Opera Omnia Luigi Einaudi

Soppressione o trasformazione? (A proposito della cassa pensioni di Torino e della cassa nazionale di previdenza)

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 20/02/1911

Soppressione o trasformazione? (A proposito della cassa pensioni di Torino e della cassa nazionale di previdenza)

«Corriere della sera», 20 febbraio 1911

 

 

 

Il disegno di legge che il ministro di agricoltura ha presentato alla Camera per disciplinare le associazioni tontinarie è uno dei pochi progetti usciti da quella instancabile fucina di provvedimenti fastidiosi per i lavoratori serii e costosi per i contribuenti, che è il Ministero di A. I. e C., il quale meriti, nelle linee generali, l’approvazione meditata di quanti mirano all’elevamento morale, e perciò materiale, del nostro popolo. Dico nelle linee generali, sia perché taluni particolari disposizioni possono essere giustamente criticate, sia perché non mi sembra che sia stata abbastanza veduta la opportunità di non ostacolare troppo la trasformazione delle associazioni tontinarie in liberi istituti di associazione ordinaria popolare.

 

 

Il problema, esposto schematicamente, è questo: esistono in Italia degli istituti di assicurazione fondati su un principio cosidetto tontinario – dal nome di un banchiere, Lorenzo Tonti, il quale propose nel secolo diciassettesimo un suo metodo di far prestiti pubblici a Luigi quattordicesimo di Francia – universalmente condannato dagli attuari. I soci della Cassa di Torino, che è la più numerosa e potente di quante associazioni tontinarie operano in Italia, pagano una lira al mese, oltre al caposoldo, o meglio oltre i 5 ed ora quasi 10 centesimi, per le spese di amministrazione, in tutto circa 13 lire all’anno per vent’anni. Non si fa distinzione tra vecchi e giovani, tutti avendo i medesimi obblighi e diritti. Alla fine del ventennio, i soci diventano pensionati. Ma non è una vera e propria pensione, fissa, certa, quella che i soci ricevono, calcolata in base alle 13 lire versate moltiplicate per il numero degli anni di versamento (20), coll’aggiunta degli interessi composti e delle quote provenienti dalla mortalità e dalla decadenza dei soci che non arrivano alla fine del ventennio e in base altresì alla durata probabile della vita del pensionato. No, i soci ricevono invece un dividendo: al ventunesimo anno si constata il capitale totale esistente in cassa, si vede quale ne è il reddito netto e questo reddito netto si divide fra i soci aventi diritto alla pensione. Il dividendo, impropriamente chiamato pensione, è dunque incerto, variabile ed ha una spiccata tendenza alla diminuzione.

 

 

Suppongasi che al ventunesimo anno la Cassa abbia un capitale di 100 milioni di lire, formato con i versamenti dei soci per tutti i 20 anni precedenti, un reddito netto di 3.500.000 lire ed un numero di pensionati di 1.000. La supposizione non è fuori di luogo, perché in tutte le associazioni assicurative il numero degli assicurati è piccolo in principio e va crescendo coll’aggiungersi di sempre nuove schiere di previdenti. Dividendo il reddito netto di 3.500.000 per il numero dei pensionati di 1.000, si ha un dividendo di 3.500 lire. Per il ventunesimo anno dunque niente vieterebbe che, seguendo il principio della tontina, ogni pensionato toccasse la bella somma di 3.500 lire: e ciò dopo aver solo pagato 13 lire per 20 anni, ossia in tutto 260 lire, mettiamo pure 400 con gli interessi composti o 600 con l’aggiunta delle quote di mortalità e decadenza.

 

 

Poiché i denari non nascono per generazione spontanea e da qualcheduno devono essere stati versati è evidente che il fortunato socio del pensionato, il quale ha versato al massimo un capitale di 600 lire e che in un solo anno riceve, senza pregiudizio degli anni futuri, un dividendo di 3.500 lire, deve aver ricevuto qualcosa che non è suo, ma d’altri.

 

 

L’iniquità di tale appropriazione di denari altrui da parte dei primi soci è così evidente, che la Cassa di Torino, imitando ciò che all’estero si era fatto, dovette mettere un limite massimo alle cosidette pensioni, stabilendo che esse non potessero essere superiori a 2.000 lire all’anno.

 

 

Il limite fu in seguito ridotto a lire 200 e l’anno scorso a lire 100. Essa fece bene a decidersi a questo passo, sebbene un po’ tardi e in misura insufficiente e fu ingiustificato il gran clamore che ne nacque, quasiché la Cassa avesse mancato ai patti convenuti: mentre la riduzione era inevitabile per non arrecare un lucro indebito ad alcuni a danno di altri.

 

 

Senonché anche il limite massimo di lire 100 è troppo elevato. Continuando invero il calcolo iniziato, supponiamo che la Cassa al ventiduesimo anno di vita abbia 4 milioni di lire di reddito netto (in aumento sui tre mezzi dell’anno precedente per i versamenti di nuove quote da parte di soci vecchi e nuovi), divisibili fra i 990 superstiti dei 1.000 pensionati del ventunesimo anno e 3.010 nuovi pensionati iscrittisi nel secondo anno di vita della società, in tutto 4.000 pensionandi. Il dividendo, che l’anno prima era stato di 3.500 lire, cade a 1.000 lire. Nel ventitreesimo anno sia di 4.500.000 lire il reddito netto e siano 10.000 i pensionandi: il dividendo è di 450 lire. Nel ventiquattresimo anno il reddito sia di 5.000.000 di lire ed i pensionandi 25.000 ; il dividendo risulterà di 200 lire. E così via via, a mano a mano che le schiere dei pensionandi si ingrossano. La Commissione d’inchiesta ha calcolato che, fatte certe ipotesi intorno al rendimento del capitale, il dividendo comincerebbe ad essere di L. 188 nel primo triennio ed a poco a poco si ridurrebbe a L. 34 nette verso il 1927; ovvero, qualora lo si volesse rendere uguale per tutti i soci, sarebbe costantemente di L. 37 nette. Qualunque sia la cifra preferita, si può dire che lo scopo voluto dai soci non è stato raggiunto. Perché la gran maggioranza di essi si è iscritta illudendosi che il massimo delle 2.000 o delle 200 lire fosse la vera pensione che si sarebbe ricevuta dopo vent’anni di iscrizione. Se avessero saputo che non di una pensione si poteva discorrere, ma di un dividendo incerto e variabile, probabilmente pochi si sarebbero iscritti; come pochi ritengo si siano iscritti dopo la riduzione a 100 lire del massimo della pensione, dopoché cioè cominciò a farsi strada il concetto che si acquistava soltanto diritto ad una somma variabile di anno in anno.

 

 

Se tutti gli uomini fossero sapienti nel fare calcoli e addottrinati nei principi elementarissimi delle scienze economiche ed attuariali, io non avrei veduto niente di immorale o di illegale nella esistenza delle tontine.

 

 

I soci, iscrivendosi, avrebbero saputo che essi speculavano a chi si iscriveva prima, ed avrebbero saputo di dover perdere, in caso fossero arrivati gli ultimi. Si fanno molte speculazioni più azzardate di questa (giocare al lotto, scommettere alle corse dei cavalli, comprare i titoli di una società di cui non si è mai letto il bilancio) e che non implicano nemmeno, al pari di questa, un atto meritorio di previdenza; sicché sarebbe parso, in siffatta ipotesi, non giustificato l’intervento del legislatore.

 

 

Il guaio si è che l’ipotesi è erronea: ché gli iscritti sono, in grandissima maggioranza, del tutto ignari delle scienze economiche ed attuariali: son persone che in buona fede hanno creduto di assicurarsi il pane per la vecchiaia. Di questo fatto è inutile, per il mio ragionamento, ricercare le responsabilità. Basti accennare che il titolo stesso delle associazioni tontinarie (Casse pensioni), il limite massimo medesimo iscritto nello statuto, di 2.000 o 200 lire, alcune avvedute dichiarazioni di propagandisti, ecc., avevano indotto le masse a credere si trattasse davvero di pensioni e di cospicue pensioni. Perciò fu lodevole la campagna combattuta – e tra i primissimi cito il Corriere della Sera di una dozzina di anni fa – non contro la Cassa pensioni, ma contro le illusioni da questa diffuse nelle masse poco colte.

 

 

Metodo dunque condannabile per errato principio informatore, applicazione fatalmente destinata a produrre illusioni nelle masse e disinganni dolorosi a coloro che in buona fede si erano iscritti. Tutto ciò era più che bastevole – astrazion fatta dalle persone degli amministratori, socialisti o monarchici – per indurre il Governo, come organo di giustizia e di polizia, a vietare per il futuro la costituzione di nuove associazioni tontinarie ed a impedire alle associazioni esistenti l’assunzione di nuovi contratti. Il Governo si è deciso un pò tardi; ma meglio tardi che mai.

 

 

Il problema che rimane, dopo ciò, ancora da risolvere è quello relativo ai soci vecchi. La Cassa di Torino al 30 settembre 1910 aveva 367.211 soci effettivi,che avevano sottoscritto 674.598 quote per un capitale complessivo di 53.303.317 lire. Che cosa farne di questi soci e di questo ingente capitale? I più infervorati nemici delle tontinarie vorrebbero la liquidazione obbligatoria, con la ripartizione, pro-rata, del capitale agli aventi diritto, tutt’al più dando facoltà agli iscritti di far passaggio alla Cassa nazionale di previdenza, ossia alla Cassa di Stato per la invalidità e la vecchiaia degli operai. Mi si permetta di non essere di questo parere e di essere, caso meraviglioso, d’accordo con il Ministero di A. I. e C., il quale propone di rendere facoltativa una terza soluzione: la trasformazione delle tontinarie in Casse di assicurazioni ordinarie. Una liquidazione tumultuaria sarebbe pericolosa per gli stessi soci per la difficoltà estrema di disinvestire i capitali impiegati in case, mutui a cooperative edilizie, annualità telefoniche, ecc., gli impieghi ammessi dalle leggi vigenti, e che non sarebbe opportuno abbandonare di un tratto, come fa osservare la Commissione di inchiesta. Ove anche però fosse possibile una si fatta liquidazione non sarebbe conveniente. Che sia riconosciuto il diritto di recesso, è norma corretta, dal momento che in virtù di legge si muta lo scopo delle Casse. Ma parrebbemi socialmente pernicioso che il diritto di recesso fosse esercitato su vasta scala, e più che si incoraggiassero gli iscritti a recedere. La distribuzione di 53.303.317 lire tra 367.211 iscritti darebbe un quoziente medio per ciascuno di circa 145 lire. Alcuni, i più anziani, avrebbero qualche centinaio di lire, altri ne avrebbero malamente sperperate. Notisi che quei 367 mila iscritti hanno cominciato ad essere dei previdenti. Lo sono diventati per una illusione, attratti dalla speranza di una irrealizzabile pensione; ma intanto sono divenuti previdenti. Se ben si guarda, questa è la storia dell’affermarsi dello spirito di previdenza in tutti i paesi. Senza qualche cosa che in sul principio colpisca l’immaginazione del popolo, senza che la previdenza si diffonda nelle masse. Anche in Inghilterra, dove tuttavia l’assicurazione popolare è così diffusa, molti e grossolani errori furono commessi in principio. Il riconoscimento dell’errore è doveroso; non implica però la distruzione di tutto ciò che si sia fatto in passato; impone, invece, la ricerca di metodi nuovi, più perfezionati. Immaginiamo un pò quale mirabile forza sarebbero 53 milioni di lire e 367 mila iscritti, se i metodi tecnici adottati fossero quelli che la scienza attuariale insegna e che son seguiti da tutte le società d’assicurazione ordinarie! Troppo stupenda è questa finalità perché io non abbia a deprecare l’esercizio del diritto di recesso, il quale deve essere tuttavia concesso, nella speranza che pochi se ne servano.

 

 

L’altra alternativa è quella della facoltà, in vari modi agevolata, concessa ai vecchi soci, di iscriversi alla Cassa nazionale di previdenza.

 

 

Anche questa alternativa può essere accolta, sebbene debba subito avvertire che essa non può essere l’unica soluzione. Quanti, intanto, dei 367 mila iscritti della Cassa di Torino potranno iscriversi alla Cassa nazionale di previdenza per la invalidità e la vecchiaia degli operai? O io mi inganno, o deve essere una non rilevante minoranza. Gli operai, così come stanno assenti dalla Cassa di Stato, così stettero lontani dalle associazioni tontinarie. La clientela di queste si recluta sovratutto nelle classi borghesi, o meglio piccoli borghesi, impiegati, bottegai, modesti capitalisti con parecchi figli, ecc. A tutti costoro la legge chiude in faccia le porte della Cassa nazionale; ammettendoli soltanto in una sezione speciale delle assicurazioni popolari, che non presenta nessun vantaggio di fronte alle società private e che io non riesco perciò ad immaginare perché debba essere preferita dalla clientela non operaia.

 

 

Si aggiunga che, anche per la clientela operaia, io ritengo utile che la Cassa di Stato abbia a lottare con qualche concorrenza. Deve essere una concorrenza leale, non a base di promesse irraggiungibili; ma una concorrenza è utile che vi sia. È inutile illudersi: la Cassa nazionale di previdenza è una magnifica istituzione, che è assai ben organizzata, che può dare agli operai pensioni quali nessuna società privata può dare, grazie all’aiuto dello Stato. Ma è del pari innegabile che essa non ha saputo o potuto giungere sino agli operai. Essa, al 30 novembre 1910, aveva 352.379 iscritti, di cui forse però un terzo dormienti, cosicché gli iscritti effettivi si aggireranno sui 240.000. La maggior parte di questi iscritti lo fu da industriali benemeriti, che vollero assicurare una pensione di vecchiaia ai loro dipendenti: altri furono gli operai che si iscrissero di propria iniziativa. Il dott. Alberto Geisser, in uno studio sul Come avviare la Cassa nazionale di previdenza per la vecchiaia ed invalidità degli operai («Riforma Sociale» del gennaio 1911), ha esposto alcuni esempi interessanti delle difficoltà contro cui si urtarono gli industriali quando vollero indurre i loro operai a pagare qualcosa del proprio in aggiunta ai versamenti della ditta per assicurarsi una pensione.

 

 

La ditta Pirelli che, dal 1900 al 1909, iscrisse a proprie spese ben 1.837 operai alla Cassa, era riuscita ad indurre, a tutto il 1908, solo 134 operai a fare versamenti propri in aggiunta; e, benché nel 1909 essa promettesse di versare (in più delle 6 lire già versate da essa annualmente) una lira per ogni due lire versate dagli operai, il numero dei paganti volontari crebbe bensì a 407, ma rimase sempre inferiore al quarto dei suoi operai.

 

 

Non è l’impossibilità di pagare le 6 lire od anche le 12 lire all’anno che tiene lontani gli operai dalla Cassa di Stato. È invece la ripugnanza che questa sinora ha avuto nell’adottare i metodi necessari per conquistare l’operaio e costringerlo ad essere previdente. Sperare che gli operai vengano ad iscriversi e si mantengano fedeli alla Cassa di Stato per propria iniziativa o per propaganda gratuita umanitaria, è una illusione irragionevole. Il Geisser nell’articolo citato Come arrivare, insegna quali sono i metodi che in Inghilterra, in Germania , negli Stati Uniti furono seguiti per combattere trionfalmente la grande battaglia della diffusione del concetto della previdenza assicurativa tra gli uomini. Che il successo sia stato colossale, nessuno può negare. Non parlo dell’assicurazione obbligatoria, la quale non implica affatto la creazione del sentimento della previdenza: sibbene dell’assicurazione libera. In Isvizzera i capitali assicurati giungevano nel 1908 a 991 milioni e le rendite vitalizie a 4.401 milioni. In complesso la Svizzera aveva circa tre quarti della cifra di assicurazioni contratte nell’Italia dieci volte più popolosa. In Germania a fine 1907 le 14 società di assicurazioni popolari contavano 6,5 milioni di polizze per 1 miliardo e 200 milioni di marchi. Una sola società, la Victoria aveva, a fine 1909, ben 3.388.000 polizze in corso per un importo assicurato di marchi 710.306.000. Nell’Inghilterra, a fine 1908, le polizze di assicurazione ordinaria sulla vita giungevano a 1.746.202 per un capitale di 19 miliardi e 175 milioni di lire nostre e le polizze di assicurazione operaia giungevano a 28.542.525 per un capitale di 7 miliardi e 125 milioni di lire.

 

 

Negli Stati Uniti, a fine 1907, le assicurazioni ordinarie contavano 5.945.000 polizze e 57 miliardi di lire nostre di capitali assicurati: le assicurazioni operaie toccavano 18.849.000 polizze e 13 miliardi di lire capitali assicurati.

 

 

Questi sono trionfi giganteschi dello spirito di previdenza e di assicurazione che suscitano l’ammirazione e dovrebbero suscitare l’emulazione nostra. E sono trionfi conseguiti con un lavoro immenso, minuzioso di penetrazione nelle masse . Che cosa sono invero le assicurazioni operaie e in che cosa differiscono dalle assicurazioni ordinarie? Sono piccole assicurazioni, che si pagano a quote settimanali, di 10, 20, 30, 40, 50 centesimi: quote che la società fa esigere a casa degli assicurati per mezzo di proprii agenti. La sola Prudential, la più importante società inglese di assicurazioni popolari, alla fine del 1909 aveva 18.375.229 polizze in corso e per mantenerle in vita, per impedire che negli assicurati venisse meno lo spirito di previdenza, aveva bisogno di un vero esercito di arruolatori, che ad ogni sabato battono alle umili case operaie e riscuotono l’obolo modesto, che servirà a pagare le spese funerarie, a versare alla vedova il piccolo capitaletto con cui potrà aprire una bottega, a dare alle ragazze la dote necessaria per comprare il corredo, ai giovani il denaro per metter su casa, al vecchio la pensione vitalizia. Gli arruolatori sono pagati, è vero; e le spese di gestione delle assicurazioni operaie giungono al 40 per cento dei premi pagati. Ma che monta, se intanto l’assicurazione si fa, e si fa nelle maniere preferite dal popolo? In Italia la Cassa di Stato si ostina a non voler pagare provvigioni ad arruolatori, che potrebbero essere, per gli operai, gli stessi capi o segretari delle loro leghe o società di mutuo soccorso, ed è una Cassa che distribuisce soltanto pensioni di invalidità o vecchiaia: mentre è assai probabile che da noi, come all’estero, il popolo preferirebbe spesso qualche forma, adatta ai variabili suoi bisogni, di assicurazione sulla vita o di caso di morte.

 

 

Perciò dicevo che la Cassa di Stato ha bisogno dello stimolo e dell’esempio della concorrenza. La Cassa di Torino, coi suoi 367.000 assicurati, volontariamente raggruppati intorno ad essa, e con i suoi 53 milioni di capitale potrebbe diventare il germe fecondo di una Prudential italiana. Un commissario regio, scelto tra gli attuari più eminenti d’Italia, o magari chiesto in prestito ad una grande società straniera, come la Prudential, (si badi a non cader nelle mani di un burocratico!) liquiderebbe l’eredità delle amministrazioni passate, monarchiche e socialiste, e regnerebbe la via della vita nuova. Libera nei suoi movimenti, accessibile, oltreché agli operai, alla modesta borghesia, che della previdenza assicurativa sente acutissimo il bisogno, capace di adottare le forme più svariate di assicurazione, da quella di pensione a quella di indennità in caso di morte, dalla assicurazione di invalidità all’altra di sopravvivenza ad una certa età, la futura Prudential italiana farebbe ben presto dimenticare le sue origini agitate ed i suoi principi sbagliati ed illusori ed eserciterebbe una funzione vitalissima: di stimolo e di esempio alle numerose società private che in Italia hanno finora preferito la clientela ricca, disdegnando a torto la clientela modesta, dai molti bisogni e dai pochi denari. Dinanzi a così alto ideale, perché non dovrebbero cessare le furie distruttive di alcuni e le disperate ed irragionevoli difese tentate da altri di un passato oramai morto?

 

 

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