Sofismi monetari

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 01/08/1925

Sofismi monetari

«Corriere della Sera», 1° agosto 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 394-397

 

 

 

Il sofisma circolatorio assume forme sempre nuove e svariatissime. Una delle più comuni è quella del confronto fra l’ammontare della circolazione e le esigenze del commercio. Facciamo il confronto ad un anno di distanza, tra il 30 giugno 1924 ed il 30 giugno 1925. A queste due date, la quantità totale dei biglietti circolanti ed i prezzi all’ingrosso erano i seguenti:

 

 

 

30 giugno 1924

30 giugno 1925

Quantità totale dei biglietti circolanti (in miliardi di lire)

19,9

21,1

id. id. numero indice

100

106

Prezzi all’ingrosso delle merci, secondo il numero indice Bachi

100

120

Quantità teorica totale di biglietti che dovrebbero circolare per corrispondere all’aumento dei prezzi all’ingrosso

19,9

23,9

Quantità mancante di biglietti: differenza tra la quantità effettiva e la quantità teorica

2,8

 

 

La tabellina si spiega da se medesima. Al 30 giugno 1924, essendo i prezzi delle merci quelli che erano, per far girare, negoziare, importare, esportare queste merci e per fare tutti gli affari del paese, occorrevano 19,9 miliardi di lire di biglietti.

 

 

Al 30 giugno 1925, i biglietti erano aumentati a 21,1 miliardi; ossia da 100 a 106, del 6 per cento. Ma alla stessa data, i prezzi all’ingrosso erano aumentati, in confronto ad un anno prima, da 100 a 120, ossia del 20 per cento. Occorrerebbe avere perciò il danaro in più necessario per far muovere, girare, negoziare le merci così cresciute di prezzo. Siccome è probabile che gli affari in genere siano, in valore, cresciuti nelle stesse proporzioni del 20%, così è evidente che, se al 30 giugno 1924 era necessaria una circolazione di 19,9 miliardi, al 30 giugno 1925 sarebbe stato necessario che la circolazione fosse aumentata del 20%, ossia fosse passata da 19,9 a 23,9 miliardi di lire. Siccome invece la quantità di biglietti circolante è appena di 21,1 miliardi, ecco che essa in realtà è insufficiente. C’è una mancanza di 2,8 miliardi.

 

 

Questa è la spiegazione della mancanza di danaro, di cui tutti ci lagnamo. Sebbene aumentata, la circolazione sarebbe in realtà diminuita, in rapporto al volume cresciuto degli affari. Bisognerebbe crescerla di 2,8 miliardi; non per crescerla effettivamente, per nuovi affari, ma soltanto per consentire al pubblico di fare gli affari antichi, di maneggiare, negoziare, distribuire le antiche merci cresciute di prezzo.

 

 

Passo sopra alle osservazioni particolari, pur esse importantissime: è variata e in qual senso la velocità di circolazione dei biglietti? sono i prezzi all’ingrosso delle merci un indice giusto dell’importanza degli affari di un paese? Domande gravi, per fermo, le quali tuttavia devierebbero l’attenzione dal nucleo centrale del problema: si può davvero logicamente affermare che se crescono gli affari, meglio i valori in lire degli affari che si fanno in un paese, debba correlativamente crescere la quantità dei biglietti circolanti? Se il principio è vero, rassegnamoci a qualunque cifra di circolazione. Non vi è più limite all’aumento. Prima bastano 19,9 miliardi finché i prezzi, ossia il volume in lire degli affari è di 100; poi occorrono 23,9 miliardi se il volume è 120; poi occorreranno 40 miliardi se il volume diventerà 200; poi 80, se il volume degli affari crescerà a 400, e così via senza fine.

 

 

A qual punto volume degli affari e quantità circolante di biglietti cesseranno di muoversi? Se è vera la teoria, essere necessario emettere biglietti per soddisfare ai bisogni del commercio, il punto della fermata non arriverà mai, o meglio arriverà in un momento tragico, quando sarà impossibile fare affari, per quanta moneta si stampi, perché nessuno più vorrà contrattare in quella moneta.

 

 

L’Italia è lontanissima da quel momento; l’Italia si mantiene da anni suppergiù sulla stessa cifra; il governo italiano ha fatto e fa sforzi lodevolissimi per agire sulla base di una teoria perfettamente opposta a quella ora delineata. Appunto perciò, appunto perché ritengo si debba proseguire sulla via attuale, ritengo conveniente ripetere ogni giorno che la teoria opposta a quella sinora osservata dal tesoro è una teoria sbagliata, fondamentalmente ed irrimediabilmente sbagliata.

 

 

Perché i prezzi sono aumentati da 100 a 120 dovremmo dunque aumentare parimenti del 20% la circolazione? Io non so o sarebbe lungo indagare perché i prezzi all’ingrosso siano cresciuti in un anno del 20 per cento. Questo tuttavia mi pare certo, che se noi, per questa bella ragione, aumentiamo i biglietti circolanti del 20%, il pubblico – industriali, commercianti, agricoltori, consumatori – si troverà ad avere in mano più biglietti. Ed accadrà quel che è fatale avvenga: che, per la concorrenza dei biglietti, i prezzi cresceranno ancora. Da 120 andranno a 130, a 140. Ed allora sarà «necessario», alla stregua della deprecata teoria, emettere altri biglietti per portarsi al livello antico. Non per fare nuovi affari, si dirà di nuovo; solo per continuare negli affari antichi. Acchiappati la coda, o cane; gira, gira in tondo, ché la coda ti sfugge! Il cane e la sua coda; ecco che cosa sono i biglietti e i prezzi. Più gonfiano gli uni e più gonfiano gli altri; e poi di nuovo i primi e dopo ancora i secondi.

 

 

La teoria vera è che bisogna fare stop. Ad ogni costo. Così fecero i paesi, che sono ritornati ad una circolazione sana. La lira carta può fermarsi, stabilizzarsi; ridiventare essa stessa, ad un certo rapporto, una lira stabile. Ma bisogna fare stop. Ad ogni costo.

 

 

Il costo, si sa, è forte. Bisogna non avere pietà di coloro che chiedono danaro, che affermano di averne bisogno. Senza ricorrere al sacrificio di officine esistenti, basterebbe sacrificare, per un po’ di tempo qualunque piano nuovo, qualunque ampliamento. Stop ai progetti anche seducenti. Con un’astinenza di qualche mese, noi usciremmo dal pelago alla riva. Sono sicuro che, se v’è esagerazione, è più nelle cose appena iniziate o progettate che nelle industrie già in piena attività.

 

 

Piccolo sacrificio, in confronto al danno enorme che la teoria qui combattuta apporterebbe alle classi medie, che vivono di reddito fisso ed al risparmio nazionale. Il risparmio vive di moneta stabile. Senza moneta stabile, cessa di formarsi.

 

 

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