Sperimentalismo fiscale

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 01/02/1905

Sperimentalismo fiscale

«Corriere della sera», 1 febbraio 1905

 

 

 

Se la riforma del regime degli zuccheri è oramai richiesta imperiosamente dall’opinione pubblica, non tutti sono però concordi nelle modalità di essa; e mentre noi preferiremmo la riduzione del dazio doganale (99 e 88 lire per quintale) in guisa da avvicinarlo maggiormente all’imposta di fabbricazione (70,15 e 67,20) ed aumentare in tal guisa col minor prezzo il consumo e la produzione, altri – e, dicesi, il Ministero delle finanze con essi – vorrebbero togliere l’attuale eccessiva protezione dei fabbricati semplicemente coll’aumentare l’imposta di fabbricazione, con nessun vantaggio dei consumatori e con un utile problematico della finanza che vedrebbe continuare l’odierna depressione nel consumo dello zucchero, la quale ci pone alla coda di quasi tutti i paesi europei.

 

 

D’altro canto si fanno sempre più insistenti le voci dei viticultori per l’abolizione del dazio di consumo sui vini, ma non è indicata la maniera con la quale si potrà provvedere al disavanzo ingente che si verificherà nel bilancio dello Stato e dei comuni.

 

 

Ora su codeste questioni, come su molte altre, sarebbe bene che gli italiani tenessero d’occhio le riforme analoghe che all’estero si siano fatte, non per scimmiottarle pedestremente, ma per trarne quegli ammaestramenti che possono fare al caso nostro. È questo un vero e sano «sperimentalismo fiscale» che ci potrebbe risparmiare molte disillusioni e spingerci ad alcune opere feconde.

 

 

In Francia ad esempio, non è guari che vennero riformati i regimi fiscali dello zucchero e delle bevande. Quali ne sono stati i risultati?

 

 

Quanto allo zucchero è noto come la convenzione di Bruxelles prescrivesse alle Potenze contraenti (escluse temporaneamente l’Italia e la Spagna) di abolire i premi all’esportazione dello zucchero e ridurre la protezione doganale ad un massimo di 5,50 e 6 lire per quintale. Anche la Francia come gli altri paesi, dovette applicare queste norme. per essa che produceva (compresa la parte delle colonie) circa 1.100.000 tonnellate all’anno di zucchero e ne esportava – detratto il consumo interno di 420-430 tonnellate – da 670 a 680 mila tonnellate all’estero, l’abolizione dei premi di esportazione, che avevano facilitato assai lo sfollamento verso l’estero del mercato interno, era causa di assai sgravi preoccupazioni. Che cosa se ne sarebbe fatto delle 670 mila tonnellate che non si sarebbero più potute integralmente esportare all’estero? il ministro Rouvier, con audacia geniale, comprese che occorreva spingere all’insù il consumo interno: e – riducendo con la legge del 28 gennaio 1903 la imposta di fabbricazione interna da 64 a 27 lire per quintale e contemporaneamente riducendo il dazio doganale ad appena 27 + 6 ossia a 33 lire per quintale – sperava che si sarebbe verificato un aumento nel consumo interno di circa il 20 per cento, ossia di 86 mila tonnellate. Il residuo da esportarsi all’estero si riduceva di altrettanto; con la probabilità di riuscire nell’intento, malgrado l’abolizione dei prezzi di esportazione.

 

 

Poco più di un anno è passato dall’entrata in vigore della legge (1 settembre 1903) e già se ne possono vedere buoni risultati. La campagna del 1903-1904 fattasi sotto l’impero della nuova legge presenta un consumo interno di 613.944 tonnellate contro un consumo di 455.762 tonnellate nella campagna precedente. La diminuizione di 37 centesimi per kg. nell’imposta che i consumatori devono pagare ha prodotto un aumento nel consumo di 158.182 tonnellate ossia del 34,7 per cento.

 

 

I primi otto mesi del 1904 danno un consumo di 350.016 tonnellate contro 261.257 tonnellate del periodo corrispondente dell’anno prima, ossia anche qui un aumento del 34 per cento. Il ministro Rouvier può essere soddisfatto per i risultati delle sue audacie fiscali. Non solo il Tesoro non deve più preoccuparsi di pagare premi agli esportatori di zucchero, non solo le perdite previste per l’abbassamento dell’imposta a 27 centesimo per kg. risultarono assai inferiori alle prevedute: ma il diminuito prezzo sta promuovendo una enorme espansione del consumo che darà in breve volgere di anni superbe messi di entrata al Tesoro francese. Non vale la pena rischiare qualcosa per ottenere di queste vittorie?

 

 

Con l’altra legge del 29 dicembre 1900 completata dalla legge 31 marzo 1903, si volle venire in aiuto alla viticultura in crisi, riducendo fortemente i dazi di consumo sul vino e su altre bevande dette igieniche (sidro, birra ecc.) e compensando le perdite con forti aumenti dei diritti sulle bevande alcooliche e sulle licenze di esercizio degli spacci di liquori e bevande.

 

 

Erano scopi economici, fiscali ed igienici che si intrecciavano in codesto provvedimento. La perdita pel Tesoro, per le riduzioni di dazio, era valutata a 124.860.000 lire che dovevano essere compensate dai maggiori diritti sull’alcool. Lo scopo economico di venire in aiuto alla viticultura, fu senz’altro raggiunto. Il consumo del vino che nel 1900 era di 35.894.636 ettolitri, aumenti nel 1902 a 45.906.087 ettolitri. È vero che nel 1903 la quantità consumata ridiscese a 42.048.451 ettolitri, ma ciò è stato dovuto alle vendemmie scorse del 1902 e del 1903 ed ai prezzi alti raggiunti dal vino nel 1903. Ma, anche tenuto calcolo solo del 1903, sono ben 6 milioni di ettolitri di più che in Francia vengono consumati, grazie alla riduzione fortissima dei dazi.

 

 

Quanto ai risultati fiscali, si è già sulla via buona. Il vino, per cui si era previsto un provento di 53.681.429 lire, per l’aumento del consumo gittò invece al Tesoro 67,8 milioni nel 1901, 68,9 nel 1902 e 63,1 nel 1903. I sidri, per cui si erano previsti 3.963.686 lire di produzione, diedero invece da 6.564.923 a 3.214.828 lire. Le licenze di esercizio degli spacci di liquori e bevande passarono da 14.568.212 lire nel 1900 a 36.397.047 lire nel 1903. È un aumento di circa 22 milioni di lire, quale precisamente si sperava.

 

 

Quanto agli effetti dell’aumento dei diritti sull’alcool si ebbe in principio qualche disinganno. Il consumo diminuì assai, ed il gettito dell’imposta che era stato di 306 milioni nel 1900 ed avrebbe dovuto elevarsi nel 1901, dopo la riforma a 408 milioni, non aumentò invece che a 307 ed anzi nel 1902 cadde a 301. Era un rude colpo per l’economia del progetto e per il Tesoro. Pur tenuto conto dell’aumento di prodotto di 10 milioni nei vini e di 22 milioni nelle licenze di spaccio, rimanevano sempre 92 milioni e più di deficit, per colmare la perdita di 124 milioni per la riduzione dei diritti sulle bevande igieniche. Ma si scoperse bentosto che in parte il minor prodotto dell’imposta sugli alcolici era dovuto a circostanze passeggere e in parte maggiore alle frodi esercitate in scala colossale dai distillatori clandestini e dai bouilleurs de cru, ossia dai piccoli proprietari che distillavano in casa. IL ministro Rouviere dovette combattere una lotta fierissima contro i deputati paurosi di scontentare i numerosissimi bouilleurs de cru; ma, essendo riuscito alfine colla legge 31 marzo 1903 a far adottare misure severe in proposito, subito la situazione cambiò. Il prodotto dei diritti sull’alcool da 301 milioni nel 1902 passò a 326 milioni nel 1903, con un aumento assai forte e quel che è più progressivo. Infatti a mano a mano che l’applicazione della legge del 1903 si intensificava, il prodotto dell’imposta cresce; e l’aumento che era stato nel primo trimestre del 4,5 per cento, è nel secondo del 6,6 per cento, nel terzo del 10,3 per cento e nel quarto dell’11,3 per cento. Nei primi otto mesi del 1904 le previsioni di prodotto, superiori di 23 milioni ai risultati del 1902 non solo si verificarono, ma si ebbe un’eccedenza di 16 milioni e mezzo di lire. Anche questa riforma dunque insegna parecchie cose e per quanto non se ne possano trarre, data la diversità dell’ambiente, deduzioni sicure per l’Italia, è una nuova dimostrazione della verità che il fisco deve cercare i suoi benefici non nelle alte ma nelle basse imposte.

 

 

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