Sopravvivenze militari. Milites sine uxore
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/05/1905

Sopravvivenze militari. Milites sine uxore

«La Riforma Sociale», maggio 1905, pp. 352-361

 

 

 

Prima l’uomo e poi le cose.

 

 

Se taluno non militare ha avuto vaghezza di seguire in questi ultimi tempi qualche fenomeno d’ordine militare, che, a lato di altri più rumorosi fonomeni sociali, si è svolto — o si sta svolgendo — nel nostro esercito, avrà anche notato un risveglio non indifferente d’idee innovatrici, di carattere morale più che economico. Taluno, anche esperto, di milizia, in buona fede ne ha attribuito l’origine a quel senso di avvenirismo, da cui ogni classe è quasi pervasa oggi giorno: ed ha tentato di reagirvi. Ma nessun reagente serve perché l’origine è diversa, e sta essenzialmente in ciò: nella sopravvivenza di forme e modi vecchi a fianco dei bisogni e delle condizioni presenti.

 

 

L’instituto militare non è soggetto a vincoli rigidi ed immutabili, perché è emanazione diretta delle peculiari condizioni del reggimento civile nel quale si esplica.

 

 

Il guaio, o i guai, nascono qui: nel grado di corrispondenza della funzione militare con le altre contemporanee manifestazioni della vita sociale.

 

 

Eserciti, grossi o piccini, vi furono sempre; ma furono di varii tipi, miliziani o mercenari, temporanei o permanenti: e dall’un tipo si passò all’altro, a seconda del particolare modo di governo in un determinato momento storico, e del carattere speciale del popolo che lo creò, e a seconda che formò una casta chiusa ed un mestiere bene specificato, oppure fu intimamente connesso a tutte le altre funzioni sociali. Ora a tutti è noto come presso di noi, salvo rare, localizzate e temporanee eccezioni, gli eserciti sono stati del tipo professionale e mercenario, dalla decadenza militare di Roma repubblicana sino a poco fa, o come da poco dall’esercito castale e di mestiere l’evoluzione ha preso cammino decisamente democratico, tendendo ad una costituzione miliziana poco dissimile da quella del buon tempo romano. Siamo ancora in periodo di transizione e quindi, inevitabilmente, v’è rottura di equilibrio e contesa tra gli elementi ereditati e la materia vivente, la quale, costretta nella sua propria sostanza dalle sopravvivenze storiche, è ridotta a trattenersi nel suo fatale andare come un corpo al quale si neghi moto o alimento.

 

 

Lo studio delle piccole e delle grosse sopravvivenze degli eserciti permanenti e mercenari nelle instituzioni militari presenti, non è facile a condursi da chi non abbia una certa dimestichezza con le milizie e col loro complesso organismo; ma è interessante, e mostra come tanti discorsi novissimi sono assai vecchi.

 

 

È fatto caratteristico, ad esempio, degli eserciti mercenari, e quindi a lunghi obblighi di servizio, la cura ut arma defricentur ac splendeant, affinché i soldati siano armis fulgentes, per l’idea di tener lontane le truppe dal disordine con l’assiduo lavoro: cura che non è consentita con le ferme brevi, caratteristiche delle milizie, ma che pur troppo è ancor cagione di molto cattivo impiego di tempo negli eserciti odierni. Così non troppi lontani sistemi d’istruzione militare tendevano a fare il soldato bello in parata, caratteristica propria degli eserciti mercenari, più che agile a combattere, scopo precipuo dei miliziani, come nel repubblicano esercito romano. Ma anche oggi bottoni lucidi, parate e piazze d’armi sono ancora il debole di molti comandanti.

 

 

Ed ancor oggi è viva la questione del gravoso servizio di guardia al quale è sottoposto l’esercito a detrimento della sua vera istruzione professionale, e più viva ancora la questiono dell’intervento di esso nel mantenimento dell’ordine pubblico, impiego sempre evitato da parte delle legioni di Roma repubblicana.

 

 

E i tribunali militari non esistono ancora forse per una di queste tante sopravvivenze del tempo in cui esistevano e caste e codici speciali per ogni casta, sia per legittimare l’impunità castale, sia per infrenare le ribalderie delle indisciplinate soldatesche?

 

 

E i consigli di disciplina, la mano nera istituita per giudicare delle più gravi mancanze disciplinali degli ufficiali, non sono governati da norme che ricordano quelle sbrigative della santa inquisizione?

 

 

E, risalendo ad altri concetti, se oggi ci troviamo così scoperti e vulnerabili verso la frontiera orientale, non è forse perché lo Stato Maggiore ha continuato a curar solo, per legge d’inerzia e spirito di tradizione, la frontiera occidentale come quando il Piemonte, per non diventare un enclave, era storicamente costretto a far politica antifrancese?

 

 

Ma è specialmente nel governo disciplinale che hanno deleteria influenza sul nostro organismo militare le sopravvivenze del passato. Roma, specie nel buon tempo, ebbe un governo disciplinale positivo, inesorabile nel punire, ma basato sull’efficacia stimolatrice al bene, più che sull’efficacia dissuaditrice dal male: noi, invece, preveniamo il male, restringendo la libertà individuale per non avere, o aver meno, occasione di reprimere; sistema essenzialmente negativo.

 

 

Taluno obbietterà, per pregiudizio assai diffuso, che i romani erano altri uomini; ma il pregiudizio ò sfatato da poi che prove non dubbie dimostrarono che il legionario romano non fu molto dissimile dal fantaccino presente, per natura propria niente affatto guerriero e gagliardo; i romani più volte fuggirono di fronte al nemico: se non fuggirono, fu per valentìa e superiorità di generali. Il che dovrebbe essere alquanto istruttivo per noi, sia come consiglio ad attenerci al sistema disciplinale positivo romano, sia come prova che non dovesi ritenere assai grave tutto ciò che si scosti dal prescritto e dal legiferato: l’esercito romano dei tempi di Siila e di Cesare non è meno glorioso se ha avuto in otto anni sei generali uccisi dai legionari.

 

 

Un’idea chiara del nostro sistema negativo ce la porge la restrizione particolarmente fatta agli ufficiali nel prender moglie imponendo un vincolo dotale, restrizione che presso di noi si conserva come vera e propria sopravvivenza d’altri tempi. Roma repubblicana non conobbe vincolo di nessun genere: anzi Livio fa dire a Scipione, prima della battaglia di Zama, quasi le stesso parole che Virgilio fa dire a Turno:

 

«Nunc coniugis esto quisque… suae memor». Il celibato fu imposto in epoca di decadenza, quando l’esser cattivi soldati condusse a ricercare nel matrimonio una condizione propizia per giustificare la pigrizia morale e fisica, quando il ricordo delle donne lasciate a casa fu piuttosto motivo d’accasciamento che d’incitamento, pel fatto che i soldati, con moglie o senza, erano divenuti peggiori.

 

 

Il fatto si ripeté attraverso ai tempi, con varii toni della medesima tinta: libertà negli eserciti nazionali e miliziani, restrizione negli eserciti di mestiere. E poiché il nostro esercito presente ha ereditato le tradizioni degli ultimi eserciti professionali, conserva la restrizione: l’indipendenza dal passato pare offesa alle memorie; e per coonestare la sopravvivenza del principio ereditato, lo si è attenuato e gli si è dato colore di modernità imponendo l’obbligo dotale…per assicurare il decoro professionale e l’avvenire della prole.

 

 

La restrizione può parer giusta: tant’è vero che, attenuata ancora nel 1896, permane tuttavia, nonostante che il Mocenni, ministro, avesse invano proposto di ridurla vieppiù, e la stampa ne dichiari spesso l’inutilità, e i fatti quotidiani dimostrino i danni che, invece di allontanare, produce. Non vale la ragione di decoro, perché in tal caso e prefetti e giudici e professori d’etica, ad esempio, non legati da restrizioni legali matrimoniali, non sono moralmente più liberi degli ufficiali, quando si tratti di non pagare il panettiere o di sposare una kellerina; né contrastano ragioni di freno sociale, se nessuna restrizione legale preclude ai tisici o ai pazzi la via di prender moglie a proprio talento; né ragioni economiche, sia per le finanze dello Stato, riguardo alle pensioni, sia per la sorte delle vedove e degli orfani in caso di numerose morti in guerra, quando si pensi che gli ufficiali combattenti di carriera rappresentano un’aliquota degli ufficiali che la grande mole odierna di armati porta in campagna.

 

 

Infatti per raggiungere la forza inquadrata all’atto della mobilitazione e tenendo conto di una parte delle riserve, ai 13.500 ufficiali di carriera (di tutti i gradi e di tutte le armi) se ne aggiungono, per il solo esercito di campagna, 12.000 circa di complemento (tutti ufficiali inferiori), mariti e padri la maggior parte, e certo in proporzione assai più forte rispetto agli ufficiali permanenti[1]. Né l’esser padri e mariti, con rendite o senza, ci può autorizzare a ritenere che saranno vili dinanzi al nemico, che altrimenti poca fiducia potremmo riporre nei 900.000 uomini di truppa che verranno dalle loro case per completare l’esercito di campagna, lasciando quasi tutti e moglie e figli.

 

 

Occorre ancora notare che la suddetta proporzione fra ufficiali permanenti ed ufficiali di complemento dovrà fra non molto mutare per la diminuzione dei primi, e il corrispondente aumento dei secondi, fatto che si renderà inevitabile:

 

 

  • 1) per meglio fondere la funzione civile colla militare, e ridurre allo stretto indispensabile la conservazione del mestiere di soldato;
  • 2) per meglio conformare la costituzione dei quadri ai criteri generali dell’apparecchio della forza armata (obbligo di servizio molto esteso e poco intenso);
  • 3) per accelerare la «stagnazione mortifera della carriera»
  • 4) per ragioni d’economia di capitali e di funzioni (pensioni, inutili ed inattive cariche create solo per ragioni d’avanzamento, ecc.).

 

 

Poteva la restrizione matrimoniale esser valida quando il monarca sceglieva a suo talento i quadri tra l’elemento ricco e privilegiato, e quando l’esercito scendeva in campo quale era costituito in pace, oppur quando il signorotto assoldava una compagnia, talora di buona gente, ma molto sposso composta di ladri di strada o di esperti cavalieri di criminalità, pratici ad impiegare il senno ed il braccio nella rapina, nell’omicidio e nella violenza: non valida è la restrizione quando l’esercito è, o s’avvia ad essere interamente, milizia d’uomini liberi, soggetti indistintamente ai medesimi obblighi. La restrizione disciplinale e legale, a fondamento negativo, diviene assurda quando sopprime la libertà di tutti per salvare qualche caso isolato che sia contrario alle più elementari e generali esigenze di quel decoro sociale, che non costituisce monopolio di una determinata classo di cittadini. E tanto più assurda è la sopravvivenza del principio, quando costringe la pietà governativa a concedere indulti che creano quasi una categoria speciale di mogli d’ufficiali, e quando taluno approssimate statistiche dicono che forse duemila ufficiali hanno moglie e figli non legittimi, e ognun sa che la legge restrittiva può essere elusa — e lo è spesso — per via di spedienti.

 

 

Dal 1° luglio 1893 al 30 giugno 1894

577

Id.

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1894

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1895

338

Id.

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1895

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1896

1379

Id.

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1896

id.

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1897

403

Id.

Id.

1897

id.

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1898

476

Id.

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1898

id.

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1899

463

Id.

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1899

id.

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1900

392

Id.

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1900

id.

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1901

396

Id.

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1901

Id.

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1902

384

Id.

id.

1902

id.

id.

1903

404

 

 

 

 

Si ricava:

 

 

  • 1) che la media dei matrimoni è di 520 all’anno;
  • 2) che il forte aumento verificatosi nel 1895-96 dipende dall’indulto concesso nel 1895 agli ufficiali ammogliati illegalmente;
  • 3) che è caratteristica la diminuzione del 1894-95, prodotta dall’atteso indulto del seguente anno, che sarebbe venuto a risolvere tante difficoltà e a liberare da parecchie ipocrisie;
  • 4) che la sensibile diminuzione dal 1898-99 in poi deve attribuirsi ad un corrispondente ammonto di unioni illegali, o rese impossibili o rimandate nell’attesa di un nuovo indulto.

 

 

Un indulto era già stato concesso nel 1871: la relazione dell’allora ministro Ricotti lo proponeva nella certezza che «non solo non avrebbe costituito precedente pericoloso per l’avvenire, ma avrebbe dato più agevole campo per la piena ed inflessibile applicazione del principio». Il Ricotti, evidentemente, non era profeta né figlio di profeta. Che sarebbe al disotto del vero chi affermasse che, anche dopo il secondo indulto del 1895, mille nuove famiglie d’ufficiali vivono fuori della legge: ciò che dimostra che gli articoli di legge sono destinati a rimanere lettera morta quando tendono a snaturar la natura: non possono che aggiungere tristezze a tristezze e convertire gli entusiasmi in scetticismo e malcontento.

 

 

Il caso Modugno, per citare quello che per forza di eventi è venuto alla luce, è un esempio di dote semifittizia, pur trattandosi di un matrimonio d’interesse. Se fosse possibile fare una statistica delle doti fittizie e delle unioni illegali, si trarrebbero certamente considerazioni tali da confermare che la legge restrittiva è soltanto legge d’ipocrisia, come abbiamo udito classificarla da un’autorevole cattedra militare. Non per nulla il Moconni, ministro, aveva preparato un progetto di abolizione, progetto caduto per vicende parlamentari prima, della presentazione.

 

 

Poiché ogni medaglia ha il rovescio, taluno potrà citare dolorosi casi per dimostrare la necessità della restrizione fondata sul censo; per esempio il caso Ercolessi (matrimonio con indulto del 1896). Ma ribattiamo facilmente che è appunto colpa del sistema vigente e dei conseguenti indulti, concessi con eccessiva larghezza per riguardo ai coefficienti morali, se una venditrice ambulante di liquori ha potuto divenir moglie e rovina di un ufficiale. Concessa piena libertà di censo, sarebbe legittimo, ogni rigore nel richiedere sicuri coefficienti di moralità, ridotti al presente ad una pura formalità burocratica.

 

 

Ma per dimostrare che nell’esercito anche le più elementari idee di rinnovamento maturano molto a rilento, può ancora giovare il seguente specchietto:

GRADO

R. ESERCITO

R. FINANZA

Stipendio

Vincolo dotale

Possibilità di svincolo

Stipendio

Vincolo dotale

Possibilità di svincolo

Sottotenente. . Tenente   .   .

Tenente 2a classe (o con 1 quinquennio) Tenente 1a classe (o con 2 quinquenni)

Capitano .   . .

2000

2400

2700

3000

3400

2000 1000 1300

1000

600

Non è permesso lo svincolo graduale. La rendita diviene liberamente disponibile quando lo stipendio lordo raggiunga le lire 4000 (art. G della legge 24 dicembre 1896)

1700

2100

2500

1000

600

È concesso lo svincolo graduale di quella parte di rendita che eccede la misura stabilita allorquando l’uffi-ciale consegua avanzamento (art. 221 della legge 1896)
Sottoispettore .

3000

 

 

 

 

 

Lo specchietto dimostra che gli ordinatori della R. Guardia di finanza, nel concedere lo svincolo graduale della rendita, sono assai meno cristallizzati dei militari ministri della guerra.

 

 

Occorre infine notare che l’esperimento di eserciti, che si sono liberati della sopravvivenza restrittiva, ha dato luogo a minori inconvenienti di quelli che la legge stessa produce[2].

 

 

Infatti, abolita la restrizione, non vogliamo credere che vengano a vestir divisa d’ufficiale tutti gli smaniosi di prender donna negli ospizi di mendicità, o tutti gli assetati di pazzi e disgraziati intrighi d’inestricabili amorazzi, o che tutte le ragazze che la tirano verde corrano al luccicar d’una sciabola, come le allodole attorno agli specchietti! Ma piuttosto ci pare che uomini, che in pace e nelle difficili contingenze di guerra hanno serio governo di uomini, debbono essere in grado di governar sé medesimi senza mortificanti tutele. Se incapaci, si sopprimano. Oggidì che i nostri subalterni sospirano sin presso al 40° anno il bastone di capitano, è ridicolo trattare uomini coi capelli canuti come dei ragazzini cattivi che si privan della frutta o dell’ora di ricreazione!

 

 

La legge restrittiva esiste come esistono ancora tante inutili sopravvivenze del passato. De minimis non curat praetor; ma in fatto di milizia, ove spesso i fatti meno appariscenti, se d’ordine morale, hanno gran peso, non farà male chi dentro le leggi tragga il troppo e il vano.

 

 

Il contrasto tra il passato e la vita presente guasta l’armonia generale, mentre un savio svecchiamento non può che avvicinare la soluzione del complesso problema militare, che posa più su elementi d’ordine morale che materiale. Trattar delle cose, che si possono valutare a ragion di numeri e a suon di moneta, torna più facile che trattar d’anime e di coefficienti morali; ma i cannoni più perfetti a nulla valgono quando l’anima soffre le contraddizioni e i legami d’un passato in contrasto coi bisogni presenti. Occorre riprendere la troppo obliata cura dell’uomo, mettendo questa al di sopra di ogni preoccupazione tecnica. Quaudo il Crispi scriveva: «O noi faremo le riforme, o ci verranno imposte», diceva una verità positiva, ma non la verità intera: che non un calcolo di utilità e di difesa soltanto deve muovere a quest’opera volonterosa di riforme sentite ed augurate, non una ragione di opportunità o di necessità, ma un sentimento di responsabilità e di dovere sociale, e l’amore di civile giustizia.

 

 

Sarà per noi più conveniente l’esperimento di un ministro della guerra borghese? Non sappiamo: «the right man in the right place». Certo è che pregiudizi e sopravvivenze e vane ombre di paura ottenebrano, pure in buona fede, le iniziative di coloro che da quarant’anni si trovano al sommo della gerarchia militare «qui arrivent sur le terrain avec une éducation militaire qui a pris naissance et s’est développée dans un certain milieu, dans un certain courant d’idées, dont quelques-unes, parfois beaucoup, sont fausses»[3].

 

 

Non per nulla la pratica e libera Inghilterra ha stabilito che i membri della Commissione militare pel riordinamento dell’esercito siano uomini novi, non vincolati a pregiudizi che potrebbero ostacolare l’inaugurazione dei novi principii.

 

 

E però noi invitiamo chi ha responsabilità di governo ad uniformarsi a tale principio, per allontanare una buona volta i danni di tante sopravvivenze, alle quali, più che a ragioni economiche, crediamo siano da attribuire e il malessere che disturba la classe dei nostri ufficiali, e il presente men che discreto reclutamento di giovani nelle scuole militari, e il poco affiatamento dell’esercito col paese e di questo con quello, ed anche la scarsa fiducia scambievole fra capi e sottoposti, già cagione non ultima di nostre non remote sventure.

 

 



[1] Complessivamente occorrono circa 40.000 ufficiali.

[2] L’esercito francese ha abolito ogni obbligo dotale dal 1900: l’esercito bulgaro, testé riordinatosi (1904), conserva il vincolo (lire1200) sino all’età di 28 anni per coloro che ancora non siano capitani. Presso di noi l’ufficiale che si ammoglia compiuti i 40 anni, deve avere un reddito di lire 3000 (stipendio e vincolo dotale) invece che 4000 richiesto per tutti gli altri.

[3] Général Lanqlois, Enseignements de deux guerres récentes.

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