cifra che più direttamente dovrebbe raffigurarci la situazione di cassa, che sarebbe il «fondo di cassa». Questo, che era al 30 giugno 1923 di 4.579,6 milioni, si troverebbe ridotto al 31 marzo 1924 a 2.536,7 milioni. Evidentemente, per lo stato, il «fondo di cassa» deve avere un significato diverso da quello che ha per i comuni mortali. Come è possibile che il «fondo di cassa vero» – non quello risultante nel conto del tesoro in virtù chissà quali scritturazioni – sia diminuito tra le due date del 30 giugno 1923 e del 31 marzo 1924 quando la Banca d’Italia, tesoriera dello stato, dichiara di avere in cassa in conto corrente danaro dello stato per 1.270,6 milioni di lire al 30 giugno 1923 e per 1.875,1 milioni di lire al 20 marzo 1924? Come lo dice questa cifra, la cassa deve essere migliorata notevolmente. Ce ne sono vari indizi. È vero che i debiti interni, astrazion fatta della cancellazione del debito della Sudbahn, che non implicò uscita di danaro, crebbero nei nove mesi di 149 milioni; ma i debiti esteri, astrazion fatta delle scritturazioni inglesi, diminuirono di 183 milioni di lire. L’aumento di 149 milioni nei debiti interni fu in lire-carta; ma la diminuzione di 183 milioni nei debiti esteri, essendo avvenuta in qualche altra specie di lire, la diminuzione ammonta a non si sa quanto, ma certo almeno a parecchio più di mezzo miliardo di lire-carta. Come si sarebbe potuto fare ciò senza una buona cassa?

 

 

Il «conto del tesoro» quello in senso proprio, il quale non si impaccia di «competenza dell’anno in corso» e mette entrate e spese tutte in un mucchio, a qualunque esercizio, passato presente e futuro e non bada, come fa la «situazione del bilancio» prima esaminata, ad «accertamenti» di entrate e «impegni» di spese, ma registra invece «incassi» e «pagamenti», ci dice che nei soliti primi nove mesi capitò quanto segue, in milioni di lire:

 

 

Entrate effettive ordinarie e straordinarie

 

15.596,4

Spese come sopra

 

15.359,9

Supero degli incassi sui pagamenti

 

236,5

 

 

Quest’ultimo, che ci denuncia un supero di 236,5 milioni di lire, è all’ingrosso un equivalente del conto della serva. Quello di prima, che registrava un disavanzo di 209,6 milioni, è il risultato dei più raffinati metodi di contabilità logismografica, per l’Italia, è alla testa di tutti i paesi del mondo. Confesso di avere un debole per il conto della serva, che si capisce facilmente: tanto incassato da una parte, tanto speso dall’altra; mentre il conto raffinato della scienza poggia su tali e così fini premesse che può essere condotto a qualunque conclusione piaccia al compilatore ottenere. Stavolta c’è anche una ragione sentimentale di preferire il conto della serva; ed è che chiude meglio dell’altro. Qualunque di essi il lettore preferisca, ricordi tuttavia sempre che amendue dipendono, in misura non troppo differente, dalla smentita che riceverà nel fatto della pretesa, rinnovata or ora dal presidente americano signor Coolidge, di ottenere il rimborso dei suoi crediti. L’equilibrio, tuttora delicatissimo del bilancio italiano, riposa tutto sulla premessa di far astrazione dei debiti interalleati. Se questi entrassero in conto, andrebbe all’aria tutto. La voragine del disavanzo si riaprirebbe, la lira sarebbe minacciata, nuovi squilibri sociali, nuove rovine delle classi a reddito fisso, nuovi arricchimenti di profittatori. Le conseguenze sarebbero siffattamente disastrose, che non si può forse attribuire alle parole quella elettorale ad uso interno ad esse attribuita da autorevoli diari forestieri.

 

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