Tratto da:

Corriere della Sera

Società per azioni e fisco

«Corriere della sera», 25 aprile 1908

 

 

 

La più gran parte delle adunanze ordinarie annuali delle Società per azioni, le quali chiudono i loro bilanci al 31 dicembre, è oramai stata tenuta e, – se si fanno alcune eccezioni qua e là – l’impressione è stata buona. Molti azionisti, che dopo il finimondo dell’ottobre scorso avevano messo il cuore in pace e si erano rassegnati a saltare, un anno o quasi di dividendo, furono gradevolmente sorpresi nel sentire che un dividendo sarebbe ancora stato pagato, in molti casi uguale e qualche volta superiore a quello dell’anno scorso. Ed ancora più si allietarono leggendo nelle relazioni che i loro amministratori si tenevano sicuri della solidità delle aziende, sì da poter guardare con serena fiducia all’avvenire.

 

 

Ma l’impressione sarebbe stata – per quegli azionisti che hanno la fortuna e il merito di essersi scelto dei prudenti e saggi amministratori – ancora migliore se essi non si fossero urtati contro un ostacolo, non forse universale, ma generalizzato per modo da meritare un attento esame: voglio accennare alla voluta oscurità delle voci dei bilanci sociali ed al loro raggruppamento artificioso in talune poche categorie incolori e poco espressive. Leggendo i riassunti che i giornali politici e finanziari sono andati pubblicando delle relazioni e dei bilanci delle nostre società anonime, si ritrova in quasi tutti una certa aria di famiglia, un parlar generico ed una scarsissima voglia di scendere ai particolari che pure sarebbero utilissimi e desiderati dai capitalisti in cerca di investimenti dei loro risparmi. Tutti i consigli di amministrazione, sia delle società prospere sia di quelle che a stento si reggono in piedi, come pure di quelle che da perdite ingenti sono costrette a trasformarsi, corrono velocemente quando si arriva al punto nel quale si dovrebbe parlare dei criteri di valutazione delle merci in lavorazione o in magazzino, dei titoli di proprietà e delle partecipazioni in altre società o in sindacati finanziari, come pure ben poco si dice intorno alle quote di riparazione e di deperimento od ammortamento dei macchinari, degli stabili, dei brevetti e simiglianti attività sociali. La più parte si limita a dire che valutazioni e ammortamenti furono fatti coi criteri della «più rigida prudenza» e che quindi gli azionisti possono essere sicuri che il dividendo distribuito risponde a realtà e può essere intascato con tranquilla coscienza senza timore di mangiarsi il capitale. Il che è certo confortante; ma lo sarebbe assai di più, se gli azionisti potessero far i loro calcoli su dati precisi e controllabili inseriti nelle relazioni o in appendici ai bilanci. E notisi che gli azionisti, pur desiderosi di notizie ampie, non rifiatano nelle pubbliche assemblee e non si curano di provocare qualche raggio di sole in materie che pure interessano soltanto davvicino, insieme col benessere generale del paese, la loro fortuna privata.

 

 

* * *

 

 

Di questa curiosa congiura del silenzio parecchie sono le cause, ma una è senza dubbio principalissima; la paura del fisco. Amministratori ed azionisti quando si incontrano in pubblico preferiscono spesso non parlare affatto per non essere sentiti da un terzo non desiderato interlocutore, l’agente delle imposte. È bene avvertire subito che a straniarli da questa compagnia li spinge non tanto una volgare brama di occultare il proprio reddito e di sottrarsi al dovuto pagamento dei pubblici tributi, quanto il giusto desiderio di opporre una parziale resistenza alle esorbitanze stravaganti del fisco. Se questo si contentasse di colpire le società anonime sul loro reddito effettivo, assicurato agli azionisti sotto forma di dividendo o di rimborsi superiori al capitale versato, senza parlare della gragnuola che su di loro si abbatte sotto nome di tasse di costituzione della società o di circolazione, nessun amministratore si ribellerebbe. Si sa che una società anonima che distribuisce ai suoi azionisti 100.000 lire di utile paga 10 mila lire di imposta di ricchezza mobile; mentre un privato industriale, il quale guadagni altrettanto, riesce sovente a pagare assai meno perché l’agente delle imposte non può ficcare il naso nei suoi libri, mentre quelli sociali devono a sua richiesta essergli squadernati dinanzi.

 

 

Ma sarebbe in complesso danno piccolo, compensato dal punto di vista privato da altri vantaggi economici in società per azioni, e, dal punto di vista generale, dalla possibilità di raffronti fra i guadagni dei privati e delle società anonime e dalla tendenza crescente alla veracità ed alla onestà nei rapporti tributari.

 

 

Purtroppo però, anche se avessero voglia, gli amministratori delle società anonime non possono essere veraci e devono appigliarsi ad ogni sorta di sotterfugi contabili per impedire al fisco di colpire ciò che non è reddito o diventerà reddito solo in futuro. È lacrimevole pensare quanta sottigliezza d’ingegno gli agenti delle imposte hanno impiegato per allargare il terreno tributario. Essi non si contentano di tassare i dividendi e le somme palesemente mandate a riserva; ma, invasati dalla mania di scoprire dappertutto delle frodi, vanno scrutando i bilanci per indagare se per avventura gli amministratori non abbiano voluto nascondere degli utili col valutare a prezzo troppo basso gli stocks di merci, i titoli in portafoglio, le partecipazioni o collo stabilire quote troppo alte di riparazioni o di ammortamento del macchinario e degli stabili. Si accende così una lotta vivace tra amministratori e fisco, gli uni intenti a compilar bilanci e relazioni tali da togliere al fisco la possibilità di scoprire utili immaginari ed occupatissimo l’altro a interpretare con malizia raffinata le medesime cifre e volgerle a suo vantaggio.

 

 

* * *

 

 

La lotta termina quasi sempre con scarso utile delle finanze; poiché non si può immaginare che, ove gli utili veramente esistano, gli amministratori vogliano toglierli indefinitamente agli azionisti per non pagare 10 lire di imposta ogni 100 di utili imponibili. Presto o tardi, gli utili vengono alla luce, o sotto forma di dividendi, o di rimborsi di capitale oltre il conferito o di riserve straordinarie aggiunte al capitale o di lucri in altra maniera evidenti. Tale sarebbe l’impulso dato alla costituzione di società per azioni da una politica fiscale meno dissanguatrice che in breve tempo il crescere dei dividendi tassabili darebbe ampio compenso alla mancata tassazione di quegli utili nascosti o pseudo utili che oggi il fisco a gran fatica riesce a scoprire.

 

 

Se il vantaggio è scarso per le finanze, il danno è gravissimo per l’economia paesana. Accenniamo di volo. L’obbligo che hanno gli amministratori di non denunciare l’entità reale delle quote di deperimento, di svalutazione, la necessità di formare delle riserve nascoste accanto a quelle palesi per parare alla eventualità di perdite future – e son necessarie le riserve nascoste perché quelle palesi sarebbero tassate senz’altro come utili effettivi benché sovente non siano che perdite in sospeso – fanno si che gli amministratori delle Società per azioni paiano meno saggi e prudenti di quanto in realtà non siano. Quando si sente nelle relazioni che in anni pure prosperi si mandano a riserva somme di poco superiori a quelle richieste dal codice di commercio, quando si vedono fissate quote di ammortamento basse, del 3, 4, 5%, laddove quote più elevate, doppie o triple, sembrerebbero convenienti per parare al deterioramento fisico ed economico del macchinario e dei fabbricati, si ha il timore che si distribuiscano dividendi troppo forti e che le Società siano amministrate per far figurare brillanti risultati allo scopo di conseguire aumenti di valore delle azioni in borsa. L’opinione del pubblico capitalista cambierebbe assai qualora si sapesse che esistono delle riserve nascoste e che si fanno ammortamenti assai più cospicui di quanto non paia.

 

 

Notisi che è meglio che riserve ed ammortamenti siano palesi affinché si possano distinguere le imprese buone da quelle cattive, il loglio dal frumento. Con la oscurità imposta dall’inquisizione fiscale, le Società buone sembrano amministrate poco meglio di altre che zoppicano o sono condotte con mediocre successo. Le riserve nascoste sono poi un incitamento ad azzardate imprese, che forse non sarebbero state deliberate se gli amministratori avessero dovuto renderne conto in pubblico. Con le riserve nascoste si può anche iniziare un affare molto rischioso perché, se andrà male, nessuno ne saprà nulla, la perdita essendo coperta da una attività che non figura in bilancio. Più prudenti sarebbero gli amministratori se sapessero di dovere in tal caso, confessare di aver distrutta una parte della riserva palese.

 

 

La mancanza di un incentivo all’oscurità nei bilanci sociali toglierebbe quella tacita intesa fra amministratori ed azionisti nel non parlare e provocherebbe utilissime spiegazioni atte a far spiccare il molto bene ed a reprimere le occasionali colpe o deficienze. Quando è noto che ci sono persino alcune società (poche per fortuna), le quali tengono una doppia serie di libri, una per uso privato e l’altra per il fisco, che speranza vi è che nelle pubbliche assemblee si esponga schiettamente la situazione sociale?

 

 

* * *

 

 

Una minore inframmentazione del fisco, grazie ad una riforma legislativa della imposta di ricchezza mobile, sarebbe un fattore potentissimo di ripresa nei mercati finanziari ed anzi e meglio, una barriera costantemente eretta contro gli ingiustificati ribassi che nei momenti di crisi colpiscono anche i valori migliori. La sfiducia del pubblico, con vendite affrettate nei momenti di crisi e con la repugnanza ad investire capitali nei valori mobiliari durante il successivo periodo di raccoglimento, è causa importante dei ribassi e dei ristagni lamentati. Orbene, nessun mezzo migliore di curare questa sfiducia che la massima pubblicità dei dati relativi alla situazione intrinseca delle società per azioni e la maggiore abbondanza e chiarezza di particolari nei bilanci e nelle relazioni sociali.

 

 

Chi vorrebbe lasciarsi impressionare, da dicerie vaghe e da denigrazioni interessate, a vendere un titolo che distribuisce un dividendo buono e lo distribuisce dopo avere largamente provveduto ad ammortamenti ed a riserve e parato così con prudenza scrupolosa ad ogni eventualità di crisi economiche o di trasformazioni tecniche nell’industria? Per fortuna, sono numerosi i titoli che anche durante l’ultima crisi, oscillarono poco appunto perché tenuti ben stretti dagli azionisti; e contro questi titoli non si osò neppure muovere alcun assalto. Ma sono persuaso che, se i bilanci e le relazioni sociali potessero parlare schiettamente, molti e molti più titoli saprebbero conquistarsi l’affetto sicuro di larghe schiere di azionisti e resistere incrollabili contro ogni avversa bufera. Anche i capitalisti stranieri volgerebbero il loro sguardo più agevolmente verso i titoli mobiliari italiani, quando conoscessero la prudenza e le vedute lungimiranti di molte amministrazioni nostrane di società per azioni. Il corso dei valori buoni si renderebbe più stabile; e colla maggiore stabilità dei corsi il capitale privato, che fugge le alee, accorrerebbe volontieri verso le intraprese industriali. Nessuna ragionevole scusa potendo essere addotta da amministratori amanti delle oscurità contabili, finirebbero presto per affermarsi alcuni criteri uniformi per giudicare della bontà dei titoli contrattati sul mercato ed il pubblico non si lamenterebbe più di non sapere come distinguere i titoli buoni dai cattivi.

 

 

Di questi tempi, come sempre nei periodi di raccoglimento e di desideri di ripresa, il Governo italiano studia la riforma delle borse e delle società per azioni per dare sincerità alle contrattazioni e per punire gli amministratori colpevoli. Le intenzioni sono ottime; ma ho paura che si approderà a poco finché lo Stato medesimo spingerà e costringerà gli amministratori buoni a parere mediocri ed i mediocri a sembrar cattivi per la paura di cadere vittime del fisco. Si riformi dapprima la legge sull’imposta di ricchezza mobile e poi si potranno giustamente costringere gli amministratori delle società per azioni ad essere veritieri. Sarà questo il modo più efficace per risollevare il mercato dei valori mobiliari e ridare ai capitalisti la fiducia verso questi utilissimi mezzi di investimento dei loro risparmi.

 

 

Torna su