Sono sinceri i nostri bilanci?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 13/05/1904

Sono sinceri i nostri bilanci?

«Corriere della Sera», 13 maggio 1904

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 129-132

 

 

L’opinione pubblica, che si è risvegliata di un tratto per il caso Nasi, rimasta stupita non solo per le malversazioni del denaro pubblico venute a galla, ma anche per il fatto stranissimo che un ministro avesse potuto impegnare il bilancio con spese da farsi negli esercizi prossimi, e con eccedenze di spese, in guisa che il nuovo ministro non sapendo più a che santo votarsi, dovrà ricorrere al partito di chiedere nuovi fondi al parlamento.

 

 

Come mai è ciò possibile? chiedono coloro, i quali sanno che esiste una legge di contabilità dello stato destinata a regolare minutamente tutta questa materia senza lasciare, almeno parrebbe, nessuna possibilità di abusi…

 

 

Eppure non solo ciò è possibile, ma avvengono normalmente cose le quali, se sono meno appariscenti, sono assai più gravi e più pericolose per i contribuenti; accade cioè che non si sappia in Italia con precisione che cosa si sia incassato o si sia speso dallo stato. Accade non solo che i consuntivi siano sempre molto diversi dai preventivi, ma che essi medesimi non abbiano neppure un significato ben preciso. Sono cose vecchie, od almeno risapute da quei pochi che in Italia hanno acquistato fama di leggere nei bilanci dello stato; e ci tornavano alla mente nel leggere un tal libro pubblicato di questi giorni dal Flaminii[1].

 

 

Il Flaminii si era già acquistato, con articoli pubblicati nell’«Archivio di diritto pubblico» del Luzzatti e più recentemente sulla «Rivista di politica e scienze sociali» del Colajanni, una bella fama di conoscitore di bilanci, che col suo volume viene definitivamente consacrata. La conclusione che emerge dai suoi scritti merita di essere ricordata: i nostri bilanci preventivi ed anche i consuntivi non sono mai sinceri. A differenza dei consuntivi inglesi, che pochi giorni dopo la chiusura dell’esercizio, al 31 marzo, ci dicono con precisione quanto è entrato e quanto è uscito dalle casse dello stato, da noi un ministro del tesoro non ci può dir nulla di simile nemmeno dopo molti mesi; ed anche quando espone qualche cifra, esse sono approssimative e lasciano il campo alle sorprese più strane. Le cause di tutto ciò sono i residui e le eccedenze di spese.

 

 

In Inghilterra i due flagelli non si conoscono. Quando un esercizio si chiude al 31 marzo, se rimangono ancora somme da riscuotere o da pagare, il consuntivo non ne tiene conto affatto. Ci si penserà nel bilancio dell’anno successivo, se si crederà che effettivamente quelle somme debbano essere riscosse o pagate. Ma frattanto l’esercizio dell’anno or ora finito si chiude senza lasciare passività o residui da liquidare. Se poi un ministero si è impegnato per somme maggiori di quelle stanziate in bilancio, queste somme non si pagano e sono messe a carico dello stanziamento dell’anno successivo.

 

 

Così, se per un capitolo è stanziato un milione, e si sono impegnate spese per 1.100.000 lire, con un’eccedenza di 100.000 lire, queste non vengono pagate e nemmeno ne viene chiesta la sanatoria al parlamento; nell’anno successivo dal solito milione stanziato si deducono anzitutto le 100.000 lire già impegnate; ed il dicastero per nuove spese ha a sua disposizione solo più 900.000 lire. Si capisce che in questo modo nessun dicastero vorrà in un anno spendere di più dello stanziato, perché sa che dovrà scontare le maggiori spese nell’anno successivo.

 

 

Invece in Italia i residui e le eccedenze sono un malanno grossissimo. Prendasi l’ultimo consuntivo pubblicato, quello relativo all’esercizio 1902-903. Le cifre riassuntive sono: Entrate riscosse, milioni 1.863, più quelle da riscuotere milioni 81, totale 1.944. Spese pagate milioni 1.664, da pagare 230, totale 1.874. Differenza attiva, ossia avanzo, milioni 70. Parrebbe chiaro ed invece è oscuro e sovratutto incerto, a causa delle entrate da riscuotere e delle spese da pagare. Finché si tratta delle entrate riscosse (1.863 milioni) e delle spese pagate (1.644), sappiamo che sono fatti avvenuti e certi e sappiamo che la loro differenza è una somma di 219 milioni di lire che si trovano effettivamente in cassa. L’incerto viene quando si passa alle entrate da riscuotere ed alle spese da pagare. Gli 81 milioni di entrate da riscuotere sono tutt’altro che crediti liquidi e di cui i debitori siano persone note; vi figurano ad esempio 142 milioni di cosidetti «rimborsi e concorsi» di cui il meno che si possa dire è che non se ne conosca assolutamente il significato e l’esigibilità. Di questi rimborsi e concorsi da parte degli enti locali se ne annullarono nel 1902-903 nientemeno che 23 milioni come inesigibili, e rimangono nei residui circa 59 milioni che non si poterono ancora esigere, e per cui un progetto di legge presentato dall’on. Di Broglio portava il termine del rimborso nientemeno che ad un secolo! Frattanto ogni anno i rimborsi e concorsi sono iscritti imperturbabilmente nelle entrate e servono ad ingrossare l’avanzo.

 

 

Peggio accade per le spese da pagare, che ammontano alla enorme cifra di 230 milioni di lire. Di esse oltre 19 milioni rappresentano le eccedenze di impegno al di là della somma bilanciata. Che cosa dovrebbero significare e che cosa significano invece queste cifre? Dovrebbero significare – è cosa chiarissima – le spese che effettivamente sono state impegnate a carico dello stanziamento di un anno e che si faranno in seguito. Si sono impostate, ad esempio, 10.000 lire su un capitolo e se ne sono spese – durante l’anno – 6.000 lire; ve ne sono ancora da pagare, per impegni presi prima della fine dell’esercizio, 1.500 lire: totale lire 7.500. Le rimanenti 2.500 lire dovrebbero andare in economia. Il ragionamento semplice non piace però alla burocrazia. Essa ragiona così: se il parlamento ha stanziato 10.000 lire per un certo capitolo, tutte quelle 10.000 devono essere spese. Quindi se anche alla chiusura dell’esercizio se ne sono spese solo 6.000 ed impegnate 1.500, non per questo si rinuncerà alle altre 2.500. Queste verranno considerate come impegnate a calcolo insieme a quelle impegnate davvero e mandate ai residui passivi. Solo così si spiega come, leggendo i consuntivi, si incontrino a centinaia capitoli in cui la somma pagata, più quella da pagare, sono eguali fino al centesimo alla somma stanziata. Come è possibile un fatto così strano e così generale? Come è possibile che nei capitoli per cui si sono stanziate 10.000 lire, vi siano precisamente 6.000 lire pagate e 4.000 lire da pagare? Egli è che l’amministrazione vuole conservare per sé fin l’ultimo centesimo della somma votata e non vuole restituir nulla all’erario. Facendo passare tutte quelle 4.000 lire come spese da pagare, l’amministrazione, nell’esercizio successivo, avrà il solito stanziamento di lire 10.000, più il residuo di 4.000 lire provenienti dall’anno precedente, e così potrà spendere di più. Se poi in un capitolo con 10.000 lire di stanziamento se ne sono invece impegnate effettivamente 12.000, le 2.000 lire in più non vengono messe a carico del bilancio dell’anno successivo, riducendolo da 10 ad 8 mila disponibili per altre spese. Mai no. Le 2.000 lire impegnate in più sono un’eccedenza, di cui alla fine dell’anno si chiederà la sanatoria al parlamento. Dinanzi al fatto compiuto, i deputati non osano sconfessare l’opera dei ministri; e così accade che in quell’anno si son spese 12.000 lire e si è mantenuto intatto lo stanziamento dell’anno successivo.

 

 

Per tal modo le economie non si fanno e si verificano eccedenze di spese, con il bel risultato che vi sono 230 milioni di spese da pagare le quali diminuiscono l’avanzo ed andranno a formare una partita di residui di carattere non ben definito, su cui le amministrazioni dello stato potranno trarre mandati per l’avvenire.

 

 

Tutto questo non accadrebbe se anche da noi si adottasse il sistema più semplice dell’Inghilterra. Sarà certo meno scientifico e perfetto; ma è l’unico, grazie al quale si riesca a sapere presto e sicuramente ciò che si è speso e ciò che si è riscosso. Da noi, per voler fare le cose alla perfezione, è accaduto che vi sono somme esatte da funzionari di stato negli anni 1872 e retro che non trovarono mai la via di entrare nelle tesorerie dello stato, e ciò nonostante da quel tempo non cessano di comparire nei conti dello stato. Sembrano cose incredibili; e provano che molto vi è da fare per ricondurre alla sincerità i nostri bilanci.

 

 



[1] De Flaminii, La materia e la forma del bilancio inglese, Roux e Viarengo editori, Torino 1904.

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