Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Socialismo che si trasforma

«La Stampa», 12 luglio 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 201-204

 

 

La «Critica sociale», la battagliera rivista del socialismo italiano, in un articolo che è tutto un inno alla vittoria «piena, solenne, irrevocabile» dei partiti popolari italiani, fa alcune riflessioni che è importante rilevare.

 

 

L’estrema sinistra – dice la «Critica sociale» – vinse una grande e faticosa battaglia, una vera battaglia, in qualche modo formale… Ma… la vittoria nella camera non sarà vittoria nel paese, se l’estrema sinistra non aggiungerà alla sua azione difensiva una nuova azione ricostruttiva… Che pensa l’estrema della Cina? Che dei trattati di commercio? Che della questione militare? Che della riforma tributaria? Che delle leggi sociali? Finora alcune formule generiche, spesso accettate senza maturo esame, bastarono alla funzione critica che esercitammo: ora non più. In ogni questione urgente l’estrema deve avere il pensiero suo… Conviene uscire dal vago… Assai più che ad aumentare elettori e mandati (forse ne abbiamo già troppi, per quel tanto di vero socialismo che può dare oggi il nostro paese) è il caso di fare sì che dietro a noi sia una salda compagine di coscienze nutrite, e che noi stessi sappiamo bene quel che vogliamo, non solo nell’ordine delle tendenze generali e dei fini remoti, ma nei minuti particolari della nostra azione quotidiana.

 

 

Si sapeva da lungo tempo che il direttore della «Critica sociale» era la mente più forte del partito socialista italiano; ora l’ammonimento suo ai compagni di fede di volgersi dalla critica all’azione, dimostra che egli è anche accorto uomo politico.

 

 

Noi, che socialisti non siamo, non possiamo non rallegrarci nel vedere che la direzione intellettuale e morale del partito socialista è affidata non a settari angolosi e rigidi od a tribuni sconclusionati, ma a forti intelligenze che sanno comprendere i bisogni della presente vita pubblica italiana.

 

 

Incipit vita nova! dicono i socialisti italiani per bocca di Filippo Turati. Noi aspettiamo per giudicarli che la loro nuova opera sia cominciata.

 

 

Finora essi hanno avuto buon gioco nella propaganda delle idee e nella conquista delle masse elettorali. I governi hanno fatto a gara a commettere spropositi ed a far sorgere cagioni sempre nuove di malcontento e di disagio; hanno lavorato a distruggere la ricchezza ed a comprimere le nostre mirabili energie di lavoro e di espansione economica. I vecchi partiti politici hanno sparso attorno a sé il discredito e la sfiducia raggruppandosi attorno a uomini che parevano forti ed erano immorali o sembravano abili ed erano ciechi.

 

 

Sorse il partito socialista ed esercitò un’opera di critica, persistente, penetrante ed entusiasta fra le masse elettorali più civili e progredite d’Italia. La vittoria fu sua in molti collegi. Sarebbe stato strano se le cose fossero andate altrimenti. Siccome moltissime fra le critiche mosse dal partito socialista all’attuale ordine politico e tributario erano vere, esse dovevano necessariamente partorire l’effetto di conquistare il consenso delle masse a coloro che le critiche fecero, alienandole da quelli a cui esse erano rivolte e da quelli ancora i quali trascurarono di muoverle prima dei socialisti.

 

 

Ma la critica, per quanto sottile e notomizzatrice, da sola non basta. Le masse a cui vengono additate le cause del male e la possibilità del bene, diventano presto impazienti e desiderose di vedere tolto il male ed instaurato il bene.

 

 

Perciò Turati grida ai suoi compagni che è d’uopo mutare rotta; che i deputati socialisti sono già troppi e che il numero attuale è più che sufficiente per studiare le riforme pratiche capaci a risolvere le questioni più urgenti ed ardenti della vita pubblica italiana e ad accrescere il benessere dei lavoratori. Non più formule generiche e pensieri vaghi su un futuro remoto socialista, come nei romanzi a base di «anno duemila», ma lo studio paziente dei “minuti particolari dell’azione quotidiana” del partito.

 

 

Noi liberali abbiamo un grande interesse nel seguire i socialisti italiani in quest’opera di studio minuto e di azione pratica. Non abbiamo visto poco fa in Francia il ministro socialista Millerand buttare a mare alcune delle massime teoriche più care ai dottrinari della chiesa socialista? È molto probabile che qualcosa di simile accada pure in Italia, sovratutto fra quelli dei socialisti che hanno la mente limpida e capace di ribellarsi alle formole del catechismo contenuto nei libri evangelici del partito.

 

 

Un sintomo molto interessante delle trasformazioni che il programma socialista subirà discendendo dalle nebulose astratte alla trattazione di problemi pratici si ha in un altro articolo scritto nella medesima «Critica sociale», da Romeo Soldi, intorno alla politica economica del partito socialista. L’articolo è tutta una critica intelligente e convincente della proposta presentata poco tempo fa alla camera italiana dal gruppo parlamentare socialista, di abolire il dazio sul grano e di affidare nello stesso tempo allo stato il monopolio del commercio dei cereali.

 

 

Il Soldi, a ragione, approva la prima parte della proposta (abolizione del dazio) e respinge la seconda (monopolio governativo del commercio del grano).

 

 

Nella sua critica il Soldi si serve di tutti quegli argomenti che agli economisti liberali giovano per condannare la estensione dell’azione dello stato alle faccende che i privati possono compiere meglio colla loro iniziativa individuale. Egli dimostra come il proposto monopolio accrescerebbe il parassitismo governativo, darebbe nuovo potere alle clientele politiche, non sarebbe garanzia di diminuzione di prezzo e potrebbe benissimo condurre invece ad un rincaro del grano. Naturalmente il Soldi, per non battere in breccia, con le sue argomentazioni, la sostanza medesima della dottrina socialista, si affretta ad avvertire che egli combatte il monopolio governativo del commercio del grano finché esiste l’attuale governo capitalista, e dichiara che non lo combatterà più quando lo stato sarà divenuto veramente democratico e non esisteranno perciò più possibilità di abusi, parassitismi politici e clientele losche di affaristi ingrassanti a spese del pubblico.

 

 

Noi lasciamo volontieri al Soldi l’innocente illusione che questo mirabile organismo di un governo di cose e non di persone abbia a spuntare in futuro. Frattanto constatiamo che quando i socialisti più intelligenti e colti discutono un provvedimento di grande importanza pratica, come il commercio dei grani, accolgono (sia pure per far dispetto ai capitalisti ed al socialismo dello stato borghese) quella abolizione del dazio che è propugnata dalla dottrina economica liberale e respingono quel monopolio governativo che sembra zampillare logicamente dalla più pura teoria socialista.

 

 

Avanti adunque! seguano i socialisti italiani i consigli di Turati e si mettano allo studio ed all’opera!

 

 

Chissà se dagli studi pazienti e dall’opera pratica i socialisti non sorgeranno tramutati in altrettanti economisti liberali, propugnatori di riforme, benefiche bensì alle classi lavoratrici, ma nient’affatto inspirate ai canoni della dottrina collettivistica!

 

 

Se le classi dirigenti italiane non sanno valutare l’importanza di questi sintomi di nuova rotta nel partito socialista e non si decidono, per agire, a cogliere a volo il momento attuale in che tante giovani e belle intelligenze si dibattono incerte tra l’assurdo delle dottrine collettivistiche, abbracciate quando sovratutto si voleva usare un’arma di critica, e la evidenza della praticità benefica delle dottrine liberali adattate ai tempi nuovi – se le classi dirigenti italiane non hanno il coraggio di mettersi esse alla testa del rinnovamento civile ed economico che urge nel nostro paese, ogni speranza di progresso ordinato e pacifico, senza rivolte e reazioni dolorose, deve ritenersi perduta.

 

 

Lo slancio con cui i socialisti iniziano una nuova vita, serva di sprone alle classi dirigenti per rinnovare se stesse e nel tempo stesso l’Italia. Questo è il nostro voto ed è la nostra speranza.

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