Soltanto esenzioni tributarie alle case nuove

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/07/1922

Soltanto esenzioni tributarie alle case nuove

«Corriere della Sera», 7 luglio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 742-747

 

 

 

Ho cercato di chiarire quali fossero le cause sociali del moltiplicarsi delle case per gli impiegati di stato. Sorte dalla constatazione della impossibilità per certi impiegati di pagare sul loro stipendio i fitti del mercato libero, le case cosidette cooperative hanno dato luogo ad abusi ed a controlli anche più dannosi degli abusi. Quando lo stato dà un soldo gratuitamente, lo fa pagare una lira in sollecitazioni, pratiche, ritardi, regolamenti, necessari per impedire che il soldo sia speso male. I valenti funzionari che al ministero dell’industria dirigono il servizio delle case cooperative devono avere una pazienza da santi per cavarsela in quella baraonda di progetti, capitolati, piani di avanzamento, liquidazioni, mandati per case poste in ogni parte d’Italia. A parità di finimenti, una casa sussidiata dallo stato costa sicuramente 100 invece delle 80 o 70 che costerebbe ad un imprenditore privato.

 

 

Io direi perciò che, in questo problema, la parola risolutrice deve essere: liquidazione. È vano e sarebbe enormemente costoso ritornare sul già fatto; ricontrollare se i soci che ebbero le case siano i più meritevoli – come ho osservato, la verità è che i meritevoli sono proprio i «commendatori», verità che nessun uomo politico oserebbe sostenere -; ridistribuire le case, far rifare i preventivi, ecc. ecc. Nascerebbero dispute senza fine; e per dieci anni almeno le case rimarrebbero da finire. Peggio ancora sarebbe accettare la soluzione socialista della casa di proprietà indivisibile, data in uso temporaneo agli impiegati, mediante fitto. Nei dintorni di Roma ci sono già i villaggi abissini; né urge farne sorgere degli altri. Immaginiamo cosa succederebbe di tutte queste proprietà individuali! Spese enormi di gestione, fitti invariabili, dilapidazione crescente. No. L’unico aspetto veramente bello ed attraente delle cooperative era la speranza che un certo numero di impiegati diventasse proprietario della casa; interessato a conservarla, ad abbellirla; interessato a metter via soldo a soldo la somma occorrente per il riscatto. Quindi:

 

 

  • 1) si ponga un fermo a nuovi dispendi. Se un disegno di legge per nuovi assegni è presentato o preparato, lo si ritiri. Punto e basta;
  • 2) si solleciti quanto è possibile la costruzione delle case per cui esiste il decreto per l’assegnazione del concorso dello stato. Le promesse fatte, in base alla legge vigente, siano mantenute. Tanto più presto si liquiderà la posizione esistente, tanto meglio;
  • 3) per le case costruite, è inutile riandare il passato di quel che si è speso e di quel che si sarebbe dovuto spendere. Ripeto che le contestazioni, i ritardi nell’abitabilità costerebbero più degli ipotetici vantaggi;
  • 4) per le case in costruzione o costruende, l’ufficio tecnico può fare una rapida revisione dei progetti per escludere dai preventivi tutto ciò che sia finimento di lusso; ed il finanziamento sia limitato alla spesa normale della casa civile per media borghesia. Per il resto, se lo paghino i soci, senza limitazione;
  • 5) sia abolito il riscatto in consolidato; consentendosi il riscatto solo in denaro contante, mediante capitalizzazione al saggio del mutuo della quota di interesse posta a carico dell’impiegato;
  • 6) sia incoraggiato il riscatto con la esplicita dichiarazione che l’impiegato dopo dieci anni (ciò per evitare le rivendite immediate) ed i suoi eredi subito possano rivendere, ipotecare, subaffittare l’appartamento riscattato, a beneficio di impiegati o di non impiegati. Non bisogna, per evitare una speculazione possibile, creare una nuova manomorta feconda di innumeri inconvenienti e di posizioni false. Poiché lo stato ha commesso l’errore di integrare in certo modo lo stipendio dei suoi funzionari, almeno si eviti che lo stato seguiti a ficcare il naso nelle cose private del beneficato. Dell’eventuale incremento di stipendio costui ne avrebbe ben potuto fare l’uso preferito, senza consenso di nessuno! Gli si lasci parimenti far l’uso che crede della casa da lui pagata dal terzo alla metà del costo attuale, il che vuol dire forse la totalità del valore che essa avrà tra dieci anni. Nove volte su dieci egli ne farà un uso ottimo; essendo cosa veramente sua la curerà e la migliorerà;né val la pena di guastar tutto per correre dietro al decimo caso in cui forse accadrà qualche abuso.

 

 

Così sarà liquidata la situazione attuale. E per il futuro? La causa la quale ha dato origine alle case cosidette cooperative continuerà a sussistere. Ci saranno ancora impiegati costretti a procurarsi la casa sul mercato libero ed a pagarla cara. Anzi se i vincoli ai fitti fossero tolti, come nell’interesse generale sarebbe desiderabile, tutti gli impiegati si troverebbero nella condizione di dover pagare fitti suppergiù tripli di quelli del 1919.

 

 

Tuttavia, se i consigli servono a qualcosa, io esorterei gli impiegati a non chiedere altri denari ed altri favori allo stato. Ricevere prestiti o denari dallo stato vuol dire assoggettarsi a critiche, controlli, contumelie. Un freddoloso desidera nel suo studio o nella camera da letto il pavimento in legno? Gli rinfacceranno, finché vive, l’inaudito lusso fattosi pagare dallo stato. Avendo parecchi figli od esigenze per lui imprescindibili, si è spinto al massimo delle camere consentito dal regolamento? Sarà segnato a dito come un pescecane e si troverà che la sua camera da pranzo è 70 centimetri più ampia del prescritto. Aggiungasi l’indisponibilità della casa e se ne avrà abbastanza per completare il quadro clinico della casa gratuita.

 

 

Del resto, le casse dello stato sono esauste; quelle della Cassa depositi e prestiti a fatica riusciranno a fronteggiare le richieste relative ai decreti di concorso derivanti dalle norme in vigore. Col disavanzo incalzante, lo stato non deve dare nulla di più del già impegnato.

 

 

Io credo che gli impiegati bene opererebbero nel loro stesso interesse ed in quello della collettività se chiedessero per sé l’applicazione del diritto comune vigente per le altre classi di cittadini, con questo solo privilegio: che, a parità di interesse, e nei limiti delle loro disponibilità eventuali, gli istituti di stato e principalmente la Cassa depositi e prestiti, li debbano preferire nella concessione dei mutui.

 

 

Oggi, però, il diritto comune è insufficiente ed irritante. Ad incoraggiare le costruzioni, lo stato ha promesso l’esenzione per dieci anni dalle imposte e sovrimposte, prorogabile di altri dieci anni se alla fine dei dieci anni la finanza riconoscerà che la casa è deprezzata e che il deprezzamento è tale da non essere stato compensato dalla esenzione precedente. Poi, se ricordo bene, alla fine del secondo decennio, altra proroga per 5 anni soggetta alle medesime condizioni. Val quanto dire che, agli occhi dei costruttori, la seconda e la terza esenzione non servono a niente. Un diritto eventuale, soggetto al beneplacito della finanza, è e deve essere giudicato di valore nullo da qualunque persona di buon senso. Quindi l’unico incoraggiamento tangibile offerto in genere alle nuove costruzioni è l’esenzione decennale dell’imposta e sovrimposta sui fabbricati.

 

 

Le esenzioni sono brutte cose; ma l’imbroglio edilizio è divenuto tanto imbrogliato, che, dopo averci riflettuto su, ho finito per concludere che l’esenzione è ancora il modo più economico, meno complicato, più efficace di incoraggiare le nuove costruzioni. Hanno fatto malissimo i costruttori edilizi a chiedere anch’essi, al pari degli impiegati statali, un contributo di stato nel pagamento degli interessi dei mutui edilizi. Qualunque sussidio diretto in denaro vuol dire controlli, noie e costi senza fine.

 

 

Ha perciò fatto benissimo il comune di Torino ad insistere nel chiedere per tutti l’esenzione completa, per trent’anni, senza limiti, senza pareri, senza scartoffie. Se si vuol dare qualcosa, bisogna proprio far così: fino a tutto il 1950, stato, province e comuni ignorino l’esistenza, ai fini delle imposte, di tutte le case nuove iniziate, ad esempio, dall’1 gennaio 1921. L’esenzione sarà tanto più lunga quanto prima le case entreranno in abitazione. Metterei il primo gennaio 1921, od anche il primo gennaio 1920, perché molti costruttori oggi tardano a finire le case cominciate o non le affittano, se finite, perché i costi ed i prezzi d’affitto risultano talmente elevati da non trovare inquilini. A Bologna, a Torino ed altrove ho sentito citare casi di questo genere. Nessuna clausola dovrebbe essere apposta all’esenzione. Anche le case di lusso dovrebbero essere esenti. Il «lusso» è un concetto arbitrario; e talvolta non si costruisce per paura che un funzionario della finanza un po’ fastidioso trovi tracce di lusso e neghi l’esenzione. D’altronde, il suo inquilino lascerà libera un’altra casa, di minor lusso ed il fine della legge sarà ugualmente conseguito.

 

 

L’esenzione lunga basta da sola, senza che lo stato sborsi un soldo o faccia il ficcanaso a procacciare capitali ai vogliosi di costruire. Il comune di Torino ha avuto una eccellente idea: consentire ai proprietari esenti di vendere ai comuni stessi, alle casse di risparmio, agli istituti di credito fondiario il loro diritto all’esenzione. Tizio calcola che se non godesse dell’esenzione dovrebbe pagare 7.265 lire all’anno di imposta sulla sua casa. Egli rinuncia a tale diritto, obbligandosi a pagare le 7.265 lire all’esattore con tutti i privilegi fiscali a favore di questi; e l’esattore versa la somma all’istituto di credito. In cambio l’istituto di credito potrà versare subito al costruttore il capitale di lire 100.000, che è il valore attuale al 6% di una annualità trentennale di 7.265 lire. I particolari possono variare; ma il concetto è fecondo.

 

 

L’istituto di credito è garantito dai privilegi fiscali e dal fatto che il costruttore, per costruire, avrà dovuto spendere di tasca sua, in aggiunta alle 100.000 lire mutuategli, altrettanta somma al minimo e probabilmente assai di più. L’operazione presenta ancora un vantaggio morale: che lo stato più difficilmente si rimangerà la promessa esenzione quando si trovi di fronte non più i singoli proprietari, ma istituti di credito, depositari dei risparmi delle classi più numerose.

 

 

Ecco tutto quanto si può chiedere allo stato. Gli impiegati potrebbero ragionevolmente aggiungere, come dissi, che, a parità di interessi, la Cassa depositi e prestiti li debba preferire nei mutui. In difesa dell’esenzione trentennale si può, in questo caso, considerare in parte, e forse in notevole parte, valido l’argomento consuetamente addotto a favore delle esenzioni e che di regola è sbagliato: che cioè lo stato non ci perde nulla, poiché, se l’esenzione non ci fosse, l’impresa non sorgerebbe e non si riscuoterebbero imposte. L’argomento di regola è sbagliatissimo; perché il capitale, se non si impiegasse in quella industria, si impiegherebbe in un’altra e quivi pagherebbe imposte. L’esenzione di regola sposta e non crea i capitali. Nel caso presente si può affermare che in parte essa creerebbe i capitali destinati ad investirsi in case. Oggi, sotto la pressione dell’inverosimile regime dei vincoli, la casa è diventata un’ossessione per molti. A pensare di andarsene raminghi per il mondo con i propri stracci, vengono gli occhi fuori della testa.

 

 

Perciò se ci fosse un allettamento, una promessa di essere francati da altre ingiurie – come sarebbe la non meno inverosimile tassazione dei fabbricati: 60, 80, 100% del reddito – molta gente risparmierebbe, la quale non si deciderebbe per altro motivo a rinunciare a spese e soddisfazioni presenti. L’esenzione creerebbe davvero molto capitale edilizio; e quindi sarebbe innocua alla finanza. Promuovendo la formazione di una classe di piccoli individuali proprietari della propria casa sarebbe inoltre socialmente benefica e scemerebbe l’intensità di quella separazione tra le due figure di inquilino e proprietario, che è uno dei flagelli sociali odierni.

 

 

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