Smobilitazione od immobilizzazione dei crediti di commercio?

Tratto da:

Rivista delle società commerciali

Data di pubblicazione: 01/05/1912

Smobilitazione od immobilizzazione dei crediti di commercio?

«Rivista delle società commerciali», maggio 1912, pp. 417-424

In estratto: Roma, Offic. tip. Bodoni, 1912, pp. 27

 

 

 

Le proposte per la smobilizzazione dei crediti di commercio, di cui la Rivista si è occupata nel fascicolo di marzo con un articolo del barone Costanzo Cantoni, sono certamente inspirate a propositi encomiabili di aiutare l’industria ed il commercio nei loro sforzi di risanamento delle proprie consuetudini di credito e di pagamento. Non si vorrà imputare a scarso amore per l’industria se farò alcune osservazioni intorno a tali proposte; osservazioni, si intende, relative non alle modalità formali e giuridiche con cui esse si presentano, sibbene agli effetti economici che dalla loro attuazione probabilmente deriverebbero.

 

 

Le modalità delle proposte sono per fermo ingegnose; eleganti le dimostrazioni che i relatori Pozzi e Cantoni danno della praticità e legalità dei rimedi escogitati. I tecnici potranno muovere critiche intorno agli accorgimenti particolari adottati sia per ottenere il riconoscimento delle fatture sia per la cessione dei crediti provenienti dalle fatture commerciali. È dubitabile che davvero la procedura escogitata dall’avv. Pozzi per il riconoscimento delle fatture commerciali tolga i principali inconvenienti che di fatto oggi si verificano: di clienti che ricevono merce e fattura, e nulla dicono subito, salvo a sollevare eccezioni dilatorie quando sia richiesto il pagamento o quando siano citati in giudizio. Il progetto Pozzi tempera gli inconvenienti del sistema attuale. Non li toglie del tutto; perché il debitore ha sempre modo di sollevare, comparendo dinanzi al Pretore od al Conciliatore, ogni sorta di eccezioni; il che continuerà a spaventare molti che, per le fatture di piccole nomine, preferiranno rassegnarsi alle perdite piuttosto che correre le spese e le noie di un giudizio.

 

 

Dato che si voglia creare un metodo sicuro di riconoscimento delle fatture commerciali, non sarebbe più semplice stabilire che il silenzio del cliente, il quale abbia ricevuto una fattura raccomandata, per un certo numero di giorni, cinque o dieci, equivalga ad accettazione della fattura e delle condizioni in essa contenute? Certamente la tassa di raccomandazione dovrebbe essere notevolmente ridotta per le fatture che si inviassero su moduli speciali, adatti all’uopo; ma si avrebbe il vantaggio di togliere subito ogni possibilità di eccezioni dilatorie ed ingiustificate. La presunzione non danneggerebbe i clienti onesti, poiché l’invio della fattura dovrebbe essere fatto per raccomandata e il cliente avrebbe un equo periodo di tempo per fare tutte le eccezioni possibili. Per dare forza esecutiva alla fattura, si dovrebbe iniziare un giudizio; e qui riuscirebbero utili le norme ideate dall’avv. Pozzi, con questo di meglio, che non si potrebbero più sollevare eccezioni sulle condizioni di fattura.

 

 

Ma quel che più importa di studiare è se i nuovi istituti escogitati non possano partorire danni che controbilancino e forse superino i benefici probabili. Non parlo del riconoscimento delle fatture, quanto della loro trasformazione in titoli negoziabili e scontabili mercé l’istituto della cessione di credito.

 

 

Il Cantoni ha esposto lucidamente i danni che in passato ha prodotto il malvezzo del conto corrente fra banca ed industria e delle vendite a credito dell’industria al commercio, nei suoi vari gradi di commercio grossista ed al dettaglio. Quando l’industria trovava facilmente credito presso le banche, essa a sua volta concedeva facilmente credito alla clientela, per somme grosse e per more lunghe; mentre oggi, al contrario, benché le banche abbiano ristretto il fido all’industria, questa trova difficoltà a far ritornare la sua clientela commerciale alle antiche sane abitudini di pagamento puntuale o di rilascio di cambiali. Onde accade che industriali e grossisti, i quali vantano rilevanti crediti verso la propria clientela si trovino ridotti a mal partito, perché non possono disporre dei loro crediti. Di qui il movimento a favore della smobilizzazione dei crediti. Creando l’istituto della cessione dei crediti, sveltendolo nelle sue modalità e forme giuridiche, il commerciante o l’industriale potrebbero fare assegnamento sul proprio saldaconti, che potrebbe essere scontato presso le banche; i debitori vedendosi presentati i titoli di cessione di credito da una banca avrebbero più ritegno nel rifiutare il pagamento o si troverebbero nella necessità di rilasciare una cambiale per ottenere una proroga; o probabilmente rifletterebbero prima di fare acquisti nuovi, quando non avessero i mezzi di far onore agli impegni assunti.

 

 

Questi i vantaggi; i quali in verità non riesco a comprendere come siano di tanto maggiori dello sconto della tratta non accettata. Il Cantoni dice «che il nuovo titolo vale meno dell’accettazione, perché manca l’esecutività verso il debitore; ha però tutto il valore della tratta non accettata e per di più ha la garanzia del ceduto credito che rappresenta praticamente una seconda firma». Io non so dove sia la seconda firma. Poiché il cliente può, ricevendo l’avviso dell’avvenuta cessione, buttarle nel cestino così come oggi fa coll’avviso dell’emissione di tratta; poiché il cliente che non voglia pagare può rifiutarsi a far onore al titolo di cessione di credito così come oggi non fa onore alla tratta; poiché saranno indotti a rilasciare una cambiale per ottenere una proroga precisamente quei clienti -e non uno di più – che oggi si decidono a questo passo quando una banca presenta loro la tratta; poiché non si vede come i clienti disonesti od avventati si sentano venir meno la voglia di fare acquisti sproporzionati ai loro mezzi solo perché la tratta avrà preso nome di titolo di cessione di credito; poiché tutto questo stato di cose non v’è ragione – io almeno non la so immaginare, né il Cantoni la dice – abbia a mutare improvvisamente per la taumaturgica virtù di un cambiamento di nome, così non comprendo come il nuovo titolo presenti per la Banca migliori garanzie della tratta, rispetto al debitore. Rimane il traente; rispetto al quale il titolo di cessione di credito sarebbe migliore della tratta, perché con questa il cessionario o i giratari sarebbero sempre soggetti all’alea del fallimento del cedente, mentre colla cessione del credito questo rimarrebbe per così dire avulso dalla massa delle attività del traente e di spettanza esclusiva della banca cessionaria o dei giratari. Dunque non due firme; ma sempre una firma sola; perché, nel caso in cui il cliente debitore non paghi e sia insolvente, la Banca dovrà sempre rivolgersi al traente o cedente e la tratta o il titolo di cessione di credito in tanto avranno valore in quanto costui sia solvibile. Nel caso in cui, nel frattempo, il cedente o traente fallisca, il titolo di cessione di credito varrà di più della tratta solo se il cliente debitore sia solvibile, perché costui dovrà pagare al cessionario del credito e non al curatore del fallimento. Quindi, ad analizzare bene, il nuovo istituto ha per unico scopo di garantire le banche contro il pericolo di fallimento non del cliente debitore ma dell’industriale cedente.

 

 

Arrivati a questo punto, viene spontanea la domanda: val la pena di creare un nuovo istituto per quest’unico scopo? Una delle due: o l’industriale che ha dei crediti scritti sui libri esercita una industria sana, ed è persona solvibile, onesta, il cui giro di affari è normale; ed allora costui non ha bisogno di ricorrere al titolo di cessione di credito per trovar denari.

 

 

Costui, come ha saputo, organizzar bene la sua azienda, così ha saputo sicuramente scegliere bene la sua clientela, fra commercianti che pagano puntualmente alla scadenza; ed avrà preferito piuttosto perdere clienti che concedere fidi eccessivi o troppo lunghi a persone immeritevoli. La Dio mercé, in Italia abbiamo ancora molte industrie e moltissimi industriali, anello di industrie in crisi, che hanno una buona clientela, che non si sono lasciati impressionare dalla concorrenza a commettere spropositi, né dall’entusiasmo ad allargarsi oltre misura. E costoro non hanno bisogno di interventi legislativi, di formule complesse per ottenere credito dalle banche. Al tasso corrente, le banche sono ben felici di imprestar denaro a chi se lo merita, con sconto di cambiali, con sconto di tratte, con conti correnti; s’intende, entro quei limiti al di là dei quali lo sconto di tratte o l’uso del conto corrente può diventare pericoloso. Ovvero l’industriale cedente ha sui libri dei crediti di esigibilità dubbia, esercita una industria che attraversa un periodo difficile, nella quale è d’uopo succeda all’espansione il raccoglimento, in cui è necessario il numero delle ditte produttrici diminuisca, affinché le rimaste possano fare una accurata scelta della clientela, in guisa da vendere solo ai negozianti solvibili; ed allora io dico che le banche farebbero malissimo a scontare tratte e titoli di cessione di credito; perché queste aziende è meglio scompaiano e cessino di ingombrare e rendere malsano il mercato. Io dico che gli industriali devono imparare da sé, a proprie spese, la maniera di far perdere alla clientela i brutti vizi, di cui tanto acconciamente il Cantoni ragiona. Ai clienti che non pagano non si deve consegnar la merce; e se per disgrazia la si è consegnata, non bisogna tardare a fare seguire, se ne val la pena, la citazione e gli atti esecutivi; al che gioverebbero le norme spicce di procedura immaginate dall’avv. Pozzi. Un industriale serio, il quale non vuol perdere i capitali suoi, o degli azionisti o dei creditori deve saper fissare da sé le condizioni dei pagamenti; e non andare ad elemosinare dalle banche un aiuto, quando egli ha commesso l’errore di vendere troppo e ad occhi chiusi ad una clientela male conosciuta.

 

 

In fondo a tutte queste proposte, che vogliono affidare alle banche l’onere o il fastidio di curare i pagamenti per conto dell’industria, v’è un orrore gravissimo: l’errore di credere che il compito dell’industriale sia solo quello di produrre della merce buona, non quello anche di venderla bene; l’idea vagamente sentita, e timidamente espressa, che l’industriale abbia finito la sua giornata quando abbia fabbricato una merce che egli ritiene adatta al consumo, nella quantità, che egli suppone debba essere acquistata dal compratore. Nulla di più pericoloso di questa idea. Nessuna industria può fiorire, se l’industriale, oltreché un tecnico valente, non altresì un commerciante esperto; se il commerciante non reagisce ogni giorno sul tecnico, consigliandogli i tipi di merce da produrre, le modificazioni da introdurre nei suoi prodotti, incitandolo e trattenendolo nella produzione, a seconda della possibilità di smercio a prezzi convenienti. Sovratutto l’industriale deve sempre avere la piena ed intiera responsabilità della sua opera commerciale; i rischi inerenti al vendere bene o male, allo scegliere bene o male la sua clientela, all’avere dei crediti liquidi o in sofferenza devono pesare unicamente, esclusivamente, su di lui. Tutte queste macchine legislative, con le quali si vorrebbe dare all’industriale la disponibilità del suo saldaconti, mercé la cessione delle fatture, mi sembrano di scarsissima utilità agli industriali serii e pericolosamente atte ad eccitare gli industriali impulsivi, entusiasti, leggeri ad allargare il fido alla clientela, ad estendere in modo pericoloso il giro dei loro affari, oltre ai limiti prudenziali consigliati dal rapporto fra il capitale proprio e il capitale preso a prestito. A me sembra che questa sia una educazione a rovescio del commercio e dell’industria: invece di persuadere gli industriali che, se essi concedono fido in misura eccessiva alla clientela, dovranno fallire, si dice che essi potranno cedere i crediti alle banche ed incaricare queste di fare la educazione dei clienti e di persuaderli a pagare ovvero a rilasciare cambiali. Se questo ha nome di «risanamento dell’industria», io non so più che significato proprio abbiano le parole. A me sembra che questo sia un incoraggiare le persone che hanno la volontà debole, che non sono capaci a trarsi d’impiccio da sé, ed amano che altri (leggi banche) venga a trarle dagli impicci in cui esse medesime si sono messe per avventataggine, per spirito d’imitazione, magari lasciandosi trascinare dalla follia generale dei periodi della finanza allegra nelle industrie. Ed è evidente che l’abolire o l’attenuare le meritate sanzioni (sanzioni che han nome di fallimento, concordato, liquidazione, riduzione del capitale) contro coloro che hanno errato, ed offrire loro ogni sorta di mezzi di salvamento significa volere la rovina dell’industria, impedire la selezione dei robusti, degli avveduti, dei canti ed incoraggiare la ripetizione delle crisi ad ogni piè sospinto. A nulla varranno i bei accorgimenti per il pronto riconoscimento delle fatture commerciali, quando il dominus del negozio, l’industriale non sarà trattenuto dallo spettro della rovina nella scelta oculata della clientela buona e spererà invece aiuto dalle banche, mercé l’istituto dei titoli di cessione di credito. Si avrà la novità di clienti che riconoscono le fatture; ma non l’altra, che sarebbe novità assai più significativa, di clienti che paghino sempre puntualmente. La quale ultima novità si potrà ottenere soltanto nel giorno in che gli industriali si persuadano a vendere solo a negozianti che si sa potranno rivendere sul serio la merce, ed i quali siano prudenti, incapaci di caricarsi di stocks enormi nella speranza di fare buoni affari nell’auspicato giorno in cui i prezzi abbiano ad aumentare. Lamento anch’io la sorte di molti industriali, che hanno sui libri crediti vistosissimi verso clienti che non pagano; ma poiché hanno errato, è meglio lascino, per il bene di tutti, il posto a quelli che hanno errato meno o non hanno errato affatto.

 

 

E vengo alle banche, le quali dovrebbero essere liete, secondo i proponenti, di avere un nuovo titolo da scontare, inferiore all’accettazione e migliore della tratta non accettata. Già dissi come l’eccellenza del titolo di cessione di credito in confronto alla tratta non accettata si riduce ad assai poca cosa. In sostanza si tratterebbe di incoraggiare le banche a mettersi a fare un mestiere per cui non furono create: di curatori della puntualità dei pagamenti da parte della clientela dell’industria. Non giova né alla banca né all’industria di snaturare così le loro funzioni rispettive. Funzione della banca di depositi e sconti quella di scontare della carta buona, rappresentante affari realmente fatti, aventi i requisiti della esecutorietà e della facile negoziabilità. Le banche sono le fiduciarie del risparmio; e devono essere custodi gelosissime della liquidità degli impieghi in cui esse investono quel risparmio. Se esse fanno larghi fidi in conto corrente all’industria, senza adeguata copertura cambiaria, fanno malissimo. Esse, così operando, tradiscono i loro doveri più stretti verso coloro che ebbero fiducia nella loro prudenza ed oculatezza. I guai del 1907 vennero in Italia dall’abuso del credito, non da uso troppo parco di esso; dall’avere largheggiato nei conti correnti verso la clientela industriale. Fecero malissimo; e comincio a dubitare se non sarebbe stato salubre qualche forzata liquidazione di istituti troppo avventati ad ammaestramento dei superstiti e di quelli a cui tornasse la voglia di imitarli nella gestione imprudente dei depositi. Non si volle la liquidazione; ed è ormai inutile di recriminare intorno alle cose che furono. Certamente andrebbe meditato e ricordato ed inciso in carattere di bronzo sulla porta di tutti gli stabilimenti bancari l’aureo precetto che si deduce, per legittima e chiarissima illazione, da quella che fu una delle più provvide leggi fiscali italiane, legge d’occasione, promulgata il 31 dicembre 1907 sotto la pressione urgente della crisi bancaria ed industriale allo scopo di ridurre la tassa di bollo delle cambiali, ma, contrariamente alla maggior parte delle leggi d’occasione, provvida e feconda. Dice quel precetto: non scontate se non buona carta commerciale e ricordatevi che l’abuso del credito in conto corrente ha minacciato di travolgere nel 1907 una situazione faticosamente creata in anni e anni di operosità sana e di prudente pratica bancaria. Questo ha detto il legislatore del 1907; e il ricordo dei gravi momenti trascorsi avrebbe dovuto giovare.

 

 

Purtroppo pochi anni sono passati; e sembra che quelli siano già ricordi lontani, da tenersi in non cale. Dopo sforzi meritori intesi a ridurre i conti correnti ed a estendere l’uso della cambiale, già si avverte un po’ di rilassatezza; già si veggono i segni dell’accentuarsi della concorrenza fra le banche e di una propensione mai celata al ritorno verso i vecchi erramenti. Si dice che i clienti non vogliono saperne o non sono in grado sempre di presentare allo sconto buona carta commerciale e di nuovo si indulge in crediti scoperti in conto corrente. Giova sperare che i grandi stabilimenti sappiano resistere; magari con apparente scapito momentaneo, magari con diminuzione della clientela malcontenta emigrante alla cerca di più condiscendenti banchieri. Sarà tanto di guadagnato per quelli che sapranno resistere al malo andazzo ed alla fine si vedranno ricompensati col crescere della pubblica fiducia.

 

 

Perciò non vedo di buon occhio la creazione dei titoli di cessione di credito; e più che la creazione, che per se stessa sarebbe innocua, come quella di tanti altri gingilli legislativi posti sul mercato da quella grande fabbrica di leggi inutili che è il nostro Parlamento, temo la diffusione delle cessioni di credito.

 

 

Per fortuna il credito in conto corrente era venuto in sospetto ai più; e contro la voglia di alcuni banchieri di farne uso, per far pompa di molti affari, di numerosa clientela e di pingui utili, stava l’impressione diffusa che si trattasse di cosa mal fatta, pericolosa, che poteva recare alla lunga pregiudizio a banchieri e industriali, i quali fossero stati di manica larga.

 

 

Offrite a costoro, i quali non aspettano altro che di essere incoraggiati nell’impiego facile dei denari dei depositanti, il nuovo strumento legale, il titolo di cessione di credito, e la vecchia storia ricomincerà. Nome nuovo, cosa nuova. Col cambiamento del nome parrà a molti di aver trovato l’araba fenice. Troppa gente vi è al mondo che si pasce di apparenze, di vanità che son parole; ed immaginerà di avere scoperto nel «titolo di cessione di credito» chissà che miracolosa materia prima scontabile e negoziabile. Mentre in realtà saremo sempre faccia a faccia col vecchio conto corrente allo scoperto, rimesso a nuovo, ridipinto in colori più leggiadri, spezzettato in piccole fette e venduto al minuto, invece che all’ingrosso. Dice il Cantoni: «Si comprende che le operazioni di una banca abbiano carattere di conto corrente; non così invece dovrebbe accadere per le contrattazioni commerciali, dove ogni fattura rappresenta un credito, che non solo ha una data certa di accensione, ma dovrebbe avere bensì anche una data prestabilita per l’estinzione, alla quale epoca l’operazione dovrebbe essere finita. Anche per restare nei termini della cessione della fattura, prevista dalla legge sul bollo, suggeriamo che il nuovo «titolo di cessione di credito» non possa essere usato che in riferimento di una fattura e non mai di una diversa forma di credito commerciale, come potrebbe essere un conto corrente. Si potrà ottenere a questo modo che a poco a poco la clientela commerciale si abitui, come avviene nei commerci bene ordinati, al pagamento dei debiti di carattere commerciale, «fattura per fattura».

 

 

Menomale che il Cantoni ha usato molti potrebbe e potrà e pochi affermativi; poiché io sono fermamente convinto che, nei casi in cui succederanno quelle mirabili cose da lui prevedute, ciò non sarà per virtù della forma: «titolo di cessione di credito» ma per virtù della sostanza: «clientela scelta bene, affari bene concepiti, vendita di merce per consumo effettivo e non per consumo immaginario sperato»; e quando vi sarà la sostanza, la forma sarà perfettamente inutile. Mentre, purtroppo, quando la forma si renderà necessaria, l’unica differenza effettiva tra il credito in conto corrente e il credito mercé cessione di fatture sarà questa: che col conto corrente la banca A farà all’industriale un’apertura di credito di 500.000; mentre colla cessione delle fatture le banca A sconterà all’industriale M tanti titoli di cessione di credito di 1000, 100, 2000, 3500, 10.000, 150 … lire fino alla concorrente di 500.000 lire. Di che cosa la situazione della banca A differirà sostanzialmente nel secondo caso da quella che sarebbe stata nel primo caso? In nulla. Essa sarà imbottigliata stupendamente in amendue le maniere; e non si saprebbe davvero vedere quale delle due sia la peggiore. Come dal canto suo l’industriale M sarà, nel secondo come nel primo caso, asservito alla banca A, senza possibilità di potersene liberare. Perché come oggi le imprese, che hanno un largo conto corrente presso una banca, non trovano, se questa aumenti lo sconto, magari a tassi usurari, o richieda il rimborso delle somme anticipate, nessun altra Banca che alla prima si sostituisca; così in avvenire non troveranno banche che vogliano scontare i titoli di cessione di credito, che siano respinti o per cui si esiga un’usura eccessiva dalla banca che s’è lasciata trascinare per la prima alla immobilizzazione.

 

 

Ho detto la parola antipatica e ammonitrice: «immobilizzazione». L’abuso del conto corrente immobilizza dannosamente capitali che avrebbero dovuto esser liquidi. Oggi si parla di «smobilizzare» i crediti di commercio, mercé il titolo di cessione di credito. Senza dubbio sarebbe uno «smobilizzare» i crediti per gli industriali che oggi se li trovano scritti sui libri e non riescono a farseli pagare. Ma non per ciò vi sarebbe una smobilizzazione effettiva. L’immobilizzazione invece di pesare sugli industriali singoli, peserebbe sulle banche cessionarie. Col voltare e rivoltare il fianco sul letto di dolore, l’ammalato non fa venir meno la malattia. Io dico che la cresce. Oggi le immobilizzazioni recano danno a chi ne è afflitto; e, se si è ancora in tempo, gli gioveranno in avvenire, ammaestrandolo ad andar guardingo nella concessione di fido. Domani, quando ci sia speranza di scaricare le immobilizzazioni sulle banche, smobilizzando se stessi, chi sentirà ancora ripugnanza ad immobilizzarsi di nuovo? Il «titolo di cessione di credito» mi pare strumento e stimolo ad immobilizzazioni per le banche; incitamento a largheggiare nei fidi per gli industriali, speranzosi di poter far denaro con la cessione delle fatture; nuovo passo verso la moltiplicazione dei clienti cattivi che non pagheranno alla scadenza, nonostante ogni accorgimento di presentazione di titoli ceduti da parte delle banche locali. In definitiva, creazione di un edificio artificioso di credito, fecondo di crisi, di situazioni false e destinato a crollare con fragore nel giorno del pericolo, con gravissimo danno dell’universale.

 

 

Perciò ho creduto doveroso oggi di elevare questi dubbi, innanzi che le proposte si trasformino in realtà di legge e di pratica bancaria. Se i dubbi non saranno ascoltati oggi, fra qualche anno si dovrà ascoltare per forza l’ammonimento, ben più autorevole e ben più sicuramente efficace, di coloro che sono a capo dell’alta banca italiana.

 

 

Azzardando questa profezia, affermando che, se oggi non si ascoltano i dubbi inspirati ad un privato studioso dal timore che lo molesta di vedere ricadere nel male una organizzazione bancaria tratta con sì gran fatica dalla rovina, si dovranno ascoltare domani gli ammonimenti severi degli Stringher, dei Miraglia, dei Verardo, di coloro cioè che, per la posizione eminente e responsabile, sono in grado di far seguire alla parola l’azione moderatrice, io non faccio che seguire il Cantoni sul terreno da lui scelto. Ho avuto occasione altra volta di deplorare su questa medesima Rivista l’abitudine non lodevole di volere scimmiottare gli stranieri ad ogni piè sospinto, specialmente nei malanni legislativi che essi immaginano od attuano. Anche a proposito del «titolo di cessione di credito» noi abbiamo il solito esempio straniero, da imitare e migliorare, la nota operazione germanico austriaca, più austriaca che tedesca, della «Discontirung der offenen Buchforderungen» con cui l’industriale, il commerciante trae partito dai proprii crediti commerciali, cedendoli alle banche, quando non sia possibile, per la ripugnanza dei debitori, di ottenere il rilascio della cambiale. Il Cantoni vorrebbe anzi migliorare il sistema austriaco, che giudica complicato, imperfetto e segreto; ma ad ogni modo ne trae argomento per dire che quel che si è fatto altrove può essere con tranquillità imitato e perfezionato da noi.

 

 

Non sarebbe stato meglio che il Cantoni si fosse informato quale era il giudizio che i competenti danno in Austria dell’istituto della cessione di credito? Se l’avesse fatto, si sarebbe messo forte in sospetto sui vantaggi di una tardiva imitazione italiana dell’istituto austriaco. È noto che dal principio dell’anno i direttori della Reichsbank germanica e della banca austro ungarica indirizzano moniti su moniti ai direttori delle grandi e piccole banche private, per consigliarli ad una restrizione del credito, a prudenza maggiore nella accettazione di cambiali allo sconto, prima che il pericolo sia divenuto così grave da richiedere l’impiego di mezzi draconiani repressivi da parte dei due istituti d’emissione. Causa dei moniti è l’abuso del credito a favore di imprese industriali ed edilizie. L’ampliamento delle imprese industriali richiede capitali, che, non potendosi sempre ottenere subito emettendo obbligazioni ed azioni, si chiedono al credito cambiario od in conto corrente. Il segretario generale della Banca Austro Ungarica, consigliere aulico von Pranger, in un discorso privato tenuto ai direttori delle banche viennesi in una adunanza generale del Wiener Saldierungsverein si è due mesi or sono vivamente lagnato che la qualità media delle accettazioni cambiarie andava peggiorando; aggiungendo causticamente che su molte di esse la formula «drei Monate a dato zahle ich» – pagherò a tre mesi data – era fuor di posto; e meglio vi si sarebbe dovuta leggere l’altra formula «drei Monate a dato prolongiere ich» – prolungherò questa mia a tre mesi data. – Si lagnò egli assaissimo che i costruttori di case di Vienna e di Budapest, trovando troppo care le obbligazioni, avessero preso il brutto abito di ottenere capitali per uso edilizio scontando e prorogando indefinitivamente cambiali. Il qual malanno non è proprio all’Austria, ma è nel momento attuale diffuso altresì in Svizzera (Zurigo) ed in Germania, principalmente a Berlino, dove per la febbre edilizia tale è la domanda di credito fondiario, che gli istituti di credito fondiario difficilmente trovano a negoziare le loro cartelle a prezzi ragionevoli e dovranno forse presto decidersi a rialzare l’interesse dal 4 e 4 e  al 4,50 per cento. Il che prova quanto si debba andare a rilento nel sovraccaricare il mercato di cartelle, sia pure garantite solidamente. Già ora in Italia le cartelle da 500 lire tipo 3,50% difficilmente trovano compratori a 480; e si sta già tornando al tipo 3,75%, con tendenza al 4 per cento. Se domani alle cartelle fondiarie si aggiungessero le cartelle di credito industriale, marittimo, forestale, coloniale, idraulico (non s’è ora inventato anche il credito idraulico, e domani non si inventerà il credito automobilistico, aeroplanistico e via dicendo, tutte cose in se stesse assurde, perché il credito non fondiario è credito essenzialmente «personale» ed a volerlo frazionare per industrie si toglie al credito il suo principalissimo vantaggio di compensazione tra rischi diversi e lo si rende mancipio delle sorti prospere od avverse di una unica industria!) in poco tempo si creerebbe quello che gli inglesi chiamano glut in the market, una offerta sovrabbondante col deprezzamento conseguente dei titoli offerti.

 

 

Contro questi pericoli in genere si elevò nella mentovata adunanza del Wiener Saldierungsverein il von Pranger; ma forse il più severo dei suoi moniti fu diretto contro la Diskontirung del offenen Buchforderungen che qui in Italia ora si loda tanto. Tra le «deformità» (Auswuchse) del credito egli ritenne infatti sopratutto biasimevoli le cambiali finanziarie o di comodo create per facilitare il credito edilizio e il finanziamento colla cessione dei crediti risultanti dai libri di commercio (die Finanzierung der Belehnung offener Buchforderungen). Egli ricordò che la Banca Austro Ungarica ha dato giudizio sfavorevole alla cessione dei crediti di commercio fin dall’introduzione di questo strumento di credito circa 15 anni fa. Il qual giudizio sfavorevole del massimo istituto austriaco non ha potuto impedire – aggiunge con rammarico il von Pranger – che questa maniera di procacciarsi denaro si estendesse oltremisura. Contro lo sconto delle cambiali finanziarie e contro la cessione dei crediti commerciali il von Pranger obbietta che esse sostituiscono al vero portafoglio cambiario un materiale illiquido, che alla scadenza non sarà pagato, ma verrà prolungato (mit illiquidem Material, das bei Falligkeit nicht eingelost, sondern prolongiert werde).

 

 

Ecco in poche sobrie, scultorie è sufficienti parole esposto il risultato niente affatto incoraggiante ottenuto in Austria dal nuovissimo istituto di credito commerciale. Si ha un bel dire, come si dice sempre da quelli che fanno proposte contrarie all’esperienza antica ed universale, che non è questione di principii ma di persone; che, ad esempio, una nuova macchina statale, una nuova statizzazione o municipalizzazione funzionerà bene, se si troverà l’uomo adatto, se la si gerirà industrialmente, mentre funzionerà male se vi si metteranno a capo i soliti burocratici e se si farà il solito lavoro elegante di emarginatura di cartacce di ufficio. Nulla di più ridicolo di questo argomento; il quale elimina i difetti riconosciuti ed indisputati del macchinismo burocratico affermando che lo Stato potrà far bene se, contrariamente all’esperienza universale, si regolerà non come si regolano ora e si sono regolati in passato gli uffici pubblici, ma come si regolano le imprese private, e quelle bene amministrate per giunta! Col che si rende grande omaggio alla iniziativa privata che si vuole distruggere, riconoscendo che la responsabilità delle proprie azioni ed il timore di fallire sono gli unici mezzi, inaccessibili alle imprese pubbliche, per selezionare le imprese buone dalle cattive e lasciar sussistere, alla lunga, solo le prime.

 

 

Lo stesso argomento inane si ripeterà a pro dell’istituto della cessione di credito. Potrà funzionare bene, si dirà, se le banche saranno prudenti, se sconteranno solo crediti di persone solvibili e verso clienti buoni, se si assicureranno che la cessione di credito non sia un mezzo per salvare situazioni pericolose, per fornire denari per spese d’impianto, ecc., ecc. Propositi ottimi; che, ove siano attuati, manifestano l’inutilità del nuovo congegno. Perché le banche prudenti non faranno prestiti di questa specie ma sconteranno carta buona mercantile; perché gli industriali solvibili non avranno bisogno di cedere crediti verso una buona clientela; essendo ad essi aperti mille altri mezzi per far denaro. Mentre sarà grandemente probabile che, ove si ricorra alla cessione di credito, esistano precisamente quelle condizioni intrinsecamente pericolose dell’azienda, che richiederebbero la mano energica e spietata del chirurgo. Perciò io concludo che almeno, se il progetto per la cessione dei crediti incontrerà favore, come purtroppo incontrano tutte le proposte intese ad aiutare coloro che da sé si sono cacciati in un brutto ginepraio ed, incapaci a salvarsi da soli, invocano l’appoggio altrui, sia cancellato l’art. 6, il quale recita: «Gli istituti di emissione, nonché tutti gli istituti costituiti in ente morale ed autorizzati a fare operazioni di sconto, hanno facoltà di scontare detti titoli di cessione di credito». Se non i miei dubbi, si ascoltino i moniti della Banca Austro Ungarica che già 15 anni or sono diede parere sfavorevole all’introduzione di questo nuovo strumento di credito ed ora, per bocca del suo segretario generale, lo considera un «illiquide Material» da essere dannato alla proscrizione. Le nostre banche di emissione e le casse di risparmio devono mantenersi pure e monde da qualsiasi contatto anche superficiale e temporaneo con un materiale di portafoglio che non possegga tutti i requisiti classici che l’arte bancaria ha dimostrato necessari. Colla fiducia pubblica e col denaro della gente minuta non si scherza impunemente. Scontino le banche private la carta che meglio loro talenti. Facciano magari dei prestiti sulla parola. Tutto ciò sulla loro responsabilità ed a loro rischio e pericolo. Fra gli altri rischi dovranno anche porre questo: che se si moltiplicheranno gli incagli di banche in seguito ad immobilizzazioni in crediti illiquidi, se i casi di Lecco e di Schio si ripeteranno, il legislatore abbia ad intervenire imponendo cautele moleste intorno alla gestione dei depositi. L’unica maniera di tener lontano il legislatore coi suoi falsi cerotti di sorveglianza illusoria è di non far parlar di sé. Banche e banchieri privati ci pensino ed evitino di imbottigliarsi con conti correnti e cessioni di crediti. Delle immobilizzazioni hanno certo danno in primo luogo gli istituti che si trovano incagliati; ma forse il danno maggiore sarà degli istituti sani i quali, pur non avendo mai scontato titoli di cessione di credito dovranno pagare il fio delle colpe altrui coll’essere sottoposti ad una vigilanza fastidiosa, vessatoria, inutile del governo, magari all’obbligo di garantire i depositanti coll’investimento di una parte dei depositi in rendita di Stato od altri valori pubblici (chi ricorda che in Inghilterra la Birkbeck Bank fallì l’anno scorso appunto perché investiva i denari dei depositanti in titoli di Stato di primordine?).

 

 

Ricordino tutto ciò le banche private e se hanno a cuore la propria indipendenza dalla burocrazia romana, procurino, scontando carta buona e facendo operazioni ineccepibili, di non suscitare l’istinto legiferatore di coloro che da sé si erigono a salvatori del credito pubblico e macchinano ogni altro giorno progetti di corpi d’esercito di ispettori ministeriali, con conseguenti indennità di trasferta.

 

 

Io, che negli affari dei privati non voglio metter bocca, mi limito a chiedere che si lascino in pace gli istituti pubblici. A me pare mal fatto chiedere agli istituti di emissione e alle casse di risparmio colla persuasione delle leggi e colla pressione dei governi, dell’opinione pubblica, delle influenze politiche, ciò che gli istituti privati di loro grado non vogliono fare. Ognuno il quale in Italia abbia bussato inutilmente a denari agli sportelli degli istituti privati che possono ancora liberamente rispondere si o no, secondo a lor piaccia, crede lecito ottenere lo scopo facendo intervenire il legislatore a «persuadere» gli istituti pubblici a metter fuori i denari del pubblico o della povera gente. Non si contano più i disegni di legge e le leggi con le quali si «autorizzano» le casse di risparmio e gli istituti di emissione a far qualche operazione, dianzi proibita. Si sa che cosa vogliono dire siffatte «autorizzazioni». Sono dapprima inviti amichevoli, poi consigli insistenti, e finalmente pressioni scandalose per persuadere i fiduciari del minuto risparmio e del credito pubblico a far cosa gradita alle clientele politiche dominanti, od ai gruppi economici, capitalistici e cooperativi, meglio in grado di farsi sentire.

 

 

Le cose devono essere giunte ad un segno davvero intollerabile se in occasione dell’ultimo congresso delle casse di risparmio tenutosi a Torino nell’estate scorso nella traccia del tema da svolgersi da uno dei relatori è fatta parola delle «pressioni» esercitate dalle autorità pubbliche per consigliare questo o quell’impiego e dei danni che potevano derivare dal generalizzarsi del sistema. È ora di porre un termine a questo mal vezzo, che potrebbe in breve recare un colpo fierissimo al credito pubblico ed alla sicurezza della circolazione. Beni troppo preziosi e cari, perché non sia d’uopo compiere ogni sforzo per serbarli intatti.

 

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